Amorosa visione/Capitolo XVI

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Capitolo XVI.

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CAPITOLO XVI.




Dove tratta d’Amore, e quando Giove si congiunse con Europa in forma di toro.


Costei pareva dir negli atti suoi:
     Io son discesa della somma altezza,
     E son venuta per mostrarmi a voi.
Il viso mio, chi vuol somma bellezza
     5Veder, riguardi, là dove si vede
     Accompagnata lei a gentilezza;
Ò pietà per sorella, e di mercede
     Fontana sono: Iddio mi v’ha mandata
     Per darvi parte del ben che possiede.
10Donna più ch’altra sono innamorata,
     E mai sdegno in me non ebbe loco;
     Però Amor m’ha cotanto onorata.
Ancor risplende in me tanto il suo foco,
     Che molti credon talor ch’io sia ello,
     15Avvegnachè da lui a me sia poco:
Cortese e lieta son di lui vasello,
     Nè mai mi parran duri i suoi martirj,
     Pensando al dolce fin che vien da quello.

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E bene è cieco quei che i suoi disiri
     20Si crede senza affanno aver compiuti,
     E senza copia di dolci sospiri.
Riceva in pace dunque i dardi aguti,
     Ch’alcun piacer di belli occhi saetta,
     Que’ che attendon d’esser provveduti.
25Tal, qual vedete, giovane angioletta
     Qui accompagno Amor che mi disia,
     Poi tornerò al cielo a chi m’aspetta.
Ancor più intesi, ma la fantasia
     Nol mi ridice, sì gran parte presi
    30Di gioia dentro nella mente mia
Lei rimirando, e’ suoi atti cortesi,
     Il chiaro aspetto e la mira biltate,
     Della qual mai a pien dir non porriési.
Da lato Amor con tanta volontate
     35Vidi mirarla, che nel bello aspetto
     Tutto si dipingeva di pietate.
Ognor a sè colla sua mano il petto
     Tastando, quasi non si avesse offeso,
     Perchè a guardarla avea tanto diletto.
40Io stetti molto a lei mirar sospeso,
     Per guardar s’io l’udissi nominare,
     O ch’io ’l vedessi scritto breve o steso.
Lì nol vid’io nè ’l seppi immaginare,
     Avvegnachè, com’io dirò appresso,
     45In altra parte poi la vidi stare;
D’ond’io il seppi, e lì il dico espresso:
     Però chi quello ha voglia di sapere
     Fantasiando giù cerchi per esso.

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Oimè, che lei mirando il mio volere
     50Non avrei sazio mai, ma stretta cura
     Di mirare altro mi mise in calere.
Levando adunque gli occhi in ver l’altura,
     Vidi quel Giove che ’n forma di toro,
     Non già rubesto, mutò sua figura,
55Che qui avendo per umil dimoro
     Europa sottratta a cavalcarsi,
     Per me’ compir l’avvisato lavoro;
E’ parea quindi correndo levarsi,
     E gir su per lo mar, come cacciato
     60Fosse, e poi pianamente posarsi
In quel paese, che poi fu nomato
     Da quella che d’addosso si dispose,
     Ripigliando sua forma innamorato.
Nel loco poi con parole pietose
     65Pareva a me che la riconfortasse,
     Narrando ancor le sue piaghe amorose;
Ma con disio parea poi l’abbracciasse,
     E con diletto l’avuto disio
     Senza contasto parea terminasse.
70Alquanto appresso ancora questo iddio,
     Com’una gotta d’oro risplendente
     Trasformato, e cadendo, lui vid’io
Gittarsi in una torre, e prestamente
     A una giovinetta ch’entro v’era,
     75Per ben guardarla chiusa strettamente;
Il qual forse l’amava oltre maniera
     Dovuta, e infra le sue bianche tette
     E belle, in prova gir lasciato s’era.

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Nè dell’inganno già saper credette
     80Quella, ma lui ritenne nascoso,
     E guadagnato forse aver credette.
Alla vera statura luminoso
     Quivi vedeasi tornato, e costei
     Abbracciando e baciando disïoso,
85Riguardando essa, nè giammai da lei
     Partir senza il disiato giugnimento,
     Di che parea ch’ella dicesse: omei,
Ch’io son gabbata dal tuo argomento.