Commedia (Buti)/Paradiso/Canto V

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Paradiso
Canto quinto

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Paradiso - Canto IV Paradiso - Canto VI
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C A N T O     V.

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1S’ io ti fiammeggio nel caldo d’ amore
     Di là dal modo che ’n terra si vede,
     Sì che delli occhi tuoi vinco ’l valore;
4Non ti meravilliar che ciò procede
     Da perfetto veder, che, come apprende,
     Così nel bene appresso muove ’l piede.1
7Io veggio ben sì come già risplende
     Nello intelletto tuo l’ eterna luce,
     Che vista sola e sempre amore accende;2
10E s’ altra cosa vostro amor seduce,
     Non è se non di quella alcun vestigio
     Mal cognosciuto, che quivi traluce.
13Tu vuoi saper, se con altro servigio
     Per voto manco si può render tanto,3
     Che l’ anima siguri da litigio.
16Sì cominciò Beatrice questo canto;
     E sì com on che suo parlar non spezza,4 5
     Continuò così il processo santo:

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19Lo maggior don che Dio per sua largezza6
     Fesse creando, e alla sua bontate
     Più conformato, e quel che più apprezza,
22Fu della voluntà la libertate,7
     Di che le creature intelligenti,
     E tutte e sole furo e son dotate.
25Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
     L’ alto valor del voto, s’ è sì fatto,
     Che Dio consenta quando tu consenti.
28Che nel fermar tra Dio e l’ uomo il patto,
     Vittima fassi di questo tesoro
     Tal, qual io dico, e fassi col suo atto.
31Dunque che render puossi per ristoro?
     Se credi bene usar quel ch’ ài offerto,
     Di mal tolletto vuoi far buon lavoro.8
34Tu se omai del maggior punto certo;
     Ma perchè santa Chiesa in ciò dispensa,
     Che par contra ’l dover ch’ io t’ ò scoperto,9
37Convienti ancor seder un poco a mensa:
     Però che ’l cibo rigido ch’ ài preso,
     Richiede ancor aiuto a sua dispensa.10
40Apre la mente a quel ch’ io ti paleso,
     E fermalv’ entro: chè non fa scienza11
     Senza lo ritener l’ aver inteso.
43Du’ cose si convegnano all’ essenza
     Di questo sacrificio; l’ una è quella
     Di che si fa, l’ altra è la convenenza.

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46Quest’ ultima giammai non si cancella,
     Se non servata, e dintorno di lei12
     Sì preciso di sopra si favella.
49Però necessità fu alli Ebrei
     Pur l’ offerir, per ben che alcuna offerta13
     Si permutasse, come saper dei.
52L’ altra, che per materia t’ è aperta,
     Puote ben esser tal, che non si falla,
     Se con altra materia si converta,
55Ma non trasmuti carco alla sua spalla
     Per suo arbitrio alcun, senza la volta
     E de la chiave bianca e de la gialla.
58Et ogni permutanzia credi stolta,14
     Se la cosa dimessa in la sorpresa,
     Come quattro nel sei, non è ricolta.15
61Però qualunqua cosa tanto pesa
     Per suo valor, che tragga ogni bilancia,
     Sodisfar non si può con altra spesa.
64Non prendano i mortali il voto a ciancia:16
     Siate fideli, et in ciò far non bieci,17
     Come fu Iepte a la sua prima mancia,
67Cui più si con venia di dir: Mal feci,18
     Che servando far peggio; e così stolto
     Ritrovar puoi lo gran duca dei Greci.
70Onde pianse Efigenia lo suo bel volto,
     E fe pianger di sè i folli e i savi,
     Ch’ udir parlar di così fatto colto.

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73Siate, cristiani, a muovervi più gravi:
     Non siate come penna ad ogni vento,
     E non crediate ch’ ogni acqua vi lavi.
76Avete il nuovo e ’l vecchio Testamento19
     E ’l pastor de la Chiesa che vi guida.
     Questo vi basti a vostro salvamento.
79Se mala cupidigia altro vi grida,
     Omini siate e non pecore matte,
     Sì che l’ Iudeo tra voi di voi non rida.20
82Non fate com l’ agnel che lassa il latte21
     Della sua madre, e semplici e lascivo
     Seco medesmo a suo piacer combatte.
85Così Beatrice a me, com’ io scrivo,
     Poi si rivolse tutta disiante
     A quella parte ov’ è ’l mondo più vivo.22
88Lo suo tacere e trasmutar sembiante23
     Puoser silenzio al mio cupido ingegno,
     Che già nuova question avea davante.
91E siccome saetta che nel segno
     Percuote pria, che sia la corda queta;
     Così corremmo nel secondo regno.
94Quivi la donna mia viddi sì lieta,24
     Come nel lume di quel Ciel si mise,
     Che più lucente se ne fe ’l pianeta.
97E se la stella si cambiò e rise,
     Qual mi fec’ io, che pur da mia natura
     Trasmutabile son per tutte guise!

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100Com’ in peschiera ch’ è tranquilla e pura
     Traggano i pesci a ciò che vien di fori,25
     Per modo che lo stimin lor pastura;
103Così vidd’ io più di mille splendori26
     Trarsi ver noi, et in ciascun s’ udia:
     Ecco chi crescerà li nostri amori.
106E sì come ciascuno a noi venia,
     Vediasi l’ ombra piena di letizia27
     Nel suo chiaro fulgor che da le’ uscia.28
109Pensa, lettor, se quel che qui s’ inizia
     Non procedesse, come tu aresti29
     Di più saper angosciosa carizia.
112E per te vederai come da questi30
     M’ era in disio d’ udir lor condizioni,
     Sì come a li occhi mi fur manifesti.
115O bene nato, a cui veder li Troni31
     Del triunfo eternal concede grazia,
     Prima che la milizia s’ abbandoni,
118Del lume che per tutto ’l Ciel si spazia,
     Noi siamo accesi; e però se desii
     Da noi chiarirti, a tuo voler ti sazia.32
121Così da un di quelli spiriti pii
     Detto mi fu, e da Beatrice: Dì, dì
     Siguramente e crede come ai dii.
124Io veggio ben siccome tu t’ annidi
     Nel primo lume e che dalli occhi il traggi,33
     Perch’ ei coruscan sì come tu ridi.

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127Ma non so chi tu se, nè perchè aggi,
     Anima degna, il grado della spera
     Che si vela ai mortai colli altrui raggi.34
130Questo diss’ io diritto a la lumera,
     Che pria m’ avea parlato; onde ella fessi
     Lucente assai più di quel ch’ ell’ era.
133Siccome ’l Sol che si cela elli stessi
     Per troppa luce, quando el caldo à rose35
     Le temperanze dei vapori spessi;
136Per più letizia sì mi si nascose
     Dentro al suo regno la figura santa,
     E così chiusa chiusa mi rispuose
139Nel modo che ’l seguente canto canta.

  1. v. 6. C. A. appreso move il
  2. v. 9. C. A. sola sempre
  3. v. 14. C. A. manco voto
  4. v. 17. C. A. E, sì com’uom
  5. v. 17. On, uon dissero i nostri antichi, mutando in n l’ m quando precedeva una consonante. Il Pucci à « Com’uon crudele » E.
  6. v. 19. C. A. larghezza
  7. v. 22. C. A. volontà
  8. v. 33. Tolletto; dal tollectum adoperato specialmente in alcuni Brevi Pisani del 1300. E.
  9. v. 36. C. A. quel ver ch’io ò scoverto,
  10. v. 39. C. A. ancora aiuto a tua
  11. v. 41. C. A. dentro :
  12. v. 47. C. A. ed intorno di lei
  13. v. 50. C. A. offerere, ancor che
  14. v. 58. C. A. permutanza creda
  15. v. 60. C. A. il quattro nel sei, non è raccolta,
  16. v. 64. C. A. prendan li
  17. v. 65. C. A. fedeli, ed a ciò
  18. v. 67. C. A. dicer: Mal
  19. v. 76. C. A. il vecchio, e il nuovo
  20. v. 81. C. A. il Giudeo
  21. v. 82. C. A. come agnel che lascia
  22. v. 87. ove il cielo e più
  23. v. 88. C. A. e il trasmutar
  24. v. 94. C. A. vidi io la donna mia
  25. v. 101. C. A. Traggon li
  26. v. 103. C. A. Lì vidi io ben più
  27. v. 107. C. A. Vedeasi
  28. v. 108. C. A. Nel folgor chiaro che di lei
  29. v. 110. C. A. avresti
  30. v. 112. C. A. E parte vedrai come di
  31. v. 115. C. A. O ben creato,
  32. v. 120. C.A. tuo piacer
  33. v. 125. C.A. e’ n che dagli
  34. v. 129. C. A. a’ mortai con
  35. v. 134. C. A. come il caldo

