Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XII

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Paradiso
Canto dodicesimo

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Paradiso - Canto XI Paradiso - Canto XIII
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C A N T O     XII.

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1Sì tosto come l’ultima parola
     La benedetta fiamma per dir tolse,
     A rotar cominciò la santa mola;
4E nel suo giro tutta non si volse,
     Prima ch’ un’altra d’un cerchio la chiuse,
     E moto a moto, e canto a canto colse;
7Canto, che tanto vince nostre Muse,
     Nostre Sirene, in quelle dolci tube,
     Quanto primo splendor quel che rifuse.1
10Come si volgen per tenue nube2
     Due archi paralelli e concolori,
     Quando Iunone a sua ancilla iube,3
13Nascendo di quel d’entro quel di fori,4
     A guisa del parlar di quella vaga,
     Ch’amor consunse come Sol vapori,5
16E fanno qui la gente esser presaga
     Per lo patto, che Dio con Noe pose
     Del mondo, che giammai più non s’allaga;
19Così di quelle sempiterne rose
     Volgeansi circa a noi le due ghirlande,
     E sì l’estrema all’intima rispuose.

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22Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande
     Sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
     Luce con luce gaudiose e blande
25Insieme al punto, et al voler quetarsi,
     Pur come li occhi, ch’al piacer che i move,6
     Conviene insieme chiudere e levarsi,
28Del cor dell’una de le luci nove
     Si mosse voce, che l’ago a la stella7
     Parer mi fece e volger al suo dove;8
31E cominciò: L’amor, che mi fa bella,
     Mi tragge a ragionar dell’altro duca,9
     Per cui del mio sì ben ci si favella.
34Degno è che dov è l’un, l’altro s’induca
     Sì che, com’elli ad una militaro,
     Così la gloria loro insieme luca.
37L’esercito di Cristo, che sì caro
     Costò a riarmar, dietro a la ’nsegna
     Si movea tardo, sospettoso e raro,10
40Quando lo ’mperador, che sempre regna,
     Providde a la milizia, che era in forse,
     Per sola grazia, e non per esser degna;11
43E, com’è detto, a sua sposa soccorse
     Con du’ campioni, al cui fare, e ’l cui dire12
     Lo popolo sviato si raccorse.13
46In quella parte, ove surge ad aprire
     Zefiro dolce le novelle fronde,
     Di che si vede Europa rivestire,

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49Non molto lungi al percuoter dell’onde,
     Dietro a le quali per la lunga foga
     Lo Sol tal volta ad ogni om si nasconde,
52Siede la fortunata Caleroga14
     Sotto la protezion del grande scudo,
     In che soiace il Leone e soioga.15
55Dentro vi nacque l’amoroso drudo
     Della Fede cristiana, il grande atleta,
     Benigno a’ suoi et a nimici crudo;
58E come fu creata, fu repleta16
     L’anima sua di divina virtute17
     Che ne la madre lei fece profeta18
61Poi che le sponsalizie fuor compiute
     Al sacro fonte tra lui e la Fede,
     U’ si dotar di mutua salute,
64La donna, che per lui l’assenso diede,
     Vidde ’l nel sonno il mirabil frutto,
     Ch’uscir dovea di lui e de le rede;19
67E perchè fusse quale era costrutto,20
     Quinci si mosse Spirito a nomarlo
     Del possessivo, di cui era tutto,
70Domenico fu detto; et io ne parlo
Sì come de l’agricola, che Cristo
Elesse all’orto suo per aiutarlo.
49Ben parve messo e familiar di Cristo:
     Chè ’l primo amor, che ’n lui fu manifesto,
     Fu al primo consillio che diè Cristo.

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76Spesse fiate fu tacito e desto
     Trovato in terra dalla sua nutrice,
     Come dicesse: Io son nato a questo,21
79O padre suo veramente Felice!
     O madre sua veramente Ioanna,22
     Se ’nterpretata val, come si dice!
82Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
     Dietro ad Ostiense et a Taddeo;
     Ma per amor della verace manna,
85In picciol tempo gran dottor si feo,
     Tal ch’ei si misse a circuir la vigna,
     Che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
88Et a la sede, che fu già benigna23
     Più a’ poveri iusti, non per lei;
     Ma per colui, che i siede e che traligna,24
91Non dispensare o due o tre per sei,
     Non la fortuna di primo vacante,25
     Non decimas, quae sunt pauperum Dei,
94Addimandò; ma contra ’l mondo errante
     Licenzia di combatter per lo seme,
     Di che si fascian vintiquattro piante.26
97Poi con dottrina e con voler insieme,
     Coll’officio apostolico si mosse,27
     Quasi torrente ch’alta vena prieme;28
100E nelli sterpi eretici percosse
     L’impeto suo più vivamente quivi,
     Ove le resistenzie eran più grosse.

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103Di lui si fecer poi diversi rivi,
     Unde 1’ orto catolico s’irriga,29
     Sì che’ suoi arboscelli stan più vivi.
106Se tal fu l’ una ruota de la biga,
     In che la santa Chiesa si difese,
     E vinse ’n campo la sua civil briga,
109Ben ti dovrebbe assai esser palese
     L’ eccellenzia dell’altra, di cui Tomma
     Dinanzi al mio venir fu sì cortese.
112Ma l’orbita, che fe la parte somma,
     Da sua circunferenzia è derelitta,
     Sì che è la muffa dov’era la gromma.
115La sua famiglia, che si mosse dritta
     Coi piedi a le suo’ orme, è tanto volta,
     Che quel dinante a quel dirieto gitta;
118E tosto s’avvedrà de la ricolta30
     De la mala coltura, quando il giollio31
     Si lagnerà che l’arca li sia tolta.
121Ben dico, chi cercasse a follio a follio
     Nostro volume, ancor troverea carta,32
     U’ leggerebbe: Io mi son quel ch’io sollio.
124Ma non fie da Casal, nè d’Acquasparta,
     Là onde vegnon tali a la scrittura,
     Ch’uno la fugge, e l’altro la coarta.
127Io son la vita di Bonaventura
     Da Bagnoreo, che ne’ grandi offici33
     Sempre pospuosi la sinistra cura.
130Illuminato et Augustin son quici,
     Clic fuor dei primi scalzi poverelli,
     Che nel capestro a Dio si fero amici.

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133Ugo da Sanvittore è qui con elli,
     E Pietro Mangiator, e Pietro Spano,34
     Il qual giù luce in dodici libelli;35
136Natan profeta, e ’l Metropolitano
     Grisostimo et Anselmo e quel Donato,36
     Ch’a la prima arte degnò poner mano:37
139Rabano è qui, e lucemi da lato
     E1 calavrese abate Ioacchino38
     Di spirito profetico dotato.
142Ad inveggiar cotanto paladino
     Mi mosse la ’nfiammata cortesia
     Di fra Tomaso e ’l discreto latino,
145E mosse meco questa compagnia.

  1. v. 9. C. A. Quanto il primo splendor è quel
  2. v. 10. C. A. volgon per tenera
  3. v. 12. C. A. Giunone
  4. v. 13. C. A. fuori,
  5. v. 15. C. A. come il Sol
  6. v. 26. C. A. agli occhi,
  7. v. 29. C. A. Si mosse luce,
  8. v. 30. C. A. fece in volgersi
  9. v. 32. C. A. alto duca,
  10. v. 39. C. A. sospicioso e
  11. v. 42. C. A. grazia, non
  12. v. 44. C. A. al cui fare, al cui
  13. v. 45. C. A. popol disviato
  14. v. 52. C. A. Calaroga
  15. v. 54. C. A. soggiace il Leone e soggioga.
  16. v. 58. Repleta, ripiena, alla guisa del repletus latino. Frate Iacopone cantò a D’ogni «virtù repleta A me ’l capo chinava».
  17. v. 59. C. A. Sì la sua mente di viva virtute,
  18. v. 60. Profeta; usato qui feminile come la duca, la Tana. E.
  19. v. 66. C. A. dello erede;
  20. v. 67. C. A. fosse quale era in costrutto,
  21. v. 78. C. A. son venuto a
  22. v. 80. C. A. Giovanna,
  23. v. 88. C. A. alla sedia,
  24. v. 90. C. A. che siede
  25. v. 92. C. A. prima
  26. v. 96. C. A. Del qual ti
  27. v. 98. C. A. Dell’officio
  28. v. 99. C. M. preme,
  29. v. 104. C. A. cattolico si riga,
  30. v. 118. C. A. si vedrà della
  31. v. 119. C. A. loglio
  32. v. 122. C. A. troveria
  33. v. 128. C. A. Da Bagnoregio,
  34. v. 134. C. A. Mangiadore, e Pietro Ispano,
  35. v. 135. C. A. Lo qual giù
  36. v. 137. C. A. Crisostomo
  37. v.138. C. A. porla
  38. v. 140. calabrese abate Giovacchino

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C O M M E N T O


Sì tosto come l’ultima parola ec. Questo è lo xii canto di questa terza cantica, nel quale lo nostro autore fingendo come poeta induce a parlare maestro 1 Buonaventura da Bagnoreo dell’ordine dei frati minori de la santa vita di santo Domenico e della sua natività, e del soccorso che diede a la chiesa d’Iddio col suo predicare e col suo ordine 2; et a presso discende a dire dei frati minori mostrando come sono mancati da la perfezione co la quale incominciorno; e come nomina gli altri, che l’autore finge che fusseno con lui nel secondo cerchio ch’elli finge che cingesse lo primo detto di sopra. E dividesi questo canto, secondo lo modo usato, in due parti: imperò che prima finge come entrò a parlare maestro Buonaventura de l’origine di santo Domenico; nella seconda, della vita sua santa e del suo esercizio e dello sviamento dei frati minori dal loro principio, e come nominò gli altri beati che erano con lui nel cerchio, et incominciasi quine la seconda: Ben parve messo ec. La prima, che [p. 370 modifica]sarà la prima lezione, si divide tutta in sei parti: imperò che prima finge l’autore che, compiuto che ebbe di dire santo Tomaso le cose ette di sopra, incominciò 3 a girare lo suo cerchio che era intorno a lui et a Beatrice et a cantare, et apparvene uno altro intorno a quello nel quale finge che fussono spiriti beati non di tanta perfezione di quanta quelli del primo cerchio in scienzia et in santità tra’ quali era m.° Bonaventura; nella seconda finge e dimostra per similitudine come l’uno cerchio inchiudea l’altro, e come da quel d’entro nacque lo movimento di quello di fuori, et incominciasi quine: Come si volgen ec.; nella terza finge come, posato lo giro e lo canto, uno dei beati spiriti del cerchio di fuori incominciò a parlare, unde Dante si dirizzò verso lui, et incominciasi quine: Poi che ’l tripudio ec.; nella quarta parte finge come lo detto spirito parlando intrò nella materia dei detti due campioni, per dire di santo Domenico poi che santo Tomaso avea detto di santo Francesco, et incominciasi quine: L’esercito ec.; nella quinta parte descrive lo luogo dove nacque santo Domenico, et incominciasi quine: In quella parte ec.; nella sesta parte incomincia a dire della perfezione della sua vita e come fu santo infine da la sua natività, et incominciasi quine: Poi che le sponsalizie ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizioni litterali, allegoriche e morali.

