Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro I/Capitolo IX

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Capitolo IX

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CAPITOLO NONO

L’Ammiraglio viaggia lungo la costa d’Ispaniola. — Perfido attacco degli Isolani contro gli Spagnuoli. — L’ammiraglio torna in Europa. — Navigazione difficile, pericoli e voti dell’equipaggio durante la tempesta. — Si giunge alle Azzorre. — Il governatore portoghese vuole impadronirsi di Colombo, e gli rapisce a tradimento la metà del suo equipaggio. — Colombo ricupera le sue genti e continua la sua via. — Nuova tempesta. — È costretto a prender terra in Portogallo.

§ I.


Il venerdì, 11 gennaio, l’ammiraglio mise dunque alla vela. Fra via, dava nome al Capo Beaupré, alla Montagna d’Argento, al Capo dell’Angelo, alla punta di Ferro, al Capo Rotondo, al Capo Francese, ed al Capo del Bel Tempo. Continuando il giro delle coste dell’isola Spagnuola, stupiva della sua estensione.

Desiderando procurarsi fresche vettovaglie, Colombo mandò a terra uno stuolo de’ suoi, i quali scontrarono uomini armati di frecce, con cui si posero in relazione. I marinai fecero risolvere uno di que’ guerrieri a seguirli sulla caravella: era costui un ardimentoso giovane, interamente ignudo col volto impiastrato di nero: a’ suoi lunghi capelli scendenti a fasci dietro la testa andavano unite penne di uccelli: al suo contegno guerriero, al tuono risoluto della sua voce, e a’ suoi schifosi lineamenti l’ammiraglio lo scambiò per uno de’ Caraibi mangiatori d’uomini, di cui aveva udito parlare: dimandogli s’era di Caniba; rispose di no, e additò il paese di quella razza mostrando l’est. Dopo di averlo interrogato senza gran profitto, gli fece dare da mangiare, lo regalò di qualche cosuccia, e lo rimando invitandolo a portargli oro, se ne aveva. Mentre la scialuppa che lo riconduceva si accostava alla riva, un sessanta guerrieri si erano messi dietro gli alberi. Ai primi moti del loro compatriota, nascosero una parte delle loro armi e si accostarono agli Spagnoli. Questi comprarono da loro due archi [p. 259 modifica]e molte frecce: ma dopo di averne ricevuto il prezzo, invece di dar le armi, vedendo che avevano da fare con soli sette stranieri, corsero a pigliare corde per legarli, risguardandoli già come loro prigionieri. Accortisi di tale intenzione, i sette Spagnoli irruppero improvvisamente su quella masnada, ferirono uno degli aggressori nel petto, menarono ad un altro un colpo di sciabola, e per l’intrepidezza dell’attacco, li percossero di tale spavento che se ne fuggirono gettando via le lance. I sette Spagnoli ne avrebbero fatto strage, se l’ufficiale che li comandava non avesse, secondo gli ordini avuti, impedito d’inseguirli. A bella prima Colombo fu dolente di questo caso: non avrebbe voluto che la sua spedizione fosse per costare neppure una goccia di sangue a genti che intendeva attirare alla pace del Signore: ma si confortò riflettendo che quella rotta di sessanta guerrieri per opera di soli sette Spagnoli era di buon augurio per la piccola colonia lasciata nel fortino.

Que’ guerrieri appartenevano ai Ciguaiani, i cui costumi contrastavano colla dolcezza delle altre popolazioni d’Ispaniola. Esposti alle scorrerie de’ Caraibi, essi avevano contratte alcune delle crudeli abitudini dei loro nemici. L’ammiraglio chiamo questo luogo il Golfo delle Frecce. La dimane vi rimandò la scialuppa armata in guerra. Gli abitatori, accompagnati dall’indiano già venuto a bordo della Nina, si fecero presso senza rancore agli Spagnoli.

