Carlo Darwin/III

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III.

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II IV


Verso la metà del presente secolo le condizioni delle scienze biologiche erano ben diverse da quelle d’adesso. I botanici ed i zoologi erano semplici classificatori, il cui lavoro principale pareva essere soltanto quello di descrivere e disporre in apposite caselle tutte le forme viventi; sebbene il vecchio concetto di specie, e più ancora i concetti di genere, di famiglia, d’ordine e di classe si vedessero minacciati da prossima rovina. Le esperienze fisiologiche erano giudicate chiuse ai naturalisti di professione; le ricerche sui costumi degli animali, inutile svago della curiosità più volgare; le indagini aventi uno scopo sintetico sulle leggi generali della morfologia comparata, rese quasi impossibili per i pregiudizii dominanti nelle scuole e propugnati dalle Accademie: inibiti al botanico ed al zoologo l’occuparsi del passato e del futuro delle specie viventi, il tentare di riunire le disgiunte trame del mondo organizzato, l’elevarsi insomma a qualsiasi concezione teoretica. Le «ipotesi» erano sbandite dalla arcigna e disdegnosa scienza ortodossa; al dire di scienziati anche illustri, lo scopo unico degli studii zoologici e botanici doveva essere quello di studiare i caratteri più obbiettivi ed estrinseci degli esseri naturali per poterli distinguere e disporre in serie subordinate di gruppi. La dottrina della immutabilità e primitiva formazione delle specie dominava fra mezzo a tutto questo lavoro arido ed infecondo di definizioni e classificazioni.


Ma le difficoltà di mantenere la scienza in codesto indirizzo apparivano fin d’allora evidenti. Non sempre la distinzione dei cosiddetti «gruppi naturali» era possibile: le specie descritte come nuove venivano a cacciarsi talora negli interstizii artificiosi fra un gruppo e l’altro e, con grande meraviglia degli ingenui e sdegno degli ortodossi, parevano riempirli e togliere per ogni volta la speranza di mantenere i limiti specifici delle forme. Poi le scoperte sulle faune e flore dei paesi poco conosciuti: indi le ricerche sulle faune fossili accrescevano le incertezze e seminavano i dubbi. Si riconobbe ben presto che non esisteva alcun criterio assoluto per la determinazione delle specie, dei generi e persino dei gruppi superiori: lo stesso criterio fisiologico della infecondità tra specie diverse e sterilità degli ibridi, attinto dalla aborrita biologia generale, non serviva per tutti i casi, e gli oppositori delle dottrine ortodosse, i fautori dell’origine naturale delle specie, i naturalisti filosofi che s’erano tramandato di generazione in generazione, come fuoco sacro, il concetto fondamentale della teoria dell’evoluzione, crescevano di numero, ingagliardivano i loro sforzi, e minacciavano d’ogni parte il crollante edifizio delle vecchie dottrine. Il malessere generale e l’incertezza che pervadevano in tutti i rami delle scienze naturali, dalla geologia alla morfologia comparata, dalla paleontologia alla biologia generale, derivavano da una causa sola: dalla mancanza d’un legame che riunisse i fatti del mondo organico a quelli del mondo inorganico, le leggi della struttura e disposizione delle parti in un individuo vivente con quelle della successione degli esseri lungo le epoche geologiche passate, infine le differenze caratteristiche dei gruppi specifici con le analogie generali di tutto il vastissimo e svariatissimo regno delle forme viventi. A costituire questo legame bastava, secondo la scuola ufficiale, il canone cuveriano dell’unità di piano voluta da un’Intelligenza superiore, che con successivi atti creativi aveva dato l’impulso a forme organizzate indipendenti, pur seguendo in questo lavoro di secoli una legge fissa ed immutabile.