C. XII — v. 1-9. In questi tre ternari lo nostro autore finge come al fine del suo parlare fu venuto santo Tomaso, lo suo cerchio incominciò a girare e non compie lo giro, che uno altro cerchio apparve intorno a quello rispondendo al moto et al canto lodando molto quel canto, dicendo così: Sì tosto; cioè altresì tosto, come l’ultima parola; la quale fu: se non si vaneggia, come appare nel precedente canto. La benedetta fiamma; cioè santo Tomaso lo quale introdutto dall’autore àe parlato insino al principio di questo canto, nel quale l’autore introducerà a parlare frate Bonaventura da Bagnoreo; e bene lo chiama fiamma: imperò che sotto spezie di fiamma àne introdutto l’autore li spiriti beati apparire loro, per dir tolse; cioè prese per dire quella ultima parola, cioè si vaneggia — A rotar cominciò la santa mola; cioè incominciò a girare lo circulo in che erano, lo quale appella mola per similitudine: imperò che girava come fa la 4 mola, cioè la macina del mulino. E questo finge l’autore, per dimostrare quello che è stato detto di sopra, cioè che li beati spiriti fanno moto circulare intorno a Dio: imperò che, da lui incominciando lo loro intelletto a contemplare la sua infinita bontà e discorrendo per tutta la natura, a lui ritornano godendo di lui et in lui rallegrandosi. E quando finge che parlino a lui et ad altri, finge [p. 371 modifica]che stiano salde 5, perchè lo intelletto non è verisimile che allora contempli Iddio; nella quale contemplazione sta la beatitudine umana; ma, finito lo parlamento, finge che ritornino a la detta contemplazione. E nel suo giro; cioè nel suo circulare movimento, tutta; cioè quella brigata di quelli 6 santi spiriti, non si volse; cioè non compie di fare lo giro tutto, Prima; cioè innanzi, ch’un’altra; cioè che un’altra brigata di spiriti, la chiuse; cioè inchiuse quello cerchio di prima dei beati detti di sopra, d’un cerchio; cioè con uno altro cerchio; e per questo finge che apparissono altri beati spiriti di minor gradi che li detti di sopra, e però finge che quelli di sopra che furno in maggior grado di scienzia si girino più presso al centro del corpo del Sole, e questi altri poi in uno altro cerchio più distante che circunda lo primo, per mostrare che dalla scienzia di quelli di prima furno illuminati et aiutati quelli secondi, com’è chiaramente: imperò che santo Tommaso fece opere nella santa Teologia 7 che illuminorno molto la santa Scrittura, e chi la studia grande lume ne riceve. E moto a moto, e canto a canto colse; cioè lo cerchio di quelli di fuora accordò lo suo moto e lo suo canto con quelli d’entro. E per questo dà ad intendere che concordia grandissima era tra loro e che tutti s’accordavano a la contemplazione d’Iddio et a la loda sua, benchè quelli di dentro più dappresso, e quelli di fuora più dilungi. Canto; ora manifesta che canto era quello, mostrando la sua perfezione dicendo, che; cioè lo quale canto, tanto vince nostre Muse; cioè le nostre poetiche scienzie tanto avanza, cioè tutte le fizioni che potessono fare li Poeti de le melodie del canto, Nostre Sirene; che cose siano Sirene è stato detto di sopra in questa opera; ma qui l’autore le piglia per tutte le dolcezze del canto che possano più tirare a sè lo sentimento umano, in quelle dolci tube; cioè in quelle dolci voci di quelli spiriti beati: certo le voci dei beati spiriti vinceno ogni dolcezza di canto nella lode che rendeno a Dio, Quanto primo splendor; cioè vince, quel; cioè splendore, che; cioè lo quale, rifuse; cioè che riverberò poi di quindi, cioè dal primo. Ecco che dimostra per comparazione e per similitudine quanto quello canto avanza tutti li canti mondani; cioè tanto quanto lo primo splendore avanza lo secondo che rifulge di quinde, cioè come quando lo Sole manda li raggi suoi sopra una acqua, e di quinde li riflette a qualche parete: quanto lo primo splendore del Sole vince lo splendore secondo che riflette a la parete, tanto vince lo canto dei beati lo canto dei mondani.

C. XII — v. 10-21. In questi quattro ternari lo nostro autore, [p. 372 modifica]volendo dimostrare come stavano quelli due cerchi di beati intorno a lui et a Beatrice, arreca due similitudini; cioè l’una a proposito, e l’altra a dimostrare l’assimigliato, dicendo cosi: Come si volgen per tenue nube; ecco la prima similitudine, cioè come alcuna volta si vedono nell’aire due archi equidistanti nelle nube non troppo spesse, dei quali quello d’entro è cagione di quello di fuora, cioè quello che è di verso lo Sole è cagione dell’altro che viene più di lungi dal Sole: imperò che lo primo si gira 8 per li radi solari, che perquotono nella nuvula, e di quinde si genera l’altro per riflessione di quelli radi a l’opposita parte; così vuole dare ad intendere che Io cerchio primo, finto da lui essere stato intorno a loro, fu cagione ch’elli fingesse come per riflessione l’altro cerchio di fuori 9, acciò che come nel primo santo Tomaso, introdutto da lui a dire delli due campioni della Chiesa, cioè di santo Francesco e di santo Domenico, si stendesse a dire della santa vita di santo Francesco, e finisce in reprensione dei frati dell’ordine de’ predicatori; cosi frate Bonaventura, che non fu di quella profondità di scienzia, fu introdutto da lui nel secondo cerchio a dire prima della perfezione di santo Domenico e finire poi in reprensione dei frati dell’ordine dei minori. Et àe usato qui l’autore bella cautela, per inducere li lettori a dare più fede, cioè che l’uno dica bene del cominciatore dell’altro ordine, et e converso; e ciascuno dica male del mancamento dei suoi frati dal fervore della carità. E però tocca per similitudine quello che dice Aristotile nella sua Metaura, come fu detto nella presente opera in altra parte, che l’arco appare nella nebbia non folta nell’aire, imperfetto: imperò che non si vede, se non quella parte che è di verso lo nostro emisperio, l’altra metà appare nell’altro et alcuna volta se ne vedono due; cioè quando è tanto ampia la nebbia, che vi possa essere riflessione; ma non si vede sì chiaro quello che si fa per riflessione, dicendo: Come si volgen per tenue nube; cioè sottile e trasparente, cioè che non sia troppo folta, Due archi paralelli; cioè egualmente distanti, cioè che dall’una parte non s’accostano insieme più che dall’altra, cioè lo primo che si cagioni dai raggi del Sole diretti nella nube, e l’altro dai raggi reflessi da quello nella parte opposita, e concolori; cioè et insieme d’uni medesimi colori, cioè di rosso biadetto, verde e bianco, Quando Iunone; cioè quando la moglie di Iove, secondo la fizione poetica, a sua ancilla; cioè a sua serva, che è chiamata Iris, iube 10; cioè comanda che vada a fare qualche sua imbasciata: imperò che li Poeti fingeno che Iris sia messaggiera di Iunone e [p. 373 modifica]che la via sua sia a venire in terra per quello arco, come è stato detto di sopra in altro luogo; cerchisi quine, Nascendo di quel d’entro; cioè dell’arco d’entro, cioè di verso lo Sole, quel di fori; cioè quello che è più rimoto dal Sole; e così vuole dare ad intendere che lo ragionamento, indutto 11 da lui, di santo Tomaso, che fu dei più eccellenti, fusse cagione d’inducere 12 quell’altro ragionamento di frate Bonaventura, che fu di meno eccellenzia di scienzia di lui, sicchè ’l più eccellente fu cagione di parlare del meno eccellente; e qui induce l’altra similitudine poetica, dicendo: A guisa del parlar; cioè a similitudine del parlare, di quella vaga; cioè di quella ninfa che fu chiamata Eco, che fu donzella di Iunone e di Iove, e questa Eco fu una delle ninfe dei monti. E perchè Iove non fusse trovato da Iunone quando ne’ monti stava co le ninfe, intrava in parole con Iunone quando veniva per trovarlo, e tanto la teneva in parole che Iove era partito da loro; unde Iuno fatta avveduta di ciò, le tolse la garrulità della lingua: imperò che, essendo Eco grande parlatrice, li fece che non potesse parlare se non rispondendo e replicando le parole dette d’altrui, et anco non tutte; ma pur l’ultime, e che sempre stesse nei monti. Avvenne caso che, stando poi ne’ monti e ne le selve, ella vidde Narcisso bellissimo iovano, lo quale era cacciatore, e voleva servare castità, del quale si fu innamorata, e dispregiata da lui tanto sdegno prese ch’ella s’appiattò in una spelunca d’uno monte, e tanto quine pianse che la carne tutta si consummò 13, e l’ossa si mutorno in sasso e rimase sola la voce, la quale al modo detto di sopra rispondea. Questa fizione pone Ovidio Met. nel terzio libro, e gli spositori delle fizioni poetice 14 diceno che l’autore volse arrecare la cosa naturale a fizione, e per quella dimostrare quel che vuole che si vegga essere nella natura, cioè che’ luoghi cavernosi danno reboato 15 a la voce che perquote nell’aire vacuo, e l’aire vacuo riperquote nell’aire rinchiuso, e così rimbomba la voce, e non rimbomba tutta; ma solamente l’estrema parte; e questo avviene perchè l’aire percosso non può integramente riperquotere: conviene che per lo passamento dell’uno luogo a l’altro qualche parte perda, e perda quella che è più di lungi: più di lungi è la prima che l’ultima, e però si perde la prima. Ma l’autore tocca questa fizione a suo proposito, dicendo che come lo rimbombamento procede da la prima voce, così lo secondo parlare di frate Bonaventura nacque dal parlare primo di santo Tomaso, come nasce lo rimbombo del parlare che è dentro nel [p. 374 modifica]luogo chiuso nell’aire che è nell’estremo che richiede suo scialo 16, e perchè non l’à, rimbomba, cioè un’altra volta riperquote. Ch’amor; cioè lo quale amore di Narcisso, consunse; cioè consummò e fece tornare nulla, come Sol vapori; cioè come consumma lo Sole li vapori che esceno della terra, e levansi suso in aire; e finge che si consummò, e l’ossa si mutorno in sasso, a denotare che questo reboato 17 si fa nei monti e nelle selve che sono sassose. E fanno; cioè li detti archi, qui; cioè in questo mondo, la gente esser presaga; cioè essere indivinatrice, Del mondo; cioè di questo mondo, che; cioè lo quale giammai più non s’allaga Per lo patto, che Dio con Noe pose; cioè che non si disfà per diluvio 18, come fece al tempo di Noe. E questo dice, per accordarsi co la santa Scrittura, dicente: Ponam arcum meum in nubibus cœli ec. Ecco che adatta la similitudine: Così di quelle sempiterne rose; cioè di quelle anime beate che stavano in giro intorno a noi, come due ghirlande stanno intorno al capo l’una più presso che l’altra, quando sono fatte di rose e poste in su uno capo, Volgeansi circa a noi; cioè intorno a Beatrice et a me, le due ghirlande; cioè lo cerchio nel quale era santo Tomaso, e similmente lo cerchio di fuori nel quale era frate Bonaventura, E sì; cioè e per sì fatto modo, l’estrema; cioè quella di fuora, all’intima; cioè a quella d’entro, rispuose; cioè col moto e col canto, cioè come risponde lo rimbombo a la voce che è dentro nell’aire ripercosso. E così frate Bonaventura, che era nel cerchio di fuori, rispuose a santo Tomaso che era nel cerchio d’entro, cagionato dal suo parlare a sì rispondere: imperò che la carità di santo Tomaso mosse a similmente parlare frate Bonaventura da Bagnoreo di santo Domenico e dei suoi frati minori, come santo Tomaso avea parlato di santo Francesco e dei suoi frati predicatori.