Prima di rientrare in Castiglia, Colombo avrebbe desiderato di scontrarsi colla razza di Caniba, spavento dei paesi da lui visitati, e veder mangiatori di carne umana, ribelli all’ordine provvidenziale, che oltraggiavano la natura per una ghiottornia ributtante, e rapivano gli uomini per divorarli: una tale abbominazione parevagli impossibile, e per crederla avrebbe voluto coglierli sul fatto. Gli era stato altresì parlato di un’isola Matinino, la quale non era popolata che di donne senza uomini, donne armate, che ricordavano le favolose Amazzoni. L’esistenza di quell’isola era certa; ma gl’Indiani non seppero indicargliene la via; ed egli avvisò doverla trovare all’est-sud-est: e così pensando indovinava. Ma sendosi levato un vento favorevole per tornare in Ispagna, e le sue genti cominciando ad [p. 260 modifica]essere inquiete per tale prolungata navigazione, dovette ripigliare la via dell’Europa, tanto più che le due caravelle facevano allora molt’acqua. Il rimanere non era men pericoloso del partire. In tale condizione di cose, e a tale distanza non v’era da sparare soccorso altro che da Dio.

L’uomo della Provvidenza volse la prora alla Spagna, invocando la Santa Trinità, perchè, dice il venerabile Las Casas, «non ostante la gran quantità d’acqua che facevano le caravelle egli sperava che Nostro Signore, che lo aveva condotto nella sua bontà, degnerebbe ricondurlo nella sua misericordia.»

Sul principio il mare fu quieto: v’ebbero frequenti variazioni di vento: ne’ giorni seguenti i flutti si animarono: fu veduta gran copia di tonni, ed altresì uccelli di mare dalle lunghe e strette penne in coda. Tuttavia il mare era liscio, la temperatura dolce, il vento propizio. Colombo ne rendeva grazie a Dio.

Il 21 gennaio, l’aere si rinfrescò. Comparvero molti uccelli, e pochi pesci. L’acqua era più fredda. La dimane vi fu gran calma. Gl’Indiani si trastullarono a nuotare intorno le navi. Si trovaron erbe, ma non mettevano più timore. I giorni seguenti, i soffi,furono variabilissimi. Di frequente la Nina era costretta a diminuir le vele per aspettare la Pinta, la quale andava male, perché Martin Alonzo aveva trascurato di ripararne le avarie durante la sua diserzione.

ll cielo perdette in breve la sua trasparenza. Gl’incessanti mutamenti de’ soffi rendettero pesanti le manovre. Si avanzava poco; le provigioni si esaurivano; non vi era altro che patate, biscotto e vino, il che non bastava a sostenere le forze per quel gran faticare.

Il venerdì 26 gennaio, dopo il levar del sole sopraggiunse la calma. I marinai riuscirono a prendere un tonno ed un enorme pesce cane, che fu di felice rinforzo per la cucina. Ne’ dì seguenti si fece poca strada; l’aere e i flutti rimanevano stagnanti. Tuttavia l’ammiraglio continuava a ringraziar Dio dello stato del mare. ll 4 febbraio, il cielo, sempre più annuvolato, diventò piovoso, e il tempo freddo. L’ammiraglio fece mettere all’est. Continuò questo mal tempo sino all’8 febbraio. Due giorni dopo i piloti si reputavano nel loro calcolo vicini alla Castiglia più di [p. 261 modifica]quel che credea l’ammiraglio: il calcolo dell’ammiraglio era giusto; i piloti si ingannavano, come dimostro il fatto.

ll 12 febbraio, un vento, precursore di tempesta, sibilò nel cordame: la giornata fu penosa. La sera, alcuni lampi partirono dal nord-est per ben tre volte; era l’annunzio dell’uragano. L’ammiraglio si apparecchiò incontanente a riceverlo. Si andò ad albero secco, vale a dire ad alberi ed a corda: i flutti anneritisi si accavallavano con violenza: l’orizzonte assumeva un aspetto formidabile; il mare, gonfio e mugghiante, schiudeva immensi abissi sollevando verso il cielo i suoi flutti che si urtavano incessantemente per l’impulso dei venti contrari, e la Nina gemeva sotto l’urto di onde gigantesche. Riuscendo impossibile ogni manovra, la caravella si lasciò andare al vento. La Pinta, cessò pur essa di resistere alla bufera, gli alberi guasti le impedivano di lottare più a lungo. Sopraggiunta la notte, l’ammiraglio, secondo l’ordinanza di Castiglia, fece mettere tre lanterne, una sopra l’altra, al grand’albero, a cui era attaccato il vessillo reale, per indicare alla Pinta di non conservare alcuna vela. Affine di evitare l’abbordaggio delle due caravelle durante l’oscurità, fece collocare una lanterna presso al fanale, al qual segno rispose Martin Alonzo Pinzon, infino a che la violenza dell’uragano l’ebbe fatto dileguare nella lontananza tra le valli di spuma.