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C O M M E N T O


S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore ec. Questo è lo quinto canto della terza cantica, nel quale lo nostro autore finge come Beatrice rispuose al dubbio del voto Ch’elli avea mosso; et appresso come montorno al secondo cielo, nel secondo pianeto, cioè di Mercurio. E dividesi questo canto principalmente in due parti: imperò che prima finge come Beatrice rispuose al dubio mosso di sopra, cioè se ’l voto si può permutare; nella seconda dimostra come si trovorno montati al secondo pianeto, cioè Mercurio, et incominciasi quine: Cosi Beatrice ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in sei parti: imperò che prima finge l’autore come Beatrice rende la cagione a lui; per ch’ella fiammeggia nelli occhi oltra ’l modo usato quando ella era nel mondo; nella seconda parte finge com’ella incominciò a dichiarare lo dubbio mosso di sopra, quine: Lo maggior don ec.; nella terza parte finge com’ella, dichiarato lo primo punto del dubio che era maggiore, intrò a dichiarare possa lo secondo, et incominciasi quine: Tu se omai ec.; nella 1 quinta parte si dimostra come [p. 144 modifica]Beatrice adiunse la sua ammonizione alli omini che non siano leggeri a farli li 2 voti, et induce alcuno esemplo, et incominciasi quine: Ma non trasmuti ec.; nella sesta parte finge come Beatrice, continuando la sua esortazione, ammonisce li cristiani che seguitino la dottrina della Chiesa intorno ai voti et alla loro permutazione, et incominciasi quine: Siate, cristiani, ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo colla esposizione litterale e colla allegorica e morale.

C. V— v. 1-18. In questi sei ternari lo nostro autore finge come Beatrice l’incominciò a parlare, prima dichiarando la cagione per che più ora risplendeva che quando era in terra, et a l’ultimo proponendo lo dubbio che era mosso di sopra e che di sotto si dè dichiarare, dicendo così: S’io; cioè se io Beatrice, ti fiammeggio; cioè ardo et ardente ti paio, nel caldo d’amore; cioè nel calore dell’amore divino, Di là dal modo; cioè oltra lo modo, che ’n terra si vede; cioè giù nel mondo, Sì; cioè per sì fatto modo, che vinco ’l valore; cioè la potenzia visiva, delli occhi tuoi; cioè sì che li occhi tuoi non mi possano sostenere, Non ti meravilliar; cioè tu, Dante: quel che le parole significhino secondo la lettera infine a qui detto è; ma ora si dè mostrare che intese l’autore sotto questa lettera, che pensare si dè che l’autore non sallitte in cielo se non colla mente. E però debbiamo intendere che l’autore volse dimostrare che una volta vidde Beatrice, cioè la sapienzia, cioè la santa Scrittura in terra, cioè quando elli era garzone e poco intelletto avea, meno splendente che ora: imperò che terreno, ancora non avea intelletto che adiungiesse 3 a considerare l’ardente intelletto e litterale et allegorico che è 4 nella sapienzia, nè l’ardente carità che ebbe la ragione e lo intelletto di coloro che ànno composto li suoi testi. Ma ora ch’elli avea tanto inalzato lo ingegno, che era già levato a considerare la influenzia de la Luna e la virtù di quelli beati che sono ripresentati quine secondo la sua fizione, vedea l’ardentissimo amore che fu nella ragione e nello intelletto di quelli santi dottori che ànno scritto la santa Teologia, e l’ardente intelletto litterale et allegorico in essa tanto eccessivo dal modo della puerizia, che li occhi suoi; cioè la ragione sua e lo intelletto, non erano sofficenti a ciò comprendere, com’è dimostrato di sopra, quando disse che la sua virtù visiva diede luogo e voltò le reni. Et assegna la cagione, per che non si dè meravigliare di questo, che ciò procede; cioè quello che detto è, cioè ch’io risplenda più nella carità ora, che quando tu eri garzone, Da perfetto veder; cioè questa è la cagione, che tu ài perfetto vedere ora, che non avei allora: lo vedere s’intende qui intellettivo, e come lo vedere corporale vede mellio le sottilliezze de’ lineamenti quando è [p. 145 modifica]perfetto che quando non è; così lo intelletto quando è perfetto vede più sottilmente le cose d’Iddio che l’à infuse e che nelle sue opere continuamente à dimostrato e dimostra: quanto l’omo più s’approssima a Dio collo intendimento, tanto più in lui si manifesta la grande luce che è nell’opere sue; e però seguita, che; cioè lo quale, come, apprende; cioè com’elli riceve intendimento del sommo bene, Così nel bene 5 appresso; cioè per lo intelletto ricevuto incontenente 6, muove ’l piede; cioè l’affezione ad averlo et a mellio considerarlo. E questo è, secondo la sentenzia di santo Agustino che dice: Accedendo enim ad Dominum illuminatur ignorantia et corroboratur infirmitas, data sibi intelligentia qua videat, et caritate qua serviat. Perchè infine 7 a qui à parlato generalmente, ora adiugne a suo proposito quel ch’à detto di sopra, dimostrando essere nell’autore, dicendo: Io; cioè Beatrice, veggio 8 ben sì come già risplende; cioè comprendere 9 si dimostra, Nello intelletto tuo; cioè di te Dante, l’eterna luce; cioè lo lume del sommo bene e lo seme del vero, lo quale cresce quando lo intelletto s’esercita in considerare, investigare la verità e lo sommo bene, lo quale s’accende a comprendere, e fiamma cresce di carità d’amore quanto più lo intelletto ne cognosce e comprende: imperò lo lume dello intelletto è quando la luce della verità vi risplende, lo svellia et accendesi ad amare e desiderare; e dice eterna luce: imperò che la verità è eterna, e lo sommo bene: imperò che sempre fu et è e serà, Che; cioè la quale eterna luce, vista sola; cioè nello intelletto tuo: imperò che non è occupato se non dal seme del vero, e sempre amore accende: questo seme del vero diletta tanto l’anima, che fa l’anima ardere d’amore ad investigare e trovare quanto lo vero si stende; unde dice Boezio nel iv della Filosofica Consolazione: Haeret profecto semen introrsum veri, quod excitatur, ventilante doctrina. Et ora dichiara, rispondendo a l’obiezione che si potrebbe fare; in che modo avviene che alcuna volta nello intelletto è la falsa oppinione, che viene contra a quello che detto è; cioè: Che vista sola; dicendo: E s’altra cosa; che la verità, vostro amor; cioè di voi omini, seduce; cioè inganna, Non è se non di quella; cioè eterna luce, alcun vestigio; cioè alcuna apparenzia, Mal cognosciuto; cioè quello vestigio dell’omo, che s’inganna [p. 146 modifica]nel suo cognoscere, che; cioè lo qual vestigio, quivi; cioè nello intelletto umano, traluce 10; cioè trapassa con falsa luce: imperò che pare quel che non è. In somma si dè intendere che nella mente umana naturalmente Iddio à posto lo cognoscimento del sommo bene, che è essa verità; e delettandosene la mente l’ama, et amando lo desidera; e crescendo Io diletto per lo cognoscimento che cresce cresce l’amore; e crescendo l’amore cresce lo desiderio, e se altra cosa entra nel desiderio umano, è per cagione del cognoscimento che è ingannato da falsi beni che ànno apparenzia di vero bene e non sono. Et ora ritorna al dubbio proposto di sopra, dicendo: Tu; cioè Dante, vuoi saper; cioè da me, se con altro servigio; cioè con altra buona operazione, Per voto manco; cioè lassato e non adempiuto, si può render tanto; cioè da colui che à fatto lo voto, Che l’anima; di colui che l’à fatto, siguri; cioè quello ch’elli rende, da litigio; cioè da briga e da pena nell’altra vita. Sì cominciò; cioè per lo modo che è detto di sopra, Beatrice questo canto; quinto. E sì com on; cioè e sì come fa l’omo, che; cioè lo quale, suo parlar non spezza; cioè non rompe e divide, Continuò cosi; cioè come dirà di sotto, il processo santo; cioè la santa estensione del suo parlare: imperò che ’l parlare della sapienzia e della santa Scrittura non può essere, se non santo: imperò che è stata ispirata nelle menti umane dallo Spirito Santo. A dichiaragione di questo dubbio è da notare che ’l voto non è altro che obligagione della voluntà libera, fatta con promissione da l’omo a Dio, intorno ad alcuna cosa; nella quale diffinizione si nota la forma del voto, in quanto si dice obligagione della voluntà 11 libera, fatta da l’omo con promissione a Dio. E notasi la materia in quanto si dice intorno ad alcuna cosa; et intorno alla forma si muove questo primo dubbio; cioè se questa obligagione si può annullare, poi che è fatta. Brievemente conchiude l’autore che no: imperò che questo è sacrificio che l’uomo rende a Dio, e già è accettato da Dio, che non si può rompere, nè con altra cosa soddisfare: imperò che niuna cosa è di tanto grado, quanto è la libertà dello arbitrio, sì veramente che concorrano le condizioni che intorno a ciò si richiedono; cioè prima intorno alla forma, cioè che sia persona che si possa obligare, e però le donne che ànno marito, perchè sono sotto la podestà del marito non si possano obbligare, e così li servi 12; e però tale voto Iddio non accetta, e questi [p. 147 modifica]cotali si chiamano stolti voti: quando si fanno contro li buoni, e se nelle cose viziose si fanno si chiamano voti, e non si denno osservare; et intorno a la materia, s’ella è cosa che Iddio accetti: imperò che Iddio non accetta se non le cose virtuose; ma niente di meno non dè alcuno che faccia voto essere sciolto, se non con autorità del pastore della Chiesa: imperò che, obbligato non si può disobligare, se non osservando la promessa o per autorità de l’iudice avente di ciò autorità, come sono li pastori della Chiesa, vicari d’Iddio, li quali possano liberare da li stolti voti e viziosi, come sono li detti di sopra; o quando per la materia promessa si lassasse o impedisse maggior bene, sì come da cosa che Iddio non à accettata. E però se l’omo rompe tali stolti voti altremente che con licenzia, pecca; e quando la materia fusse cosa di peccato proibita da Dio, più tosto si dè rompere lo voto che osservarlo: imperò che dice e parla l’autore in questa forma che seguita, fingendo che parli Beatrice.