C. XII — v. 22-36. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come quelle beate anime feciono festa l’une a l’altre, e come di quelle del cerchio di fuori una incominciò a parlare, cioè frate Bonaventura, dicendo così: Poi che ’l tripudio; cioè lo ballo che girava intorno, come finge l’autore che girassono le dette anime: tripudio ene vocabulo grammaticale che significa ballo che giri in tondo, e l’altra festa grande; cioè che facevano le dette beate anime, e dichiarò di che, Sì del cantare e sì del fiammeggiarsi; due atti tocca, cioè cantare: imperò che, come detto è di sopra, insieme s’accordarono al canto et al moto, e poi lo fiammeggiarsi; cioè rispondere lo splendore dell’una a lo splendore dell’altra, che era segno [p. 375 modifica]d’avvicendevile carità e figurava l’alluminazione che avevano ricevuto li secondi da’ primi nella scienzia della Teologia, e quella che aveano dato li secondi a gli altri che doveano essere dopo loro. Luce con luce; cioè l’uno beato spirito coll’altro, gaudiose; cioè godenti et allegri, e blande; cioè compiacenti l’uno a l’altro, Insieme al punto; cioè al fermamento del suo moto, che è al punto d’ogni moto, cioè Iddio, lo quale è immobile et elli volge ogni cosa, et al voler; cioè al voler divino, al quale ogni anima beata si ferma, quetarsi; cioè si riposarono luna e l’altra rota 19, Pur come li occhi; ecco che arreca la similitudine che, come li due occhi s’accordano insieme ne l’omo a chiudersi et ad aprirsi a la cosa obietta che li muove; così quelle due circuizioni di spiriti insieme girorno e cantorno et insieme si posorno; e però dice: ch’al piacer; cioè a la cosa che piace a vedere, che i move; cioè la quale li muove, cioè gli occhi, Conviene insieme chiudere e levarsi; se già non volesse l’uomo studiosamente pure aprire l’uno e chiudere l’altro. Del cor dell’una; cioè dal quore dell’una; e questo dice l’autore, per mostrare che parlava con affetto, de le luci nove; cioè di quelle che erano venute poi, cioè del cerchio di fuori, Si mosse voce; cioè sì fatta, di tanta affezione di carità, che l’ago a la stella Parer mi fece; cioè che fece parere a me Dante che l’ago del bussolo, che portano li marinai 20 per cognoscere, quando è che non possano vedere le stelle, dove sia la tramontana, al segno della quale navigano, fusse fermato alla stella, cioè a la tramontana, secondo la quale navigano li marinai. Ànno li naviganti uno bussulo che nel mezzo è impernato una rotella di carta leggieri, la quale gira in sul detto perno, e la detta rotella àe molte punte et ad una di quelle, che v’è dipinto una stella, è fitta una punta d’ago; la quale punta li naviganti, quando vogliano vedere dove sia la tramontana, imbriacano colla calamita toccandola molto con quella, e poi girano intorno al bussolo la detta calamita, e l’ago seguita la calamita, e quando ànno fatto pigliare lo moto di girare intorno, rimoveno e cessano la calamita, e stanno a vedere quando si posa lo moto della detta rotella, la quale sempre ferma quine dove è la tramontana, et allora s’avvedono dove elli sono, che via debbono tenere; e così per similitudine, che si contiene nel colore che si chiama significazione, vuole dimostrare l’autore che li par che quello spirito fusse fermato a Dio che è principio d’ogni cosa, come si ferma l’ago a la tramontana dove è lo perno del moto del cielo, e volger; cioè me Dante, al suo dove; cioè al suo luogo, dove ella era, fece, E cominciò; cioè la detta voce: L’amor, che mi fa bella; cioè l’amore dello Spirito [p. 376 modifica]Santo che mi fa beata, Mi tragge; cioè tira me beata anima, a ragionar dell’altro duca; cioè di santo Domenico, lo quale è uno dei due campioni nominati di sopra, Per cui; cioè per lo quale amore, del mio; cioè campione, di santo Francesco, che fu campione di frate Bonaventura, lo quale àe introdutto l’autore a parlare qui, sì ben ci si favella; cioè ci si fa ragionamento, come appare di sopra, che disse santo Tomaso, introdutto a parlare dall’autore, di santo Francesco. Degno è; ecco che dimostra che sia convenevile, che dov’è l’un; cioè indutto, l’altro s’induca; ancora, e dimostra la cagione Si che, com’elli; cioè santo Francesco e santo Domenico, che sono li due campioni che combattettono per la fede di Cristo contra ’l mondo e contra li eretici, ad una 21; cioè insieme, militaro; cioè sè esercitorno nella santità, contra ’l mondo e contra li errori combattendo: imperò che concorsono in uno medesimo tempo santo Francesco e santo Domenico, Così la gloria loro; cioè dei detti campioni, insieme luca; cioè risplenda giù nel mondo la fama loro e la gloria che ànno in paradiso, la quale publicano li predicatori de la santa Chiesa, e l’autore nostro la vuole publicare ai suoi lettori sotto tali fizioni et introduzioni.

C. XII — v. 37-45. In questi tre ternari lo nostro autore, introdutto frate Bonaventura a parlare di sopra di santo Domenico, finge che incominciasse in questa forma; cioè: L’esercito di Cristo; cioè la congregazione dei cristiani, che sì caro Costò a riarmar; cioè ad armare un’altra volta: due volte armò Iddio la congregazione dei suoi fideli; cioè prima, la sinagoga dei Iudei coi diece comandamenti; e perch’ella si spolliò di quelli, riarmò poi la santa Chiesa di quelle medesime armi et adiunsevi li articoli della fede, li sacramenti che sono sette e co li Evangeli e co le virtù e sante opere; la quale armatura costò molto caro: imperò che Cristo ne sostenne passione più aspra che si potesse mai sostenere 22, dietro a la ’nsegna; cioè del gonfalone della croce, Si movea tardo; cioè lento nelle sue opere virtuose, che richiede la perfezione cristiana, sospettoso; cioè con molti dubbi, siccome appare nelle sette delli eretici che s’erano levati, e raro: imperò che pochi la dottrina evangelica seguitavano, come si doveva, Quando lo ’mperador; cioè lo sommo signore, che è Iddio, che sempre regna; cioè lo quale sempre regna: lo regno d’Iddio non viene mai meno, Providde; col suo aiuto, a la milizia; cioè a la santa Chiesa militante, che era in forse; cioè in dubbio, Per sola grazia; cioè d’Iddio, e non per esser degna; cioè e non che per suo merito ne fusse degna. E, com’è; cioè e come è, detto; cioè [p. 377 modifica]di sopra, a sua sposa soccorse; cioè a la santa Chiesa che è la sposa di Cristo, e la santa Chiesa militante è la congregazione dei cristiani, dei quali lo papa è capo, come vicario di Cristo, Con du’ campioni; cioè con due combattitori in campo che combattessono per lei contra gli errori degli eretici, contra i quali combattette santo Domenico; e contra li vizi del mondo, contra li quali combattette santo Francesco, al cui fare; cioè all’opere dei quali campioni, e ’l cui dire; cioè et al dire et a le prediche dei quali, Lo popolo; cioè cristiano, sviato; cioè dalla santa Chiesa e da la fede, si raccorse; cioè si ravvidde del suo errore e ritornò a la via diritta: imperò che per la vita santa et esemplare di santo Domenico e di santo Francesco, e per le loro prediche molti si raviddono dei loro errori.

