Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XI

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Paradiso
Canto undicesimo

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Paradiso - Canto X Paradiso - Canto XII
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C A N T O     XI.





1O insensata cura dei mortali,
     Quanto son difettivi sillogismi
     Quei, che ti fanno in basso batter l’ali!
4Chi dietro ad iura, e chi ad aforismi1
     Sen giva, e chi sequendo sacerdozio,
     E chi regnar per forza e per sofismi;
7E chi in rubare, e chi in civil negozio,2
     Chi nei diletti de la carne involto3
     S’affaticava, e chi si dava all’ozio;
10Quando da tutte queste cose sciolto
     Con Beatrice m’era suso in Cielo
     Cotanto gloriosamente accolto.
13Poi che ciascuno fu tornato ne lo
     Punto del cerchio, in che avanti s’era,
     Fermossi, come a candellier candelo;
16Et io senti’ dentro a quella lumera,
     Che pria m’avea parlato, sorridendo
     Incominciar, facendosi più mera:
19Così com’io del suo raggio risplendo,
     Sì, riguardando ne la luce eterna,
     Li tuoi pensieri ond’io cagion apprendo.

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22Tu dubbi, et ài voler che si ricerna4
     In sì aperta e sì distesa lingua
     Lo dicer mio, che ’l tuo sentir si scerna,5
25Ove dinanzi dissi: U’ ben s’impingua;6
     E là, u’ dissi: Non surse ’l secondo;7
     E qui è opo che ben si distingua.8
28La Providenzia, che governa ’l mondo
     Con quel consiglio, nel qual ogni aspetto
     Creato è vinto, pria che vada al fondo:
31Però ch’ andasse ver lo suo diletto
     La sposa di Colui, ch’ ad alte grida
     Disposò lei col sangue benedetto,
34In sè sicura, et anco in lui più fida,
     Due principi ordinò in suo favore,
     Che quinci e quindi li fussen per guida.9
37L’un tutto fu serafico in ardore,10
     L’altro per sapienzia in terra fue
     Di cherubica luce uno splendore.
40Dell’un dirò: perocchè d’ambedue
     Si dice, l’un pregiando, qual om prende,11
     Perchè ad un fine fuor l’opere sue.12
43Intra Tupino e l’acqua che discende
     Del colle eletto dal beato Ubaldo,
     Fertile costa d’alto monte pende,
46Unde Perogia sente freddo e caldo
     Da Porta Sole, e di rieto li piange
     Per grave iugo Nocca con Gualdo.13

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49Di questa costa là, dov’ella frange
     Più sua rattezza, nacque al mondo un Sole
     Come fa questo tal volta di Gange.
52Però chi d’esso loco fa parole
     Non dica Ascesi, ch’ei direbbe corto;
     Ma Oriente, se proprio dir vole.
55Non era ancor mollo lontan da l’orto,
     Ch’ei cominciò a far sentir la terra14
     Della sua gran virtù alcun conforto.15
58Chè per tal donna giovanetto in guerra
     Del padre corse, a cui, com’a la morte,
     La porta del piacer nessun disserra;
61E dinanzi a la sua spirital corte,
     Et coram patre li si fece unito,
     Poscia di di’ in di’ l’amò più forte.
64Questa, privata del primo marito,
     Mille cento anni e più dispetta e scura16
     Fin a costui si stette senza ’nvito.
67Nè valse udir, che la trovò sicura
     Con Amiclate al suon de la sua voce
     Colui, ch’ a tutto ’l mondo fe paura;
70Nè valse esser costante, nè feroce
     Sì, che dove Maria rimase giuso,
     Ella con Cristo salse in su la Croce.17
73Ma perch’io non proceda troppo chiuso,
     Francesco e Povertà per questi amanti
     Prendi oramai nel mio parlar diffuso.

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76La lor concordia e i lor lieti sembianti
     Amore e meraviglia e dolce sguardo
     Faceano esser cagion dei pensier santi,
79Tanto che ’l venerabile Bernardo
     Si scalzò prima, e dietro a tanta pace
     Corse, e correndo li parve esser tardo.
82O ignota ricchezza, o ben ferace!18
     Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro,
     Dietro a lo sposo: sì la sposa i piace!
85Indi sen va quel padre, e quel maestro
     Co la sua donna, e con quella famiglia,19
     Che già legava l’umile cavestro:
88Nè li gravò viltà di cuor le ciglia,
     Per esser fil di Pietro Bernardone,
     Nè per parer dispetto a meraviglia;
91Ma regalmente sua dura intenzione20
     Ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
     Primo sigillo a sua religione.
94Poi che la gente poverella crebbe
     Dietro a costui, la cui mirabil vita
     Mellio ’n gloria del Ciel si canterebbe,
97Di segonda corona redimita
     Fu per Onorio da ’l eterno Spiro21
     La santa vollia d’esto archimandrita.
100E poi che per la sete del martiro
     Nella presenzia del Soldan superba
     Predicò Cristo, e li altri che ’l seguirò;

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103E per trovare a conversione acerba
     Troppo la gente, e per non stare indarno,
     Tornossi al frutto de l’italica erba.
106Nel crudo sasso tra Tever et Arno22
     Da Cristo prese l’ultimo sigillo,
     Che le sue membre du’ anni portarno.23
109Quando a Colui, che a tanto ben sortillo,
     Piacque di trarlo suso a la mercede,24
     Ch’ei meritò nel suo farsi pusillo;25
112Ai frati suo’, sì come ad iusto erede,26
     Raccomandò la donna sua più cara,
     E comandò che l’amassen di fede.
115E del suo grembo l’anima preclara
     Muover si volse tornand’al suo regno,27
     Et al suo corpo non volse altra bara.
118Pensa oramai qual fu colui, che degno
     Collega fu a mantener la barca
     Di Pietro in alto mar per dritto segno:
121E questi fu il nostro Patriarca;
     Per che qual segue lui, com’el comanda,
     Discerner puoi che buona merce carca.
124Ma ’l suo peculio di nuova vivanda
     È fatto ghiotto sì, ch’esser non puote,
     Che per diversi salti non si spanda;
127E quanto le suo’ pecore rimote,
     E vagabunde più da esso vanno,
     Più tornan a l’ovil di latte vote.

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130Ben son di quelle, che temono ’l danno,
     E stringensi al pastor; ma son sì poche,
     Che le cappe fornisce poco panno.
133Or, se le mie parole non son fioche,
     E se la tua audienzia è stata attenta,
     Se ciò, ch’ò detto, a la mente revoche,28
136In parte fia la tua vollia contenta;
     Perchè vedrai la pianta unde si scheggia,
     Vedrai ’l corregger, che argomenta29
139U’ ben s’impingua, se non si vaneggia.30

  1. v. 4. C. A. aiura,
  2. v. 7. C. A. chi rubare, e chi civil
  3. v. 8. C. A. nel diletto
  4. v. 22. C. A. Tu di ed ài voler che ti si cerna
  5. v. 24. C. A. che al tuo sentir si sterna,
  6. v. 25. C. A. Un ben s’
  7. v. 26. C. A. Non nacque secondo;
  8. v. 27. C. A. uopo
  9. v. 36. C. A le fusson
  10. v. 37. C.A. L’un fu totto
  11. v. 41. C. A. qual ch’uom
  12. v. 42. C. A. fur l’opere
  13. v. 48. C. A. giogo Nocera
  14. v. 56. C. A. Ch’el
  15. v. 57. C. A. virtude
  16. v. 65. C. A. Mille e cento
  17. v. 72. C. A. pianse
  18. v. 82. C. A. verace!
  19. v. 86. C. A. colla sua famiglia,
  20. v. 91. C. A. sua santa
  21. v. 98. C. A. dell’eterno
  22. v. 106. C. A. tra Tevero e
  23. v. 108. C. A. membra due anni
  24. v. 110. C. A. su alla
  25. v. 111. C. A. Che meritò
  26. v. 112. C. A. come giuste
  27. v. 116. C. A. Partir si volse tornando in
  28. v. 135. C. A. è detto
  29. v. 138. C. A. che s’argomenta
  30. v. 139. C. A. si pingua,


