Catullo e Lesbia/Annotazioni/4. A Lesbia - V Ad Lesbiam
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V.
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Adotta la massima degli Epicurei, che tutta la vita ponevano nel difetto di cure e nella pienezza della voluttà. Onde Cicerone (De nat. Deor., I), riportando le parole d’Epicuro, scriveva: Nos autem beatam vitam et in animi securitate et in omni vacatione munerum ponimus.
Ma qual beatitudine senza l’amore?
Miserum est neque amori dare ludum, |
E qual voluttà più grande dell’amore? Voluptates omnes amore imbecillores sunt, come dice Agatone nel Convito.
E si può vivere senza amare?
Cras amet qui nunquam amavit, quisque amavit cras amet. |
Amiamo dunque finchè c’è concesso, dum fata sinunt; per dirla con Tibullo:
Interea, dum fata sinunt, jungamus amores; |
E Properzio, quasi con le stesse parole:
Dum nos fata sinunt, oculos satiemus amore. |
Si contenta però di molto meno; saziar gli occhi, e niente altro. Ma l’amore incomincia dagli occhi: ex aspectu nascitur amor.
Amuri, amuri accumenzi di l’occhi, |
E il Poliziano:
O bello Dio, che al cor per gli occhi spiri |
Amiamo; la vita è tanto breve!
Onde Marziale ha ragione:
Non est, crede, sapientis dicere: vivam, |
E il casto Virgilio:
Pone merum et talos; pereat qui crastina curet, |
E Atto Sincero, citato dal Mureto, in chiave di zoccolante:
Ah! genus imprudens hominum, quid gaudia differs? |
Cum sciamus, dice Trimalcione, nos morituros esse, guare non vivamus?
Per i Romani dell’impero vivere non è soltanto vivere, ma goder della vita: vivere et frui anima, come direbbe Sallustio. Dum vivimus vivamus, scrisse un amico di Petronio sulla tomba della sua ganza. Vitula si chiamò la Dea dell’allegrezza e dei piaceri, non già da vitulus, come crede Festo e Varrone, ma, secondo Nonio, da vita, o piuttosto da vitulor, che vale allegrarsi, darsi bel tempo, godere, vivere a tavola, o in letto, come spiega il Dufour, con la mollezza d’una vitula o giovenca sdraiata sull’erba dei campi.
Ma codesta è vita da giovani. Anacreonte cantava:
ἐγὼ δἐ τὰς κόμας μέν |
Non tutti i vecchi hanno lo spirito d’Anacreonte; la loro severità proviene spesso dal dispetto e dall’impotenza. Catullo però fa molto bene a consigliar l’amica a non far caso dei susurri e delle rampogne dei vecchi.
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ch’è quanto dire: teniamoli in conto d’un centesimino bacato, per dirla alla fiorentina. Quanto all’origine e alle vicende dell’asse si può legger Varrone, 4, L.L. 36; Plinio, lib. XXXIII; Ulpiano, Dig., 28, 5, 48; Columella, V, 1, 3; Vitruvio, III, 1.
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Tangit Epicureorum opinionem, qui putarunt multos fieri et nasci soles. Plinius etiam multos soles visos fuisse tradit. Così annota il Partenio.
| Ibidem. |
Breve luce, cioè la vita. Virgilio:
Quæ lucis miseris tam dira cupido? |
e altrove:
Quo magis inceptum peragat lucemque relinquat. |
Is genti mos dirus erat, patriumque petebant |
Similmente Plauto:
Ecquid agis? remorare? lumen linque. |
E come ha detto luce la vita, così chiama notte la morte.
| Ibidem. |
conformandosi alla sentenza espressa da Platone nell’Apologia, e ad Orfeo nell’Inno alla morte:
Τὸν μακρὸν ζωοῖσι φέρων αὶώνιον ὕπνον |
Così pure Orazio:
Sed omnes una manet nox; |
dov’è a notare quell’una preso da Catullo, che l’avea preso a sua volta da Platone, e che è di maggiore effetto di quel di Properzio:
Nox tibi longa venit nec reditura dies; |
e ricorda il verso di Dante:
La morte, si sa, era creduta consanguinea del sonno; e fu opinione volgare che gli uomini fossero tratti a morte dalle stesse cagioni che ci traggono al sonno. Onde Lucrezio:
Tu quidem ut es lecto sopitus, sic eris ævi |
Anche nelle sacre carte la Morte è chiamata col nome di sonno o di quiete; e ferreo sonno, χαλκεον ὖπνον, la chiamarono i Greci. Onde Valerio Flacco:
En frigidus orbes |
E cimiteri son detti i sepolcreti, con greco vocabolo; perchè i Cristiani hanno fede che dopo morte non si faccia che dormire. Beati loro, che non dividono i dubbii del povero Amleto!
To die, to sleep; |
- Testi in cui è citato il testo Stanze de messer Angelo Politiano cominciate per la giostra del magnifico Giuliano di Pietro de Medici/Libro I
- Testi in cui è citato il testo Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)/La vita fugge, et non s'arresta una hora
- Testi in cui è citato il testo Divina Commedia/Inferno/Canto V
- Testi con errata corrige
- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi in cui è citato Epicuro
- Testi in cui è citato Albio Tibullo
- Testi in cui è citato Sesto Properzio
- Testi in cui è citato Angelo Poliziano
- Testi in cui è citato Marco Valerio Marziale
- Testi in cui è citato Publio Virgilio Marone
- Testi in cui è citato Jacopo Sannazaro
- Testi in cui è citato Marc-Antoine Muret
- Testi in cui è citato Gaio Sallustio Crispo
- Testi in cui è citato Petronio Arbitro
- Testi in cui è citato Sesto Pompeo Festo
- Testi in cui è citato Publio Terenzio Varrone
- Testi in cui è citato Nonio Marcello
- Testi in cui è citato Paul Lacroix
- Testi in cui è citato Anacreonte
- Testi in cui è citato Ulpiano
- Testi in cui è citato Lucio Giunio Moderato Columella
- Testi in cui è citato Marco Vitruvio Pollione
- Testi in cui è citato Silio Italico
- Testi in cui è citato Tito Maccio Plauto
- Testi in cui è citato Quinto Orazio Flacco
- Testi in cui è citato Platone
- Testi in cui è citato Dante Alighieri
- Testi in cui è citato Tito Lucrezio Caro
- Testi in cui è citato Gaio Valerio Flacco
- Testi in cui è citato il testo Opera:Amleto
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