Ma intanto la geologia aveva distrutto per opera di Carlo Lyell la teoria dei cataclismi terrestri, e la ipotesi delle creazioni subitanee e multiple emessa dal grande ma fanatico Cuvier era morta nel nascere: intanto la distribuzione geografica delle specie faceva nascere per necessità l’ipotesi di tanti centri distinti di creazione, distruggendo così il dogma della Creazione unica e contemporanea di tutte le forme: intanto lo studio dei fossili poneva in luce il successivo perfezionarsi del mondo organizzato lungo le epoche geologiche, e la paleontologia indietreggiava l’origine di alcune specie fino alla remotissima aurora della crosta terrestre. Il Lyell abituava la scienza a considerare i fenomeni naturali come l’effetto delle piccole cause, operanti senza interruzione e con estrema lentezza per migliaia e migliaia di secoli: gli astronomi davano della durata immensa delle età geologiche la più solenne riprova coi loro calcoli esattissimi sui valori inimmaginabili e quasi infiniti dello spazio e del tempo. Ed anche nel seno delle stesse scienze biologiche la rivoluzione andava accentuandosi da più parti. Oltre ai dubbii sul concetto classico dei caratteri specifici, la morfologia ebbe il merito di dimostrare la grande analogia fra lo sviluppo dell’individuo e quello della specie: il Von Baer aveva già scoperte le leggi dell’embriogenia individuale; e lo Schwann, lo Schleiden, il Virchow, fondando la teoria cellulare ed applicandola ai fenomeni normali e morbosi dell’organismo, chiudevano per sempre ogni adito alle influenze soprannaturali nella genesi della vita. Le indagini scientifiche venivano di tal modo sempre più restringendo il dominio delle vecchie dottrine; le quali obbligate del resto ad adattarsi al nuovo ambiente intellettuale e morale o, per dirla col Trezza, al nuovo clima storico prodotto nel corso del nostro secolo per i progressi della coltura, per le rivoluzioni economiche e politiche, per le riforme dei costumi, per le applicazioni pratiche delle scienze, avevano già iniziato il pericoloso periodo delle concessioni e delle transazioni.

Il 24 novembre 1859, anno e data che rimarranno imperituri nella storia della civiltà umana, comparve il libro di Carlo Darwin sull'origine delle specie (On the Origin of Species by means of natural selection, or the preservation of favoured races in the struggle for life, London, un vol. in -8°). Preparata lentamente durante il corso di venticinque anni, meditata e maturata frusto a frusto nell’oscura solitudine di una casa di campagna, mentre al di fuori rumoreggiava il tuono precursore della tempesta, quell’opera di piccola mole ma di valore immenso fu la scintilla che destò finalmente la desiderata catastrofe, fu, quasi direi, lo scoppio improvviso e terribile della coscienza scientifica. Vero è ben che la manifestazione d’una teoria, che servisse finalmente di vincolo generale ai fatti molteplici del mondo organico, era oramai una necessità storica; che in più parti s’andava preparando in modo quasi incosciente il lavorio fermentatore della rivoluzione; e che altri prima del Darwin aveva enunciato l’ardito concetto dell’evoluzione delle forme organiche. Ma tutto ciò nulla toglie al merito straordinario di quest’uomo, che con un tratto di genio squarciava le nubi addensate attorno al gravissimo problema dell’origine delle specie e dava al trasformismo una base positiva così sicura, che le scoperte dell’avvenire potranno modificarlo, forse, non mai distruggerlo del tutto. Senza dubbio Carlo Darwin non ha creato subitaneamente la teoria della trasformazione delle specie: l’evoluzionismo non è uscito nel suo cervello come Pallade dal cervello di Giove, e molti prima di lui sono stati trasformisti ed evoluzionisti. Il Quatrefages, l’Haeckel, Ch. Martins, lo Schmidt, ma prima di tutti il Darwin medesimo hanno dimostrato in modo efficace che la dottrina evoluzionista esisteva da lunga pezza nella scienza e che alcuni illustri naturalisti hanno creduto sempre nella variabilità delle specie e nell’origine delle forme attuali per mezzo di generazione regolare da forme preesistenti. Senza arrestarci a citare tutti i filosofi e naturalisti che in maniera più o meno evidente accennarono nei secoli passati alla trasformazione delle specie (Vanini, De Maillet, Robinet, Buffon), bastino i nomi di Erasmo Darwin, Goethe, Lamarck, Oken, Stefano ed Isidoro Geoffroy-Saint-Hilaire, De Buch, Lyell, Omalius d’Halloy, Bory de S. Vincent, H. Spencer, Naudin, Keyserling, Huxley, Schaaffhausen, Von Baer, Hooker e Wallace, i quali tutti prima o contemporaneamente col Darwin avevano espresso la loro opinione favorevole all’origine delle specie per mezzo di modificazioni successive. Se non che da questo elenco di precursori del Darwin conviene eliminare tutti quelli che, pur accennando alla dottrina d’evoluzione, non tentarono mai di sorprendere ed indovinare il processo meccanico della trasformazione degli esseri; e così noi dobbiamo ammettere che i concetti originali del darwinismo primitivo, di quello cioè manifestato nel libro sull’origine delle specie, se nacquero indubbiamente sotto l’influenza delle idee sintetiche del Lamarck e delle teorie geologiche del Lyell, raggiunsero però nel Darwin uno sviluppo così rigoglioso e si costituirono a corpo di dottrina così serrato e fecondo solo per mezzo della diretta osservazione della natura cui egli dedicò mezzo secolo, e in virtù di quella pazienza che, al dire del Buffon, costituisce il vero genio.