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C O M M E N T O


O insensata cura ec. In questo xi canto de la terzia cantica lo nostro autore finge come santo Tomaso sudetto ritornò a parlare e dichiarò a Dante due dubbi, li quali elli aveva nel suo concetto per le parole dette di sopra, benchè la soluzione di quelli riserbasse di sotto nel canto xiii, et appresso, preso cagione de la materia, entra a parlare de le due religioni che si levorno per providenzia d’Iddio al tempo necessario; cioè la religione di santo Francesco e di santo Domenico, narrando lo principio 1 di santo Francesco e lodando la sua perfezione e toccando ancora di santo Domenico. E dividesi tutto principalmente in due parti: imperò che prima finge come santo Tomaso ritornò a parlare nella forma predetta mostrando li dubbi che Dante aveva nella mente et incominciando a dire dei due ordini che si levorno secondo la providenzia d’Iddio, cioè di santo Francesco e di santo Domenico, e seguendo di san Francesco infine a che incominciò ad essere seguitato dai frati suoi; nella seconda come fu seguitato e come ebbe le stimate e finitte la vita sua, et entra a parlare in generale dell’ordine di santo Domenico, et incominciasi quine: La lor concordia ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide in sei parti: imperò che prima riprende le disutili cure degli omini, e commenda sè della sua cura; nella seconda finge come santo Tomaso [p. 347 modifica]ritornò a parlare fermatosi lo loro girare, et incominciasi quine: Poi che ciascuno ec.; nella terza finge come intrò a parlare dei sopradetti due ordini, et incominciasi quine: La Providenzia, ec.; nella quarta finge come propriamente parlò di santo Francesco, et incominciasi quine: Intra Tupino ec.; nella quinta finge come santo Tomaso dicesse del rinunzio, che santo Francesco fece dinanti al vescovo d’Ascesi, dell’eredità paterna e dei beni mondani, et incominciasi quine: Non era ancor ec.; nella sesta finge come santo Tomaso seguendo disse della povertà che santo Francesco elesse per sua sposa, et incominciasi quine: Questa, privata ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizioni litterali, allegoriche e morali.

C. XI — v. 1-12. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come2, finita la diciaria di santo Tomaso e tornatisi quelli 12 beati spiriti denominati di sopra alla loro circuizione, elli procedendo ne la materia fece per intrata a questo canto una invettiva contro li uomini mondani, riprendendoli del decidono dei beni mondani transitori e mutevili, dimostrando nove differenzie d’esercizi ai quali si danno gli uomini che sono nel mondo, credendosi quine trovar beato lo suo fine a che intendono, dicendo cosi: O insensata cura; cioè o sollicitudine senza sentimento, cioè di ragione: li sentimenti apprendono e ministrano a la ragione, et ella iudica sopra le cose apprese secondo che li sentimenti alcuna volta ministrano, et alcuna volta secondo ch’ella l’intende, e però si può ingannare e può essere ingannata. Puòsi anco dire: O insensata cura; cioè o cura e sollicitudine stolta, insensata; cioè senza senso, dei mortali; cioè degli uomini che sono mortali, e però 3 desiderano le cose mortali, Quanto son difettivi sillogismi; cioè defettuosi argomenti: sillogismo è argomento che fa fede della cosa dubbiosa, Quei; cioè quelli, che ti fanno; cioè te cura degli uomini, in basso batter l’ali; cioè del desiderio l’impeti e li movimenti: come l’ali portano gli uccelli; cosi l’impeto e lo movimento del desiderio portano noi ad operare; e le nostre opere, a che s’induce lo nostro desiderio, sono basse: imperò che sono terrene e mondane, et imperò che in esse cose s’involveno, si può dire che in basso batteno l’ali, cioè operano le loro operazioni, et a queste opere inducono gli uomini gli argomenti defettivi che fanno gli uomini, li quali fanno in questa forma: Chi à ciò che vuole è beato, chi è ricco àe ciò che vuole, dunqua è beato; lassami dunqua che io diventi ricco, e sarò beato. Questo sillocismo è defettuoso: imperò che la sua minore è [p. 348 modifica]falsa: imperò che prova Boezio nel libro suo de la Filosofica Consolazione che chi ene ricco di questi beni mondani, non à ciò che vuole, e però seguita che non sia beato. E così delli argomenti che l’uomo si fa dell’altre cose; e per queste false deduzioni gli uomini s’arrecano a le cose mondane, vili e transitorie, e seguitando le varie opere de li omini secondo li vari cammini che l’omini pigliano per venire al suo fine desiderato. Dice: Chi; cioè alcuno uomo, Sen giva; cioè se n’andava co l’opera, dietro ad iura; cioè per aver ricchezze alcuno s’operava nelle leggi canoniche e civili, studiando in esse per essere ricco, e chi; cioè alcuno sen giva di rieto, ad aforismi; cioè agli aforismi d’Ipocrate li quali s’appartegnano a Medicina; e per questo intende che alcuno s’operava in Medicina, studiando in essa per essere ricco coll’arte della Medicina, e chi; cioè et alcuno, sequendo sacerdozio; cioè se n’andava, seguitando gli ordini del sacerdozio facendosi sacerdote o cherico per essere ricco, E chi; cioè et alcuno, regnar; cioè s’affaticava di regnare e signoreggiare, per forza; cioè per violenzia sottomettendo li popoli, e per sofismi; cioè per false demostrazioni e per ipocrisia: sofismo è argomento apparente 4; ma non essente, e così molti colle demostrazioni false vengnano a signoria, e se non vi vegnano si sforzano di venirvi, E chi; cioè et alcuno s’affaticava, in rubare; cioè gli altri men potenti, per avere ellino, e chi; cioè et alcuno, S’affaticava; questo verbo si dè pigliare con tutti quelli che io l’ò preso di sopra, in civil negozio; cioè nella negoziazione della città, cioè nell’arti e nei mestieri che s’appartegnano di fare a chi vuole vivere civilmente, Chi; cioè alcuno, involto nei diletti de la carne; cioè inviluppato ne le lussurie, S’affaticava; cioè in esse lussurie, e chi; cioè et alcuno, si dava all’ozio; cioè al riposo et a la pigrizia, non volendo fare nulla; ma mangiare e bere e dormire, come le bestie. Ecco che à contato lo nostro autore nuove cure e sollicitudini che gli uomini mondani pigliano ingannati dall’amore mondano, cioè dei beni mondani, cioè li iudici delle leggi canoniche e civili, li medici della fisica e de la cirugia, li cherici degli ordini ecclesiastici e de’benefici, li signori di signoria, li rubbatori in rubbare, li artefici nei loro artifici, li carnali e lussuriosi nei diletti carnali e lussurie, e li pigri ne l’ozio; unde à toccato quasi tutte le diversità degli esercizi degli uomini mondani, da li quali dimostra sè essere libero per lo studio preso da la santa Teologia, e però dice: Quando da tutte queste cose; le quali io òne contate, sciolto; cioè libero io Dante, Con Beatrice; cioè co la Santa Scrittura, studiandola leggendola, m’era suso in Cielo; secondo la lettera, corporalmente; [p. 349 modifica]secondo l’allegoria, intellettualmente, Cotanto; quanto dimostrato òne, gloriosamente accolto; cioè stretto con tanta gloria a considerare d’esso cielo. E qui finisce la invettiva sua, e ritorna a sua materia. Seguita.

