Dal Trentino al Carso/La titanica lotta nel Trentino/La fine di Cesare Battisti

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La fine di Cesare Battisti

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LA FINE DI CESARE BATTISTI.

Vicenza, luglio.

Non vi è più alcun dubbio. I rapporti minuziosi giunti ai comandi e le deposizioni degli eroici superstiti del battaglione degli Alpini Vicenza sono concordi: Cesare Battisti è caduto ferito sul Monte Corno, ferito è stato raccolto dagli austriaci e impiccato.

Lo hanno impiccato morente. L’infamia del nemico sorpassa ogni immaginazione. Ecco perchè si è avuta tanta fretta. Fra la cattura, la condanna e l’esecuzione non sono trascorse [p. 118 modifica] quaranta ore. Mentre la vittima era trasportata a Trento, il boia Lang, chiamato telegraficamente, viaggiava da Vienna con i suoi manigoldi. Non vi era tempo da perdere. Sì, avevano paura, i carnefici gallonati, che il Martire sfuggisse al capestro imperiale. La forca austriaca stava per essere privata della sua preda. Nessuna intercessione, nessuna grazia erano da attendersi, ma qualcuno lavorava a salvare Cesare Battisti dal patibolo: la Morte.

La Morte misericordiosa sopraggiungeva. È stata una corsa fra lei e l’ignominia austriaca. L’ignominia ha vinto.

Una volta, nei tempi più barbari, la malattia del condannato faceva soprassedere all’esecuzione. Si vedeva nel male l’intervento di una volontà più alta di quella degli uomini, il segno di una sentenza imperscrutabile, la prova di una pietà divina che stendeva la sua mano sulla vittima. Ma l’odio austriaco non voleva essere defraudato dalla gioia di strozzare un moribondo, e dalla illusione di strozzare con lui tutti gl’ideali, tutte le aspirazioni, tutti gli entusiasmi di una razza.


Brevemente, questi sono i fatti che hanno preceduto la cattura di Cesare Battisti.

Nella notte dal 9 al 10 il battaglione Vicenza, del quale egli comandava una compagnia, salì all’attacco del Monte Corno. Salì da ponente [p. 119 modifica] e iniziò l’azione verso l’una del mattino. La notte era serena, senza luna ma stellata, e nel chiarore sidereo la montagna gigantesca levava nitidamente i suoi profili imponenti. Il Battisti, pratico del terreno, conoscitore innamorato di ogni sentiero del suo Trentino, aveva avuto l’incarino di servire da guida con la sua compagnia (conosciuta alla fronte sotto al nome di «Compagnia Battisti») ad un battaglione di fanteria che doveva attaccare alla sinistra.

Il massiccio del Monte Corno è come un alto terrazzo, dirupato intorno, alle cui due estremità erompono le rocce delle due vette: quella del vero Monte Corno, a destra degli assalitori, turrita, tutta pareti a picco, formidabile, e a sinistra una vetta che dall’altitudine prende il nome topografico di «Quota 1801». Queste punte sono come due immani pilastri sopra un lungo piedistallo. Fra l’uno e l’altro il terreno ondula in piccoli prati a declivio, di quei prati d’alta montagna fitti e scivolosi dai quali i macigni e le rupi emergono biancastri come denti dalle gengive. Più in basso, ai bordi del terrazzo verso ponente, nereggia, in mezzo a convulsioni di pietrame, una sterpaglia di pini nani.

Gli austriaci occupavano fortemente le due punte, comunicando dall’una all’altra attraverso i praticelli del pianoro elevato. La vetta del [p. 120 modifica]Corno, quella di destra, non è accessibile che da lì. Sugli altri lati è tagliata a precipizio. Il battaglione alpino doveva arrivare di sorpresa al pianoro, isolare e sopraffare i difensori del Corno, poi volgere l’attacco a sinistra per cooperare alla conquista dell’altra vetta, la Quota 1801, al cui attacco saliva il battaglione di fanteria preceduto su per un canalone dalla compagnia Battisti.

La sorpresa è mancata. È mancata forse un po’ per il generoso ardore della compagnia Battisti che ha lanciato troppo presto il grido dell’assalto. Poco dopo dell’una infatti ha echeggiato improvvisamente nel canalone l’urlo: Savoia! Ma le truppe erano ancora lontane dalla mèta, lontano poco meno di un’ora di ascesa. Alla voce possente tutte le piccole colonne che si inerpicavano hanno risposto con entusiasmo affrettando esasperatamente la scalata.