Il ritorno della luce, anzichè diminuir l’orrore della tempesta, non fece altro più che aumentarne la furia. L’ammiraglio non aveva abbandonato mai il ponte; dirigeva in persona la nave. La persistenza della procella, che si faceva sempre più terribile, aveva avviliti anche i marinai più intrepidi. Ciascuno volgeva gli occhi all’ammiraglio, e questi elevava il suo cuore a Dio, unica difesa in pericolo così imminente. L’uomo non poteva più nulla: restava il solo cristiano colla sua fede.

Egli propose a’ marinai di fare un voto, trarre a sorte per sapere quale di loro andrebbe in pellegrinaggio a Santa Maria di Guadalupa, portando un cero di cinque libbre. Presi perciò tanti piselli quant’erano le persone a bordo, improntata sopra uno una croce, li gettò in un berretto di lana da marinaro, e [p. 262 modifica]ve li rimescolò. L’equipaggio lo circondava, tutti secondo il proprio grado ordinati.

Spettava all’ammiraglio di cominciare: mise la mano nel berretto, e ne cavò il pisello improntato della Croce. Poco dopo, sotto il terrore del crescente pericolo, fu fatto un altro voto: trattavasi di andare in pellegrinaggio a Nostra Signora di Loreto negli Stati Pontificii. Questa volta la sorte cadde su Pietro di Villa, marinaio di porto Santa Maria. Siccome egli non era in istato di sostener quella spesa, l’ammiraglio s’incarico di provvedervi. Alquanto più tardi il raddoppiamento della tempesta ispirò un terzo voto. Fu tratto a sorte per andare alla chiesa di Santa Chiara, a Moguer, far celebrare una messa, e passar tutta una notte in orazione davanti l’Altar maggiore: e di nuovo l’ammiraglio trasse dal berretto il pisello improntato della Croce. Indi fecero tutti insieme il voto di andare in processione a piè nudi e in camicia alla chiesa di Nostra Signora la più vicina della prima terra su cui sbarcherebbero.

Non è parola ch’esprimer possa l’abbattimento degli animi: tutti credevano che la Pinta fosse perita: ciascuno si raccomandava in particolare al proprio patrono, o a Dio; ma nessuno osava sperare: tutti si tenevano perduti nè restava alcuna umana speranza di salute. La caravella pativa tanto più orribilmente perchè mancava di zavorra, non avendo l’ammiraglio potuto giungere «all’isola delle Donne,» in cui si proponeva di caricarne. Il consumo de’ viveri, l’esaurimento de’ barili d’acqua e di vino, l’avevano così fattamente alleggerita, che andava in tutti i versi, come non fosse più governata: l’equipaggio si abbandonava alla disperazione.