C. V— v. 19-33. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Beatrice continuò lo suo parlare, volendo solvere lo dubbio proposto di sopra dicendo: Lo maggior don; dono cioè, che Dio per sua largezza Fesse creando; cioè facesse quando creò l’omo per sua liberalità e cortesia: imperò che non n’era tenuto, se non quanto voleva, e alla sua bontate; cioè di Dio, che è sommo bene, Più conformato; cioè più correspondente, e quel che più apprezza; cioè Iddio, Fu della voluntà la libertate; cioè lo libero arbitrio, che non è altro che la voluntà libera, Di che; cioè della quale libertà, le creature intelligenti; cioè li agnoli e li omini, E tutte e sole furo e son dotate; cioè adornate: dote 13 è ornamento, e però dotare è adornare. Iddio diede per adornamento a tutti li agnoli et a tutti li omini la libertà dello arbitrio, et a nulla altra spezie di creature la diede se non a queste due; et in queste due creature, benchè al principio fusse data parimente, ora è disegualmente: imperò che ne li agnoli è confermata questa libertà: imperò che non possono più cadere: imperò che sono coufirmati in grazia; ma li omini possano cadere e possano risurgere sì, che bastasse a vita eterna. E sopra questa parte è da considerare quelle tre cose, che l’autore dice della libertà dell’arbitrio; cioè lo primo, che è lo maggior dono che Iddio facesse in tutta la creatura; lo secondo, che è più conforme alla sua bontate; lo terzio, che è quello dono che Iddio più appregia. Quanto al primo è manifesto che lo libero arbitrio è lo maggior dono che Iddio facesse nella creatura: imperò che lo libero arbitrio presuppone ragione e voluntà; ragione in quanto si dice [p. 148 modifica]arbitrio: imperò che alla ragione sta arbitrare e discernere quello che si dè volere e non, et alla voluntà sta di volere o non volere; e pertanto si dice libero. E per queste due cose si dice l’omo fatto a similitudine e imagine di Dio, cioè per la ragione e voluntà: e per la terzia cosa, cioè per la memoria la quale si presuppone, posta la ragione e la voluntà: imperò che nè la ragione, nè la voluntà potrebbono fare lo suo atto, se non precedesse la memoria: imperò che lo presente è uno istante indivisibile, per che si coniunge lo preterito col futuro. Le quali tre cose Iddio à dato solamente alla natura angelica et umana; per le quali tre cose queste due nature avansano tutte l’altre nature create; e però, poi che per queste tre cose s’approssimano a Dio più che tutte l’altre creature et 14 avanzano tutte l’altre creature, seguita che questo dono sia lo maggiore che Iddio 15 facesse in tutta la natura creata, cioè la libertà dello arbitrio, la quale è radicalmente e casualmente nella ragione, e formalmente 16 e centralmente ne la voluntà. E questo dono diede Iddio per sua liberalità alle dette nature, quando le creò, oltra lo dono dell’essere che diede a loro e all’altre creature per sua largezza: imperò che dalla sua infinita bontà procede di creare la creatura e darli lo dono dell’essere, e conservala in quello essere, et oltra l’essere dare alle dette due nature sì fatto dono, per lo quale simigliassono a lui et avanzasseno l’altre creature. Lo secondo che è da considerare si è perchè disse: e alla sua bontate Più conformato; e questo dice per tanto che nessuno dono dato alle creature risponde più alla bontà d’Iddio che lo libero arbitrio, per lo qual l’omo meritevilmente si potesse salvare e potesse risorgere colla grazia sua, come abandonato da quella potea cadere. Lo terzio che è da considerare, è quando dice: e quel che più apprezza; e questo è manifesto per quel che è detto di sopra: imperò che, se lo libero arbitrio è lo maggior dono come appare nella prima parte, e lo milliore che Iddio desse alla creatura, come appare nella seconda, seguita questa terza; cioè che esso sia quel dono che Iddio più accetti che nessuno altro, siccome maggiore e milliore; e però quando l’omo fae voto a Dio, che sia accettivile da Dio 17, l’uomo obliga la sua voluntà libera a Dio; la qual cosa Iddio accetta più che altra cosa; e però dice s. Agustino: Nemo quicquam Deo recte voveret, nisi ab eo acciperet quod voveret: imperò che Iddio non accetta se non li doni buoni, e Via più accetta li maggiori e li milliori doni; e però dice lo testo: Or ti parrà; cioè a te Dante, L’alto valor del voto; cioè della promissione che si fa a Dio, se tu quinci argomenti; cioè dalla ragione [p. 149 modifica]che è detta di sopra, cioè che la libertà dello arbitrio è la maggiore e la milliore cosa che Iddio desse all’omo. E puòsi argomentare così: Lo libero arbitrio è lo maggiore e lo migliore dono che l’uomo ricevesse da Dio, e nel voto s’obliga la libertà dello arbitrio a Dio: imperò che la promissione obliga la voluntà; dunqua lo voto fatto direttamente a Dio è lo maggiore e migliore dono che si possa fare a Dio. E perchè ogni voto non è accetto a Dio; cioè nella sua forma, quando l’omo non si può obligare; o nella sua materia, quando fusse viziosa, o quando se ne impedisse maggior bene: imperò che la forma è l’obligagione della voluntà, però dice lo testo: s’è sì fatto ; cioè se lo voto è sì fatto, cioè in sì fatta forma o in sì fatta materia, Che Dio consenta; cioè ad accettare, quando tu consenti; cioè ad obligare la tua voluntà nella materia che tu prometti. Chè nel fermar; cioè imperò che nel fermar, tra Dio e l’uomo il patto; cioè tra Dio a cui si promette, e l’omo che promette, lo patto, s’intende la promissione, Vittima; cioè sacrificio, fassi di questo tesoro; cioè del libero arbitrio: l’omo sacrifica la sua voluntà a Dio, quando elli l’obliga a Dio colla promissione, Tal; cioè sì fatto, qual io; cioè Beatrice, dico; questo tesoro essere, e fassi col suo atto; cioè coll’atto della libera voluntà, che si obliga co la promissione: imperò che essa voluntà è quella che si vuole obligare et obligasi promettendo. Dunque; se così è, che tu ti sii potuto obligare, et ài promesso a Dio cosa licita et onesta, che render puossi per ristoro; cioè della obligagione della libertà, che non è adimpiuta dalla voluntà ch’è obligata, non dico della cosa promessa? Quasi dica: Nulla: imperò che nessuna cosa à l’omo che sia equivalente al libero arbitrio ch’è obligato, sicchè nessuna buona operazione si può assimilliare a quella. Se credi bene usar 18 quel ch’ài offerto; cioè promesso, cioè se tu credi che quel ch’ài promesso sia licito et onesto apo 19 Dio, Di mal tolletto; cioè di male acquistato, vuoi far buon lavoro; cioè tu che non osservi lo voto, e per quello fai altre buone operazioni: vuoli fare come colui che del furto o della rapina vuole fare elimosina o sacrificio a Dio. Questo non è altro a dire, se non: Tu vuoli tolliere a Dio la maggiore e la migliore cosa che si possa trovare che li ài offerto et elli à accettato, e vuoli altra cosa, che non vale tanto, darli in quello scambio, che non può essere nè giusto, nè ragionevile; e questo vuole, Di mal tolletto; cioè di quello, che non si può se non male et iniustamentc tolliere: la cosa data et accettata iniustamente c male si tollie, vuoi far buon lavoro; cioè della voluntà tolta e vertita iniustamente [p. 150 modifica]vuoli far mutamento e d’altro esercizio che non può essere iusto fatto co la voluntà iniusta. E per questo, che è detto di sopra, si nota che nel voto sono due cose; cioè la forma, e la materia: la forma è la promissione che obliga la voluntà; la materia è la cosa che si promette. E quanto alla forma niuna altra cosa è equivalente; a la materia, quando si truova equivalente, e quando no, secondo che la materia è. Et anco è da notare che, se la materia non è licita et onesta appresso Iddio, o quando se ne impedisse maggior bene, non si dè intendere lo voto essere accettato da Dio, e non si dè osservare in quella materia; ma dèsi permutare in cosa licita et onesta o rendersi in colpa della stolta promessa e portarne penitenzia. E questo si dè fare con autorità della santa Chiesa, come si dirà di sotto.