C. XI — v. 13-27. In questi cinque ternari lo nostro autore tornato a la materia finge che santo Tomaso d’Aquino, lo quale introdusse a parlare nel precedente canto, incominciasse anco a parlare e manifestasse a lui li dubbi, che esso Dante aveva ne la mente che li erano nati per le parole dette di sopra da lui e questi dubbi solverà di sotto nel canto xiii. Dice dunqua così: Poi che ciascuno; cioè di quelli dodici beati spiriti, che io contai di sopra girati intorno a noi, fu tornato ne lo Punto del cerchio; lo quale avevano fatto intorno a noi, in che; cioè nel quale punto, avanti s’era; cioè innanzi, quando parlò l’altra volta lo detto santo Tomaso, Fermassi; cioè ciascheduno dei detti spiriti; et adiunge la similitudine: come a candellier candelo; cioè come si ferma lo candelo al candelieri; e questa è vera e conveniente similitudine: imperò che, secondo che finge l’autore, eglino erano girati intorno a Beatrice che figura la Santa Scrittura, la quale fu insegnata da Cristo nelli Evangeli et inspirata da Dio nei Santi, che l’anno produtta fuora nelle loro opere e libri che ànno composti dichiarando li Evangeli, siccome sono stati li maggiori Dottori. E questi sono stati li maggiori Dottori, e questi detti di sopra; li minori Dottori, anno sposto e dichiarato li maggiori, sì ch’ellino sono come candelo che illumina, et ella è come candelieri che è illuminata e dichiarata da questi illuminanti l’intelletti dei più grossi che non la intendeano; e per tanto ben si coviene la detta similitudine. Et io; cioè Dante, senti’ dentro a quella lumera; dentro cioè, perch’elli finge che l’anima beata stia dentro nello splendore Vestita e fasciata da esso, Che pria; cioè prima, m’avea parlato; cioè a me Dante, cioè santo Tomaso d’Aquino; e ponsi qui lo continente per lo contenuto: imperò che la lumera non aveva parlato a Dante; ma lo spirito beato contenuto in essa, sorridendo; finge l’autore che santo Tomaso sorridesse: imperò che ’l savio non ride apertamente della ignoranzia del men savio, quando non è periculosa; ma ridene un poco, e così finge che facesse santo Tomaso, Incominciar; cioè a parlare, facendosi più mera; cioè diventando ella, cioè quella luce, più pura: già è detto che questa luce figura la carità, sicchè quanto cresce la carità, tanto cresce la luce nei beati, Così; cioè per sì fatto modo incominciare a parlare, sentita io Dante la detta luce, come si dirà ora, cioè, com’io; cioè come io Tomaso, del suo raggio; cioè del raggio d’Iddio, risplendo; cioè a te Dante: imperò che la luce, che mi fa splendida, viene da Dio, Sì; cioè per così fatto modo, riguardando; cioè io Tomaso, ne la luce eterna; cioè [p. 350 modifica]in Dio, che è luce indeficiente che sempre è, Li tuoi pensieri; cioè li pensieri di te Dante risplendono a me da essa luce eterna, ne la quale risplendono e vedonsi, come le cose anteposte ne lo specchio, ond’io; cioè dai quali pensieri io Tomaso 5, cagion; cioè di parlare, apprendo; cioè piglio; e manifestali li suoi dubbi e pensieri, dicendo: Ecco li tuoi pensieri: Tu; cioè Dante, dubbi; cioè ài dubbio, et ài voler; cioè voluntà, che si ricerna; cioè si rivegga, In sì aperta; cioè in sì manifesta, e sì distesa lingua; cioè in sì disteso modo di parlare, Lo dicer mio; cioè lo mio detto che io feci di sopra, che ’l tuo sentir; cioè che ’l sentimento e lo intelletto di te Dante, si scerna; cioè distintamente cognosca et intenda manifestamente senza dubbio, Ove dinanzi dissi; cioè io Tomaso nel precedente canto: U’ ben s’impingua, ecco prima quello che disse santo Tomaso e sopra che l’autore dubita, cioè quando disse: Io fui degli agni della santa greggia. Che Domenico mena per cammino, U’ ben s’impingua, se non si vaneggia; e sopra questo: ben s’impingua è lo primo dubbio; E là, u’; cioè in quel luogo nel quale, dissi; io Tomaso: Non surse ’l secondo; ecco la parola sopra la quale è lo secondo dubbio di Dante; e questo disse santo Tomaso di Salomone quando disse di lui, Che se ’l vero è vero A veder tanto non surse ’l secondo, e sopra questo è lo secondo dubbio tuo, dice santo Tomaso a Dante. E qui; cioè sopra questi due dubbi li quali tu, Dante, ài nella mente et io li veggo in Dio nel quale riluce ogni cosa, è opo; cioè è mestieri, che ben si distingua; cioè che si faccia buona distinzione a volergli bene dichiarare: imperò che senza buona distinzione non si dichiarerebbono bene.