C. XII — v. 46-60. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che frate Bonaventura, incominciando a parlare di santo Domenico, discrivesse e nominasse lo luogo dove nacque santo Domenico, dicendo così: In quella parte; cioè de la terra, ove; cioè nella quale, surge ad aprire; cioè si leva per fare aprire, Zefiro dolce; cioè quello vento così chiamato che si leva nell’occaso di verso mezzo di’ più presso a l’occaso che a mezzo di’; e chiamalo dolce; perchè è dilicato vento e fiata nella primavera, e per questo intende la parte occidentale, le novelle fronde: imperò che nella primavera soffia lo vento zefiro, et allora gli albori e l’erbe mettono fuora le fronde, Di che; cioè delle quali frondi, si vede Europa rivestire; cioè ricoprire la sua terra di fronde e d’erbe, e li suoi arbori di foglie; notando in questa parte che Europa è una delle tre parti del mondo, et è situata in questa forma; da tramontana infine all’occaso cinta dal mare oceano e divisa da Africa per lo mare Mediterraneo. Et àe l’autore descritto questa parte per lo vento zefiro che àe più potenzia in essa che nell’altre, et àe seguitato Boezio che dice nel primo libro della Filosofica Consolazione: Ut quas borœ; spiritus aufert, Revehat mitis Zephyrus frondes. Pone Boezio che borea, che soffia lo verno, faccia cadere le fronde, e che zefiro che soffia la primavera faccia rivestire li arbori e l’erbe di nuove frondi, e sono contrari venti l’uno a l’altro. Diceno gli altori 23 essere quattro venti cardinali; cioè principali, che ciascuno viene per diritto dall’una delle quattro parti; cioè da oriente, Subsolano; da occaso, Favonio; da settentrione, Aquilo; da mezzo di’, Austro; e ciascuno di questi n’àe due collaterali, cioè Subsulano àe di verso settentrione Vulturno, e di verso mezzo di’ Euro; et Aquilo àe di verso oriente Borea, e di [p. 378 modifica]verso occidente àe Coro; e Favonio àe di verso settentrione Circio, e di verso mezzo di’ Zefiro; et Austro àe di verso l’occaso Africo, e di verso l’oriente Noto. E così sono dodici venti, li quali stanno, come appare in questa figura posta qui di sotto; e questo luogo che àe descritto si è la Spagna, nella quale nacque santo Domenico. Non molto lungi al percuoter dell’onde; cioè dell’oceano e per questo dà ad intendere che la città, che nominarà ora, è presso al mare oceano, Dietro a le quali; cioè onde, per la lunga foga; cioè per la quale altezza lunga, da la quale cade quando è al Tropico estivale lo Sole che è più alto che possa essere, Lo Sol tal volta; cioè alcuna volta, non sempre, ad ogni om si nasconde; perchè quando fa l’occaso suo quine, ad ogni uno parimente s’appiatta, Siede la fortunata Caleroga; cioè quella città così chiamata, la quale dice fortunata; cioè bene avventurata 24, pensando che quine nacque sì fatto uomo come fu santo Domenico; et interpetrano alquanti questo nome Caleroga; cioè buona preghiera: imperò che vi nacque colui che fu buono oratore, cioè santo Domenico, Sotto la protezion; cioè sotto la difensione, del grande scudo; cioè del grande defensore, cioè del re di Spagna, cioè di Castella 25 che porta per sua arme lo leone; ma qui pone lo scudo per lo defensore: imperò che, come lo scudo difende l’uomo che si quopre con esso; così le città sono difese da la potenzia del re, sotto lo quale sono, In che; cioè nel quale scudo, [p. 379 modifica]soiace il Leone: imperò che sta di sotto al castello che v’è dipintonell’una metà dello scudo, e soioga; cioè lo leone che v’è dipinto 26, cioè nell’altra metà: imperò che lo re di Spagna, cioè di Castella, fa l’arme sua in questa forma, cioè uno scudo grande con quattro quartieri, dei quali nei due dall’uno lato nell’uno è lo castello, cioè nel quartieri di sopra, et in quello di sotto è lo leone, e negli altri due nell’uno quartieri di sopra è lo leone et in quello di sotto è lo castello, e cosi nell’uno lato lo leone soiace al castello e nell’altro lato lo leone soiuga lo castello. E questo significa che al principio furno due Spagne; l’una di qua che si stende al settentrione infine a Cartagine 27 di Spagna; e l’altra di là che è da Celtiberi popoli infine al mare oceano gaditano 28 in verso lo mezzo di’. E sono in essa due regni, che l’uno si chiama re di Spagna, e l’altro re di Castella, lo quale è potentissimo re e difende lo re di Granata, che è infidele, per lo grande tributo che li dà, lo quale sarebbe combattuto dagli altri re cristiani che sono intorno a lui, se non fusse la defensione del re di Castella. Dentro; cioè in Caleroga, vi nacque l’amoroso drudo 29; cioè santo Domenico che fu amoroso amatore: drudo tanto viene a dire, quanto amatore, Della Fede cristiana, santo Domenico amò eccessivamente la fede di Cristo tanto, che per quella si misse a combattere contro li eretici e contra li infideli et a dirizzare li cristiani co la sua dottrina, il grande atleta; cioè lo grande campione: atleta è vocabulo grammaticale che viene a dire uomo apparecchiato a combattere insino a la morte, Benigno a’ suoi; cioè cristiani, ammonendoli e correggendoli caritativamente, et a’ nimici crudo; cioè duro a li eretici et a li infideli, impugnandoli colli argomenti e colle ragioni della santa Teologia. E come fu creata; cioè l’anima di santo Domenico, fu repleta; cioè ripiena, L’anima sua; cioè di santo Domenico, di divina virtute: imperò che fu santificata nel ventre della madre, Che; cioè la quale divina virtù, ne la madre; cioè sua di santo Domenico, che ebbe nome Ioanna, lei; cioè l’anima di santo Domenico, fece profeta; cioè la divina virtù fece l’anima di santo Domenico, essente nel ventre della madre, profeta, sicchè la madre per quella virtù che era in quella anima profetò, dicendo che quello ch’ella aveva nel ventre sarebbe uno santo uomo. Ecco che profetò che sarebbe figliuolo maschio e che sarebbe santo e cosi fu; e spuose lo sogno ch’ella fece, cioè che avendo sognato ch’ella parturiva uno cane bianco e nero che portava una fiaccola in bocca che tutto lo mondo incendea, ella spuose [p. 380 modifica]lo sogno dicendo ch’ella partorirebbe uno figliuolo che colla scienzia sua illuminerebbe tutto lo mondo, e colla sua ardente carità incenderebbe li altri ad amare Iddio. E così fu; che fatto monaco diventò sofficientissimo teologo, sicchè dimandò al papa di potere andare a disputare colli eretici, come si dirà di sotto; et essendo iovanetto seculare dato a lo studio, tutti li suoi libri vendette e dispensò li danari ai poveri di Cristo per amore suo, e poi si fece monaco e poi fece religione di frati mendicanti predicatori della parola d’Iddio et ammaestratori del mondo ne la via d’Iddio, sì come appare nella sua leggenda. Seguita.

