Dal mio verziere/Sfumature

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Sfumature

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Aspettando un Alessandro Giosuè Carducci

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Sfumature

(dal diario di Maria)

1 Gennaio 189...

Quanti potranno intendere questa mia manìa delle sfumature? le sfumature che si insinuano, si dilatano, avvolgono, s’addensano dappertutto senza occupar troppo spazio, senza risvegliar troppa critica, senza determinare nulla? le sfumature che non si pesano sulla bilancia della esistenza e che, forse per questo, si trovano distribuite così poco equamente! Talvolta io penso che cosa sarebbe il mondo dell’arte, del pensiero, dell’azione, senza le sfumature che fondono, che adornano, che ammorbidiscono, che smorzano o ravvivano previdentemente. All’arte danno ora la divinazione, ora l’eleganza, o la verità, o l’umorismo, o il patetico nella più delicata ed alta efficacia; nel pensiero sono l’analisi, l’intuizione, la finezza, il profumo — ricchezza e travaglio dei pallidi abitatori del regno spirituale; nella vita, oh nella vita quanto bisogno di sfumature! esse sono la parola amabile o generosa o conciliativa venuta a tempo; sono la carità d’un silenzio e d’un sorriso; la cortesia che ammanta l’indifferenza e la noja; le attenzioni e la riconoscenza verso chi ci vuol bene; tutto ciò insomma che forma l’aureola della femminilità. [p. 52 modifica]

11 Gennaio

È la stagione delle lunghe serate. Non ne diciamo troppo male. Gli affetti e le dolcezze del focolare si avvivano come le stanze all’accendersi dei lumi dopo il livido svanire dell’ultima luce. Gli ambienti sono più tepidi, gli spiriti più gai. La solitudine stessa nelle sere d’inverno, si riveste d’un colore d’austerità feconda che la rende meno triste. Non è come in certi tramonti di primavera o d’autunno, in cui l’anima indocile ai legami della volontà migra in alto insieme alle nubi di rosa e di viola per tornare più mesta, più solitaria più infelice. Nelle veglie invernali ci si accomoda nell’angolo più simpatico del salottino, e là, protette dalla penombra raccolta del gran paralume, si scrive. Sia all’amico venerando, alla sorella giovinetta, al figliuolo collegiale, al fratello, alla madre, ma le nostre lettere devono portare una forza, un sorriso, un esempio, un pensiero, una fede... Qualchevolta è un libretto che esce dalle misteriose profondità della scrivania — un libretto come questo, dove si notano da anni le impressioni, i pensieri, i libri letti, i versi preferiti, i progressi morali e intellettuali dei figliuoletti che sbocciano al nostro alito amoroso... È un’utile abitudine; insegna a pensare, ad analizzare, a determinare; poi è una pallida conservazione della vita passata che non svapora del tutto, chiusa così in essenza fra le pagine. Ma per far ciò fruttuosamente, occorre sopratutto la sincerità; una sincerità acuta, spietata, che disgombri affatto la coscienza dalle nebulose fra cui si vizia e si falsa. Bisogna avere il coraggio delle contraddizioni, dell’opinione intima, che è quasi sempre la più timida, della [p. 53 modifica] rigidezza per le fantasticherie e i languori; bisogna pervenire allo sdoppiamento completo di sè; foggiarsi e alimentare in noi un piccolo giudice giusto ma supremamente severo. Allora il libriccino diventa una specie di controllo morale, e solo allora un consigliere efficace.

Io aspetto con delizia le sere di solitudine per dare l’ultima mano alla novella, all’articolo, per trionfare d’una pagina ribelle, per incominciare un lungo e più arduo lavoro. Alla sera i bambini dormono, i parenti, gli amici, i servi non interrompono — si sa che nulla reclama il nostro intervento, si sa di potersi abbandonare con pieno diritto e dedizione totale all’opera faticosa e gentile. E nel gran silenzio che si addensa intorno, balenano copiose le idee, e scendono in raggi fecondi nell’espressione agile ed efficace. Si scrive, si scrive, si sogna senza dormire, si vive con persone che non si conoscono, che non esistono, ma che si agitano e soffrono e vivono e parlano animati da noi, figli del nostro dolore, quasi sempre. Poi ad un tratto uno scricchiolio, un suono, una voce ci scuotono, si guarda l’oriuolo e sfugge un’esclamazione di meraviglia. Già terminata la sera? E ci troviamo nel cervello un capriccio di meno e qualche idea di più.

12 Gennaio

Giulia mi ha detto che non tutte le signore possono usare del magico specifico, cui accennai ieri, per occupare il tempo. Certo; ma molte però possono impiegarlo vivendo nello spirito dei sommi che nella solitudine scrissero per la solitudine. Tutte poi possono procurarsi il sano diletto intellettuale [p. 54 modifica] di leggere un libro che non sia dei soliti romanzi e neanche un arido sfoggio di erudizione. Uno di quei libri di cui non scarseggia la moderna letteratura italiana; che aiutano a formarsi criterii e gusti proprii, e che ci permettono di seguire con discernimento, oltre che con amore, gli studi dei nostri figliuoli.