C. XI — v. 28-42. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che santo Tomaso predetto, poichè ebbe manifestato li suoi dubbi dell’autore e detto che era mestieri di ben distinguere a volerli dichiarare, incominciò a distinguere parlando in questa forma inanti che venisse a la soluzione dei detti dubbi, a la quale verrà nel xiii canto: La Providenzia; cioè divina, che governa ’l mondo; cioè la quale providenzia divina dispone lo mondo e dirizza al suo fine: imperò che governare è la cosa dirizzare nel suo fine, Con quel consiglio; cioè con quella sapienzia: imperò che consiglio non può venire se non da sapienzia, la quale è in Dio, cioè nel Figliuolo suo, propriamente infinita et incomprensibile, e però dice: nel qual’ cioè consiglio, ogni aspetto Creato; cioè ogni vedere 6 di creatura qualunqua, è vinto; da esso consiglio, pria che vada al fondo: [p. 351 modifica]imperò che lo vedere umano, innanti che possa adiungere al fondo de la sapienzia divina, è vinto: imperò che la sua possibilità non è sì grande 7: non può lo vedere umano vedere lo fondo della sapienzia divina, perchè lo vedere umano è terminato, e la sapienzia divina è infinita e non à fondo, Però ch’andasse; cioè acciò che andasse, ver lo suo diletto; cioè sposo, cioè Iesu Cristo 8, La sposa di Colui, ch’ad alte grida; cioè la sposa di Cristo, cioè la santa Chiesa, la quale ad alte grida in sul legno della croce, pendendo e dicendo le sette parole che sono scritte, Disposò lei; cioè accettò lei per sua sposa, cioè la santa Chiesa che è la congregazione dei fideli cristiani, col sangue benedetto; cioè col suo prezioso sangue lo quale sparse per lo presso 9 che dovea pagare l’umana natura a Dio padre 10, e questo fu fermezza a la santa Chiesa ch’ella è sposa di Cristo, come l’anello è fermezza a la sposa quando ella è sposata da lo sposo ch’ella è eletta e diletta da lui per sua compagna; e così Cristo àe eletto la Chiesa per sua compagnia in vita eterna, In sè sicura; cioè la detta sposa andasse, che non dubitasse; ma fusse certa, et anco in lui più fida; cioè et anco ne lo sposo andasse più fidata, cioè che in lui maggiormente si fidasse, Due principi ordinò; cioè la divina providenzia ordinò due principi a la sposa del suo figliuolo, in suo favore; cioè in favore della sposa, cioè santo Francesco e santo Domenico, Che; cioè li quali, quinci; cioè nella vita contemplativa, e quindi; cioè nella vita attiva virtuosa, li fussen; cioè a la detta sposa fussono, per guida; cioè che la menassono per l’una e per l’altra via virtuosa in paradiso, cioè santo Domenico per la via attiva del predicare, sermocinare e disputare e dimostrare le vere sentenzie della santa Scrittura; e santo Francesco per la via delle virtù contemplative. L’un; cioè santo Francesco, tutto fu serafico; cioè ardente in carità d’Iddio e del prossimo come li serafini che sono il primo ordine de la terza girarcia, ai quali è attribuita la carità d’Iddio e del prossimo, in ardore; cioè in fervore di carità. L’altro; cioè santo Domenico, per sapienzia; cioè acquistata da lui co la grazia, e mediante la grazia d’Iddio, in terra fue; cioè giù nel mondo, Di cherubica luce; cioè di luce d’intelletto simile a quella de’cherubini, che sono lo secondo ordine degli angeli della suprema girarcia, ai quali è appropriata la sapienzia, uno splendore; cioè uno chiaro lume ad illuminare lo mondo di sapienzia, a mostrare la via della salute eterna. Dell’un; cioè di santo Francesco, dirò; cioè io Tomaso [p. 352 modifica]D’Aquino, perocchè d’ambedue Si dice, l’un pregiando; cioè se tu di quello di san Francesco, tu dici di santo Domenico, tu dici di santo Francesco: imperò che, benchè a santo Francesco s’appropri la virtù contemplativa, elli ebbe anco l’attiva del predicare; e cosi, benchè a santo Domenico s’attribuisca l’attività dell’ammaestrare, elli ebbe ancora la contemplazione 11 e l’ardore della carità, qual om prende; cioè piglia qual vuoi di questi due, e pigli l’uomo a quale egli vuole; et assegna la cagione, Perchè ad un fine fuor l’opere sue; cioè l’opere di santo Francesco e di santo Domenico furno tutte ad uno fine, cioè di conservare la fede di Cristo nel mondo e d’accrescerla ciascheduno col predicare e coll’operare virtuosamente; la quale fede, se non fossono li detti ordini, cioè di santo Francesco e di santo Domenico, serebbe già venuta meno.

C. XI — v. 43-54. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come santo Tomaso, continuando lo suo parlare, descrive lo sito de la città d’Ascesi dove nacque santo Francesco, dicendo così: Intra Tupino; questo è uno monte che è di verso 12 ponente, e l’acqua che discende Del colle eletto dal beato Ubaldo; questo è uno monte che discende del colle nel quale santo Ubaldo, che fu d’Agobio, fece sua penitenzia, et è nelle confini del ducato 13 e della Marca, et è di verso levante, et in Agobio è lo corpo suo, Fertile costa; cioè fruttevile costa, d’alto monte pende; e questa è la costa del monte detto Subaso 14, nel quale è Ascesi; lo qual monte è situato in questo modo 15, che da ponente li viene Tupino, e da levante Agobio, da tramontana Nocea e Gualdo, da mezzo di’ la Puglia; e lo detto monte à una costa molto fruttifera che pende in verso Perugia, et in su questa costa in luogo basso giuso è Ascesi, Unde; cioè dal quale alto monte, Perogia; che è una città posta nella fine di Toscana, e confina col ducato, sente freddo e caldo: imperò che da tramontana li viene lo freddo, e da mezzo di’ li viene lo caldo, e lo monte d’Ascesi è in quello mezzo 16, Da Porta Sole; questa è una parte di Perugia che viene di verso Ascesi, che v’è una porta che si chiama Porta ’l Sole, e di rieto; cioè al detto monte Subaso 17 nel quale è Ascesi di verso mezzo di’, li piange; cioè si duole e lamenta, Per grave iugo; cioè per grave signoria che sostenne, Nocea; questa ene una città di Puglia, la quale era molto gravata da quelli della [p. 353 modifica]casa di Francia che al tempo dell’autore la signoreggiavano, con Gualdo; questa è una contrada in Puglia così chiamata, nella quale è buona pastura per lo bestiame la quale similmente era male signoreggiata e retta per quelli della casa di Francia al tempo dell’autore. Di questa costa; cioè detta di sopra del monte Subaso, là dov’ella frange; cioè colà dov’ella rompe, Più sua rattezza; cioè quine dove ella ene più piana e meno erta, nacque al mondo un Sole; cioè santo Francesco, che illuminò lo mondo co la sua santa vita e coll’ordine dei frati minori ch’elli istituitte, che con loro prediche e buoni esempli di vita santa e religiosa illuminorno lo mondo e raccesono la fede, la quale veniva già meno e questo fu 18 1127, avendo già santo Francesco anni 30, o quinde intorno, Come fa questo; cioè sole; ecco che fa la similitudine, che così nacque d’Ascesi santo Francesco ad illuminare lo mondo della 19 fede di Cristo, come nasce lo Sole che è lo quarto pianeto, nel quale finge l’autore che fusse allora elli e santo Tomaso che li parlava, come detto è di sopra; e però parlò con demostrazione, dicendo questo; cioè pianeto quarto nel quale siamo, tal volta; cioè alcuna volta, non sempre, come è stato detto di sopra: lo Sole nel suo orto fa 480 mutamenti o pochi più, sicchè alcuna volta addivene che si leva da la foce del fiume chiamato Gange, che è nel l’Oriente, et esce in mare incontra 20 al Sole, che si chiama nella Santa Scrittura Geon o vero Fison; e però dice: di Gange; cioè della foce del detto fiume Gange, cioè quine 21, dove entra in mare. Però chi; cioè colui lo quale, d’esso loco; cioè d’Ascesi, fa parole; cioè chi ne parla, Non dica Ascesi; cioè non chiami la detta città Ascesi, ch’ei direbbe corto; cioè parlerebbe diminuto 22 et imperfettamente, quanto a l’effetto che n’è uscito, cioè che n’è uscito lo Sole santo Francesco, Ma Oriente; cioè dica chi ne parla, se proprio dir vole; cioè se vole chiamare Ascesi per lo nome che si convegna propriamente a suo effetto, chiamilo oriente: imperò che v’è nato uno Sole, che àe illuminato lo mondo.