Nessuno forse meglio del Darwin era predisposto a portare la luce nell’oscuro problema dell’origine delle specie: ve lo preparavano, come dissi, condizioni speciali di famiglia, eredità di ingegno, indipendenza di censo, tranquillità di studii, e più ancora una profonda ed estesa coltura in tutte le branche della storia naturale. Geologo, paleontologo, botanico, zoologo e fisiologo ugualmente sommo; ingegno eminentemente sintetico e spirito profondamente osservatore; cauto nella deduzione, arditissimo nell’induzione; strapotente nello scorgere i rapporti dei fatti e nell’apprezzarne il significato, Carlo Darwin ha pochissimi che l’eguaglino nella meravigliosa coltura della mente, nessuno che gli stia presso per la semplicità e serenità del procedere nella scoperta delle leggi generali dei fatti e per quella, quasi direi, ingenuità limpida e trasparente propria solo dell’uomo di genio. La storia della pubblicazione dell’Origine delle specie è a tutti ben nota. Da venticinque anni la teoria del trasformismo per selezione naturale degli organismi viventi in causa della lotta per l’esistenza s’andava maturando nel suo cervello. Ritornato dall’America, egli non aveva potuto per più anni farsi un’esatta idea del processo modificatore delle specie: solo lo studio delle variazioni indotte dalla domesticità nei vegetali ed animali coltivati dall’uomo, gli aveva fatto scoprire il grande principio della scelta metodica. La lettura fortuita del libro del Malthus sul principio della popolazione gli fece balenare nel pensiero l’idea della scelta naturale (natural selection), che egli poteva finalmente spiegare colla lotta per l’esistenza o concorrenza per la vita (struggle for life). Ma sebbene le note di fatti favorevoli s’andassero accumulando nei suoi cartolari, e ad onta che da lungo tempo fossero state da lui scoperte tutte le leggi accessorie del trasformismo, fra cui ultima, per sua confessione, la legge del principio di divergenza, nullameno il Darwin avrebbe ancora ritardata la pubblicazione della nuova teoria se non vi era spinto dai suoi amici, il Lyell e l’Hooker, per tema che quell’immane lavoro di un quarto di secolo dovesse andare perduto. Si sa che Alfredo Wallace, nello studio della storia naturale dell’Arcipelago Malese, era giunto fino dal 1858, e ignorando completamente le ricerche del Darwin, a scoprire da solo il principio della scelta naturale. La memoria del Wallace e alcuni estratti del libro di Darwin apparvero contemporaneamente nel terzo volume delle memorie della Società linneana di Londra; e certo la lettura dei due scritti reca meraviglia per l’accordo evidente nelle idee fondamentali fra i due dotti amici, che all’insaputa l’uno dell’altro ma con processi quasi uguali erano giunti allo stesso punto. Probabilmente, se le modeste reticenze del patriarca di Down-House avessero opposto un rifiuto alla amichevole premura del Lyell e dell’Hooker, la teoria della origine delle specie avrebbe portato il nome di Wallace, e in luogo di dichiararci darwinisti noi avremmo oggi il diritto di proclamarci wallacisti.

