Amorosa visione/Capitolo XXIX

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Capitolo XXIX.

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CAPITOLO XXIX.




Dove tratta della medesima visione, e nell’ultimo di Lancillotto, e di Tristano e d’Isotta.


Riversata piangendo quivi appresso
     Si stava Dido in sul misero letto,
     Dov’era già dormitasi con esso:
Maladicendo sè, e il tristo petto
     5Pien d’aspre cure aspramente battendo,
     Ripetendo ivi il perduto diletto,
In atto mi parea così dicendo:
     O doloroso luogo, nel qual fui
     Già con Enea, tanta gioia sentendo,
10Oimè, perchè come ci avesti dui,
     Due non ci tieni? Perchè consentisti
     Che te giammai vedessi senza lui?
A’ miei sconsolati membri e tristi
     Porgi con falsa immagine letizia,
     15Quanto per te li spando, ove copristi
Molte fïate, giacchè con tristizia
     Ora mi fa senza cagione stare
     Per lo suo inganno e coperta malizia.

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Oh come trista lì rammaricare
     20La vi vedea con quella spada in mano,
     Che fe’ poi la sua vita terminare!
Rompendosi le nere vesti, e invano
     Chiamando il nome d’Enea che l’atasse,
     Si pose quella al suo petto non sano;
25E poi sopr’essa parve si lasciasse
     Cader piangendo e sospirando forte,
     Perchè la spada di sopra passasse:
Forata quivi, dolorosa morte
     L’occupò sopra ’l letto, ove sedea
     30Prima piangendo sua misera sorte.
Appresso questa al mio parer vedea
     Tanto contenti Florio e Biancofiore,
     Quantunque più ciascuno esser potea:
Tututto il lor trapassato dolore
     35V’era dipinto degno di memoria,
     Pensando al lor perfettissimo amore.
E dopo questa piacevole storia,
     Vi vidi Lancillotto effigïato,
     Con quella che sì lungo fu sua gloria.
40Lì dopo lui dal suo destro lato
     Era Tristano, e quella di cui elli
     Fu più che d’altra mai innamorato,
E più assai ancora dopo a quelli
     N’avea ch’io non conobbi, o che la mente
     45Non mi ridice bene i nomi d’elli:
Ond’io, che in maggior parte la presente
     Faccia compresa avea, ritornai ’l viso
     A quella Donna più ch’altra piacente.

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Nol so, ma credo che di paradiso
     50Ella venisse, come io già dissi,
     Tanta ha biltà, valore e dolce riso.
O felice colui (con gli occhi fissi
     A lei allora a dire incominciai)
     Cui tu del tuo piacer degno coprissi:
55Ringraziato possa esser sempre mai
     Il tuo fattore, siccom’egli è degno,
     Veggendo le bellezze che tu hai.
Se un’altra volta il suo beato ingegno
     Ponesse a far sì bella creatura,
     60Credo che lieto il doloroso regno
E’ metterebbe in gioia fuor misura;
     Che i santi scenderiano alla tua luce,
     E que’ d’abisso verrieno in altura.
Con questa gioia, credo, si conduce
     65Ciascun di questi, ch’è pien della grazia
     Di quel (ricominciai) che qui è duce.
Oh quanto è glorïoso chi si spazia
     Ne’ suoi disiri medïante questo,
     Se con vile atto tosto non sen sazia.
70Non è occulto ciò, poscia che presto,
     Chi più ha pena, più oltre s’invia
     A volerne sentir, benchè molesto,
Dolendo sè, altrui dica che sia:
     Dunque se questo martíre è söave,
     75La pace che ne segue chente fia?
O quanti e quali già il tenner grave,
     Ch’avriano il collo a via maggior gravezza
     Posto, sapendo il dolce che in sè have.

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Invidïosi alcun dicon mattezza
     80Esser, seguir con ragion quello stile
     Che dà questo signor di gentilezza,
Lo qual discaccia via ogni atto vile;
     Piacevole, cortese e valoroso
     Fa chi lui segue, e più ch’altro gentile.
85Superbia abbatte, onde ciascun ritroso,
     O di vil condizione, esser non puote
     Di sua schiera, e quinci invidïoso
Va ischernendo que’ cui e’ percuote.