Chi l'ha detto?/Parte prima/73

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Parte prima - § 73. Tavola, cucina, vini, altre bevande

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Parte prima - § 73. Tavola, cucina, vini, altre bevande
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§ 73.



Tavola, cucina, vini, altre bevande





1695.   Sine Cerere et Libero (non Baccho) friget Venus.1

(Terenzio, Eunuchus, a. IV, sc. 6, v. 731).


e assieme con Venere tremerebbero di freddo e di debolezza molti altri dei e dee, a cominciare dalla dotta Minerva, poiché sacco vuoto non sta ritto.

Nel poema dantesco possiamo trovare diverse frasi nelle quali ricorrono le idee di mangiare e di cibo, e quindi possono citarsi in occasioni buccoliche; ecco per esempio le seguenti:

1696.   ....Dopo il pasto ha più fame che pria.

(Inferno, c. I, v. 99).
ed è la simbolica lupa che « a natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia»;

1697 .   La bocca sollevò dal fiero pasto
Quel peccator....

(Inferno, c. XXXIII, v. 1-2 ).
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ed il famoso verso:

1698.   Poscia, più che il dolor, potè il digiuno.

(Inferno, c. XXXIII, v. 75).
col quale si chiude il terribile e pietoso racconto del conte Ugolino e la cui interpretazione fu soggetto di lunga polemica. «Più fiera battaglia di quella non seguisse per Elena rapita al letto maritale da Paride, si combattè fra i critici al cominciare del secolo per questo verso, cagione di tanto tempo vanamente e inutilmente perduto , dice Giovanni Sforza che narrò distesamente la storia della noiosa controversia nel cap. II del suoi studi storici Dante e i Pisani (nel periodico di Bologna, Il Propugnatore, vol. I, 1868, pag. 673-687): e ancor più prolissamente espose le vicende della lunga logomachia il signor Domenico Cangiano nel volume: Il peccato di Ugolino (Caserta, G. Maffei e C, s. a.).

Ma questi pasti danteschi (un pasto di belva feroce, uno o due da antropofaghi) sono cose poco appetitose, e se vogliamo qualcosa che accomodi meglio lo stomaco, bisogna rivolgersi altrove, per esempio (nè saprei di meglio) al gran pontefice della gastronomia, il celebre Anthelme de Brillât-Savarin (1755-1826), autore della Physiologie du goût, donde traggo due aforismi, il IV e il XV:

1699.   Dis-moi ce que tu manges; je te dirai ce que tu es.2

1700.   On devient cuisinier, mais on naît rôtisseur.3

Al primo dei due aforismi si ispirò Lodovico Feuerbach, quando, nella prefazione alla Lehre der Nahrungsmittel für das Volk (Erlangen, 1850) del Moleschott, scrisse:

Der Mensch ist was er isst.

e quindi ad illustrare quest’aforisma pubblicò una memoria col titolo: «Das Geheimnis des Opfers oder der Mensch ist was er isst.»
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Pure notissimo fra gli aforismi di Brillat-Savarin (i quali precedono l’opera citata) è il XX:

1701.   Convier quelqu’un, c’est se charger de son bonheur pendant tout le temps qu’il est sous notre toit.4

Ma non basta mangiare, poichè il misero mortale non soffre soltanto la fame, ma anche la sete, e

1702.   L’appétit vient en mangeant, disoyt Angest on Mans; la soif s’en va en beuvant.5

(Rabelais, Gargantua, liv. I, cap. V; nella edi-
zione critica delle Opere a cura di A. Lefranc,
to. I, Paris. Champion, 1912, pag. 62).
Così è la vera lezione delle edizioni originali; ma le edizioni scorrette leggono invece: disoit Angeston, mais la soif ecc. La persona cui qui si allude, è il dott. Hierome de Hangest, vescovo del Mans, dottore della Sorbona e grande scolastico (morto nel 1538); sulla fonte di questa citazione, o meglio sul testo dell’Hangest al quale Rabelais allude (ed è una citazione del trattato De causis) si veda la Revue d’études rabelaisiennes, to. VII, 1909, pag. 376. È quindi da escludere che l’autore del motto sia, come qualcuno ha creduto, Amyot, vescovo di Auxerre, che avrebbe così risposto a Carlo IX il quale lo rimproverava di sollecitare sempre nuove prebende. Questo non vuol già dire che si beva soltanto per estinguere la sete, ohibò! si beve per gusto, si beve per non stare in ozio, giusta l’ammonizione di quel frate tedesco a’ suoi compagni:

Bibite, fratres, bibite, ne diabolus vos otiosos inveniat.

si beve per scacciare i pensieri neri. Infatti

1703.   E bevendo, e ribevendo
I pensier mandiamo in bando.

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Cosi Francesco Redi nel festosissimo ditirambo Bacco in Toscana, di cui del resto molti altri versi sono rimasti vivi nella memoria non dei soli letterati. Tali sono quelli nei quali ricordando il classico In vino veritas, esclama:

                    Quanto errando, oh quanto va
                    Nel cercar la verità
                    Chi dal vin lungi si sta!

quelli nei quali impreca al caffè,

                    Beverei prima il veleno,
                    Che un bicchier, che fosse pieno
                    Dell’amaro e rio caffè.

o dice male della birra o del sidro,

                    Chi la squallida cervogia
                    Alle labbra sue congiugne
                    Presto muore, o rado giugne
                    All’età vecchia e barbogia:
                    Beva il sidro d’Inghilterra
                    Chi vuol gir presto sotterra;
                    Chi vuol gir presto alla morte
                    Le bevande usi del Norte.

e le più nere invettive ai bevitori d’acqua:

                    Chi l’acqua beve
                    Mai non riceve
                    Grazie da me.