Io non voglio né debbo qui esporre la teoria darwiniana quale si presenta nella sua massima semplicità e compattezza in quel piccolo volume del 1859: essa è nota a chiunque abbia negli ultimi anni seguito il movimento scientifico, né tale è lo scopo di questo mio scritto, sebbene io sia convinto che molti parlano ancora del Darwin senza averlo letto e moltissimi senza avere certamente capito il valore scientifico dei darwinismo. Ciò che un gruppo piuttosto numeroso di dotti e specialmente ciò che la scuola filosofica nemica dell’evoluzionismo ha voluto far credere è che l’opera del Darwin sia soltanto speculativa e che, toltone il principio teoretico del trasformismo, essa non abbia alcun significato. Ma se in realtà il merito precipuo di quel libro consiste nell’averci per la prima volta fornita una spiegazione naturale dell’origine delle specie con la teoria della sopravvivenza dei più adatti nella lotta per la vita, non è a dimenticare però che per il metodo con cui ha illuminato i rapporti dei fatti, per le ricerche originali sulla variabilità delle forme viventi domestiche, per la scoperta di molte leggi morfologiche e biologiche fin allora sconosciute, per gli studi del tutto nuovi sulla geologia e paleontologia e sulla distribuzione geografica degli esseri, il Darwin ha potuto arricchire la scienza di conquiste imperiture, ciascuna delle quali basterebbe alla gloria di tutti quei pseudo-dotti che lo combatterono e ancora lo combattono sotto il pretesto specioso di «disprezzare le viste sintetiche» e di «preferire la osservazione di un fatto solo a tutte le teorie».

Prima di tutto la potente intelligenza del Darwin e forse la stessa vita campestre lo indussero a riconoscere l’importanza delle variabilità degli animali e dei vegetali nello stato di domesticità, quando a nessun altro naturalista precedente era mai balenato il sospetto che il processo di formazione delle specie domestiche coi limitati mezzi posseduti dall’uomo avrebbe potuto spiegare anche l’origine delle specie allo stato di natura. Questo punto di partenza del trasformismo non era del tutto nuovo: è vero che né il Goethe, né il Lamarck, né Stefano Geoffroy, né l’Owen, né altri evoluzionisti vi avevano posto mente, però lo troviamo più o meno esplicitamente accennato dall’Herbert, da Isidoro Geoffroy, dallo Spencer (nel 1852), dal Naudin e forse anche da altri. Ma nel Darwin la convinzione fu fin da prima più profonda: ed egli stesso confessa che per preparare la soluzione del problema oscuro dell’origine naturale delle specie si prefisse uno studio accurato degli organismi addomesticati o coltivati, con la sicurezza di giungere a un concetto più chiaro sui mezzi di modificazione e di adattamento impiegati dalla natura. Ora questo studio delle variazioni sotto l’influenza dell’addomesticamento era stato assai negletto: tutti i naturalisti e i filosofi favorevoli all’evoluzione s’erano sempre ristretti all’influenza delle condizioni esterne, come il clima, il nutrimento, ecc., senza cercare se esistevano altre cause di variazione nell’interno, per così dire, degli organismi stessi. Il Lamarck era stato il più grande sostenitore della trasformazione delle specie sotto l’influenza dell’«ambiente»: secondo lui, la metamorfosi avveniva per l’adattarsi (adaptation) ed abituarsi (habitude) delle forme organiche alle diverse condizioni di esistenza; lo sviluppo e la energia degli organi erano costantemente in ragione dell’uso, che l’essere faceva di questi organi medesimi, e in quanto alle modificazioni esse si trasmettevano per le leggi ineluttabili dell’ereditarietà. Ma se l’abitudine è un fattore importante dell’evoluzione delle forme, se l’eredità ha realmente il potere di fissare per molte generazioni i nuovi caratteri acquisiti dall’individuo, non resta men vero che l’influenza dell’adattamento deve essere intesa in un senso molto più largo e svariato di quel che la comprendesse il Lamarck, al quale poi, nell’applicazione delle teorie genealogiche alla classificazione animale, vuolsi anche far carico d’avere lasciata incerta ed irresoluta la origine dei Vertebrati e d’aver taciuto completamente su quella dei vegetali.

Il Darwin invece dà una limitata importanza all’influenza dell’ambiente, anzi la riduce, a parer mio, oltre il necessario: tanto è vero che le ricerche più recenti hanno dovuto completare la teoria darwiniana sotto questo punto di vista, in cui era evidentemente manchevole. Il merito scientifico principale del Darwin, ciò che costituisce la forza stessa del moderno evoluzionismo, è l’avere dimostrato che le modificazioni delle forme viventi sono in principal modo l’effetto combinato delle variazioni individuali, dell’eredità e della scelta naturale. L’opera sull'Origine delle specie metteva per la prima volta in luce le analogie strettissime fra le variazioni degli animali e vegetali addomesticati e le variazioni delle specie libere e selvaggie: dimostrava la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti in forza della variabilità generale delle forme viventi: per mezzo della elezione metodica praticata dall’uomo, illuminava il processo incosciente mercè cui la natura sceglie e mantiene nella eterna lotta per l’esistenza gli individui più adatti. Ora, questi concetti fondamentali del trasformismo darwiniano, per quanto possa ammettersi che il loro valore subirà in avvenire le offese del tempo, resteranno pur sempre nella scienza come principii indiscutibili, come leggi generali del mondo vivente.