C. V— v. 34-42. In questi tre ternari lo nostro autore finge che Beatrice, poichè ebbe dichiarato che ’l voto fatto nelle cose licite e oneste non si può ristorare con altra santa operazione: imperò che nessuna si truova di pari grado a quello, entrò in uno altro dubbio; cioè se la santa Chiesa può dispensare com’ella dispensa nei voti, dicendo così: Tu; cioè Dante, se 20 omai del maggior punto certo; cioè se al voto si può sodisfare con altre operazioni, che con osservanzia di quello; et è stato determinato che non, perchè ogni ristoro si dè fare per equivalente o per più, e niuna cosa si truova equivalente a la libertà dell’arbitrio che s’obliga nel voto; dunque al voto non si può fare ristoro, posto che sia fatto dirittamente. Et ora muove l’altro dubbio che nasce quinci; cioè: La santa Chiesa sopra voti dispensa, vale quella dispensazione, o no? E però dice: Ma perchè santa Chiesa in ciò; cioè ne’voti fatti, dispensa; cioè 21 dispensazione alcuna volta li tolle al tutto, alcuna volta li permuta: imperò che dispensare è allargare o dividere, qui s’intende allargare; ma altri diceno che dispensare è tollere via in tutto lo voto; ma permutare è cambiare la materia in altra materia, Che; cioè la qual cosa, cioè che la santa Chiesa lo voto dispensi, par contra ’l dover; cioè contro lo debito della ragione, ch’io; cioè lo quale debito io Beatrice, t’ò scoperto; cioè t’ò manifestato di sopra a te Dante. Convienti; cioè a te Dante, ancor seder un poco a mensa; parla sotto figura, cioè stare ad udire e cibare la tua mente di dottrina, come si ciba di cibo corporale chi sta a mensa. Però che ’l cibo rigido; cioè aspro, cioè la dichiaragione aspra che ài udito di sopra del voto, che non si può ristorare con altre buone operazioni, ch’ài preso; cioè lo qual cibo, cioè la qual dottrina tu, Dante, ài ricevuto di sopra, Richieda ancor aiuto; cioè di dottrina, a sua dispensa; cioè [p. 151 modifica]a farlo meno aspro, cioè a rallargallo 22 un poco, o a rimuoverlo al tutto, cioè a mostrare come si possa fare la sua dispensazione del voto; e però adiugne: Apre; cioè tu, Dante, la mente; cioè tua, a quel ch’io; cioè ch’io Beatrice, ti paleso; cioè ti manifesto, E fermalv’entro; cioè nella tua mente quel ch’io ti dirò, chè; cioè imperò che, non fa scienza; cioè non genera scienzia nella mente che apprende, l’aver inteso; cioè appreso per lo intelletto, Senza lo ritener; cioè quello che 23 s’intende; et è morale e notabile questo, cioè che niente vale lo imparare, se non si tiene a mente.

C. V— v. 43-54. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Beatrice, seguitando lo suo ragionamento, dichiarò in che modo la santa Chiesa può dispensare sopra li voti, dicendo cosi: Du’ cose si convegnano all’essenza; cioè all’essenzia, Di questo sacrificio; come fu detto di sopra, l’una; cioè di queste due cose, è quella Di che si fa; cioè lo voto, e questa si chiama materia 24, se è cera, o digiuno, o denari quello che si promette, l’altra; delle dette due cose, è la convenienza; cioè la promessione nella quale s’obliga la voluntà libera, la quale non può non volere poi che s’à obligato co la promissione; e questa è la forma del voto: imperò che dà essere al voto. Quest’ultima; cioè la convenenza, che è la forma, giammai non si cancella; cioè giammai non si muove dal debito del votatore quando è fatta come si debbe, come è stato detto di sopra, Se non servata; cioè se non quando è stata osservata, e dintorno di lei; cioè della convenenza sì fatta, Sì preciso; cioè sì assolutamente, senza adiunzione alcuna o eccettazione o divisione, di sopra si favella; cioè quando fu detto del voto debitamente fatto non si può ristorare con altra cosa, si dè intendere della forma, e non della materia: imperò che la materia alcuna volta si può mutare, come si dirà di sotto, et alcuna volta no. E prova questo che à detto per lo vecchio Testamento, nel quale lo popolo d’Iddio s’era obligato a fare offerta a Dio, sì che per l’obbligagione necessità fu al popolo sempre offerire; ma la materia della offerta più volte si mutò: imperò che alcuna volta s’offersono animali, alcuna volta biade, alcuna volta denari, secondo che appare nella Bibbia, nel vecchio Testamento; unde dice lo testo: Però necessità fu alli Ebrei; cioè al popolo d’Iddio che furon chiamati Ebrei da Heber patriarca, dalla cui generazione furno, Pur l’offerir; cioè sacrificio a Dio, per ben; cioè avvegna Iddio; può anco dir lo testo, ancor che; anco viene a dire benchè, alcuna; cioè che alcuna offerta Si permutasse; cioè si [p. 152 modifica]cambiasse, come saper dei; cioè tu, Dante, che ài studiata la Bibbia, sì come appare nel libro che si chiama Levitico. L’altra; cioè cosa che; cioè la quale, per materia t’è aperta; cioè per materia è manifestata a te Dante, Puote ben esser tal; cioè sì fatta, che non si falla, cioè che non si pecchi, Se con altra materia si converta; cioè si cambi e permuti: siccome se l’omo arà promesso di dare alla Chiesa sua la casa sua, potrà dare con licenzia e con autorità del sacerdote lo pregio ch’ella vale; ma se l’uomo arà promesso obedienzia al suo prelato e la sua conversazione nel monasterio mentre ch’elli viverà che cosa potrà dare costui che sia equivalente? Certamente, nulla. E però in questo così fatto voto, secondo che l’autore finge che disse Beatrice, non vale la permutazione della materia; e però chi è così dispensato non è assoluto dal voto; ma è mandato dal papa a più stretta religione ad osservare quello medesimo. E però se non vi sta è tenuto alla pena, benchè allo stremo sia assoluto dalla colpa; ma secondo che dimostra questa ragione ben si può dispensare sopra a ciò, cioè Iddio a cui è fatta la promissione la può annullare; dunqua lo papa, che è suo vicario, la può annullare, quia papa potest omnia, clave non errante, adunqua pare che lo papa possa sopra ciò dispensare; ma come appare nella sequente parte l’autore nostro tiene pur che non si possa permutare, e finge che siano parole di Beatrice, che nol direbbono se non tenessono così li Teologi. E però chi nollo osserva lo voto da lui fatto come si dè, che non si possa permutare, cade in peccato mortale, e non ne può essere assoluto se non all’ultimo della sua vita se già lo papa non lo dispensasse; cioè annullasse, che nol farebbe senza grandissima cagione, cioè che ne seguitasse uno maggior bene.