C. XII — v. 61-72. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che frate Bonaventura, seguitando lo suo parlare di santo Domenico, dica della sua santità che ebbe infine dalla sua natività, dicendo: Poi che le sponsalizie; chiama sponsalizie qui l’autore le promessioni che si fanno, quando lo fanciullo si battezza, e però dice sponsalizie, che è vocabulo che viene da spondeo che sta per promettere, fuor compiute; cioè le promessioni furno compiute di fare, Al sacro fonte; cioè a la fonte del battesimo, tra lui e la Fede; cioè tra santo Domenico e la fede cristiana, a la quale lo fanciullo si lega per promessione de’ patrini che parlano per lui et addimandano per lui, come appare nella forma del battesimo ne la quale dimanda lo sacerdote per la santa Chiesa: Quid petis ab Ecclesia Dei? et ellino rispondono: Fidem. E lo sacerdote dimanda: Fides quid tibi praestat? e li patrini rispondono: Vitam aeternam; e dimanda: Vis baptizari? et eliino rispondono per lo fanciullo: Volo; et anco dice: Abrenuntia Sathanœ et pompis eius; et ellino rispondono: Abrenuntio; e così è promessione tra lo fanciullo e la fede, come appare di sopra, U’; cioè a lo qual fonte del battesimo, si dotar; cioè per lo fanciullo santo Domenico che prese per sua donna la fede, e la fede insieme che prese lui per sposo, di mutua salute; cioè d’avvicendevile salute: imperò ch’elli promisse a lei di difenderla da coloro che la volevano corrompere; cioè dagli eretici, et ella promisse a lui vita eterna. La donna che per lui l’assenso diede; cioè la santula, cioè la matrina, che lo presentò al battesimo e rispuose per lui, Vidde ’l nel sonno; cioè quando dormiva sognò, il mirabil frutto; cioè lo meraviglioso frutto, Ch’uscir; cioè lo quale frutto uscire, dovea di lui; cioè di santo Domenico, e de le rede; cioè e de’ frati suoi, che sono eredi della sua santità et onestà di vita e della sua santa operazione del predicare 30, col quale ànno fatto grande frutto nella chiesa d’Iddio. Trovasi nella leggenda di santo Domenico che la santula 31 sua, che l’aveva tenuto al battesimo, sognò [p. 381 modifica]ch’ella vedeva nella fronte di santo Domenico una stella che illuminava tutto lo mondo, la quale figurava che la dottrina di santo Domenico e de’ suoi frati dovea essere lume di tutta la cristianità, e di tutti gli omini che a la fede si volessono convertire. E perchè fusse; cioè santo Domenico tale in nome, quale era costrutto; cioè chente era ordinato da Dio, che fusse ini opera, Quinci; cioè da questa cagione, si mosse Spirito; cioè si mosse spirazione divina, discesa nel padre e ne la madre, a nomarlo; cioè a nominarlo, Del possessivo; cioè del nome possessivo, di cui; cioè di colui del quale, era tutto; cioè santo Domenico fu nominato per ispirazione divina Domenico, che è nome possessivo che si deriva da questo nome dominus, secondo che dice lo Grammatico; e viene a dire dominicus, cosa del Signore, e così Domenico omo del Signore, cioè Iddio: imperò che d’Iddio fu tutto. Et ecco che ’l dichiara: Domenico fu detto; cioè uomo del Signore, d’Iddio, come dimostrorno le sue opere, et io; cioè frate Bonaventura, ne parlo Sì come de l’agricola; cioè siccome del lavoratore del campo, cioè della cristiana congregazione, che; cioè lo quale, Cristo; cioè lo nostro Salvatore, Elesse all’orto suo; cioè della Chiesa santa, per aiutarlo; cioè per aiutare la santa Chiesa, acciò che crescesse e non mancasse, come era incominciato a mancare per le sette degli eretici che erano levate, le quali santo Domenico confutò co le sue ragionevili disputazioni, et estirpò e divelse li loro errori dell’orto della Chiesa, come fa lo buono agricola quando bene coltiva e netta lo suo campo. E qui finisce la prima lezione del canto xii, et incominciasi la seconda.

Ben parve messo ec. Questa ene la seconda lezione del canto xii, ne la quale lo nostro autore finge come maestro Bonaventura, seguitando lo suo ragionamento della perfezione di santo Domenico infine a la morte sua successivamente 32, discende poi a riprensione dei suoi frati minori, siccome finse l’autore che santo Tomaso descendesse a riprensione dei suoi frati predicatori. E dividesi tutta in sei parti: imperò che prima finge come maestro Bonaventura, ragionando di santo Domenico, disse della perfetta carità che ebbe in verso Iddio et in verso lo prossimo; nella seconda, come infiammato de la carità del prossimo dimandò dal papa licenzia di potere confutare li eretici, et incominciasi quine: Et a la sede ec.; nella terzia parte dimostra come convinse li eretici e come fece religione nella quale santamente moritte, et incominciasi quine: Poi con dottrina ec.; nella quarta finge l’autore come maestro Bonaventura, finito lo parlamento de la vita santa di santo Domenico, intrò a parlamento 33 dei suoi frati minori, et incominciasi quine: Se tal fu l’una ec.; nella [p. 382 modifica]quinta finge l’autore come maestro Bonaventura si manifesta chi elli è, e similmente gli altri che sono con lui, et incominciasi quine: Io son la vita ec.; nella sesta parte finge l’ autore che maestro Bonaventura manifesta la cagione che lo indusse a parlare di santo Domenico, et incominciasi quine: Ad inveggiar ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizioni litterali, allegoriche e morali.

C. XII — v. 73-87. In questi cinqua ternari lo nostro autore finge come frate Bonaventura, continuando lo suo parlare dei frati di santo Domenico, dice del processo della sua santa vita poi che àne detto della sua concezione e natività, dicendo: Ben parve messo e familiar di Cristo; cioè santo Domenico ben parve nel principio della sua vita messo d’Iddio e familliare suo: Chè ’l primo amor; cioè imperò che ’l primo amore, che ’n lui; cioè lo quale in lui, cioè in santo Domenico, fu manifesto; cioè fu cognosciuto essere in lui publicamente: imperò che accidentalmente 34 ebbe quello che seguita poi; ma non fu mondano, come è quello delli altri uomini; ma fu divino, come appare per quello che seguita, Fu al primo consillio che diè Cristo; siccome appare Matthaei, disse Cristo consigliando: Si vis perfectus esse, vade 35, vende quœ habes, et da pauperibus: sequere me; e così fece santo Domenico, come appare nella sua leggenda che, essendo nella sua puerizia a studio, vendette tutti li suoi libri e ciò che aveva, e distribuitte il pregio in sussidio de’ poveri di Cristo, essendo una grande fame in quel tempo; e per questo venne a notizia al vescovo della terra la sua santità e fecelo canonico regulare, et intese a lo studio poi della santa Teologia. Molte cose disse Cristo, predicando al populo, che quale era comandamento e quale era consillio; questo che detto è di sopra fu consillio a coloro che volessono avere perfezione di carità. Spesse fiate; ora tocca l’amore ch’egli ebbe in verso Iddio, lo quale sempre portò occulto nel suo cuore: l’amore del prossimo non si può occultare, conviene pur venire in publico; e però di questo amore occulto parla ora, dicendo ora: fu tacito e desto; cioè essendo 36 infantulo, che anco stava appresso la nutrice, spesse volte fu trovato da lei uscito del letto in terra ginocchione, svegliato innanti a la figura ad adorare, Trovato in terra dalla sua nutrice; di che molto ella si maravigliava, che così fanciullino uscisse della culla o del letto e stesse ginocchione 37 adorare, Come dicesse: cioè santo Domenico: Io son nato a questo; cioè ad essere oratore e [p. 383 modifica]servitore d’Iddio. O padre suo veramente Felice! Finge qui l’autore che maestro Bonaventura usasse esclamazione per ammirazione, approvando lo padre di santo Domenico essere felice in fatto come elli era in nome: imperò che ’l nome suo era Felice, che viene a dire bene avventuroso: veramente fu bene avventuroso, avendo sì fatto figliuolo per li cui meriti elli acquistasse vita eterna. E perchè la madre sua ebbe nome Ioanna, che s’interpreta piena di grazia, però dice: O madre sua veramente Ioanna; s’intende, fu in tale figliuolo, Se ’nterpretata; cioè Ioanna, val, come si dice; cioè piena di grazia, che veramente fu piena di grazia avendo tale figliuolo, chente fu santo Domenico! Non per lo mondo; ecco che seguita a dire delle sue perfezioni, dicendo che non por amor del mondo, come fanno molti, per cui; cioè per lo qual mondo, mo; cioè nel presente tempo, s’affanna; cioè si dura fatica da’ decretalista 38, Dietro ad Ostiense et a Taddeo; questo Ostiense e Taddeo furno due cardinali grandi decretalisti, e scrissono sopra li Decretali e dierno la dottrina del piatire nella corte ecclesiastica; nella quale scienzia al presente li decretalisti s’affaticano, per guadagnare da coloro che piatiscono per li benefici, Ma per amor della verace manna; cioè per amore della vera dottrina che ciba l’anima, cioè della santa Teologia, In picciol tempo: imperò che in brieve tempo imparò, gran dottor si feo; cioè santo Domenico, Tal; cioè sì fatto Dottore, ch’ei; cioè che elli, si misse; cioè santo Domenico, a circuir; cioè a fortificare e scepare intorno, la vigna; cioè la santa Chiesa, fortificandola co le ragioni della santa Teologia e della fede cristiana, Che; cioè la qual vigna, cioè la qual fede, tosto imbianca; che è segno che ella secchi, se l’ vignaio; cioè lo terreno in che è piantata la vigna, è reo; cioè è malo terreno e non fertile a notricare e mantenere verde la vigna. E così la fede tosto viene meno, s’ella è in mali omini, non fertili della grazia d’Iddio; e così usa l’autore lo colore significazione per similitudine, parlando de la fede sotto nome di vigna e degli uomini, ne’ quali ella è, sotto nome di terreno.