Lo stesso Colombo sentiva quasi venir meno la costanza. Il suo cuore più agitato del mar fortunoso, scendendo dalla confidenza al dubbio, e dal timore alle angosce, si elevava e si abbassava alternativamente come i flutti nell’Atlantico: lo ha raccontato egli stesso: attribuiva questa debolezza all’insufficienza della sua fede. Da un lato, quando rammentava le circostanze prodigiose della sua scoperta, i favori che Dio gli aveva impartiti, concedendogli un trionfo così grande, rivelandogli [p. 263 modifica]innumerabili maraviglie, facendogli scoprire una moltitudine d’isole, come se avesse voluto che dopo tante contrarietà sofferte in Castiglia, tutte le sue speranze si trovassero travalicate, Colombo si rassicurava alquanto: quando discendeva nel fondo della sua coscienza, e vi trovava, anzitutto, il desiderio della maggior gloria di Dio, parevagli impossibile che questo Dio, il quale lo aveva liberato da ogni pericolo nell’andata, allora che doveva temer maggiormente, e aveva a lui soggettata la paura e la ribellione, sostenendolo solo contra tutti, oggi rendesse inutili i costanti miracoli della sua bontà, e lo abbandonasse in quel supremo pericolo. D’altra parte, vedendo continuare il rigor del Cielo, non ostante le sue preghiere, e la distruzione diventare più imminente, egli diceva fra sè, che, certamente a motivo delle sue colpe, per punirlo, Dio voleva togliergli la soddisfazione di recare egli stesso ai Monarchi la notizia della scoperta, e privarlo della gloria che ne conseguirebbe il suo nome.

Morire senza avere rivelato le bellezze sconosciute che furono consentite alla sua ammirazione, lasciar così nell’ignoranza del Nuovo Mondo le nazioni Cristiane, e nell’ignoranza di Cristo que’ nuovi popoli, era un dolore immenso come il suo pensiero. Morire quando aveva tocche le rive dell’oro, prezzo agognato della liberazione de’ Luoghi Santi; morire, vedendo andar perduto quel conquisto cosmografico il più importante dell’umanità, tutto questo era un agonizzar d’anima, di cuore, di spirito; era perir tre volte in cambio d’una sola: se fosse stato solo in pericolo, avrebbe sopportato, diceva egli, la sua sciagura con maggior rassegnazione; aveva veduto così spesso la morte vicina, che non l’avrebbe temuta d’avvantaggio ora che in altre occasioni. Ciò che cresceva viemmagiormente il suo dolore, era pensare che cagionava la perdita di tali che lo avevano seguito contro voglia, e che nella loro suprema disperazione, all’ultim’ora, lo avrebbero maledetto, accusandolo della loro trista sorte. Egli pensava altresì a’ suoi due giovani figli, che studiavano a Cordova, ed erano per diventare orfanelli sovra una terra straniera, in cui giacerebbero senza protezione, perchè i Monarchi, ignorando qual servizio aveva lor reso il padre, non provederebbero a que’ poveretti [p. 264 modifica]

In mezzo alle lamentazioni dell’equipaggio, a’ turbini di pioggia, a’ colpi delle onde, agli scrosci della Nina mezzo annegata, e a tutte l’altre traversie, superando l’oppressione di quel faticare prolungato, Colombo entrò nella sua stanzuccia: quivi con ferma e rapida mano, non ostante lo spaventevole saliscendi della nave, scrisse in furia su d’una pergamena il riassunto delle sue scoperte; lo avviluppò in un altro foglio, sul quale egli supplicava chi s’imbattesse in quel piego di portarlo alla regina di Castiglia, promettendo in nome di lei una ricompensa di mille ducati: chiuse quel dispaccio in una tela cerata, la improntò del suo sigillo, poi lo mise in un grosso pezzo di cera, che collocò in un barile vuoto: chiuse questo ermeticamente , indi lo fece gettare in mare. L’equipaggio non vide in questa offerta ai flutti che l’adempimento di un voto segreto.

Per la tema che le correnti non trascinassero lungi dall’Europa questo messaggio, egli ne aveva fatto due copie, e posto l’altro esemplare in altro barile che attaccò sodamente dietro la caravella, nella speranza che se la Nina venisse a naufragare, il barile potrebbe galleggiare, ed essere un giorno raccolto.

Intanto, in mezzo alle burrasche, il vento volgeva all’ovest, e il mare inferociva, sempre nero e procelloso.


§ II.