C. XI — v. 55-63. In questi tre ternari lo nostro autore finge che santo Tomaso, seguitando lo suo ragionamento di santo Francesco, dica del suo incominciamento e del suo processo, dicendo: Non era ancor; cioè ancora, molto lontan; cioè molto dilunge, da l’orto; cioè dal nascimento suo, quanto a la lettera; seguita la sua figura, ne la quale àe figurato santo Francesco uno Sole et Ascesi oriente, e così seguitando dice che non era auco questo molto dilungato dal [p. 354 modifica]suo oriente che è Ascesi, et allegoricamente intende che non avea anco molto tempo, come appare di sotto: imperò che era anco giovinetto, Ch’ei; cioè che elli, cominciò a far sentir la terra; cioè lo mondo, Della sua gran virtù; ch’elli aveva in sè, alcun conforto; cioè al mondo, spargendo quella e palesandola: imperò che ’l mondo prose alcuno conforto che ritornerebbe la virtù ne li omini, che pareva già abandonata, vedendo uno sì giovanetto con tanta virtù. Chè; cioè imperò che, per tal donna, cioè santo Francesco inamorato d’una sì fatta donna che a nessuno piace per lei, giovannetto; cioè elli giovanetto, corse in guerra Del padre; cioè in displicenzia di Pietro Bernardone, che fu padre di santo Francesco e fu mercatante di lana e lanaiuolo: imperò che faceva fare panni 23 a cui; cioè a la qual donna, com’a la morte; cioè siccome a la morte; e fa una similitudine che come a la morte nessuno apre la porta del piacere: imperò che la morte a niuno piace, e così la donna della quale s’innamorò san Francesco, cioè la povertà: imperò che come la morte non piace ad alcuno; così la povertà, e però dice; La porta del piacer; cioè lo piacimento, nessun; cioè uomo, disserra; cioè apre, cioè nessuno apre l’animo suo a pigliare piacimento de la povertà, così come de la morte, E dinanzi a la sua spirital corte; cioè inanzi a la corte del vescovo d’Ascesi, Et coram; cioè innanti; questa è proposizione grammaticale che viene a dire innanzi, patre; questo si può intendere del padre spirituale, cioè del vescovo, et anco del padre carnale, cioè di Pietro Bernardone, li si fece unito; cioè s’unitte a la detta donna, cioè a la detta povertà spogliandosi nudo inanti al vescovo et al padre suo Pietro, rifiutandosi la sua eredità, Poscia di di’ in di’; cioè poi che ebbe rifiutato la detta eredità e spogliatosi inanzi al padre et al Vescovo nudo come elli nacque, di di’ in di’ crebbe l’amore tra lui e la povertà, e però dice: l’amò più forte; cioè la detta sua donna, cioè la povertà. Seguita.

C. XI — v. 64-75. In questi quattro ternari finge lo nostro autore come santo Tomaso, continuando lo suo parlare sotto figura della povertà, dichiara come questi amanti sono santo Francesco, dicendo così; Questa; cioè la povertà, la quale àe figurato di sopra essere donna, privata del primo marito; cioè di Cristo: imperò che ’l primo che amasse la povertà e che ’l mostrasse al mondo fu lo nostro Salvatore Cristo, Mille cento anni e più; questo dice, perchè da Cristo a santo Francesco ebbe più di mille cento anni, e però, dispetta; cioè dispregiata: imperò che niuno la volse, e scura; cioè vedova, Fin a costui; cioè infine a santo Francesco che la riprese [p. 355 modifica]per donna, si stette senza ’nvito; cioè senza essere invitata d’alcuno che andasse a stare con lui questa donna, cioè la povertà, Nè valse; cioè non giovò la sicurtà sua: sogliano le donne virtuose esser desiderate dalli omini d’averle per donne, et a questa povertà non è valsuto sua virtù, per la quale alcuno l’abbia voluta, dato ch’ella abbia in sè costanzia grandissima, come apparve in Amiclate del quale racconta Lucano nel libro v che, essendo Cesari in Grecia, et Antonio co la maggior parte dello esercito ne l’estremo d’Italia, non venendo tosto come voleva si mise a volere passare quello mare con uno piccolo schifetto che avea Amiclate, che era pescatore poverissimo che stava in una sua capannuccia in su la marina, e dormivasi sicuro nella sua capanna in su l’alaga, dato che avesse presso due grandi eserciti come erano quello di Cesari e quello di Pompeio che erano amenduni ne l’Epiro; et andatosene a la capanna d’Amiclate percosse l’uscio sì forte che tutta la capanna si dimenò, et Amiclate perchè era povero non ebbe paura; ma anco sicuro si levò del suo letto, et aperse l’uscio e parlò con Cesari e misesi in mare per volere passare col suo schifetto; ma non potè per la grande fortuna che era in mare quella notte; e però dice Lucano in el luogo predetto: O vitœ tuta facultas Pauperis angustique lares: o miniera nondum intellecta Deum, quibus hoc contingere templis, Aut potuit muris nullo trepidare tumulto, Cœsarea pulsante manu? ne le quali parole commenda Lucano la sicurtà della povertà, dicendo: O sicura ricchezza de la vita povera, o case povere, o doni delli Iddii non intesi mai dagli uomini, quali tempi, quali muri potetteno mai avere quello che ebbe Amiclate, che picchiati da la mano di Cesari non avessono paura, et Amiclate nessuna paura ebbe? E però dice l’autore: Nè valse udir; cioè nè non giovò, perchè altri udisse, che la trovò sicura; cioè la povertà, Con Amiclate; cioè con quel pescatore, al suon de la sua voce; cioè quando lo chiamò, Colui; cioè Iulio Cesari, ch’a tutto ’l mondo fe paura: imperò che ogni uno temè Cesari, et Amiclate non ebbe paura quando li picchiò l’uscio, e per questo non pigliò mai nessuno esemplo che volesse la povertà perciò. Nè valse; ancora a questa donna, cioè la povertà, esser costante; cioè ferma, nè feroce; cioè crudele e dura, sicchè dalle passioni non fugge; ma anco l’accompagna, che perciò, cioè per questa sua costanzia e durezza nessuno l’addimandasse e volessesi coniungere con lei, se non santo Francesco. Ecco la prova de la sua costanzia e durezza, Sì, che; cioè per si fatto modo costante e dura, dove Maria; cioè la Vergine Maria madre di Cristo, rimase giuso; a piè della croce, Ella; cioè la povertà, con Cristo; nostro Salvadore, salse; cioè sallitte, in su la Croce: imperò che Cristo nudo fu posto in su la croce nudo, se non che la madre li fece [p. 356 modifica]ponere lo suo velo a coprire le parti vergognose; ecco che la poverta accompagnò Cristo suo primo sposo in su la croce e mai non si partì da lui, mentre che vi stette. Ma perch’io; cioè ma acciò che io Tomaso che parlo, non proceda troppo chiuso; cioè oscuro nel mio parlare, Francesco e Povertà per questi amanti Prendi oramai; cioè piglia oggimai; et intende tu lettore, nel mio parlar diffuso; cioè nel mio sermone lungo che io òne fatto di sopra. E qui finisce la prima lezione del canto xi, seguita la seconda.

La lor concordia ec. Questa è la seconda lezione del canto xi, nella quale lo nostro autore finge come santo Tomaso, continuando lo suo parlamento di santo Francesco, dice come fu seguitato da’suoi frati e come ebbe le stimate e finitte la vita sua, et entra a parlare in generale di santo Domenico, cioè dell’ordine suo. E dividesi tutta in sei parti: imperò che prima tocca come fu seguitato da’suoi frati santo Francesco; nella seconda parte, come andò a papa Innocenzio a farsi confermare la regula, et incominciasi quine: Indi sen va quel padre ec.; nella terza parte racconta come fu anco confermata da papa Onorio, e come andò per convertire lo Soldano di Babillonia, et incominciasi quine: Poi che la gente poverella crebbe ec.; nella quarta parte finge come santo Tomaso raccontasse come santo Francesco ebbe le stimate e come si moritte santo Francesco, et incominciasi quine: Nel crudo sasso ec.; nella quinta ritorna a parlare di santo Domenico poi che àe finito di santo Francesco; ma parla in generale de’ suoi frati, et incominciasi quine: Pensa oramai ec.; nella sesta parte finge l’autore come santo Tomaso conchiude che lo dubbio, che Dante àne avuto per le parole dette di sopra, è già dichiarato, se àne bene notato la parte precedente, et incominciasi quine: Or se le mie parole ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere l’esposizione letterale, allegorica e morale.