C. XII — v. 88-96. In questi tre ternari lo nostro autore finge come maestro Bonaventura, seguitando lo suo parlamento de la vita di santo Domenico, raccontò come santo Domenico impetrò da papa Innocenzio licenzia di potere predicare la parola d’Iddio al popolo, dicendo così: Et a la sede; cioè apostolica, che; cioè la quale, fu già benigna Più; cioè che non è al tempo presente, a’ poveri iusti; cioè a’ poveri iusti, cioè ai poveri onesti, non ai gallioffi: soleano li plelati 39 della santa Chiesa li beni della Chiesa partire in [p. 384 modifica]quattro parti; la prima parte de la persona del prelato; la seconda dei cherici che servono lui e la Chiesa: la terza, per l’adornamento della Chiesa; la quarta, dei poveri di Cristo; la quale divisione da pochi oggi s’osserva, e però dice l’autore fingendo che ’l dica maestro Bonaventura: non per lei; cioè non per la colpa della sedia 40 è venuta questa tepidezza nei prelati della santa Chiesa, che non fanno la detta divisione, Ma per colui; cioè ma per colpa di colui cioè del prelato, che i 41 siede; cioè lo qual siede ne la detta sedia, e che traligna; cioè si diparte dalla virtù delli antichi prelati, che seguitavano li modi di Cristo e di santo Piero suo vicario, e delli altri che seguitorno santo Piero, Non dispensare o due o tre per sei; addimandò santo Domenico, s’intende, come addimandano molti che, essendo obligati a rendere a la Chiesa alcuna quantità di pecunia o a’ poveri per alcuno testamento, addimandano dal papa o da altro prelato che ’l possa fare, che dispensi che, dando lo terzo o vero lo meno, sia assoluto da l’avanzo, Non la fortuna di primo vacante; addimandò, s’intende, santo Domenico; e qui tocca l’altro dimando che molti fanno al sommo pontifice, cioè lo beneficio del canonicato al primo vacante o d’altro beneficio, aspettando e desiderando che colui che v’è muoia, et elli succeda, Non decimas, quœ sunt pauperum Dei, Addimandò; cioè santo Domenico non addimandò d’avere le decime d’una contrata 42 come dimandano al presente molti: sono tenuti li cristiani dare le decime de’ loro frutti e de’ loro guadagni ai suoi cappellani e rettori delle loro chiese, come fu tenuto ancora lo popolo d’Iddio, come appare nella Bibbia Esodi 43 III; le quali decime dè dispensare lo rettore ai poveri di Cristo, e lo papa le dispensa alcuna volta ad altra cosa; de le quali decime possano li rettori dispensare coi suoi parrocchiani licitamente per uno candelo di libbra l’anno, come comunemente s’usa, ma contra’l mondo errante Licenzia di combatter; cioè addimandò santo Domenico dal papa licenzia che elli e li suoi frati potessono predicare l’Evangelio di Cristo publicamente al populo, lo quale errava per ignoranzia ne la fede, et abandonava la vera via delle virtù, per lo seme; cioè per la fede che è seme che produce lo miglior frutto, che mai producesse seme alcuno, cioè vita eterna, come fu detto di sopra: Fides quid tibi prœstai? Vitam aeternam; e seguita l’autore qui lo parlare colorato di quello Evangelio, che dice: Exiit seminator seminare semen suum, et aliud ec. — Di che; cioè del qual seme, si fascian li vintiquattro piante; cioè ventiquattro libri della Bibbia che tutti parlano della fede cristiana, et a tutti è necessario di dare [p. 385 modifica]fede se vogliamo venire a la conclusione de la santa Teologia, come di queste piante è stato detto nella seconda cantica nel canto xxxix.

C. XII — v. 97-105. In questi tre ternari lo nostro autore finge come maestro Bonaventura, continuando lo suo parlare di santo Domenico, dice come santo Domenico avuto licenzia dal papa di predicare 44 contra gli eretici e fatto inquisitore de’ patarini, molto li convinse; e così 45 dei suoi poi diversi furono fatti predicatori de la parola d’Iddio, dicendo così: Poi con dottrina: imperò che santo Domenico fu pieno di molta dottrina, co la quale nella fede predicando, molto lo popolo ammaestrava, e con voler; cioè e con voluntà grande di convincere gli errori, insieme Coll’officio apostolico; cioè collo oficio de la inquisitoria che li fu conceduto dal papa, si mosse; cioè santo Domenico, Quasi torrente; cioè quasi fiume che scende di monte: imperò l’autorità sua scendeva dal papa, che è lo più alto officio che sia, ch’alta vena prieme; cioè che vena d’acqua, che vegna d’alto, spinga: quando la vena dell’acqua del fiume viene d’alto, allora corre più rapidamente e più fortemente, E nelli sterpi eretici percosse; come lo fiume, che viene d’alto, caccia a terra pietre et arbori; così santo Domenico andando co la autorità papale e colla santità sua, per la quale faceva miracoli grandissimi, percosse et abbattè e convinse gli eretici; e chiamali l’autore sterpi: imperò che sterpo si dice legno bastardo, non fruttifero, e così sono gli eretici: e come lo sterpo impaccia e stroppia l’arbore che fa frutto; così gli eretici impacciano li veri cristiani e non gli lassono fare frutto, e li veri cristiani si chiamano legittimi e veri arbuscelli che fanno frutto, L’impeto suo; cioè lo fervore di santo Domenico prima percosse gli eretici, invocandoli a la fede co la dottrina e coi miraculi, più vivamente quivi, Ove le resistenzie eran più grosse; cioè più fortemente percosse quive, cioè in quelle sette eretiche, che più erravano e maggiore moltitudine erano. Di lui; cioè di santo Domenico, si fecer poi diversi rivi; poi che à assimigliato lui al fiume grosso, assimiglia li suoi frati ai rivi, dicendo che di lui nacqueno poi diversi rivi, cioè frati, Unde; cioè dai quali frati co la loro dottrina e co la loro predicazione che è abbondantemente, come è l’acqua del rivo, l’orto catolico; ecco che seguita la similitudine, chiamando la santa Chiesa orto catolico, cioè universale: imperò che come l’orto fruttifica quando è bene irrigato et imbagnato de l’acqua; così la santa Chiesa fruttifica e cresce, quando è ammaestrata da la dottrina de’ Teologi, s’irriga; cioè s’imbagna, Si che’ suoi arboscelli; cioè li suoi fideli cristiani 46 stan più vivi; cioè più ferventi nella [p. 386 modifica]fede: imperò che per le prediche continue cresce nei cristiani la fede e la carità e la speranza in Dio. Seguita.

C. XII — v. 106-126. In questi sette ternari lo nostro autore finge che maestro Bonaventura, commendando la vita di santo Domenico e l’opere sue, ritornò a commendare ancora sotto brevità santo Francesco; e presa di quinde cagione, incominciò a dolersi dei suoi frati riprendendo lo rifreddamento del fervore, avendo abandonato le vestigie del loro maestro, dice: Se tal; cioè quale è stata detta per me di sopra, fu l’una ruota de la biga; parla qui con quel colore che si chiama permutazione, trasferendo questo nome biga, che viene a dire carro di due rote, a la virtuosa vita e religiosa dei due ordini, cioè dei frati minori e predicatori; la quale vita combattette contra li vizi che erano levati contra la santa Chiesa, e l’una ruota significa santo Domenico, che menò questo carro e di lui intende, Iti che; cioè ne la quale biga, cioè carro, la santa Chiesa si difese; cioè contra li suoi avversari, E vinse ’n campo; cioè combattendo santo Domenico e li suoi frati contra gli eretici, la sua civil briga; cioè la battaglia che la Chiesa santa ebbe coi suoi cristiani, che la impugnavano con loro eresie e false impugnazioni. Et è qui da notare che de le battaglie e guerre che si fanno quale si dice ostile; cioè che si fa contra li rimici; e quale si dice civile, che si fa tra cittadino e cittadino; e quale si dice più che civile che si fa tra parente e parente. E perchè li cristiani sono tutti cittadini d’una città, cioè della Chiesa militante a tempo e de la triunfante in perpetuo, però chiama l’autore la divisione et oppugnazione delli eretici, perchè sono cristiani e combatteno contra gli altri cristiani, civile briga. Ben ti dovrebbe; cioè a te Dante, assai esser palese; cioè manifesta, L’eccellenzia; cioè la grandezza, dell’altra; cioè ruota, che fu santo Francesco col suo ordine, di cui; cioè de la qual ruota, cioè di santo Francesco, Tomma; cioè santo Tomaso che parlò, innanti che io venissi, di santo Francesco, Dinanzi al mio venir; cioè inanti che venisse io maestro Bonaventura, fu sì cortese; come detto è di sopra, dicendone tanto bene. Ma l’orbita; ora descende a narrare dei frati minori, dimostrando che ànno derelitto la via di santo Francesco, dicendo: Ma l’orbita; cioè la via: orbita si chiama la riga che disegna la ruota del carro, che fe la parte somma; cioè la parte di sopra, che significa santo Francesco, che fu primo edificatore del suo ordine, et elli segnò la via, che doveano seguire li suoi frati, è derelitta; cioè abbandonata, Da sua circunferenzia; cioè dai suoi prelati che sono rimasi vicari di santo Francesco: e come la circunferenzia de la ruota del carro dè seguitare l’orbita, cioè la via che fa la prima parte; così li ministri e li prelati de l’ordine di santo Francesco dovrebbono tenere la via che [p. 387 modifica]tenne santo Francesco e non deviare da quella, Sì che; cioè per sì fatto modo che, è la muffa; cioè lo malo seto 47, cioè lo malo esemplo, parlando per lo colore detto di sopra: imperò che come la muffa è seto che guasta lo buono vino, quando è messo nella botte; così li prelati quando sono viziosi corrompono li buoni, che sono messi sotto lo governo loro, coi loro mali esempli: imperò che li sudditi sono contenuti dentro da’ prelati, come è lo vino dentro da la botte, dov’era la gromma; cioè nella via predetta 48 era gromma e l’odore del buono vino, cioè l’odore delle buone opere e de’ buoni esempli, et era v’è la muffa. La sua famiglia; cioè di santo Francesco, che; cioè la qual famiglia, cioè li frati suoi: poi che àe detto de’ prelati, dice de’ frati privati, si mosse dritta Coi piedi a le suo’ orme; cioè coi loro piedi, cioè affezioni, dirittamente si moveano seguitando le vestigie di santo Francesco, è tanto volta; cioè è tanto sviata e partita da quelle, Che quel dinante; cioè che quello che va innanzi si volge a quello dirieto, e però dice: a quel dirieto; cioè a colui che seguita dirieto volge le sue punte. E per quello che dice dà ad intendere, che quelli che sono innanzi agli altri ne le virtù, si volgeno dirieto a tenere la via de’ men virtuosi, e così viene mancando di grado in grado, volgendosi quel dinanzi a quel dirieto sempre peggiorando in tanto, che fu diviso l’ordine, e chiamornosi alquanti li frati de la prima vita, cioè che seguitavano le prime vestigie. E tosto s’avvedrà; cioè accorgerà; ecco che qui profetizza dicendo che tosto s’avvedrà, cioè la famiglia di santo Francesco, de la ricolta De la mala coltura, quando il giollio; questo è uno seme che nasce tra ’l grano e guasta molto lo grano, Si lagnerà; cioè si lamenterà, che l’arca li sia tolta; cioè li sia occupata, sicchè non vi possa stare dell’altro buono seme, cioè del grano: così li frati di santo Francesco s’avvedranno d’avere male seguitato le vestigie di santo Francesco e male avere lavorato nel suo ordine, quando vedranno sè mandati nel fuoco de lo ’nferno e li buoni messi nel granaio, cioè in paradiso. E prese questo l’autore da l’Evangelio di santo Matteo cap. xiii, dove dice in fine: Colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum, triticum autem congregate in horreum-zizania est lolium; - zizania è lo giollio. Ben dico; cioè io Bonaventura, chi cercasse; cioè colui che cercasse, a follio a follio; cioè ad uno ad uno, Nostro volume; cioè la nostra congregazione dei frati, cioè venisse esaminando tutti li frati ad uno ad uno, 49 ancor troverea carta; cioè anco ne troverebbe alcuno della prima vita; e però dice: U’; cioè ne la quale carta, cioè nel quale frate, leggerebbe; cioè [p. 388 modifica]troverrebbe alcuno della prima vita: Io mi son quel ch’io sollio; cioè io sono tale, quale solevano essere li frati nella prima vita. Ma non fie da Casal; cioè quel così fatto non sarà di Casale: questa è una terra unde nacque uno frate, che fu ministro generale che allargò la regola di santo Francesco con sue costituzioni, nè d’Acquasparta; questa è una terra unde fu un altro frate che, essendo ministro generale, strinse la regola di santo Francesco con sue costituzioni, e però dice: Là onde; cioè da’ quali luoghi, vegnon tali, cioè sì fatti ministri, a la scrittura; cioè a la regola scritta di santo Francesco, Ch’uno; cioè che l’uno, cioè quello da Casale, la fugge; cioè la scrittura, cioè la regola scritta allargandola co le costituzioni, e l’altro; cioè quello d’Acquasparta, la coarta; cioè la stringe la scrittura, cioè la regula scritta, stringendola co le costituzioni. E così non l’anno lassata nel modo che la fece santo Francesco; nel qual modo l’anno e tegnalla 50 regula de’ frati minori, secondo che l’autore finge, e de’ suoi frati osservatori, e guastatori di quella. E dopo questo finge l’autore ch’elli nominasse sè, e quelli che erano con lui nel secondo detto cerchio, che venne poi, e che era intorno al primo.

