Chi l'ha detto?/Parte prima/19

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§ 19. Coscienza, gastigo dei falli

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§ 19. Coscienza, gastigo dei falli
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§ 19.



Coscienza, gastigo dei falli





275.   Coscienze inquiete, rispettate le coscienze tranquille.

Così rimbeccò Felice Cavallotti i suoi urlatori quando giurò alla Camera per la prima volta nella tornata del 28 novembre 1873. Già in principio di seduta l’on. Lioy aveva protestato contro le dichiarazioni fatte dal Cavallotti nei giornali della vigilia, definendo il giuramento politico un’inutile e vuota commedia: quindi si svolse il seguente dialogo che traggo dai rendiconti della Camera:

«Presidente. Onorevole Cavallotti, lo invito a prestar giuramento.

«Cavallotti. Giuro. Domando la parola. Le mie dichiarazioni che ho fatte ieri sui giornali le mantengo tali quali. (Rumori a destra. Agitazione).

«Presidente. Onorevole Cavallotti, ella, se è un uomo d’onore, deve sapere che, prestando il giuramento, ha contratto dei doveri che deve mantenere. Io non ammetto altre interpretazioni.

«Cavallotti. Al mio onore ci penso io e ne rispondo ai miei elettori ed al paese. (Movimenti e agitazioni a destra). (Fra i rumori) Coscienze inquiete (rivolto a destra) rispettate le coscienze tranquille! (Clamori a destra).» (Rendiconti del Parlamento Italiano, Sessione del 1873-74. Discussioni della Camera dei Deputati, vol. I, pag. 123-124).

Ma che cos’è la coscienza? che cosa fa?

Il tristo ha da rendere i conti del suo mal fare prima di tutto alla propria coscienza, che non in tutti è di facile contentatura.

276.       Grave ipsius conscientiæ pondus.1

(Cicero, De natura deorum, lib. III, cap. 35).

[p. 76 modifica]È essa che comincia a far le vendette dell’offeso, è essa che molte volte spinge il colpevole a tradirsi da sè medesimo, come è spiegato nella bella ottava dell’Ariosto:

277.   Miser chi mal oprando si confida
 Ch’ognor star debba il maleficio occulto;
 Che, quando ogn’altro taccia, intorno grida
 L’aria e la terra istessa in ch’è sepulto:
 E Dio fa spesso che ’l peccato guida
 Il peccator, poi ch’alcun dì gli ha indulto,
 Che sè medesmo, senza altrui richiesta,
 Inavvedutamente manifesta.

Ma pur troppo non sono pochi coloro nei quali ogni voce interna accusatrice tace, e che la malizia più sottile sottrae alla punizione umana. Sfuggiranno essi pure a quella celeste? A giudicarne da qualche caso che ognuno di noi ricorda, ci sarebbe da dire di sì: ma il proverbio aggiunge che Dio non paga il sabato, e già la Bibbia aveva detto:

278.   Altissimus enim est patiens redditor.2

e gli antichi usavano ripetere che:

279.       Dii lanatos pedes habent.3

(Petronius Arbiter, Satyricon, § 44, in fine — Porphyrius, Comment. in Hor. carmina, III, 2, 32).
e anche

280.       Deos iratos laneos pedes habere.4

(Macrobius, Saturn., lib. I, cap. 8, § 5).

[p. 77 modifica]Il nostro maggior Poeta così rese lo stesso concetto:

281.   La spada di quassù non taglia in fretta.
  Né tardo, ma’ che al parer di colui
  Che disiando o temendo l’aspetta.

cioè la giustizia di Dio non sembra troppo sollecita nè troppo tarda se non (ma’ che per fuorchè) a colui ecc. Ed il Metastasio altrimenti commentò:

282.              Tardo a punir discendi,
          O perchè il reo s’emendi,
          O perchè il giusto acquisti
          Merito nel soffrir

(Sant’Elena al Calvario, parte prima; ediz. di Parigi, 1780, to. VI, pag. 176).

