Dal mio verziere/Giosuè Carducci

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Giosuè Carducci

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Sfumature Il conte zio

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È il terzo anno che mentre il settembre tramonta nella sua placidità cristallina, e precisamente in una giornata che ha l’aureola d’oro di un anniversario glorioso, il più grande dei viventi poeti italiani ci regala un fior dell’Alpe come un’ideale medaglia di commemorazione. A Giosuè Carducci, che pare aver soltanto la nobile ambizione d’udirsi chiamare il poeta civile d’Italia, inchiniamoci oggi in atto di ringraziamento: noi signore, che rappresentiamo la gentilezza presente: voi, signorine, che con miglior fortuna forse, continuerete a rappresentarla nel futuro.

Piemonte, La bicocca di San Giacomo, Cadore — possono essere tre canti d’una non lontana epopea destinata a eternare nelle plaghe dell’arte ciò che nel torbido mondo degli uomini potrebbe essere dimenticato.

Nessuno più degno del Carducci di questa alta missione.

Egli non tramanderà alle genti nuove le ricchezze eroiche del nostro passato vestite puerilmente all’ultima moda, ma drappeggiate classicamente in tutta la purezza di un’arte che non morirà, perchè in lei [p. 73 modifica] palpitano elementi della bellezza immortale. L’ode è scritta nel metro inventato dal più antico dei poeti lirici eolii — il metro prediletto dal Carducci che amò dirsi l’ultimo de’ loro figli; con un intermezzo in archilochio-eroico efficacissimo. La ideò, pare, nella piazza di Pieve di Cadore la cui fotografia si vede unita all’opuscolo. Come gli antichi nelle loro creazioni si compiacevano di avvicinare la forza alla bellezza, così il Carducci canta riuniti un artista e un martire: il Tiziano, che rese illustre il paesetto in cui nacque; Pietro Calvi, che lo rese glorioso. Il monumento dell’uno grandeggia; il profilo dell’altro si disegna in un medaglione, modestamente, fra un ricordo marmoreo dedicato ai Cadorini caduti nel 1848 per l’indipendenza Italiana. Ma ambedue sono ugualmente grandi per la patria; ambedue ugualmente degni di esser celebrati dal poeta.

È bellissima questa fusione dei raggi luminosi delle due anime: quella del genio e quella dell’eroe. «Sei grande» dice il poeta al genio:

«Sei grande. Eterno co ’l sole l’iride
de’ tuoi colori consola gli uomini,
sorride natura a l’idea
giovin perpetua ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasimi
roseo passante su ’l torvo secolo
passava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;

e quei che Roma corse e l’Italia,
struggitor freddo, fiammingo cesare2
sè stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.

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E dopo aver richiesto dello spirito magno l’austero silente chiostro de’ Frari e i monti paterni e il cielo azzurro che ride e bacia la candida statua, continua:

Sei grande. E pure là da quel povero
marmo più forte mi chiama e i cantici
antichi mi chiede quel baldo
riso di giovine disfidante.

Che è che sfidi, divino giovane?
la pugna, il fato, l’irrompente impeto
dei mille contr’uno disfidi,
anima eroica: Pietro Calvi.

Poi con forza ed emozione crescenti — poichè pare che l’eroe tocchi più dell’artista il cuore e l’estro del bardo — egli scongiura che finchè il Piave scorra ingombro dei ruderi delle selve che diedero pini al vecchio S. Marco, e finchè il sole occiduo colori i monti delle Marmarole, sì che

rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,

Suoni soave, suoni terribile,
ne i desideri da le memorie,
o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l’arme.

***

O gentili e trionfali figure del nostro Risorgimento, come siamo liete noi donne e fanciulle, noi giovani, di rintracciarvi rilucenti fra i versi magnifici, come i guerrieri eletti nel dantesco dolce aere luminoso! E pare davvero un personaggio dantesco questo giovane capitano

«biondo, diritto immobile,»

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che nel sole di maggio sventola fieramente contro al nemico il segnale della guerra, la guerra dell’affrancamento, l’unica guerra santa.

Afferran l’armi e a festa i giovani tizïaneschi
               scendon cantando Italia;
stanno le donne a’ neri veroni di legno, fioriti
               di geranio e garofani.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Udite: Un suon lontano discende, approssima, sale,
               corre, cresce, propagasi;
un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria
               insistente, terribile.



Che è? chiede il nemico venendone all’abboccamento,
               e pur con gli occhi interroga.
Le campane del popol d’Italia sono: a la morte
               vostra o a la nostra suonano.

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett’anni la morte
               da le fosse di Mantova
rapirà. Tu venisti cercandola come la sposa
               celatamente un esule.

Quale già d’Austria l’armi, tal d’Austria la forca or ti guarda
               sereno ed impassibile,
grato a l’ostil giudicio che milite il manda a la sacra
               legïon de gli spiriti.

Non mai più nobil alma, non mai sprigionando lanciasti
               a l’avvenir d’Italia
Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, fulgente
               Belfiore, ara di martiri.

Dopo le rapide ed efficaci impressioni di quei giovani belli e arditi che corrono alla morte cantando il nome della loro terra, di quelle donne ai balconi, di quel rintocco insistente, crescente, diffuso delle campane, di quell’intrepido martire nella valle dal poetico nome — impressioni date magistralmente; [p. 76 modifica] stralmente; il cantore in un ultimo impeto patriottico impreca a chi dimenticasse quel martire, a chi negasse la patria:

e a chi la patria nega, nel cervello, nel sangue
sozza una forma brulichi
di suicidio.....


la tortura morale più orribile, la tortura dei vili....

Nella terza parte il Carducci, «lasciando dietro a sè mar si crudele,» torna alle serene bellezze del Cadore nel metro alcaico, in una pittura di paesaggio stupenda:

..... Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti
da te, carezza lunga sú ’l magico
sonno de l’acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
cèruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante
. . . . . . . . . . . . . . .

Ma poi sul finire gli sfugge di nuovo uno de’ suoi gridi titanici: un grido di Prometeo:

Io vo rapirti, Cadore, l’anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l’ali del canto
aralda mandarla.

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Per ora è questa — dice il poeta — non quella del Vecellio che richiede l’Italia. Quando l’Italia sarà tutta forte, tutta vittoriosa anche nello spirito dei suoi figliuoli, allora chiederemo a Tiziano che ne dipinga il trionfo nel più bello e nel più memorabile dei suoi monumenti: nel Campidoglio.

Spirito eroico e gentile evocato da un sommo, fa che non sia remoto quel tempo! fa che i giovani d’Italia non ti sentano vanamente passare!

  1. Pubblicato la prima volta nella «Cordelia» giornale per le giovinette, anno XI.
  2. Carlo V.