Il grido di «Savoia!», secondo i piani stabiliti, aveva anche un valore di segnale all’artiglieria. Udendolo, le batterie dovevano aprire un fuoco intenso e breve sulle posizioni nemiche per stordire la difesa e preparare l’assalto. Così è avvenuto, ma l’effetto morale del bombardamento si è dissipato prima che l’assalto giungesse. Gli austriaci, riavutisi dal primo sbalordimento, hanno avuto il tempo di fare avanzare tutte le loro riserve preparandosi all’urto.

Quando gli alpini sono arrivati [p. 121 modifica]nell’insellatura fra le due punte, sui prati della terrazza, il fuoco delle mitragliatrici e dei fucili radeva il terreno scoperto. I razzi illuminanti del nemico solcavano il cielo senza interruzione e ci si vedeva come in pieno giorno. Ad onta delle perdite, che da un momento all’altro si facevano più gravi, i nostri, con calma magnifica, hanno continuato imperterriti a svolgere la loro azione.

Una compagnia, seguendo le istruzioni ricevute, si gettava a destra, alla scalata del Corno. La guarnigione austriaca di quella vetta, vistasi tagliata fuori, dopo una breve e furiosa resistenza, si arrendeva. Intanto un’altra compagnia convergeva a sinistra attaccando da quel lato la Quota 1801. A questa compagnia si univano poco dopo i conquistatori del Corno, che avevano lasciato un plotone a guardia dei prigionieri.

Sul declivio scoperto passavano uragani di piombo. Gli assalitori avanzavano lentamente strisciando sull’erba, e ad ogni minuto le loro schiere si facevano più sottili. Il prato si costellava di caduti. Ma i nostri non si fermavano. Andavano avanti, avanti.... Quando giunsero ai reticolati austriaci, erano ridotti ad un pugno d’uomini. E lì, sotto i reticolati, trovarono i resti della compagnia Battisti che era salita all’attacco del canalone. Però, [p. 122 modifica]trasportata dal suo impeto, essa si era distaccata dal battaglione di fanteria al quale doveva servire di guida. Il battaglione non era giunto: si era sperduto per i fianchi dirupati e sterposi della montagna.

Tutto il peso dell'azione gravava sugli avanzi eroici del battaglione Vicenza, attaccati disperatamente ai reticolati austriaci. Con le unghie e con le baionette i nostri erano riusciti a scavarsi qualche riparo per affondare la testa, e aspettavano.

Qui il capitano R...., la cui compagnia aveva espugnato un’ora prima la vetta del Corno, alla luce dei razzi scorse vicino a sè un ufficiale ferito. Lo riconobbe; era il trentino Filzi, che doveva cadere anche lui nelle mani del nemico. Lo chiamò ma non ne ebbe risposta. Il frastuono delle mitragliatrici, le cui vampe parevano quasi sulle teste dei nostri, non permetteva di udirsi. Poco dopo il capitano R.... si sentì quasi stordire da un colpo alla testa, una scheggia di granata a mano gli aveva forato la sommità dell’elmetto. Dalle trincee il nemico lanciava granate a gas asfissiante.

Privi di maschere, gli alpini affondavano il volto nella terra molle. Per fortuna la brezza fresca dell’alba dissipava subito le nubi gialle e velenose. Al primo chiarore dell’aurora gli austriaci sono usciti al contrattacco. Non hanno potuto varcare i passaggi fra i reticolati, [p. 123 modifica]fermati dalla nostra fucileria. Ma gli alpini, troppo inferiori di numero per tentare l’assalto, hanno dovuto scivolare indietro, lungo il pendio micidiale, sotto le raffiche del fuoco, tempestati ora anche da colpi di shrapnells. Hanno ripiegato così verso la sella, fino alla base del Corno. Durante questo ripiegamento il capitano R.... si è trovato vicino Cesare Battisti, silenzioso, l’occhio ardente, seguito dai pochi soldati rimasti della sua compagnia.

I superstiti si sono trincerati con delle pietre, dalle quali le pallottole facevano spruzzare nuvolette di polvere e di schegge. La grandine dei colpi era tale che gl’interstizi erano continuamente attraversati dal piombo e ad ogni istante un tiratore si rovesciava ferito. Il capitano aveva il mantello lacerato dai proiettili e l’elmo sforacchiato. Erano le cinque. Un pezzo austriaco da 110 profittava della limpidità soleggiata del mattino per tentare di colpire in pieno la trincea. I due ufficiali si sono consultati.