All’ordine medesimo d’idee si connette la sentenza scolastica d’incerto autore:

283.   De male quæsitis vix gaudet tertius hæres.5

cui si suole aggiungere:
Nec habet eventus sordida præda bonos

e che forse è proverbio latino medievale. Lo si trova registrato nel Thesaurus proverbialium sententiarum uberrimus congestus per Jo. Buchlerum (Coloniæ, 1613), a pag. 209, e anche altrove. In ogni modo antichi e moderni parrebbero d’accordo a rassicurarci su questa giustizia divina, la quale tosto o tardi dovrebbe cogliere il peccatore, e dargli il fatto suo senza troppa misericordia, se si presta fede ad alcuni versetti biblici notissimi:

284.   Oculum pro oculo, et dentem pro dente.6

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285.   Vidi impium superexaltatum et elevatum sicut cedros Libani. Et transivi, et ecce non erat: et quæsivi eum, et non inventus locus ejus.7

286.   Super aspidem et basiliscum ambulabis: et conculcabis leonem et draconem.8

Queste parole del Salmista è fama che avrebbe ripetuto il papa Alessandro III quando a Venezia il 1º agosto 1177 ricevette atto di obbedienza da Federico I Imperatore, il quale avrebbe risposto:

Non tibi sed Petro, cui successor es, parem,

e il papa di rimando:

Et mihi et Petro.

Il Muratori (Annali, XVII, 82) nega l’autenticità dell’episodio e come osserva il Besso (Roma e il Papa ecc., nuova ediz., pag. 226) il carattere onesto e dignitoso di Alessandro consiglia di dubitarne. La controversia, se il detto abbia o no un fondamento storico, non è risolta: ma non sarà inutile ricordare che della tradizione è fatto ricordo già nei versi che nel 1343 scriveva il Castellano Bassanese, De Venetiana pace inter Ecclesiam et Imperium, pubblicati per la prima volta da Attilio Hortis nell’Archeografo triestino, giugno 1889.

È pure della Bibbia il seguente

286.   Per quæ peccata quis per hæc et torquetur.9

a proposito del quale, se non è irriverenza ravvicinare la Bibbia a Stecchetti, mi sia concesso citare di uno fra i tanti travestimenti [p. 79 modifica]del Cinque Maggio, composto da Olindo Guerrini per la morte di Napoleone III col titolo IX Gennaio (1873), i due versi seguenti:
Dove peccò, l’Altissimo
Punisce il peccator.

Vero è che qualche scettico potrebbe ripeterci il verso di uno scrittore, meno autorevole certamente della Bibbia, il commediografo Molière, il quale avrebbe detto che:

288.   Il est avec le ciel des accommodements.10

ma Molière non scrisse proprio così, bensì scrisse nella commedia Le Tartuffe ou l’imposteur, atto IV, sc. 5:
Le ciel défend, de vrai, certains contentements:
Mais on trouve avec lui des accommodements.

Egli dunque parlava di certe comode transazioni che gl’ipocriti, simboleggiati nell’immortale Tartuffo, fanno con la propria coscienza, ma non osò dubitare della giustizia divina, e del gastigo che i rei dovranno finalmente ricevere per le loro colpe, se non altro nel terribile giorno del giudizio finale. Si allude a questa credenza cristiana ripetendo usualmente, anche in altro senso, le parole latine

289.                  Dies iræ, dies illa.11

che sono il primo verso di un inno liturgico, cui si dà il titolo spurio In die iudicii, attribuito con molto fondamento al B. Tommaso da Celano, discepolo di S. Francesco d’Assisi, e morto verso il 1275 a Tagliacozzo. La sequenza che descrive con mirabile realismo il giorno del giudizio universale, fu introdotta fin dai primi tempi nella messa de’ defunti; e questo faceva dire al Giusti:

290.           Tra i salmi dell’Uffizio
          C’è anco il Dies irae:
          O che non ha a venire
          Il giorno del giudizio?

(La terra dei morti, str. 15).
  1. 276.   Grave è il peso della propria coscienza.
  2. 278.   L’Altissimo è pagatore paziente.
  3. 279.   Gli dêi hanno i piedi calzati di lana [ossia raggiungono il colpevole senza farsi sentire].
  4. 280.   Gli dêi sdegnati hanno i piedi calzati di lana.
  5. 283.   Delle cose male guadagnate appena gode il terzo erede.
  6. 284.   Occhio per occhio e dente per dente.
  7. 285.   Io vidi l’empio a grande altezza inalzato, come i cedri del Libano. E passai, ed ei più non era, e ne cercai, e non si trovò il luogo dov’egli era.
  8. 286.   Camminerai sopra l’aspide e sopra il basilisco: e calpesterai il leone e il dragone.
  9. 286.   Per là dove l’uomo pecca, egli sarà punito.
  10. 288.   Anche col cielo c’è modo di accomodarsi.
  11. 289.   Il giorno dell’ira, quel giorno....