Critone/Capitolo XII

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Capitolo XII

../Capitolo XI ../Capitolo XIII IncludiIntestazione 26 giugno 2009 100% Filosofia

Platone - Critone (IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Francesco Acri (1925)
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[p. 55 modifica]Socrate. Ma ripiglierebbero le leggi alla loro volta Questo, o Socrate, fu il patto fra noi e te? o per contrario fu che tu dovessi accomodarti alle sentenze che proferirebbe il comune?1. E se ci maravigliassimo noi di questo loro parlare, elle seguiterebbero forse, cose dicendo: Non ti maravigliare, Socrate, ma rispondi, da poi che anche tu hai in usanza di domandare e rispondere2: di’ che hai tu da rinfacciare a noi, chè tu cerchi le vie di darci morte? Non t’abbiamo noi dato vita? imperocchè per noi tuo padre prese in



se se n’è ricevuta una gravissima; e che disobbedire alle leggi patrie sarebbe far loro torto. Critone, dunque, se avesse buona memoria, non dovrebbe tornar sui suoi passi a questa maniera. [p. 56 modifica]moglie tua madre e ti ebbe messo al mondo. Orsù, parla schietto: tra noi leggi hai a fare tu alcuna riprensione a quelle ordinate ai matrimonii, parendoti che non vadan bene?3.

Non ne ho a fare, risponderei io.

E ne hai forse per le leggi su l’allevamento e ammaestramento dei fanciulli, secondo le quali leggi tu fosti allevato e ammaestrato? Che? elle non hanno fatto bene, comandando a tuo padre di addisciplinarti nella musica e nella ginnastica?4.

Bene, risponderei io.

E dacchè tu per cagion di noi fosti generato, allevato e ammaestrato, puoi dire che tu non sei nostro figliuolo e nostro servo, tu e i tuoi avoli? E se egli è così, credi che noi e tu abbiamo ugual diritto; e che sia giusto, qualunque cosa facciamo noi a te, che tu la rifaccia anco a noi? O laddove tu non avevi ugual diritto inverso tuo padre, o il tuo padrone, se mai avuto lo avessi, sì che quel che pativi tu, potessi farlo patire a loro, e rampognato rampognare, percosso [p. 57 modifica]percuotere, e così via dicendo; fra patria poi e leggi da una parte, e te dall’altra, la cosa vada diversamente; sì che se noi ci apparecchiamo a ucciderti, reputando ciò giusto, e tu anche alla tua volta a tutto tuo potere ti apparecchi a uccidere noi leggi e la patria: e, facendo così, dici di far cosa giusta, e tu, tu lo dici, il custode della virtù?5. O sei tanto sapiente che non sai che, più che il padre e la madre e tutti gli altri congiunti, è da onorare la patria, e che ella è venerabile e santa più di tutti e più in luogo alto e appresso agl’Iddii e appresso agli uomini sani d’intelletto; e che si deve essere verso lei riverenti e umili, più che non verso il padre e carezzarla fosse anche aspra con noi; e che, quel ch’ella comanda, si dee fare volenterosamente; e se alcuna cosa vuole che noi patiamo, patir si dee, senza fiatare; e se ci vuole anche battere, o gittarci in carcere, o menarci in guerra a esser feriti o morti, s’ha a inchinare il capo; è giusto; e non s’ha a balenare, non ritrarsi, non abbandonar le ordinanze6; [p. 58 modifica]e in guerra e in tribunale7 e in ogni dove s’ha a fare tutto ciò che dice la patria, o, al più, se ciò ch’ella domanda non ci par giusto, persuaderla con maniere dolci8; ma, far violenza, non è santa cosa, nè a farla al padre, nè alla madre, e tanto più alla patria?9. [p. 59 modifica]Che risponderemo, o Critone, a queste ragioni? risponderemo che le leggi dicono vero, o no?

Critone. Dicono vero, mi pare.