Il venerdì 15 febbraio, al levar del sole fu riconosciuta una terra al nord-est. Questa vista rianimò gli spiriti; nondimeno il mare continuava grosso dal lato dell’occidente. I piloti si credevano sulle spiagge di Castiglia, ma l’ammiraglio annunziò loro le Azzorre. Tuttavia la violenza del mare, quantunque diminuita, non permetteva loro di accostarsi: passarono tutta la giornata, tutta la notte e la dimane procurando di prender terra, ma invano. Nella notte del sabbato alla domenica, 17 febbraio, l’ammiraglio, che, non ostante un attacco di gotta, era rimasto dal primo soffiar della tempesta sino allora, vale a dire per ben quattro giorni e quattro notti, esposto alla pioggia, al vento, ai colpi di mare senza posare pur un momento, e quasi senza prender cibo, fu obbligato di coricarsi; sull’alba ripigliò il [p. 265 modifica]comando, governò al sud-sud-ovest, e finalmente alla notte giunse sopra un’isola che l’oscurità non permetteva distinguere: ne fece il giro per cercare approdo, e tentò di gettare un áncora, ma la perdette. Bisogno rimettere alla vela e pigliare il largo. Finalmente il lunedì, giunse a prender terra. L’isola era Santa Maria, la più meridionale delle Azzorre, che apparteneva al re di Portogallo.

Gli abitanti stupirono sulle prime che una sì fragil nave in quello stato avesse potuto sostenere una sì lunga e furibonda tempesta: ma furono molto più maravigliati allora che udirono donde veniva. Essi ringraziarono Dio e manifestarono una gran gioia: la loro imaginazione non poteva stancarsi de’ racconti sul Nuovo Mondo.

Verso sera, tre uomini vennero a riva, chiamarono la Nina, la quale distaccò una scialuppa per prenderli: portarono all’ ammiraglio polli, pane fresco e altre cose da parte del governatore dell’isola, il quale, doveva, dicevan essi, venir la dimane a fargli visita, recar nuove provvigioni, e ricondurgli tre marinai che ratteneva a terra pel piacere di ascoltare i loro maravigliosi racconti. Siccome era già tardi, Colombo fece dormire a bordo questi tre inviati.

Al primo schiarir dell’alba, non volendo l’ammiraglio differire l’adempimento del voto fatto dall’equipaggio, di andare a piè nudi ed in camicia alla chiesa di Nostra Signora, nella prima terra che si abborderebbe, pregò i tre messaggeri che tornavano in città, di mandare un sacerdote al romitaggio di Nostra Signora, situato presso al mare dietro un Capo. La metà dell’equipaggio andò in processione a quella cappella. Mentre gli Spagnoli stavano pregando vicino all’altare, la guarnigione dell’ isola, circondò la cappella e fece prigionieri que’ poveri pellegrini.

L’ammiraglio aspettava il ritorno della scialuppa per andare coll’altra metà de’suoi uomini al romitaggio: vedendo alle undici che nessuno appariva, sospettò ch’erano trattenuti, che la scialuppa si era rotta contro gli scogli del Capo. Dal luogo in cui era non si poteva vedere la cappella; perciò levò l’áncora immantinente per dirigersi verso un punto ove la scoprirebbe. [p. 266 modifica]Di fatto, non si tardò a vedere una schiera di cavalieri, che, smontando da cavallo, entrarono tutti armati nella scialuppa, e si spinsero verso la caravella in atto di prenderla per assalto. Quando essi furono a portata della voce, il governatore dell’isola che dirigeva personalmente quel colpo di mano, dimandò un salva-condotto per la sua personale sicurezza se montava a bordo. L’ammiraglio lo concedette; ma l’astuto portoghese, non fidandosi ad una parola, ch’egli stesso avrebbe certamente violata in simil caso, non uscì della scialuppa.

L’ammiraglio gli dimandò il perchè, contro le leggi dell’ospitalità, in violazione del diritto delle genti, tratteneva i suoi marinai, mentre i Portoghesi stavano negli Stati di Castiglia colla sicurezza medesima che a Lisbona: aggiunse che il Re e la Regina, di cui egli era grande ammiraglio pel Mare Oceano, gli avevano ordinato di usar distinti riguardi alle navi portoghesi che potesse scontrare; e lo assicurò che, se non gli restituiva quella parte del suo equipaggio, egli avrebbe nondimeno continuata la sua strada col rimanente, ma che avrebbe fatto punir severamente quell’odiosa perfidia.