C. V— v. 55-72. In questi sei ternari lo nostro autore finge come Beatrice dopo la dichiaragione fatta di sopra; se ’l papa può dispensare sopra ogni voto, subiunse la sua monizione intorno alla trasmutazione de’voti, e subiunse poi una riprensione delli stolti et iniusti voti manifestata con due esempli; uno della santa Scrittura, et uno dei Poeti, dicendo così: Ma non trasmuti carco; cioè carico, alla sua spalla; parla per similitudine: chè chi fa lo voto è simile a colui che si pone lo carico in sulla spalla: e come non sarebbe licito a chi promettesse di portare uno peso in su la spalla di 400 libbre d’arrecarlo a meno; così non è licito a chi fa lo voto, Per suo arbitrio; cioè per sua propria voluntà, alcun; cioè che faccia lo voto, senza la volta E de la chiave bianca e de la gialla; cioè senza assoluzione del sacerdote che sia tale, che sappia e possa assolvere. Di queste due chiave fu detto nella seconda cantica nel canto ix; e però se lo lettore lo vuole sapere, ritrovilo quine. Et ogni permutanzia credi stolta; eziandio che fusse fatta colla autorità del [p. 153 modifica]sacerdote, s’ella non si fa di cose equivalenti e di maggior pregio; e però dice: Se la cosa dimessa; cioè la materia del voto lassata, non è ricolta; cioè contenuta, in la sorpresa; cioè nella presa in suo scambio, Come quattro nel sei; ecco che ’l numero di quattro è contenuto nel sei, così la cosa 25 lassata si dè contenere nella presa. E per questo dà ad intendere che la cosa che si pillia dè essere a valsuta di più pregio che la lassata o d’altre tanto al meno, se già per impotenzia non 26 si mancasse. Però qualunqua cosa tanto pesa; ecco che conchiude che certe cose sono che non si possano scambiare, dicendo che qualunqua cosa è di tanto pregio, che non abbia pari, non si può permutare, che tragga; cioè tiri giù, ogni bilancia Per suo valor; cioè sicchè niuna cosa si li possa pareggiare, come si pareggia in sulle bilancie lo peso dell’una coll’altra, Sodisfar non si può con altra spesa; cioè con altra materia, che con quella che è promessa. Et ora adiugne la monizione, dicendo: Non prendano; cioè non pilliano, i mortali; cioè li omini che sono mortali, e di questo si denno ricordare quando fanno li voti a Dio, ch’elli aranno a fare ragione con Dio dopo la morte, lo quale è iusto iudice, il voto a ciancia; cioè a beffe: imperò che promettere a Dio, e non osservare, è far beffe di Dio. Siate fideli; cioè siate voi uomini osservatori di vostra fede, che date a Dio nel voto che fate; et anco si può intendere: Siate fideli; cioè crediate certamente che Iddio non vuole se non l’oneste cose, e però non promettete le cose disoneste che Dio non l’accetta; e però adiugne: et in ciò far; cioè in far lo voto, non bieci 27; cioè non torti, non iniusti, non stolti: imperò che stolto è chi promette a Dio quel che dispiace a Dio; et adiugne l’esemplo: Come fu Iepte a la sua prima mancia; cioè come fu Iepte filliuolo di Galaad, allo primo scontro ch’elli ebbe quando tornò dalla vittoria dei Moabiti; nella quale battaglia avea promesso a Dio che s’elli gli desse vittoria, elli sacrificherebbe a Dio la prima cosa che li occorresse 28 quando tornasse a casa sua. Et avuta la vittoria, tornando a casa, li venne incontra la figliuola ch’elli avea vergine unica con tamburi e con festa, la quale veduta da lui incominciò a gridare: Ingannato son io e tu. figliuola, nel voto che io òne fatto a Dio. A che rispuose la vergine: Se tu se 29 ingannato, padre, et io t’addimando termine due mesi ch’io vada ne’ monti colle compagne mie e pianga la verginità mia, e poi fa di me quello che ài promesso a Dio; et elli gliel concedè. E tornata poi, la consacrò come vittima in su l’altare a Dio, come avea promesso; et osservato fu poi che tutte le vergini e donne d’Israel [p. 154 modifica]ogni anno quattro di’ piangevano la figliuola di Iepte, che era morta vergine per lo voto fatto da Iepte, come appare nella Bibbia nel libro de’ Iudici cap. xi. E però ne fa menzione l’autore, per dare esemplo ai lettori che non faccino stolti voti, li quali quando sono fatti si debbono osservare, o che serebbe meglio mutare la materia siccome è scritto: In iniustis promissis disrumpe fidem, et in stulto voto muta decretum. — Cui; cioè al quale Iepte, più si convenia di dir: Mal feci; facendo sì fatto voto, e rendersi in colpa 30 della sua stoltia, che commetter peccato di crudeltà, che non sarebbe stato avendo lassato lo voto, e così stolto; come fu Iepte, Ritrovar puoi; cioè tu, Dante, lo gran duca dei Greci; cioè Agamenone, lo quale quando fu collo esercito delle navi che erano raunate in Aulide isula, per andare a Troia, perchè non poteva avere li venti prosperi per andare a Troia, mandato all’oraculo d’Appolline, avuta la risposta che si conveniva placare l’ira di Diana, che era corucciata contra i Greci per la cerva consecrata a lei, che era stata morta dai Greci, col sangue d’una vergine, promesse alla iddia di sacrificarli Efigenia sua figliuola. Et avuto li venti prosperi, mandò Ulisse per la figliola Efigenia sotto nome d’averla maritata, e sacrificolla a Diana che era iddia di castità e verginità; e però finge l’autore che Beatrice dicesse a lui che pari in stoltia potea trovare Agamenone imperadore dello esercito greco ad Iepte detto di sopra: imperò che l’uno e l’altro sacrificò la figliuola per lo stolto voto. Onde; cioè per la qual cosa, pianse Efigenia; cioè la figliuola del re Agamenone, lo suo bel volto; imperò che, condutta a sacrificio, pianse la sua verginità e la sua bellezza, che era tolta di vita non avendo commesso colpa, E fe pianger di sè; cioè Efigenia, i folli; cioè li stolti, e i savi: imperò che ognuno la pianse, Ch’udir; cioè li quali udirno, parlar di così fatto colto; cioè di sì fatto sacrificio: lo sacrificio di Diana sempre si facea con sangue umano, sì che bene era culto di crudeltà di che uno dovea piangere .

C. V— v. 73-84. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Beatrice, continuando lo suo confortamento intorno al raffrenamento del voto, ammonisce li cristiani che seguitino la dottrina della Chiesa intorno ai voti et alla loro permutazione, dicendo così: Siate, cristiani; cioè voi seguitatori di Cristo e della legge evangelica, a muovervi; cioè a fare li voti, più gravi; che voi non siete, et anco a mutargli. Non siate come penna; cioè non siate leggieri come la penna, ad ogni vento; cioè che si muta ad [p. 155 modifica]ogni vento, così voi non siate leggieri a fare li voti et a mutarli. E non crediate; voi cristiani, ch’ogni, acqua vi lavi; cioè che ongni prete vi possi assolvere d’ongni peccato, e massimamente del voto 31. Avete il nuovo e ’l vecchio Testamento; cioè la Bibbia nella quale è il vecchio Testamento e lo nuovo, li quali si chiamano Testamento per similitudine: imperò che, si come lo padre della famillia lascia nel testamento quello che vuole che osservino li eredi suoi, se volliano eredità sua; così Iddio padre fece lo vecchio Testamento, nel quale fu la legge della scrittura ai figliuoli suoi, e lo nuovo Testamento fece ai cristiani nel quale è la legge de la grazia, cioè evangelica la quale vuole che i suoi eredi osservino. E però si dè intendere: Seguitate quelli nei voti e ne le loro permutazioni et in tutte l’altre cose che s’appartengano alla salute dell’anima, E ’l pastor de la Chiesa; cioè lo papa, che; cioè lo quale, vi guida; cioè mena voi cristiani per la via d’andare a vita eterna, come guida lo pastore le pecore al pecorile, e però lui obedite e lui seguite nelle cose dell’anima. Questo vi basti; cioè la Scrittura vecchia e nova, e lo pastore basti a voi cristiani, a vostro salvamento; cioè a salute dell’anime vostre, e non andate cercando altro: se la Scrittura permette che’l voto si permuti e lo papa ti dà la licenzia, non andare cercando altro; e se non, osservalo se è fatto dirittamente. Se mala cupidigia; cioè mala affezione, altro vi grida; cioè a voi uomini, che quel che dice la santa Scrittura e ’l papa, Omini siate; cioè seguitate la ragione come s’appartiene a chi è omo di seguitarla, e non l’appetito come fanno le bestie, e non pecore matte; siate, s’intende, le quali seguitano 32 l’affezione corporale, Sì che l’Iudeo tra voi; cioè per sì fatto modo seguitate la legge e ’l papa che l’Iudeo, che abita tra voi, perchè non à lo popolo iudaico terra niuna che sia sua e nessuno popolo gli accetta se non lo cristiano, sì come disse Isaia: Cum venerit Sanctus sanctorum, dispergetur natio vestra;— di voi non rida 33; vedendovi fare contra la legge, e non seguitare la fede cristiana che avete promesso di 34 sequitare. Non fate; cioè voi cristiani, com; cioè come, l’agnel che lassa il latte Della sua madre; cioè della pecora, come fanno molti cristiani che lassano la dottrina della santa Chiesa, e semplici 35; cioè l’agnello stolto, e lascivo; cioè vago e dissoluto, Seco medesmo a suo piacer combatte; saltando e corneggiando; e così fa lo cristiano quando si parte dalla dottrina della santa madre Chiesa, e come stolto e dissoluto si svia da lei e va errando. Seguita la seconda lezione del canto quinto. [p. 156 modifica]