Note

  1. Patto tacito, ribadito ogni giorno dai cittadini che, rimanendo nella loro città, confermano la loro accettazione delle leggi patrie. Se le trovassero non confacenti, potrebbero sottrarsi al loro impero andando in paese straniero; se restano, tacitamente riconoscono buone le leggi patrie. E se le hanno riconosciute buone tutta la vita, non possono impugnarle proprio ora che da quelle leggi medesime son condannati.
  2. Fertile immaginazione: queste Leggi hanno già preso corpo, già son persone vive, e parlano, e dialogano con Socrate. Giacchè Socrate presta loro, spontaneamente, la sua stessa maniera: com’egli ricerca dialogando, così immagina che le leggi gli dimostrino il loro buon diritto dialogando con lui.
  3. Le Leggi dànno ai cittadini vita legittima, in quanto, secondo esse sposandosi, i genitori li procrearono legittimamente: e i cittadini le rimeriteranno negandole, svalutandole, col disobbedire ad esse?
  4. L’educazione classica greca: musica e ginnastica. Platone fondamentalmente l’accettò nel suo piano d’educazione dei guerrieri della sua città ideale; ma impugnò che potessero proceder parallele l’educazione dello spirito e quella del corpo. È l’educazione dello spirito che deve precedere: anzi solo uno spirito già educato saprà determinare quali siano gli esercizi e il regime veramente giovevoli al corpo. Già, nel piano d’educazione platonico è lo spirito il fondamento e la norma anche della vita fisica.
  5. Socrate era ben conscio d’aver dedicato tutta la vita alla pratica e all’insegnamento della virtù: nella sua pronta immaginazione, fa che anche le Leggi lo chiamino col nome a lui più caro: «custode della virtù».
  6. Egli, Socrate, non aveva mai abbandonato le ordinanze, nemmeno quando tutti fuggivano. A Delio - racconta Alcibiade nel Convito platonico - «era ben da vedere Socrate quel dì che l’esercito ritraevasi in fuga: c’ero anch’io, a cavallo; egli era fra gli Opliti, a piedi. Rotte già le ordinanze, egli e Lachete si ritraevano insieme. E io m’abbatto in loro: subito, a vederli, dissi: Fatevi cuore, non v’abbandonerò io. E lì conobbi Socrate meglio che a Potidea: per me tanto ero a cavallo e avea meno paura. Vidi primieramente quanto per prudenza andasse egli innanzi a Lachete; e poi, son le parole tue, Aristofane, mi parve ch’egli anche là camminasse come fa qua, impettito, gittando certe occhiatacce da lato, e riguardando silenzioso inverso ad amici e nemici, sì che anco da lungi facea vedere, che se toccato lo avesse alcuno, sarebbesi difeso molto gagliardamente». E sempre in guerra Socrate fu buon soldato, sicchè nell’Apologia Platone potè fargli dire: «Quando i capitani da voi eletti per comandarmi m’ebbero assegnato il luogo e in Potidea e in Anfipoli e in Delio, nel luogo assegnato da quelli io stetti, sì come qualunque altro, contuttochè in pericolo di morire» (Cap. XVII).
  7. Anche in tribunale Socrate aveva fatto il suo dovere. «Quando voi - dice Socrate agli Ateniesi suoi giudici, nell’Apologia - i dieci capitani che non recuperarono i naufraghi e i morti della battaglia navale (delle Arginusse) voleste giudicare tutti insieme, contro legge, come, passando tempo, vi foste accorti voi medesimi, allora io solo dei Pritani mi fui opposto a voi acciocchè nulla fosse fatto contro le leggi; e votai contro. E già gli oratori lesti a interdirmi, menarmi in carcere; incorandoli, gridando voi: ma io pensai meglio mettermi in pericolo con la legge e con la giustizia, che con voi starmene deliberanti la ingiustizia, per paura di catene e di morte. E questo fu, reggendosi tuttavia la città a popolo» (cap. XX).
  8. Per tutta la vita Socrate aveva cercato di persuadere i suoi concittadini del vero concetto di virtù; gli rispondevano ora facendolo morire. Socrate era pronto a morire - come diceva l’epitafio di Simonide - «per obbedire alle sante leggi» della sua patria.
  9. Ecco il sentimento, famigliare, intimo, che Socrate ha della patria. Cara, vicina come padre e madre, ma più di essi augusta e sacra. E come ai genitori non si rendono i rimproveri, le percosse, le ingiustizie, ma s’accettano e si tace, perchè non abbiamo su di essi il diritto che essi hanno su di noi, così anche l’ingiusta morte comandata dalle leggi patrie va accettata senza proteste.
    Socrate è così poco colui che si stacca dallo Stato e gli si contrappone, che si sente più che mai «figlio» della sua città, legato ad essa d’un legame ch’egli non concepisce si sciolga se non con la morte.