C. XI — v. 76-84. In questi tre ternari finge lo nostro autore come santo Tomaso d’Aquino, continuando lo suo ragionamento di santo Francesco, disse come incominciato la sua santa vita nella povertà predetta fu seguita da alquanti che nomina nel testo, dicendo così: La lor concordia; cioè dello sposo e della sposa, cioè di santo Francesco e della povertà, e i lor lieti sembianti; cioè e li lieti atti che lo sposo e la sposa si facevano insieme, cioè santo Francesco e la povertà faceano atti insieme di stare lietamente insieme: con tanta pace santo Francesco stava nella povertà e con sì lieta faccia viveva con essa, ch’elli faceva ogni uno inamorare e meravigliare di lui e guardare con dolcezza la sua santa vita, e per questo venire in pensieri di fare lo simile e seguitarlo; e però dice lo testo le dette due cose: Faceano Amore; che chi lo vedeva avea a la virtù di santo Francesco, e meraviglia; cioè che l’uomo si [p. 357 modifica]meravigliava che tanto lietamente sostenea la povertà, e dolce sguardo; cioè lo ragguardamento che con dolcezza si faceva di sì fatta e santa vita, esser cagion dei pensier santi; cioè di pensare di fare lo simile, Tanto che ’l venerabile Bernardo; questo fu lo primo compagno che avesse santo Francesco, Si scalzò prima: imperò che fu lo primo che seguitò la sua via: e perchè la regola dei frati minori è d’andare scalzi, però dice: si scalzò prima, come scalzo andava santo Francesco, e prese lo suo abito, e dietro a tanta pace; quanto era quella in che viveva san Francesco, che non avea 24 sollicitudine niuna nella mente dei beni temporali. Corse; cioè con sollicitudine andò lo detto frate Bernardo, e correndo; cioè e benchè v’andasse tosto, li parve esser tardo; cioè li parve d’avere troppo indugiato a pigliare tale vita: sì era fervente fatto. O ignota ricchezza; ecco che l’autore usa esclamazione, dicendo a la povertà: O ricchezza; non cognosciuta: imperò che se ricco si dice chi àne meno bisogno, e lo povero àne meno bisogno che lo ricco, dunqua la povertà è ricchezza. Dice Boezio nel secondo libro della Filosofica Consolazione: Pluribus quippe adminiculis opus est ad tuendam preciosœ supellectilis varietatem. Verumque illud est permultis eos indigere qui permulta possideant. Contraquœ minimo, qui abundantiam suam naturœ necessitate, non ambitus super fluitate mentiantur — . o ben ferace; cioè 25 o povero bene abondevile di tutte le virtù, et anéo perchè niente manca a chi la seguita volentieri: imperò che Iddio provede ai poveri suoi e dispone li cuori dei ricchi a sovvenire ai loro bisogni! Scalzasi Egidio; questo fu lo secondo frate che seguitò santo Francesco, e scalzasi Silvestro; questi fu lo terzo, e però volse santo Francesco che li suo’ frati andassono scalzi, acciò che l’affezioni loro fussono nude e spogliate di tutti li beni temporali: li piedi significano l’affezioni, et anco per più umiltà, Dietro a lo sposo; cioè a santo Francesco, che era fatto sposo della povertà, sì la sposa; cioè per sì fatto modo la sposa, cioè la povertà, i piace; cioè a ciascuno di questi, che ’l seguitorno. Seguita.

C. XI — v. 85-93. In questi tre ternari lo nostro autore finge come santo Tomaso, seguitando suo parlamento, dice come santo Francesco con quelli pochi frati che ebbe al principio se n’andò a papa Innocenzio et impetrò che li confermasse la regola ch’elli avea istituta 26, per vivere religiosamente coi suoi frati, e però dice così: Indi; cioè dopo lo suo santo principio, sen va; cioè se ne va, quel padre; cioè santo Francesco: però che padre di famiglia era fatto, poi che aveva incominciato religione, e quel maestro: imperò [p. 358 modifica]che maestro era: imperò che discepoli aveva, Co la sua donna; cioè co la povertà, e con quella famiglia; cioè dei frati che erano intrati a la sua vita, che furno in numero dodici, Che; cioè la quale famiglia, già legava; cioè teneva obligati la promessione, che fatto avevano a santo Francesco, l’umile cavestro; cioè la corda cinta, la quale corda santo Francesco prese per cintura per umiltà, et appresso perchè lo Spirito Santo lo guidava in segno che chi seguitava la sua vita dovea intendere ch’elli era legato a la religione, la quale come è stato detto nella prima cantica, l’uomo lega, sottomessa la sua libertà a la religione et a l’obedienzia, che prima era obligato a Dio pur secondo la legge della natura, siccome creatura a lo suo creatore. Nè li gravò viltà di cuor le ciglia; cioè non si vergognò: la vergogna nelle cose virtuose viene da viltà d’animo; e però dice che viltà di quore non gravò le ciglia a santo Francesco, cioè non gli indusse vergogna. E qui è da notare due cose; cioè che la viltà viene dal cuore e così l’ardire, e che la fronte è consecrata a la vergogna, come diceno li Poeti che li membri del corpo diversi sono deputati a diversi atti, come gli orecchi a la memoria, la fronte a la vergogna, le ginocchia a la misericordia, le mani a la fede, li occhi a l’onestà, lo capo tutto a la reverenzia, e però dice che non calò le ciglia per viltà di cuore. Per esser fil di Pietro Bernardone; cioè benchè non fusse di grande parentado, figliuolo d’uno cittadino d’Ascesi di non troppo grande affare, lanaiuolo, Nè per parer dispetto a meraviglia; cioè nè benchè paresse despetto in quello abito che era scalzo, cinto co la corda che era meravigliosamente despetto abito, Ma regalmente sua dura intenzione; cioè con animo regale e grande la sua dura intenzione, cioè di mantenere obedienzia, povertà e castità: la quale cosa è, molto dura: imperò che queste tre cose vegnano contra tre inclinazioni che nasceno de le tre potenzie che Iddio puose nell’anima umana; cioè l’obedienzia contra la libertà dello arbitrio nel male, che nasce torgendosi da la ragione; castità contra lo peccato de la carne, che nasce torcendosi da la concupiscibilita del bene; povertà contra lo soperchio uso dei beni terreni, che nasce torcendosi da la irascibilità, Ad Innocenzio aperse; cioè manifestò a papa Innocenzio terzio che fu nel mille 200, et elli confermò la sua regola; imperò che aveva avuto in visione ch’elli vedeva cadere la chiesa di santo Ioanni Laterano, se non che due in abito despetto la sostenevano; e, venendo poi a lui santo Francesco, li parve che fusse colui ch’elli aveva veduto in visione sostenere la chiesa predetta che non cadesse, e però li fu benivolo a farli ogni grazia che li addimandò e però dice: e da lui; cioè da papa Innocenzio, ebbe; cioè santo Francesco, Primo sigillo; cioè prima confermazione della sua regola con [p. 359 modifica]privilegio confermato e suggellato colla bolla papale, a sua religione; cioè a confermazione della sua religione. Seguita.