Il governatore rispose in modo arrogante, che nella sua isola nessuno si dava alcun pensiero nè del re, ne della regina di Castiglia, e neppur delle loro lettere, e che farebbegli sapere ciò ch’era il Portogallo. Esaurita la sua iattanza e fulminate tutte le sue rodomontate, disse insolentemente all’ammiraglio che poteva, se stimava bene, ritornare nel porto colla sua caravella; e che, quanto a lui, avendo operato solo in virtù degli ordini del re suo signore, non temeva di nulla.

L’ammiraglio dovette limitarsi a fulminar terribili minacce contro una tale slealtà. Costretto dallo stato del mare, bisognò che tornasse al porto, che non era niente sicuro. La sua prima cura fu allora quella di preservarsi contra ogni increscevole caso. Primieramente distribuì con precauzione tutto il suo carico, e si procurò una temporanea zavorra, empiendo di acqua di mare i vuoti barili. Sapeva di essere in un cattivo porto, e temeva inoltre che durante la notte que’ perfidi nemici non gli tagliassero la gomena, il che avvenne davvero. Egli si vide, pertanto, costretto di fuggire in mezzo alle tenebre. Per ben due giorni [p. 267 modifica]ed una notte fu in preda ai pericoli più imminenti; perocchè fra gli uomini che gli rimanevano a bordo, non contava che tre marinai; il rimanente si componeva d’Indiani e di novizii. Per buona ventura le onde non battevano la sua nave che da un lato solo, invece di batterla in tutti i sensi come ne’ giorni precedenti. Col cuore sempre levato verso il suo divino Signore, l’ammiraglio rendettegli grazia di questa diminuzione di pericolo.

Il venerdì 22 febbraio, per una improvvisa risoluzione, essendo tornato Colombo al porto che aveva dovuto abbandonare, vide subito un uomo, che agitava il suo mantello, far segno alla Nina di aspettare. Alcun tempo dopo, una scialuppa, con due ecclesiastici ed un notaro, si accostò alla caravella: dimandavano guarentigia per la loro sicurezza prima di montare a bordo: avendola Colombo concessa, salirono, e lo invitarono a mostrar loro le carte del bordo, per assicurarsi ch’era realmente addetto al servizio dei re cattolici. Non essendo potuto riuscire nel suo colpo di mano e temendo le conseguenze di questo affare, il governatore cercava trarsi dal mal passo con un pretesto plausibile. Indovinandolo l’ammiraglio, consentì a mostrar loro le sue lettere patenti, e li regalò di alcuni oggetti che portava dal Nuovo Mondo. I delegati del governatore parendo sufficientemente convinti della sua qualità, gli rimandarono insiem colla scialuppa tutti gli uomini dell’equipaggio che aveano così slealmente trattenuti. Egli seppe da loro, che, se il governatore fosse giunto a impadronirsi della sua persona, non sarebbe mai stato restituito in libertà, perocchè tal era l’ordine preciso del re Giovanni II.

Le áncore furono in breve levate, e la Nina veleggiò intorno all’isola, volendo caricar legne e pietre per zavorra: ma la violenza delle onde impedì le scialuppe di accostarsi. I segni precursori del vento del sud, cui in quelle spiagge è pericoloso aspettare, decisero l’ammiraglio a continuare la sua via: il mare era liscio, e Colombo ne ringraziò Dio nel suo giornale come nel cuore. Per altri due giorni viaggio discretamente; indi una successione di venti contrari fece ricominciare le fatiche e i pericoli. [p. 268 modifica]


§ III.


Il primo di marzo soffiò un vento favorevole, che continuò la dimane.