Così Beatrice a me, ec. Questa è la seconda lezione del canto quinto della terza cantica, nella quale l’autor nostro finge come si trovò sallito nel secondo cielo di Mercurio, nel quale finge che si ripresentino li spiriti che sono stati attivi nel mondo, negoziatori e mercanti, acquistatori di ricchezze et ingegnosi: però che sono nel secondo grado in vita eterna; e però finge 36 che ripresentassino nel cielo del secondo pianeto; cioè Mercurio, perchè ànno seguitato la influenzia di quello pianeto quando sono stati nel mondo, come apparirà di sotto. E dividesi questa lezione in cinque parti: imperò che prima finge come si trovò sallito con Beatrice nel secondo pianeto; cioè di Mercurio; nella seconda finge come molti di quelli spiriti beati, che si ripresentano quine, venneno in verso lui, et incominciasi quine: Com’ in peschiera ec.; nella terzia parte finge com’elli venne a parlamento con alcuno, et incominciasi quine: Pensa, lettor ec.; nella quarta parte finge com’elli, rispondendo allo spirito, lo indusse a piìi parlare, et incominciasi quine: Io veggio ben ec.; nella quinta finge come quello spirito, apparecchiandosi a rispondere, diventò molto più lucido, et incominciasi quine: Siccome ’l Sol ec. Divisa la lezione, ora è da vedere l’esposizione litterale, allegorica e morale.

C. V— v. 85-99. In questi cinque ternari lo nostro autore finge com’elli e Beatrice si trovorno salliti dal primo cielo della Luna al secondo di Mercurio, nel qual’è ragionamento che Beatrice li fece che è detto di sopra, dicendo così: Così Beatrice; rispuose, s’intende, a me; cioè Dante, com’io scrivo; in questo canto nella precedente lezione. Poi si rivolse; cioè Beatrice, tutta disiante; cioè tutta desiderosa, A quella parte; cioè del cielo, ov’è ’l mondo più vivo; cioè all’oriente, lo quale mostra maggiore vivacità per tre cagioni: prima per lo nascimento del Sole; secondo, per la influenzia dei corpi celesti che descende più efficace in quella parte che altro’ 37, come appare nei frutti della terra; e terzio, perchè di là viene la volta del moto naturale et uniforme. E che Beatrice si volgesse all’oriente tutta desiderosa figura che li santi uomini che compuoseno la Teologia e coloro che studiano, quando ànno veduto quello che la ragione della detta scienzia conchiude, meravigliandosi d’essa e ricognoscendo che viene da Dio, si rivolgeno a lui rìcognoscendo lui di ciò donatore, in lui rallegrandosi e lui ringraziando; e con ciò sia cosa che Iddio sia in ogni luogo 38, perchè finge che si volgesse più [p. 157 modifica]all’oriente che altro’, si dimostra per le ragioni predette. Lo suo tacere; cioè di Beatrice, e trasmutar sembiante; cioè e mutare costume: imperò ch’ella si mutò da’ primi costumi, Puoser silenzio; cioè tacimento amendune le predette cose, cioè la taciturnità e lo mutamento dei costumi, al mio cupido ingegno; cioè al mio desideroso ingengno di sapere di me Dante, Che; cioè lo quale ingegno, già nuova question avea davante; cioè avea presente apparecchiata. E qui è da pensare che questione fosse quella che l’autore avesse apparecchiata; e perchè à detto di sopra che santa Chiesa dispensa sopra li voti, e procedendo oltra nella dichiaragione finge che Beatrice dichiari solamente della permutazione, che si può fare di certi voti che ànno materia impermutabile 39, perchè non si truova equivalente, non ne dichiarò niente di sopra; e sì la santa Chiesa può dispensare. Puòsi pensare che questa era la nuova questione che lo ingegno suo avea presente, la quale questione pensò l’autore che fusse meglio a tacerla, che a dirla; e però finse che l’essersi trovato sallito al secondo pianeto lo levò dalla detta questione, che non fu altro che la diliberazione sua, che diliberò di lassare la questione e procedere più oltra nella sua materia, per non contradire a quello che alcuna volta, ma rado, fanno li sommi pontifici che dispensano delle monache che si cavano dei monisteri, o de’religiosi, de’ quali si tiene per li Teologi che non si possano permutare; puòsi ben dispensare per lo sommo pontifice et annullare per cagione di maggior bene, come è stato detto di sopra. E siccome saetta; ora induce una similitudine, dicendo che come la saetta, che; cioè la quale, nel segno; cioè nella posta dove si dirizza, Percuote pria che sia la corda queta; cioè che sia la corda, che 40 si scrocca: imperò che alcuno spazio trema la corda, poi che è scroccato lo balestro, Così corremmo nel secondo regno; cioè Beatrice et io Dante corremmo nel pianeto secondo, cioè Mercurio, che è lo secondo segno di sopra la Luna presso al Sole in tanto che, quasi in uno medesimo tempo fa lo corso suo che’l Sole, cioè in uno anno, e così fa Venere; al quale finge d’esser montato prestamente. Ma, come dice Alfragano nel capitolo 21, lo più basso della spera di Mercurio è presso a la terra 208 di millia e 542 millia, e lo più alto è 542 e 750 millia infine al più basso di Venere: imperò che tanto s’inalza l’epiciclo di Mercurio e lo corpo suo, che sta lo suo mezzo in su la linea estrema de l’epiciclo; e niente di meno dice che vi si trovò subitamente. E la similitudine si debbe adattare in questa forma: La corda era la volontà dell’autore, la saetta era lo suo ingegno o lo [p. 158 modifica]suo intelletto, e così vuole dare ad intendere che nanti che fusse lo intelletto suo inalzato e lo ingegno a considerare del secondo cielo e del secondo pianeto, che la voluntà sua fusse riposata che desiderava di venire a quella materia. Quivi; cioè in quel secondo cielo, viddi; cioè io Dante, la donna mia; cioè Beatrice, sì lieta; cioè per sì fatto modo allegra, Come nel lume; cioè altresì tosto com’ella, si mise; nello splendore, di quel Ciel; cioè secondo dove era Mercurio, che più lucente se ne fe ’l pianeta; cioè ne diventò più splendido. Questa fizione usa l’autore; cioè che Beatrice quanto più su montava, tanto più splendeva, per dare ad intendere che quanto lo ingegno e lo intelletto dei savi uomini che furno inventori della sapienzia, come Iddio la spirava 41 in loro, s‘inalzava a considerare le cose alte, tanto più s’illuminava lo loro intelletto 42 et appariva lo splendore e lo lume del loro intelletto; e quanto più manifestavano le cose alte, tanto più appariva lo loro splendore e la loro degnità; et anco a chi la studia quanto più s’inalza a considerare la sua altezza, tanto li pare più lucente e più splendida e più alta; e per questo dice che ’l pianeto se ne fe più lucente: imperò che per quel che ne dirà apparrà più la sua dignità et eccellente natura. E perchè li uomini esercitativi nelli studi delle scienzie si diceno avere influenzia da Mercurio, nei quali si dimostra la efficacia di tale pianeto, però finge l’autore che ’l pianeto se ne fece più bello: imperò che nella grande eloquenzia e sottile ingegno dei Teologi si dimostra la influenzia del pianeto; onde ne viene più chiara e manifesta a chi questo vede e considera. E la santa Teologia, quando tratta di sì fatti ingegni e di sì eloquenti, ne tratta con tanta loda e con tanta gloria, che la influenzia di tale pianeto n’è cogniosciuta più chiara e più desiderata; e questa influenzia di bene non accetta nè riceve se non quelli, a’ quali la grazia di Dio concede di potere e volere accettare. E se la stella; cioè del pianeto Mercurio, si cambiò; diventando più lucente, e rise; questo dice per similitudine, cioè come l’omo quando ride dimostra la letizia dell’ animo; così quel pianeto, gittando maggiore splendore, mostrò la natura sua più eccellente. E questo dice, fingendo che per lo dichiaramento di Beatrice apparrà la dignità e natura sua più manifesta; e però si dè intendere allegoricamente: imperò che li pianeti e li corpi celesti sono immutabili et incorruttibili per loro natura. Qual mi fec’io; cioè io Dante, cioè anco diventai più lieto: imperò che quanto la mente umana più s’inalza a considerare le cose d’Iddio, tanto maggiore letizia e consolazione ne riceve; e però continuamente fingerà che montando, Beatrice diventasse 43 più lieta e [p. 159 modifica]splendiente, e così egli più lieto e contento, Che; cioè lo quale, pur da mia natura; cioè secondo la natura umana 44: ogni omo è mutabile e corruttibile, e però dice: Trasmutabile son per tutte guise; cioè per tutti li modi, e secondo lo corpo e secondo l’anima l’uomo è mutevile mentre che sta in questa vita!