È stato un consiglio di guerra breve e solenne, in mezzo al sangue che scorreva sull’erba.

— Che cosa facciamo? — ha chiesto il capitano, ma aveva negli occhi la risposta.

— Resistere! — ha detto Battisti.

— Certo, resistere! — ha ripetuto il capitano, un giovane che poteva essere suo figlio. — [p. 124 modifica]Hai un pezzo di carta e una matita? Cerchiamo di informare il Comando. Scrivi: «Siamo trincerati nella selletta, non abbiamo più che una quarantina di uomini validi, possiamo resistere ancora un’ora».

Sono le ultime parole, che Battisti ha scritto, con la sua calligrafia ferma e chiara. Un soldato si è allontanato per portare il messaggio. Non ha fatto dieci passi che è caduto fulminato.

Nessuna speranza di comunicazione col mondo. Quel pugno di eroi era isolato fra le masse nemiche e l’abisso. Un 305 batteva ora dietro ai nostri la vetta del Corno. E il 110 allungava il tiro, studiosamente. Ogni suo colpo si avvicinava un po’ più.

Per mantenere una certa intensità al tiro della difesa, tutti i feriti che potevano ancora muovere le braccia combattevano fra i sani. Fra gli altri un caporale con una gamba spezzata, dissanguato, pallido e silenzioso, sparava lentamente. Chi non poteva maneggiare più il fucile, raccoglieva le cartucce dei morti e le porgeva ai tiratori.


Sulla cima della montagna, nella mattina limpidissima e fresca, il glorioso e truce episodio volgeva alla sua fine. Il numero dei difensori validi diminuiva. Verso le sei non v’erano più che una dozzina di uomini illesi. Poi il 110 è arrivato a colpire giusto. Una granata ha [p. 125 modifica]preso in pieno la trincea e le sue schegge hanno ferito tutti. Tutti, meno il Battisti. Il capitano R.... ferito leggermente alla testa, aveva il volto inondato di sangue. Il fuoco della difesa era quasi cessato.

Nessuno si era accorto che gli austriaci, nascosti fra i pini nani, si erano avanzati lungo il ciglione, a sinistra, coperto di boscaglie. Si sono sentite le voci. Dei feriti rimasti avanti alla trincea parlavano con qualcuno: Non sparate più — dicevano — siamo tutti feriti!

Il capitano ha sollevato sul parapetto il suo viso insanguinato e ha visto i berretti austriaci nella verdura a pochi passi.

— Battisti! — ha esclamato — . Vieni, seguimi o siamo presi!

E si è slanciato verso il bordo del pianoro, a levante, dalla parte opposta a quella da cui veniva il nemico. Giunto sul ciglio del precipizio si è stretto il mantello sul petto e si è gettato giù, a occhi chiusi, sicuro di morire. Nel volo, il mantello gli ha avvolto la faccia fra le sue pieghe. È stato salvato dai reticolati austriaci, costruiti alla base delle pareti di roccia.

Mezzo tramortito, ferito, stracciato, con le carni dilaniate, incapace ancora a muoversi, ha udito un ruzzolare di sassi e il rumore di un corpo che rotolava giù. Senza volgersi ha gridato: [p. 126 modifica]

— Sei tu, Battisti? Bravo, hai fatto bene.

— No, sono io, signor capitano!

Era la sua ordinanza fedele, che, ferita ad una gamba, lo aveva seguito nel baratro.

— E Battisti? — gli ha chiesto ansiosamente l’ufficiale.

— Il tenente Battisti è ferito. L’ho visto che si è alzato e si è slanciato per seguirla, e tutto ad un tratto si è abbattuto mandando un lamento.

Il soldato lo ha visto accasciarsi fra i morti, gemendo. Ed è l’ultima visione che ha avuto di lui un occhio italiano.

Il resto lo raccontano loro, i carnefici. Vi è della verità nella loro versione. Frugando nel sangue, come sciacalli, dopo molte ore che il combattimento era cessato, hanno trovato il grande Patriota ferito. E pieni di gioia si sono affrettati a chiamare dal suo naturale domicilio, la sede della Corte imperiale e regia, il boia Lang.

Svelti, svelti, che la forca ha fame!