C. XI — v. 94-105. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come santo Tomaso, continuando lo suo ragionamento, racconta come santo Francesco per avere la corona del martirio andò in Alessandria a predicare Cristo a l’infideli e predicò ine la presenzia del Soldano; e perchè la gente era dura a convertirsi, si ritornò in Italia, e però dice così: Poi che la gente poverella; cioè l’ordine dei frati minori fondato in povertà, li quali volse santo Francesco che si chiamassono minori per umilità, crebbe; cioè che furno in maggiore numero, Dietro a costui; cioè dirieto a santo Fraucesco, la cui mirabil vita; cioè la vita meravigliosa del quale, Mellio ’n gloria del Ciel si canterebbe; cioè meglio si loderebbe la vita mirabile di santo Francesco ne la gloria di paradiso, dove è lo collegio di tutti li beati, che quive sono pur coloro che sono stati scientifichi et illuminati di scienzia et illuminatori delli altri nel mondo, li quali si rappresentono nel corpo solare, Di segonda corona; cioè di seconda loda et approvazione, Fu redimita; cioè fu adornato, La santa vollia; cioè la voluntà santa, d’esto archimandrita; cioè di questo principe dei pastori, cioè santo Francesco: archimandrita è vocabulo di Grammatica che si diriva da Archos, quod est princeps, et mandrita quod est pastor; lo quale nome ben si conviene a santo Francesco, ch’elli fu pastore sopra tutti li suoi frati e sopra li pastori de loro, cioè sopra li ministri delle provincie, da l’eterno Spiro; cioè dalla eterna spirazione d’Iddio, per Onorio; cioè per papa Onorio terzio. Questo papa Onorio fu spirato da Dio in una visione ch’elli ebbe, cioè ch’elli vedeva cadere la chiesa di santo Ioanni Laterano, se non che due poverelli frati la sostenevano, e quando santo Francesco gli andò innanzi per confermazione della sua regola e per potere amministrare li sacramenti della Chiesa ai suoi frati, papa Onorio ispirato da Dio che questo era l’uno di quelli poveretti frati che aveva veduto sostener la chiesa, e ch’elli doveva essere aiutatore a mantenere la chiesa d’Iddio, feceli privilegi grandissimi, confermando la sua regola e dando licenzia piena d’amministrare li sacramenti de la Chiesa ai suoi frati e di potere ricevere ogni dignità ecclesiastica; e questo fu per ispirazione divina, però dice: da l’eterno Spiro per Onorio: imperò che Onorio li concedè la grazia per ispirazione divina ispirato. E poi che per la sete; cioè per lo desiderio, del martiro; cioè che ebbe desiderio santo Francesco d’essere martirizzato per la fede di Cristo, e però andò in Egitto a predicare Cristo e li santi che seguitorno Cristo, Nella presenzia del Soldan superba; cioè in presenzia del Soldano che era re e signore dello Egitto: così si chiamano li re d’Egitto, [p. 360 modifica]cioè Soldano; e dice superba: imperò che con grande pompa et apparato stava, Predicò Cristo; cioè santo Francesco manifestò al Soldano et a chi era nella sua presenzia Cristo nostro Salvatore essere colui che avea ricomperato l’umana generazione del peccato del primo uomo, e come era figliuolo d’Iddio, e l’altre cose della nostra fede, e li altri; cioè santi martiri, che ’l seguirò; cioè che seguitorno lui, cioè Cristo sostenendo passioni e morte per predicare et affermare la fede cristiana e così lo predicò al popolo; ma perchè niuno si convertiva, se ne tornò, e però dice: E per trovare a conversione acerba Troppo la gente; cioè e perch’elli trovò troppo duri quelli Saraini a convertirsi, e per non stare indarno; cioè e per non stare quine indarno et invano, Tornossi; cioè santo Francesco in Italia a convertire quelli d’Italia al servigio d’Iddio, e però dice: al frutto de l’italica erba; cioè a fare fruttificare l’erba d’Italia, cioè li cristiani d’Italia, li quali benchè fussono cristiani non seguitavano la via dell’Evangelio di Cristo come seguiva santo Francesco e li suoi frati, e così erano come erba che non fa frutto; ma santo Francesco co li suoi frati, co la loro vita esemplare, co le loro prediche molti trasseno da la mondana vita e ridusseno a spirituale.

C. XI — v. 106-117. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come santo Tommaso, seguitando lo suo ragionamento di santo Francesco, disse come ricevette le stimate, e come poi vissuto con esse due anni rendette l’anima a Dio, dicendo così: Nel crudo sasso; cioè nel monte della Verna, tra Tever et Arno; cioè tra questi due fiumi, cioè Tevere che va a Roma, et Arno che va a Pisa, et esceno del monte Faltorona 27 di Casentino, l’uno dall’uno lato, e l’altro dall’altro: imperò che la Verna è monte che viene situato tra questi due fiumi molto aspro, et evvi uno sasso spiccato dal monte molto aspro nel quale non si poteva passare senza ponte, et in su questo sasso era ad orare santo Francesco la notte che Cristo gli apparve in figura d’un Serafino, e tutto lo monte de la Verna illuminò più che se fusse lo Sole, e coi raggi che scittono da le mani, dai piedi e dal costato di questo Serafino furno percossi li piedi e le mani e lo costato di santo Francesco, sicchè vi rimase una piaga che sempre gittava sangue, e ne le mani e ne’ piedi uno nervo che passava dall’uno lato a l’altro, sicchè dal lato dentro della mano e così in su li piedi era come uno cappello d’aguto 28, e dall’altra parte ritorcea in verso la mano e lo piede spiccato dall’altra carne tanto, che vi capea lo dito tra la mano e la piegatura del nerbo, e toccando l’una parte si dimenava l’altra; e però dice: prese Da Cristo l’ultimo sigillo; cioè poi che ebbe preso da Cristo, [p. 361 modifica]che gli apparve a modo di Serafino, l’ultimo suggello, cioè le stimate della sua passione: stigma è vocabulo di Grammatica che significa suggello, segno et impressione di nobilità, lo quale Cristo volse donare a santo Francesco 29 in segno ch’elli era vero suo seguitatore, Che le sue membre; cioè lo quale suggello le membra di santo Francesco, du’anni portarno; cioè portorno due anni mentre ch’elli visse poi, che fu dua anni, e non potette poi andare se non in su l’asino, e di quella del costato non sapeva nessuno se non quello frate che gli lavava gli panni che li trovava sanguinosi. Quando a Colui; cioè a Cristo, che a tanto ben sortillo; cioè lo quale elesse lui, cioè santo Francesco a tanto bene quanto fu la sua santa vita: di santo Francesco la memoria continua col sentimento della sua passione, Piacque di trarlo; cioè di tirare lui, cioè santo Francesco, suso a la mercede; cioè in vita eterna al merito delle sue virtudi, Ch’ei; cioè la quale mercede elli, cioè santo Francesco, meritò nel suo farsi pusillo; cioè 30 nel suo farsi picculo et in umiliarsi, Ai frati suo’; cioè dell’ordine suo, sì come ad iusto erede; cioè come lo padre della famiglia raccomanda la sua donna ch’elli àe avuto cara a li suoi eredi, così santo Francesco raccomandò la povertà ch’elli avea avuto cara a li suoi eredi e tenuto per sua donna ai suoi frati che erano eredi de la sua santa regula iustamente, Raccomandò la donna sua più cara; cioè la povertà che fu più cara a santo Francesco, che le ricchezze del mondo, E comandò; cioè ai suoi frati, che l’amassen di fede; cioè che amassono fedelmente la povertà, E del suo grembo; cioè del grembo della povertà: imperò che in su la fargana 31 giacea di burraccio, Muover si volse l’anima preclara; cioè la molto chiara e splendiente anima di santo Francesco si volse muovere del grembo della povertà del povero letto di burraccio, tornand’ al suo regno; cioè al paradiso a Dio padre che l’aveva creata, Et al suo corpo non volse altra bara; che quella della povertà: imperò che comandò ai suoi frati che in sul burraccio portasseno lo suo corpo a fossa 32, come noi veggiamo che si portano li suoi frati quando muoiano.