C. V— v. 100-108. In questi tre ternari lo nostro autore finge che nel pianeto Mercurio si li rappresentonno molti spiriti, dicendo così arrecando una similitudine; cioè che come li pesci traggano quando sono nella peschiera a quello che 45 viene di fuori, credendo che sia loro pasto; così vennono quelli spiriti beati che si rappresentavano a Dante nel pianeto di Mercurio, credendo che Dante venisse per stare con loro, che sarebbe stato refezione et accrescimento della loro carità; e però dice: Com’ in peschiera; cioè come in una peschiera, ch’è; cioè la quale è, tranquilla; cioè riposata, e pura; cioè chiara sì che in essa si possa vedere, Traggano i pesci; che vi sono dentro, a ciò che vien di fori; cioè a ciò che si gitta in su l’acqua, Per modo; cioè per sì fatto modo vegna di fuori o si gitti, che lo stimin; cioè che lo possino stimare, lor pastura; cioè che vegna per loro pasto, Cosi vidd’io; cioè io Dante, più di mille splendori; cioè più di mille anime beate, Trarsi; cioè tirarsi, ver noi; cioè in verso Beatrice e me Dante, et in ciascun; di quelli spiriti beati, s’udia; questa voce; cioè: Ecco chi crescerà li nostri amori: imperò che, parlamentando con lui, vedremo e comprenderemo quanta grazia Iddio li à conceduto, e di questo ci rallegreremo. E finge che dicevano di lui Dante: però che, ben che sapessono ch’elli non fusse morto e non venisse purgato ad essere con loro ancora, sicchè la loro carità ne sarebbe cresciuta: imperò beati che sono in vita eterna ànno tanta carità, che così sono lieti della beatitudine delli altri come della loro, sì che tutta via cresce la loro allegrezza come cresce lo numero dei beati. E così cresce la loro beatitudine accidentale; ma non l’essenziale e sustanziale che è vedere Iddio e lui usare, cioè in quella beatifica visione sempre stare: rallegravansi di questo bene e di questa grazia, che Dante aveva da Dio, di potere vedere la beatitudine celeste con la mente, che non era piccola grazia 46 essendo e stando ancora in questa vita. E sì come ciascuno; dei detti beati che si rappresentano in quella spera, a noi; cioè a Beatrice et a me Dante, venia; facendosi presso a noi, Vediasi 47 l’ombra piena di letizia; et adiunge lo [p. 160 modifica]segno della letizia, Nel suo chiaro fulgor; cioè nel suo chiaro splendore, che; cioè lo quale splendore, da le’ uscia; cioè dalla detta ombra; e questo era lo segno della letizia: imperò che, come crescea la letizia; così crescea lo splendore.

C. V— v. 109-123. In questi cinque ternari lo nostro autore finge com’elli venne a parlamento con quelli spiriti 48; e prima finge come uno incominciò a parlare a lui, e dicendo così induce prima lo lettore a considerare lo suo desiderio. Pensa, lettor; cioè tu, che leggi lo mio libro, se quel che qui; cioè in questo luogo, s’inizia; cioè s’incomincia, Non procedesse; cioè non andasse più inanti, come tu; cioè lettore, aresti Di più saper; cioè che quel che ài udito, angosciosa carizia; cioè angoscioso desiderio. E per te; cioè per te medesimo, vederai; tu, lettore, come da questi; cioè spiriti che erano rappresentati nel pianeto di Mercurio, M’era in disio; cioè era a me Dante in disiderio, d’udir lor condizioni; cioè di che condizione elli erano, Sì come; cioè altresì tosto come, a li occhi; cioè miei, mi fur manifesti; cioè furno scorti da me. Et ora induce uno di quelli a parlare a lui in questa forma: O bene nato; cioè o tu, Dante, che ben fusti nato et in buona ora, poi che tu ài tanta grazia, a cui; cioè al quale; ecco che manifesta la grazia, grazia; cioè divina, concede; tutto questo, veder li Troni; cioè le sedie, Del triunfo eternal; cioè della gloria di vita eterna: già è stato dichiarato di sopra, che cosa è triunfo; cioè festa, letizia e gloria di vittoria avuta sopra li nimici: lo nostro campione Iesu Cristo combattè col nimico della umana natura e vinselo in battaglia; e però li tolse la preda e triunfa con essa in vita eterna 49 in su le sedie beatifiche locata; le quali sedie ora lo nostro autore colla mente andava rivedendo e ripensando, Prima che la milizia; cioè la cavallaria e l’esercito della cavallaria che fanno li cristiani buoni, mentre che stanno in questa vita: imperò che tutta via combatteno con tre inimici; col mondo, colla carne e col dimonio; e però si chiama la congregazione de’ cristiani che sono nel mondo la chiesa militante, e quelli che sono in vita eterna si chiamano la chiesa triunfante, s’abbandoni; cioè si lassi in mentre che stiamo in questa vita sempre militiamo, quando siamo passati di questa vita triunfiamo in vita eterna. Del lume; cioè divino, cioè del sapere e della carità di Dio, che; cioè lo quale lume, per tutto ’l Ciel si spazia; cioè si stende, e si dilata, Noi: cioè spiriti beati, siamo accesi: imperò che ardiamo di carità e siamo illuminati del sapere divino: imperò che in Dio veggiamo e sappiamo ogni cosa, e però [p. 161 modifica]se desii; cioè desideri, Da noi; spiriti beati, chiarirti; cioè dichiararti d’alcuna cosa, a tuo voler; cioè quanto tu vuoli, ti sazia; cioè sazia lo tuo desiderio, secondo che ti piace. Così; come detto è, da un di quelli spiriti pii; cioè da uno di quelli spiriti beati, Detto mi fu; cioè a me Dante, e da Beatrice; cioè dalla mia guida mi fu detto: Dì, dì Siguramente; cioè tu, Dante, a questi spiriti, e crede; cioè loro: imperò che non possano mentire, che sono confermati in grazia, come ai dii; cioè come credevano li antichi gentili ai loro iddii ai quali davano ferma fede; o vogliamo dire: crede come ai dii; cioè come a coloro che sono iddii per participazione del sommo bene, siccome dice Boezio nel libro iv della Filosofica Consolazione: Omnis igitur beatus Deus ; sed natura quidem unus, participatione vero nihil prohibet esse quam plurimos.