Il 5, al tramontar del sole, una improvvisa burrasca lacerò tutte le vele della Nina, e poco mancò non l’affondasse: ma la Provvidenza lasciò cadere uno sguardo sopra il suo servo. «Dio volle liberarlo,» dice Las Casas. Nella imminenza del pericolo si fecero nuove preghiere e un nuovo voto. Fu tratto a sorte per sapere chi dei marinai andrebbe in camicia, a piè nudi, a Nostra Signora della Cinta, nella provincia di Huelva; e, come al solito, la sorte elesse ancora l’ammiraglio: «La qual cosa fece sì ch’egli giudicasse che Dio lo accompagnava, ma voleva che si umiliasse e non si inorgoglisse de’ favori che gli aveva già concessi.»

Inoltre, ciascuno fece egualmente il voto di digiunare a pane ed acqua il primo sabato dopo l’arrivo della caravella. Si dovette andare a seconda de’ flutti, senza conservar vele, cotanto violenta era la tempesta. La sera, la tormenta addoppiò di furore. Baleni sinistri solcavano lo zenith: l’acqua cadeva a torrenti: le onde, percuotevano la nave in sensi opposti: ora un monte d’acqua la sollevava in aria; ora, Spalancandosi in abisso, le onde la trascinavano nelle profondità delle loro spumanti valli, e sembravano doverla seppellire in raggiungersi: era spaventevole pericolo cui niuna umana potenza avrebbe superato: «ma nostro Signore degnò aiutare l’ammiraglio e mostrargli la terra,» dice Las Casas: fu veduta verso mezzanotte. Tuttavia la oscurità impediva di riconoscere la spiaggia. Nonostante l’arditezza della manovra, l’ammiraglio fece spiegare la gran vela di perrochetto, non avendo altro mezzo di aiutar la Nina a sollevarsi un poco sopra le onde, sotto le quali immergeva tutta la sua parte anteriore. «Dio li conservo sino al giorno,» in mezzo alle angosce e al terrore di quella notte orribile.

L’ammiraglio giungeva sulle coste di Europa verso la fine di un inverno disastroso, durante una di quelle commozioni della natura, che mettono tutto a soqquadro, rinnovano l’atmosfera, [p. 269 modifica]sconvolgono la superficie delle acque, e fanno sentire il loro formidabile impulso dal polo all’equatore. Al dire dei marinai non v’era mai stato inverno così fecondo di naufragi. Da ben quattro mesi regnavano venti desolatori. L’Oceano Germanico non era più navigabile: le navi soffrivano nei porti bloccate dalla tempesta. Venticinque navi spagnole erano perite sulle coste di Fiandra. Dappertutto le spiagge erano piene di avanzi di navi naufragate.

Al primo fare del giorno, da mezzo una specie di nebbia prodotta dal rompersi delle onde e dalla copia dalla spuma sollevata in aria in vista umida polvere, l’ammiraglio riconobbe la rupe alta di Cintra, vicina al Tago. La costa del Portogallo, di un accesso sempre difficile per un mar grosso, e pericolosissima in caso di tempesta. Tuttavia, quantunque nessun piloto del porto potesse andare a lui, l’ammiraglio si sforzò di entrare nel fiume, perocchè non aveva altra speranza di salute, che penetrandovi. Gli scogli di quelle rive, coperte allora interamente dalla gonfiezza delle onde e dal cadere della spuma, ingannavano l’occhio: una forza irresistibile portava la Nina contro gli scogli de’ bassifondi e la respingeva dall’imboccatura, d’onde l’allontanavano, altresì, i flutti del fiume ingrossati dalle pioggie e sollevati da venti contrari: sarebbesi detto che una tenebrosa potenza ne addoppiasse il furore per impedire che approdasse la sciagurata nave, destinata a perire a vista del porto.

All’aspetto del suo imminente naufragio, gli abitatori della città di Cascaës, posta sull’imboccatura del Tago, corsero alla chiesa; accesero ceri, pregarono tutta la mattina per l’anima de’ marinai della povera piccola caravella, che sembrava già diventata la preda di un mare inesorabile; e quando, per l’assistenza di Dio, l’ammiraglio fu entrato nel fiume, l’intera popolazione corse alla riva, tenendo quasi miracolo ch’ei si fossero salvati da quella creduta inevitabile perdita.