C. XI — v. 118-132. In questi cinque ternari finge lo nostro autore come santo Tomaso, detto di santo Francesco, entra a dire di santo Domenico et entra a dire dello sviamento dei suo’ frati da la santa Teologia, dicendo così: Pensa oramai; cioè tu, Dante, qual fu colui, che degno Collega fu; cioè degno compagno a santo Francesco fu, a mantener la barca Di Pietro; cioè la chiesa d’Iddio che fu [p. 362 modifica]figurata per la barca di santo Pietro, in alto mar; cioè in questo mondo che è come mare per le molte avversità e turbazioni che ci sono, per dritto segno; cioè per la via delle virtù che menano al porto di vita eterna. E questi; cioè che fu degno compagno a santo Francesco, fu il nostro Patriarca; cioè santo Domenico; e ben dice nostro, perchè parla santo Tomaso che fu dell’ordine di santo Domenico, e ben dice patriarca, che viene a dire principe de’ padri: santo Domenico fu principe dell’ordine dei frati predicatori, sicch’elli fu priore primo sopra tutti li altri priori. Per che; cioè per la qual cosa, qual segue lui; cioè colui che seguita santo Domenico, com’el; cioè com’egli, comanda; ne le sue costituzioni: imperò che santo Domenico non fece regula nuova; ma volse che li suoi frati vivessono sotto la regula di santo Agustino; ma ben fece certe costituzioni, Discerner poi; cioè tu, Dante, puoi cognoscere, che buona merce; cioè buona mercanzia, carca; cioè carica per l’anima sua, Ma ’l suo peculio; cioè li suoi frati, di nuova vivanda E fatto ghiotto; cioè della scienzia mondana, e non della Teologia, è fatto desideroso e bramoso, si, ch’esser non puote Che per diversi salti; cioè per questa vaghezza non può essere che non si svii per diversi monti: salto è monte, non si spanda; cioè non si sparga, e così si svii dall’ovile 33. E quanto le suo’ pecore; cioè li suoi frati, rimote; cioè dal pastore, dal pecorile e da la pastura dovuta, cioè da lo studio della santa Teologia e dal suo comandamento, E vagabunde più da esso vanno; cioè dal pastore, Più tornan a l’ovil; cioè a la santa Teologia et al debito studio, nel quale debbono fare prò, di latte vote; cioè votate di fruttifera scienzia all’anime loro e de’ fedeli che odono la loro dottrina. Ben son di quelle; cioè pecorelle, cioè ben sono di quelli frati, dice santo Tomaso come fu elli, che non si cessò da la santa Teologia, come dimostrano l’opere ch’elli fece, che; cioè le quali pecore, cioè frati, temono ’l danno; cioè che si seguita dello sviamento, E stringensi al pastor; cioè a santo Domenico, seguendo le sue costituzioni, ma son sì poche; cioè queste così fatte pecore, cioè questi così fatti frati, Che le cappe fornisce poco panno; et in questo dimostra la loro pocanza. Seguita.

C. X — v. 133-139. In questi due ternari et uno versetto finge l’autore come santo Tomaso, conchiudendo della parte detta di sopra, dimostra essere soluto l’uno dubbio dei due che di sopra furno mossi, cioè che vuole dire: U’ ben s’impingua, se non si vaneggia, dicendo così: Or; cioè ora, dice santo Tommaso, se le mie parole; cioè le quali t’ò detto a te Dante nella parte precedente, non son [p. 363 modifica]fioche; cioè oscure e non intelligibili, come è la voce fioca, E se la tua audienzia; cioè di te Dante, è stata attenta; cioè sollicita ad intendere ciò che io òne detto, Se ciò, ch’ò detto; cioè io Tommaso nella parte precedente, a la mente; cioè tua di te Dante, revoche; cioè reduci le cose dette, In parte fia la tua vollia contenta; cioè la tua voglia di te Dante serà contenta in una parte, perchè serà soluto l’uno dubbio che avevi, Perchè; ecco la cagione, vedrai; cioè tu, Dante, la pianta; cioè lo detto, che è come pianta, unde si scheggia; cioè unde si deriva, come la scheggia da la pianta, questo detto: U’ ben s’impingua — , Vedrai ’l corregger; cioè tu, Dante, santo Domenico lo quale chiama corregger, perchè portò cinta la correggia, e volse che li suoi frati portassono cinta come santo Francesco li suo’ frati la corda, che argomenta; cioè che prova con vero argomento ne le sue costituzioni che li frati suoi debbiano studiare nella santa Teologia 34, ne la quale studiando ingrasseranno l’anime loro di buona pinguedine, cioè della grazia d’Iddio, del sapere delle cose divine, se non andranno vaneggiando per le altre scienzie, le quali sono vanità e fanno l’anima vanire et insoperbire; e però ben dice che santo Domenico argomenta che li frati suo’ vadano per lo cammino suo, U’; cioè nel quale cammino dello studio della Teologia ch’elli mostrò loro, ben s’impingua; cioè ben s’ingrassa, cioè di buona pinguedine, se non si vaneggia; cioè se non si va vaneggiando per l’altre scienzie che enfiano e fanno l’omo vano e superbo, e questo è uscire del cammino di santo Domenico. E qui finisce lo canto xi, et incominciasi lo xii.

Note

  1. C. M. lo principio de l’una che fu santo Francesco
  2. C. M. come, tornato dalla visione quando scrisse le cose vedute, elli fece per intrata
  3. C. M. e però sono così denominati, Quanto
  4. C. M. apparente e non esistente, e così
  5. C M. Cagion apprendo; cioè piglio cagione a parlare, s’intende: et ora liel manifesta, dicendo: Tu;
  6. C. M. vedere et intendere di creatura qualunche sia, è vinto;
  7. C. M. grande che possa vedere lo fondo
  8. C. M. Cristo da le’ amato, La sposa
  9. Presso; prezzo, come solfo, per zolfo, e simili dove scambiasi agevolmente la z in s. E.
  10. C. M. padre per esser ricomperata dalla servitù del dimonio, e questo fu
  11. C. M. la contemplazione; e però lodando l’uno si lodano amburo: imperocchè l’uno ebbe quel che l’altro, sì che l’un lodando si loda l’altro, qual
  12. C. M. di verso l’oriente, nasce nel terreno di Nocea, e l’acqua
  13. Del ducato di Spoleto. E.
  14. C. M. Subaso; nella quale costa è
  15. C. M. che da levante li viene Tupino, e da ponente Agobio,
  16. C. M. mezzo verso levante, Da Porta
  17. C. M. Subaso. nella costa del quale è Ascesi di verso levante, li piange;
  18. C. M. fu nel 1227,
  19. C. M. nella fede di
  20. C. M. contra al sole, et è chiamato nella Santa Scrittura questo fiume et appo li autori o vero Poeti Gange
  21. C. M. quine ritto dove
  22. Diminuto; diminuito, secondo il diminutus latino. E.
  23. C. M. panni, perchè elli volea abbandonare lo sfato mondano e servire a Dio nello stato della povertà, a cui;
  24. C. M. nullo pensiero dei beni temporali che li turbasse la mente anco l’avea nell’amore di Cristo, Corse
  25. C. M. o povertà bene
  26. Istituta; istituita, giusta il latino institutus. E.
  27. C. M. Falterona
  28. Aguto; chiodo. E.
  29. C. M. per dare segno
  30. C. M. cioè meritò con la sua umiltà: imperocchè farsi piccolo è umiliarsi
  31. C. M. farsata
  32. C. M. lo suo alla sepoltura,
  33. C. M. In queste scienze mondane si sviano dalla Scrittura divina andando per le loro altezze. E quanto
  34. C. M. come studiò egli, nella
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