C. V. — v. 124-132. In questi tre ternari lo nostro autore finge, com’egli rispose a quello beato spirito che li avea parlato, e mostrogli come avea desiderio di sapere chi egli era, e la cagione per che era di quelli della seconda spera, dicendo così: Io; cioè Dante, veggio ben; cioè chiaramente, siccome tu; cioè beato spirito, che m’ài parlato, t’annidi; cioè t’alluogi e fermi, Nel primo lume; cioè in Dio, che è primo lume: tutti li beati stanno fissi a guardare Iddio, e quinde tirano la loro beatitudine, cioè dallo 50 aspetto divino, e che dalli occhi; cioè tuoi, che vedono continuamente Iddio; e dèsi intendere che sono li occhi mentali: imperò che li corporali non vi sono ancora 51, e questi occhi sono lo intelletto mentale che intende Iddio, il traggi; cioè tiri dentro a te, a quietare lo tuo desiderio, lo primo lume, cioè Iddio, Perch’ei; cioè per la qual cosa essi tuoi occhi, coruscan; cioè gittan splendore, sì come tu ridi; cioè com’io ti veggio ridere, che è segno della letizia della mente; così veggio favillar li tuoi occhi e risplendere, che è segno che sono illustrati dal primo lume et illuminati. Finge lo nostro autore, per fare verisimile lo suo poema, che gli spiriti beati fussono veduti da lui sotto figura umana in forma di luce, e però finge che abbiano occhi e bocca, e gli altri membri umani; ma siano tutti fasciati di luce e splendore grandissimo; e quanto più crescea la loro letizia, tanto più crescea la luce e lo splendore. E de la forma della luce s’accorda colla santa Scrittura che dice: Fulgebunt iusti, sicut Sol in conspectu Dei. — Ma non so; io Dante, chi tu se 52; cioè tu spirito beato che mi parli, nè perchè aggi; cioè perchè tu abbi, Anima degna; cioè di beatitudine, il grado della spera; cioè seconda di Mercurio, Che; cioè la quale, si vela; cioè si cuopre, ai mortal; cioè a li omini, colli altrui raggi; [p. 162 modifica]cioè coi raggi del Sole: è sì presso la spera di Mercurio a quella del Sole, e così quella di Venere, che in uno anno o poco più tutti e tre l’anno lo corso suo, come ene 53 stato detto di sopra. Questo; cioè quello che detto è, diss’io; cioè Dante, diritto a la lumerà 54, cioè alla luce et a lo splendore, Che; cioè la quale, pria; cioè prima, m’avea parlato; come appare di sopra, onde; cioè per la qual cosa, ella; cioè la lumera, fessi; cioè fece sè, Lucente assai più; cioè più assai splendida che prima fusse; e però dice: di quel ch’ell’era; cioè di quello splendore nel quale prima era; e questo fu segno che in lei crebbe la carità e lo sapere, ragguardando Iddio.

C. V— v. 133-139. In questi due ternari et uno versetto lo nostro autore finge come 55 si fe fatto lo spirito beato detto di sopra, apparecchiandosi a rispondere alla dimanda fatta da lui, dicendo così: Siccome ’l Sol; ecco che arreca una similitudine, cioè che siccome lo Sole quando è a la terza, che colli suoi raggi a consummati li vapori terresti elevati, si cela per lo troppo splendore sì che non si può guardare nella sua rota; così si celò lo spirito, che prima avea parlato, co la sua luce, che; cioè lo quale Sole, si cela; cioè s’appiatta, elli stessi 56 Per troppa luce; cioè per troppo splendore ch’elli abbia allora; et assegna la cagione, quando el caldo; cioè quando lo caldo suo. cioè del Sole, à rose; cioè àe consumato, Le Temperanze dei vapori spessi; cioè li vapori spessi che si levano dalla terra per temperare lo caldo suo, cioè del Sole. Per più letizia sì mi si nascose; cioè lo detto spirito mi s’appiattò nel suo splendore cresciuto in lui come, era cresciuto lo fervore della carità, lo quale in tanto crebbe che s’appiattò nella sua luce, Dentro al suo regno; cioè d’esso beato spirito, la figura santa; cioè quello spirito lo quale era santo, che si rappresentava in tale figura a l’autore quale fu detta di sopra. E così chiusa chiusa; cioè la detta figura velata nel suo splendore; et è qui conduplicazione colore rettorico, in quanto replica chiusa due volte, mi rispuose; cioè a me Dante, Nel modo; cioè fu la risposta, che ’l seguente canto canta; cioè che seguiterà ora, lo quale fia la risposta dello spirito beato, che di sopra à parlato secondo la fizione dello autore. E qui finisce lo canto quinto, et incominciasi lo canto sesto.

Note

  1. C. M. nella quarta parte, proposta la dichiaragione dèl secondo punto, comincia a dichiararlo quine: Due cose ec.; nella quinta
  2. C. M. a fare li voti,
  3. C. M. adiungesse
  4. C.M. è nella santa Scrittura, nè l’
  5. C. M. bene appreso; e per
  6. C. M. incontanente
  7. C. M. infine a qui à finto l’autore che Beatrice abbia parlato generalmente: ora finge che a suo proposito adiungesse quello che à ditto di sopra,
  8. Il Tasso, recando i versi 7-12 di questo canto nelle sue Considerazioni sopra le canzoni del Pigna, premette queste parole: « I platonici concludono «che la beltà del corpo altro non sia che lo splendore dell’ anima che traluce «fuori per questa massa terrena delle membra. San Tommaso dice che Dio «creò le cose, perchè in loro si diffondesse e si manifestasse la sua bontà ». E.
  9. C. M. cioè con splendore si dimostra,
  10. Il Segni nelle sue Dichiarazioni all’Etica d’Aristotile accennando questo ternario, esprime come tutta la natura desidera ed ama il sommo bene, in che è posto il vero piacere; ma ben s’ inganna per la cattività sua in seguitarlo nei falsi suggetti. E.
  11. C. M. voluntà umana libera,
  12. C. M. li servi se none in certe cose; e così nel modo contra l’ onestà e li buoni costumi; e tali voti Dio non accetta,
  13. C. M. dote è pregio che si dà dalla mollie al marito, perchè la possa ornare et ornata mantenere, e però
  14. C. M. et in questo avanzano
  15. C. M. che Dio concedesse a tutta la creatura ; cioè
  16. C. M. formalmente et essenzialmente nella volontà.
  17. C. M. da lui,
  18. C. M. usar; cioè tu che ài fallo lo voto, quel
  19. Apo; presso, conformemente all’ apud latina. E.
  20. Se; ora sei, dall’infinito sere. E.
  21. C. M. cioè con dispensazione alcuna
  22. A rallargallo , per ragione d’eufonia in luogo di rallargarlo. E.
  23. C. M. che s’ apprende ; et è
  24. C. M. materia, cioè o cera, o digiuno o denari o altra cosa da quello
  25. C. M. così la materia che lassata
  26. C. M. non si lassasse. Però
  27. Bieci; biechi, sottratta l’ h siccome in fisice per fisiche ec. E.
  28. Occorrere; farsi, venire incontro, alla maniera dell’ occurrere latino. E.
  29. Se; ora più comunemente se’ o sei. E.
  30. C. M. colpa di mettere peccato d’ omicidio e crudeltà o mutare la materia, Che servando; cioè lo voto, far peggio: imperò che peggio fu l’omicidio e la crudeltà, che non sarebbe stato lo rompimento del voto della sua stoltia che commetter peccato di crudeltà che non sarebbe stato,
  31. C. M. volo se non alla morte.
  32. C. M. seguitano l’ inclinazione naturale,
  33. C. M. rida; cioè non faccia beffe di voi, vedendovi
  34. C. M. di seguire.
  35. Semplici; colla desinenza in i come leggieri, pensieri, tardi ec. E.
  36. C. M. che si rappresentasseno
  37. Altro’; altrove, come do’ per dove ec. E.
  38. C. M. luogo per potenzia et operazione sia, in cielo si dice essere propriamemte et alla parte de l’ oriente per le ditte cagioni; e però la Chiesa tutti li altari dal principio fece dalla parte orientale, benchè ora non s’ osservi come solea. Lo suo
  39. C. M. impermutabile; non ne dichiarò nulla; cioè se la Chiesa può dispensare. Puòsi
  40. C. M. che scrocca riposata: imperò
  41. C. M. la ispirava in loro,
  42. C. M. intelletto; e quanto più
  43. C. M. diventasse continuamente più lucente e splendida e lieta, così
  44. C M. umana, secondo la quale ogni
  45. C. M. che è gittato ne l’ acqua, credendo
  46. C. M. grazia stando ancora in carne nella vita mondana. E sì
  47. Vediasi; si vedia, cadenza del tempo imperfetto indicativo imitata dal provenzale. E.
  48. C. M. spiriti che li apparitteno nella spera di Mercurio; e prima
  49. Dal Cod. Magl. - in su le sedie beatifiche locata;
  50. C. M. dello Spirito Divino,
  51. C. M. ancora, se non quelli del corpo aereo in che si rappresenlano li spiriti, e questi occhi mentali sono lo intelletto che intende
  52. Se; sei, se’, E.
  53. Ene; ee, è, perchè gli antichi, come ora il popolo, oltra l’ e aggiugnevano talvolta un’ n a cessare l’ accoppiamento delle due vocali. E.
  54. Lumera; lumiera, l’ i come in penserò ec. E.
  55. C. M. come lo spirito beato, che li parlava si fece assai più splendido che prima per la carità che in lui s’ accese, apparecchiandosi a rispondere alla sua dimanda, inducendo una similitudine che dice così:
  56. Stessi ; presso gli antichi veniva talora adoperato come soggetto singolare, a guisa d’ egli, cotesti ec. E.
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