C. XII — v. 127-141. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come frate Bonaventura, continuando lo suo parlamento, manifesta a Dante chi elli è e chi sono li compagni che sono con lui, dicendo: Io; cioè che t’ò parlato infine a qui, son la vita; cioè sono l’anima: imperò che l’anima è quella che vivifica lo corpo umano, di Bonaventura; cioè di frate Bonaventura, che fu dell’ordine di santo Francesco e fu maestro in Teologia 51, Da Bagnoreo; cioè nato da quello luogo, che si chiama Bagnoreo che è una terra della Marca, che; cioè lo quale maestro Bonaventura, ne’grandi offici: imperò ch’elli fu cardinale della corte di Roma et anco ebbe innanti offici nell’ordine suo, o forse, prima fu vescovo; li quali tutti sono grandi offici, Sempre pospuosi; cioè io Bonaventura reputai minore 52, la sinistra cura; cioè la cura delle cose temporali. Due sono le cure che conviene avere ogni uno che è preposto nella chiesa d’Iddio; cioè l’una de le cose temporali: imperò che le conviene tenere famillia, e questa si chiama cura sinistra; l’altra de le cose eterne, e questa si chiama destra: imperò che è quella che ci beatifica. L’uomo è composito d’anima e di corpo e convielli curare l’una e l’altro; ma non debbe essere pari l’una cura all’altra. Lo corpo è cosa temporale, e però meno debbe essere pari l’una cura all’altra e la cura [p. 389 modifica]sua: l’anima è cosa perpetua e però la cura sua debbe esser maggiore siccome, la mano ritta à più forza che l’altra manca, e così fece frate Bonaventura che sempre ebbe più cura dell’anima sua che del corpo; ma tutti li più uomini fanno lo contrario: imperò che quando sono ne le prelazioni curan più del corpo, intendendo più a le cose temporali e mondane che dell’anima, intendendo a le cose spirituali e divine. Illuminato; questo fu uno frate dell’ordine di santo Francesco di santa vita 53, et Augustinson quici; questo fu anco uno frate del detto ordine, santo uomo, li quali servorno la regula di santo Francesco, secondo la lettera e furno dei frati della prima vita, Che fuor dei primi scalzi poverelli; cioè furno dei compagni di santo Francesco e furno grandi Teologi e spiritualissimi uomini, Che nel capestro; cioè che ne la corda che santo Francesco fece di funi 54, non di refe, come si fa oggi dai frati de la seconda vita, la quale significa la religione a la quale sono legati et obligati e però si legano con essa, acciò che d’essa continuamente s’arricordino, a Dio si fero amici; cioè vivendo in religione et osservando la regula, a la quale s’erano obligati, si feceno amici d’Iddio: imperò che colui ama Iddio et è amato da lui, che serva li suo’ comandamenti. Ma perchè questi due frati furno grandi Teologi e feceno opere, però l’autore finge che fussono quine e che così parli di loro maestro Bonaventura. Ugo da Sanvittore è qui con elli; seguita ora la narrazione sua a nominare delli altri che erano nel secondo serto insieme con seco, cioè con maestro Bonaventura, che tutti furno scientifici e santi uomini e feceno e scrissono opere ne la santa Teologia, e però nomina Ugo predetto Io quale fece libro e trattato in Teologia e fu di Parigi di Francia, e fue monaco del monasterio da Santo Vittore che è uno monasterio in Parigi, e dice che è insieme con essi: imperò che operò, come eliino, la sua cura ne la santa Teologia. Questo Ugo fece molte opere ne la santa Teologia, cioè lo libro de’ sacramenti in due volumi, dyadascalion libri 5, libri 15 sopra le lamentazioni di Ieremia. libro 1.° Q sopra la gerarcia di Dionisio, libro uno dell’arca dell’anima, libro uno de la virtù de l’orare, libro uno della istituzione de’ novizi, libro 1.° dell’arca di Noe, libro 5.° dell’anima di Cristo, libro 1.° della perpetua verginità della vergine Maria, libro sopra l’esposizione di Magnificat, libro l.° et altri più libri, E Pietro Mangiator; questo fu chiamato, Petrus comestor, e fece le storie scolastiche, del quale si truova scritto in su la sua sepultura: Petrus eram, quem petra tegit, dictusque comestor, Nunc comedor unius 55 docui, nec cesso docere [p. 390 modifica]Mortuus'', ut dicat qui me videt intumulatum: Quod sumus iste fuit, erimus quandoque quod hic est — ,e Pietro Spano; questo fu maestro Pietro di Spagna che fece li trattati della Loica che incominciano, Dialectica est ars 56 ec., et anco altre opere ne la santa Teologia, Il qual; cioè Pietro Spano, giù; cioè nel mondo, luce; cioè risplende: imperò che si vede la scienzia sua e vige la fama sua, in dodici libelli; questi furno dodici libri, li quali fece lo detto maestro Pietro Spano, Natan profeta; questi fu quello profeta che Dio mandò a David quando commisse lo peccato della moglie d’Uria, sì come appare secondo Regum; e l’autore lo mette tra questi dottori, perchè palesò lo suo peccato a David, come questi altri ànno fatto palese li vizi e le virtù nelle loro opere che ànno scritto, e ’l Metropolitano Grisostimo 57; questo fu santo Ioanni Boccadoro, lo quale prima fu cherico, cioè prete d’Antiocia, poi arcivescovo di Costantinopuli, chiamato Boccadoro per la sua eloquenzia. Questo fu figliuolo di Segondo e d’Antusa gentili persone, discepolo di Libano sofista, et uditore d’Andagato filosofo, et insieme discepoli con lui sotto Libano furno Teodoro che fu poi mobsuesceno vescovo, e Massimo vescovo di Sevoia e di Sauria. Et essendo compagno di Basilio capadoce fu fatto lettore in Antiocia, et allora fece libro contra li Iudei, e dopo poco tempo fatto diacono fece libro del sacerdozio et altri più libri et omelie molte sopra li Evangeli e le pistole di santo Paulo, et al suo governo fu commessa la Trazia e Ponto, et in Fenicia convertitte molti dell’iduli, e molti arriani 58 de’popoli cavò e ritornò a la vera fede, poi da la imperadrice Eudossia mollie d’Arcadio mandato in esilio, di dolore di capo e di febbre moritte; e chiamalo metropolitano, che tanto viene a dire quanto arcivescovo di città che à sotto di sè provincie alquante, et elli l’àe a governare, e li vescovi di quelle sono sottoposti a l’autorità e dottrina di lui, et a lui s’appartiene la solicitudine delle province, e però si chiama la città metropoli, cioè misura dell’altre città, e quinde si dice metropolitano, e moritte lo detto santo loanni Grisostimo nel 410, et Anselmo; questo fu santo Anselmo, fu di Canturia, città che ene ne le confine di Lombardia e di Burgundia: dato a le lettere, in breve tempo diventò sofficientissimo; e fatto monaco recense, chiaro di miraculi fu fatto priore, e poi vescovo fatto, scrisse molti libri, cioè lo eloquio d’Iddio, e monologio 1 della santa Trinità, libro 1, de la concordanza del libero arbitrio e prescienzia divina e predestinazione, e della grazia libro 1, della caduta del dimonio libro 1, del peccato originale libro 4, della incarnazione del Verbo libro 1, [p. 391 modifica]del sacramento dell’altare, delle meditazioni et orazioni libro 1, di Grammatica libro 1, de’ proverbi libri 4, sopra la cantica libri 4, de le pistole a diverse persone libri 4; ordinò le chiose nel salterio e moritte vescovo di Laudimita città ne li anni Domini mxvii 59, e quel Donato; questo fu Donato grammatico, che fece lo grande Donato in Grammatica et anco lo piccolo, che si legge prima da’ fanciulli che entrano ad imparare Grammatica e scrisse sopra Virgilio, e lo maggiore suo volume al presente non si trova; e però seguita: Ch’a la prima arte degnò poner mano; cioè che si degnò di scrivere sopra la prima arte; cioè sopra la Grammatica, che è la prima che s’impari de le sette arti e scienzie liberali, cioè Grammatica, Dialetica, Retorica, Arismetrica, Geometria, Musica et Astrologia. Rabano è qui; dice maestro Bonaventura a Dante et a Beatrice, e lucemi da lato: però che veniva allato a lui: et appareva ne lo splendore come li altri. Questo Raban fu sofista et al suo tempo grande poeta, e fu abbate fuldense e poi vescovo di Maganzia, e molto scrisse e disputò nella santa Scrittura, cioè della loda della croce libri 2, de la istituzione de’ cherici libro 4, sopra lo Genesi libri 3, sopra l’Esodo libri 4, sopra libro Regum libri 4, sopra Iudich 60 libri 7, sopra la Sapienzia libri 3, sopra l’Ecclesiastico libri 10, sopra Mateo libri 8, sopra li Atti de li Apostoli libri 4, e più altre opere, El calavrese abate Ioacchino; questo è lo duodecimo, quanto al numero et a la nominazione; ma quanto all’ordine, in che finge l’autore ch’elli fussono, questo era l’undecimo: imperò che maestro Bonaventura prima nominò sè, poi frate Illuminato, poi frate Agostino, poi Ugo da San Vittore, poi Pietro mangiatore, poi Pietro Spano, poi Natan profeta, poi Ioanni Grisostimo, poi Anseimo, poi Donato, poi Rabano che àe detto che era allato a lui, e poi allato a Rabano era l’abbate Ioachino, sicch’ el era in mezzo tra frate Illuminato e Rabano, e così àe compiuto lo cerchio di dodici come fu descritto l’altro cerchio dei dodici dottori più 61 eccellenti, più presso al centro del corpo solare come più eccellenti in scienzia. Questo abbate Ioacchino fu di Calavria e venne a papa Urbano che stava a Verona allora, et essendo uomo che non molto aveva acquistato di scienzia; ebbe dono d’intelligenzia dallo Spirito Santo, sicchè tutte le scuritadi de le Scritture manifestava, [p. 392 modifica]e scrisse molte cose e tra l’altro fece una opera molto notabile della durazione del mondo e disse le cose che dovevano in quel mezzo avvenire; e secondo che si truova scritto disse al re di Francia et al re d’Inghilterra, quando andavano a vincere l’infideli, essendo a vernare a Messina di Sicilia, che eglino non acquisterebbono niente: imperò che non erano anco venuti a lo tempo d’acquistare Ierusalem, e così addivenne; e però dice l’autore di lui: Di spirito profetico dotato: imperò che li fu conceduto da Dio spirito di profezia, interpretando et esponendo le Scritture sante.