E quegli altri poco più oltre, che calzano a cappello anch'oggi per le esagerazioni di certi idroterapici:

                    Vadan pur, vadano a svellere
                    La cicoria e raperonzoli
                    Certi magri mediconzoli,
                    Che coll’acqua ogni mal pensan di espellere.

Le antipatie contro l’acqua sono vecchie: anche una canzone del conte di Ségur sostiene che

1704.   Tous les méchants sont buveurs d'eau;
C’est bien prouvé par le déluge.6

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mentre del vino fa le lodi fin la Bibbia:

1705.   Vinum lætificat cor hominis.7

(Salmo CIII, v. 15).
e anche nell’Ecclesiaste (cap. XL, v. 20): «vinum et musica lætificant cor.»

Fra i versi del Redi che ho citato poco innanzi, alcuni parafrasano, come ho già accennato, il classico:

1706.   In vino veritas.8

proverbio volgarissimo latino, che perciò si ritrova in gran numero di autori; menzionerò soltanto Plinio il vecchio, Historia Nat., lib. XIV, cap. 28 (vulgoque veritas jam attributa vino est); e ad esso corrispondono infiniti proverbi che rendono la stessa idea in ogni lingua. Dei Tedeschi, famosi bevitori in ogni tempo, fu detto facetamente: Si latet in vino veritas, ut proverbia dicunt, invenit verum Teuto, vel inveniet (Sincerus Junior, Medulla facetiarum, Stuttgart, 1863, pag. 267). Anche Beniamino Franklin così piacevolmente divagò sull’argomento: «La vérité est dans le vin. Avant Noè donc les hommes n’ayant que de l’eau à boire, ne pouvaient trouver la vérité. Ainsi ils s’égarèrent, ils devinrent abominablement méchants, et ils furent justement exterminés par l’eau qu’ils aimaient à boire.» (Lettre à M. Morellet).

Il caffè, così sprezzato dal Redi, ha nondimeno molti fervidi adoratori, e uno di costoro era il Talleyrand che vuolsi abbia detto che

1707.   Le café doit être chaud comme l’enfer, noir comme le diable, pur comme un ange, et doux comme l'amour.9

Altre frasi relative al bere in genere, e che non di rado si citano, sono le seguenti:

1708.   Lo dolce ber che mai non m'avria sazio.

(Dante, Purgatorio, c. XXXIII, v. 138).
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1709.   Bevendo in fresco, e bestemmiando Cristo.

chiusa di un celebre sonetto (XVII) nei Postuma di Lorenzo Stecchetti cioè Olindo Guerrini:

1710.   Ma fu l’ultimo il birbone.

nel melodramma giocoso Pipelè, avvero il portinaio di Parigi, musica di S. A. De-Ferrari, parole di Raffaele Berninzone (a. III, sc. 7); Pipelè torna a casa ubriaco e la moglie Maddalena gli chiede:

                    Quanti fiaschi n'hai vuotati?

e lui:

                    Non saprei.... non li ho contati
                    Ma fu l'ultimo il birbone
                    Che mi fa ballar la polka,
                    La furlana, il minuè.

Poco dicemmo del mangiare: nondimeno ecco un epigramma elogiativo di un grande poeta latino che di buona tavola e di lieto vivere s’intendeva:

1711.   Inter aves turdus, si quis me judice certet;
Inter quadrupedes mattya [ovvero gloria] prima lepus. 10

(Marziale, Epigr., lib. XIII, ep. 92).

E finalmente non potremo lasciare quest’argomento del mangiare e del bere, senza registrare un notissimo versetto biblico, celebre perchè i protestanti ne hanno fatto l’applicazione ai digiuni:

1712.   Non quod intrat in os, coinquinat hominem: sed quod procedit ex ore, hoc coinquinat hominem.11

(Evang. di S. Matteo, cap. XV, v. 11).

Note

  1. 1695.   Senza Cerere e Bacco, Venere è gelata.
  2. 1699.   Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei.
  3. 1700.   Cuoco si diventa ma rosticciere si nasce.
  4. 1701.   Invitare qualcuno a pranzo, vuol dire incaricarsi della felicità di lui durante le ore ch’egli passa sotto il vostro tetto.
  5. 1702.   L’appetito viene mangiando, diceva Angest del Mans; la sete se ne va bevendo.
  6. 1704.   Tutti i malvagi sono bevitori d’acqua come è dimostrato dal diluvio.
  7. 1705.   Il vino rallegra il cuore dell'uomo.
  8. 1706.   Nel vino sta la verità.
  9. 1707.   Il caffè deve essere caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo, e dolce come l’amore.
  10. 1711.   Se nella questione alcuno chiami me a giudice, dirò che il più prelibato fra gli uccelli è il tordo, fra i quadrupedi la lepre.
  11. 1712.   Non quello che entra per la bocca, imbratta l’uomo; ma quello che esce dalla bocca (cioè le cattive parole), questo è che rende l’uomo immondo.