Ma non basta; vi resteranno pure altre leggi sussidiarie scoperte dal Darwin, che contribuiscono nella sua teoria a risolvere il complicato problema dell’origine delle specie, e vi resteranno anche quando il trasformismo darwiniano venisse distrutto. L’elezione sessuale, checchè ne dica il Mantegazza e pur riconoscendo che essa ebbe dal suo scopritore un’applicazione troppo estesa, varrà sempre nella scienza a spiegare la più grande parte e la più importante delle differenze caratteristiche del sesso. La scomparsa di alcune forme di elevata organizzazione e la persistenza di altre dotate invece d’un’organizzazione inferiore, non potrà trovar mai altra causa di quella attribuitale colla sopravvivenza dei più idonei e colla trasmissione dei soli caratteri utili alla specie. Così, in quanto alle differenze fra le forme organiche, resta definitivamente nella biologia la legge della divergenza dei caratteri scoperta da Carlo Darwin, mercè la quale soltanto si risolve il difficile quesito del come possano le variazioni individuali divenire gradatamente differenze specifiche, indi differenze generiche, infine differenze di famiglia, di ordini e di classi. E per rispetto all’uso od esercizio degli organi, che nell’ipotesi trasformistica del Lamarck aveva un’importanza così grande, spetta al Darwin il vanto d’averne combinato gli effetti colla elezione naturale, dimodochè la scienza acquistava per sempre il principio esplicativo di molte modificazioni di struttura, nonchè degli organi rudimentali ed atrofici.

Altrettanto sicure e definitive sono le altre leggi biologiche delle variazioni scoperte dal Darwin per rispetto alla correlazione di sviluppo, mercè cui il variare di una parte, accumulato per l’elezione e trasmesso per l’eredità, viene accompagnato dal variare di altre parti dell’organismo. Tutte le cognizioni sulla variabilità delle strutture multiple, rudimentali ed inferiori, su quella dei caratteri specifici paragonati ai caratteri generici, sulle cause per cui le variazioni di specie distinte presentano talora una sorprendente analogia, per quanto ricevano la loro più alta applicazione nella teoria trasformistica, non rimarranno men per questo fra i canoni fondamentali di tutta la biologia avvenire.

Nessuno aveva prima di Carlo Darwin data una plausibile spiegazione delle due grandi leggi secondo cui sembrano formati tutti gli esseri viventi; cioè l’unità di tipo e le condizioni di esistenza. Ma la prima si trovò illuminata dal concetto teorico dell’unità di origine e della continuità di discendenza; e in quanto all’adattamento alle condizioni di vita, esso venne abbracciato completamente dal principio dell’elezione naturale, con questo però di nuovo e di irrefutabile, che la legge dell’adattamento alle condizioni di esistenza riesce nel darwinismo la più elevata, mentre comprende quella dell’unità di piano o di tipo, per la eredità degli adattamenti antichi. Così era risolto, e per sempre, il grave quesito che tanto aveva occupato il Cuvier e le scuole ortodosse, perché pareva il più grande argomento in favore della creazione delle specie per opera d’un’Intelligenza ipercosmica: e il mirabile si è che la soluzione rampollava limpida ed evidente dall’esame dei fatti più semplici e dalla loro interpretazione mercè cause del tutto naturali.