C. XII — v. 142-145. In questo uno ternario et uno versetto lo nostro autore finge che maestro Bonaventura manifestasse la cagione che ’l mosse a parlare di santo Domenico, e dice che fu lo parlare fatto prima da santo Tomaso di santo Francesco, dicendo così: Ad inveggiar; cioè a manifestare e lodare, et è 62 parlare lombardo, cotanto paladino; cioè sì grande paladino, come fu santo Domenico che veramente si può chiamare paladino di Cristo: imperò che come furno dodici conti di palazzo del re Carlo Magno a combattere con lui per la santa Chiesa, che si doverebbono chiamare palatini, come dice la Grammatica comites palatini; ma lo vulgare li chiama paladini; così fu santo Francesco e santo Domenico novellamente 63 a combattere per la fede contra ’l mondo, contra la carne e contra lo dimonio, Mi mosse; cioè mosse me Bonaventura, la ’nfiammata cortesia; cioè l’ardente carità, che àe mostrato santo Tomaso in verso santo Francesco, lodando la sua vita e santità; e dice cortesia: imperò che cortesia è dire bene d’altrui, Di fra Tomaso: imperò che frate Tomaso fu quello, che l’autore introdusse nel 64 precedente canto a parlare di santo Francesco e poi dei frati predicatori, come qui in questo canto àe introdutto maestro Bonaventura da Bagnoreo a parlare di santo Domenico e de’frati minori, e ’l discreto latino: imperò che molto discretamente fu introdutto santo Tomaso a parlare di santo Francesco, prima dicendo eccellentemente le sue virtù 65, e poi con discrezione riprese li suoi frati predicatori, E mosse meco questa compagnia; dice maestro Bonaventura a Dante et a Beatrice che non solamente santo Tomaso mosse lui a dire de le virtù di santo Domenico; ma eziandio con lui mosse tutta questa compagnia di quelli dodici, che l’autore àe finto che fussono con lui non senza cagione; ma per dare ad intendere che tutti li sopradetti undici dottori erano stati studiati da lui e veduti da lui, e da loro avea appreso, e così da’ suo’ frati Illuminato et Augustino della loro santità. E qui finisce lo canto xii, et incominciasi lo xiii canto.

Note

  1. C. M. a parlare frate Bonaventura
  2. C. M. de’frati che costituitte
  3. C. M. sopra, ritornò a
  4. C. M. come gira la mola,
  5. C. M. salde e ferme,
  6. C. M. dei beati Spiriti,
  7. C. M. Santa Scrittura che illuminonno molto quella, e chi le studia
  8. C. M. Si genera per li
  9. C. M. fuori, esser generato ad ciò
  10. Iube; dal latino iubere; comandare. E.
  11. C. M. introdotto da lui,
  12. C. M. introducere
  13. Consummò, alla guisa del consummere latino. E.
  14. Poetice; poetiche fognata l’h siccome altrove. E.
  15. Reboato; dal reboare dei Latini che vale rimbombare, risonare. E.
  16. Scialo ; sfogo, uscita. E.
  17. C. M. roboato
  18. C. M. Per lo patto, che Dio con Noe pose; perchè Dio premise a Noe che più non serebbe diluvio, che allagasse la terra, come fu al tempo suo; sì che si dè intendere, come fece
  19. C. M. l’altra circulazione, Pur
  20. C. M. marinai e naviganti
  21. Ad una; guisa ellittica ove supponsi il sustantivo ora, vece e simili. E.
  22. C. M. sostenere e sparse lo preziosissimo suo sangue, dietro
  23. Altori; autori, cambiato l’u in l come in aldire per audire e simili, imitando i Trovadori. E.
  24. C. M. dice bene avventurosa,
  25. Castella; Castiglia. E.
  26. C. M. dipinto lo castello, cioè
  27. Cartagine o Cartagene. E.
  28. C. M. guardano in verso
  29. Drudo qui vale campione, difensore, ed oggi si adopera in senso di amante disonesto. E.
  30. C. M. predicare, con la quale
  31. C. M. santula sua, ovvero matrigna,
  32. C. M. sua succintamente, dicendo
  33. C. M. intrò a parlare dei
  34. C. M. che occultamente ebbe
  35. vade et vende omnia quae
  36. C. M. essendo fanciullo che anco stava appo la
  37. C. M. ginocchione in terra innante a la figura ad adorare, Come
  38. Decretalista, anche in plurale usato invariabile, come evangelista, papa ec. E.
  39. Prelati; alla pisana come altrove nella vece di prelato. E.
  40. C. M. sedia papale
  41. I, ivi; in quella, dal latino ibi. E.
  42. C. M. contrada
  43. Esodi; al singolare, come bicchieri, pensieri ec. E.
  44. C. M. di procedere
  45. C. M. così poi dei suoi frati diversi ne furono
  46. C. M. cristiani che sono come piante nell’orto della santa Chiesa stan
  47. C. M. seto et odore
  48. C. M. nella quale era la gromma, cioè l’odore
  49. C. M. ad uno et investigando la vita loro, ancor
  50. Tegnalla; tegnanla, come più sotto convielli per convienli. E.
  51. C. M. in Teologia e scrisse le sentenzio e fece molti libelli e trattati nella santa Scrittura Da
  52. C. M. minore e vile, la
  53. C. M. vita e fu scentifico, et
  54. C. M. funi a cingersi non
  55. C. M. comedor nimis docui,
  56. C. M. ars artium ec.
  57. Grisostimo, o Grisostomo vale Boccadoro da χρυσός oro στόμα bocca. E.
  58. C. M. molti populi arriani cavò d’errore e
  59. Il Commentatore confonde qui due Anselmi, l’uno di Aosta, detto di Cantuaria o Cantorbury perchè vi fu arcivescovo, e famoso principalmente per il Monologio e il Prosologio, donde la scuola cartesiana cavò le sue argomentazioni a priori per la esistenza di Dio, l’altro di Lauduno o Laon, ed autore della Glossa interlineata alla S. Scrittura che accompagna la Glossa ordinaria e quella del Lirano, e fors’anco autore de’ Commentari sulla Cantica e l’Apocalissi, attribuiti al primo, del quale fu coetaneo o di poco anteriore. E.
  60. Iudich; Iudith, scambiato il t in c. E.
  61. C. M. più antichi e più
  62. C. M. et è questo verbo lombardo invcggiare et parlare, cotanto
  63. C. M. novellamente eletti da Dio ad
  64. C. M. indusse nel
  65. C. M. le sue virtù e la sua vita e
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