Nell’indicare a se stesso le obbiezioni diverse che potevano esser fatte alla teoria dell’elezione naturale, Carlo Darwin fu condotto alla scoperta di alcuni nuovi concetti della biologia moderna, non che all’illustrazione di leggi quasi sconosciute ed all’apprezzamento di fatti su cui l’occhio di tutti gli altri naturalisti si sarebbe fermato inutilmente, senza il lume rischiaratore della dottrina evoluzionistica. Le pagine che fin dalla sua prima opera sull'Origine delle specie egli dedicò agli istinti animali formano un capitolo insuperabile di psicologia comparata. Dopo aver ricordato che gli istinti degli animali domestici variano e che le variazioni sono ereditarie, egli estendeva questa legge agli animali nello stato di natura, e dimostrava che, contro al pregiudizio volgare, gli istinti non sono perfetti ma soggetti ad equivoci, e che come vi ha un’evoluzione della struttura corporea, così vi ha pure un’evoluzione delle funzioni psichiche animali. Oggi, dopo tanto sviluppo degli studi psicologici, il concetto evolutivo della psiche animale ci sembra fuori di dubbio e quasi assiomatico; ma occorre riflettere che la massima parte dei progressi compiuti negli ultimi venti anni nel dominio della psicologia sperimentale trae appunto la sua origine dalla feconda teoria darwiniana. Né meno notevoli sono le considerazioni in cui entrava il Darwin per rispetto all’ibridismo. Ho già ricordato come i fautori della immutabilità della specie si giovassero specialmente della sterilità degli incrociamenti fra forme diverse, e il Darwin non si nascondeva, certo, la gravità dell’obbiezione; ma egli raccoglieva numerosi fatti, sia osservati da altri, sia di sua esperienza diretta, per chiarire che anche la sterilità fra specie distinte e l’estinzione rapida degli ibridi presentano numerose eccezioni, e che ad ogni modo le loro leggi sono in tutto analoghe a quelle che governano l’incrociamento delle semplici varietà. Spetta pure all’insigne naturalista inglese il principio che la primaria causa della sterilità di specie incrociate è ristretta alle differenze degli elementi sessuali.

Considerati nel loro assieme, tutti questi concetti darwiniani diedero corpo e vita ad una scienza nuova, che è come la sintesi di tutte quelle discipline parziali che si rivolgono allo studio delle forme viventi, della loro struttura e delle loro funzioni. Oggi possiamo ben dire che l’anatomia, la morfologia, l’embriologia, la zoologia, la botanica, la fisiologia, la psicologia, vennero per la prima volta concepite dalla vasta mente di Carlo Darwin come un complesso unico di cognizioni, e che così venne creata la «biologia» o scienza generale dei fenomeni e delle leggi del mondo organico. Certi gruppi speciali di nozioni, che parevano fino a venticinque anni fa avere vita indipendente e che appunto in ragione di questa artificiosa spezzatura del loro vincolo comune traevano esistenza stentata e quasi inutile, assunsero invece per opera del Darwin un’importanza nuova, un aspetto inatteso, un valore del tutto imprevisto. Già vedemmo sorgere nel Darwin il primo germe della sua teoria nell’osservare la distribuzione delle specie organizzate sull’ampia superficie del continente americano e sulle isole vicine. Ma anche dal punto di vista scientifico quelle osservazioni furono estremamente fertili, giacchè lo condussero, sulle orme dell’Humboldt e dei grandi scienziati viaggiatori della prima metà del secolo a spiegare col mezzo della teoria dell’elezione naturale la distribuzione geografica degli animali e vegetali. Le ricerche sull’indipendenza dei caratteri specifici delle forme viventi dalle condizioni climatiche, sui mezzi di dispersione dei germi e degli esseri, sulle faune e flore speciali delle acque dolci e delle isole in rapporto ai vicini continenti, porteranno sempre nella storia dei progressi della geografia biologica il nome del fondatore del trasformismo. Né occorre arrestarsi sulla parte avuta dal Darwin nella scoperta delle leggi più importanti della geologia e della paleontologia: basti la gloria di avere, mercè il concetto della origine comune (filogenesi) spiegata la successione nel tempo e nello spazio di tutte le forme di vita antiche e recenti. Ma anche per rispetto alla tassonomia sistematica, nuovissimo fu il concetto definitivamente acquisito alla scienza per opera del Darwin, che la subordinazione di un gruppo all’altro, la natura delle affinità per mezzo delle quali tutti gli esseri viventi ed estinti sono congiunti in un grande sistema da relazioni complesse, le norme adottate nelle classificazioni, il valore attribuito ai caratteri più costanti e prevalenti, derivano tutte naturalmente dall’ipotesi della parentela comune di quelle forme. Il Darwin scoprì così il vero significato delle parole sistema naturale. Questo sistema diventava genealogico nella sua disposizione complessa, giacchè i gradi di analogia e di differenza acquistati per l’elezione naturale combinata colla legge di adattamento alle condizioni di esistenza venivano espressi coi termini varietà, razza, specie, genere, famiglia, ordine e classe: tutti i grandi fatti della morfologia riuscivano finalmente facili ad intendersi; e il principio delle variazioni trasmesse per eredità portava la luce nei più oscuri problemi dell’embriologia e della teratologia.