E il pianoforte non è un potente ausiliario nelle sere di solitudine? Si può suonare tutta la sinfonia o la suonata classica, o la «fuga» senza annoiare nessuno: si può ripetere a sazietà e canterellare anche, senza giudici incomodi, la pagina preferita dello spartito; si può umilmente eseguire degli studi e pazientemente compitare il pezzo di musica, senza fare in presenza di testimoni la parte di scolarine.

E i lavoretti destinati a una persona cara, che non devono essere veduti da nessuno, proprio da nessuno? E le sorprese per i bambini? i raffazzonamenti segreti all’abito e al cappellino per una data circostanza? L’esercizio delle lingue straniere? L’adornamento nuovo per il salottino o per la tavola da desinare? E i corredini, i corredini per i piccoli incogniti che si aspettano dal regno dei sogni e che le mamme amano preparare nel raccoglimento, quasi sgomente d’uno sguardo indifferente, come d’una profanazione?

Oh, no, no: sono gli uomini i più da compiangere nelle sere di solitudine, non noi!

14 Gennaio

Ho prolungato la passeggiata sulla via maestra più del solito, oggi. Tornando, vedevo qua e là nelle case le finestre basse illuminate. Allora ho pensato [p. 55 modifica] che le famiglie numerose e casalinghe sanno veramente, esse, tutta la mite bontà delle serate invernali. Sparita la bianca tovaglia, il tappeto si popola di cestelline, di libri, di cartelle, di giornali, di giuochi. I bambini fanno gli ultimi schiamazzi prima di sedersi a fare il còmpito di scuola o di andare a letto. Il nipotino più assennato o la signorina più amabile, si accingono a far la partita alle carte colla nonna. Gli uomini accendono il sigaro, le signore si scaldano un momento in crocchio al caminetto, prima di mettersi alle loro occupazioni serali. È il momento delle discussioni, delle chiacchiere vivaci. L’ultimo numero della rivista letteraria o del giornale di moda circola; le testoline si accostano, i nasi maschili s’intromettono, le celie impertinenti volano. Qualche mamma, sola, rimane un momento in silenzio, con le braccia conserte e la fronte china, pensando a un caro lontano; qualche volta è l’immagine d’un perduto che passa nell’attimo silente, nel sospiro, nell’eloquenza d’uno sguardo...

15 Febbraio

Ho letto un sublime lavoro di Edoardo Schurè: Le drame musical. La prima parte tratta dell’estetica nell’arte in generale; la seconda è quasi tutta occupata dall’opera Wagneriana. Ma non è punto inaccessibile nè gravoso. È un ricamo che uno fra gli ingegni più illuminati dei nostri tempi ha voluto fare sulla trama di tutto il bello, fiorito da secoli nelle immaginazioni colorite dai tempi. Un lavoro di mago sulla concezione d’un titano. Ah che bellezza! Le favole diafane e leggiadre dell’antica Grecia ci passano sul capo, e le danze e l’armonia. [p. 56 modifica] È un’accolta di genii e un mite raggiare di larve del loro pensiero: Dante e Goethe, Palestrina e Beethoven, Shelley e Virgilio, e finalmente Wagner nell’impero dei suoi fulgidissimi sogni. L’opera Wagneriana dopo la lettura del secondo volume composto dell’analisi di ogni suo dramma, diventa comprensibile e facile anche ai non iniziati alle sfere superne del divino mondo della melodia. Trascrivo dal volume I, dal capitolo della danza primitiva e l’epopea:

«Tandis que les peuples montagnards ont vu apparaître le cortége de Pan et du divin Dionysos, les peuplades maritimes se sont familiarisées, dans leurs courses avec le cycle des divinités voluptueuses ou tristes, rêveuses ou enjouées de la mer. Chose étrange, les plus aimés de ces dieux, ce ne sont pas toujours les plus puissants, mais ceux qui meurent jeunes et beaux, ceux qui fascinent et qui tuent. C’est le bel adolescent Adonaïs, aimé d’Aphrodite, qui meurt déchiré par un sanglier, mais qui renaît tous les printemps avec la floraison; c’est Attis qui se suicide dans un désespoir d’amour et dont le sang répandu sur la mousse refleurit en violettes; c’est Hylas, ravi par les nymphes des sources; c’est surtout l’étrange et significative Proserpine, qui symbolise le décevant mystère de la nature, son ardeur de destruction et de résurrection, la mort éternelle dans la vie, et la vie éternelle dans la mort».

2 Marzo

Le giornate si allungano, pigramente, lentamente, ma si allungano; in certe ore si può spalancare le finestre al sole dimenticando la stufa, od uscire a pigliarselo. Gli alberi sono ancora rigidi e muti, [p. 57 modifica] l’aria sgarbata, ma in certi riflessi più vivi, in certe ondulazioni più dolci, in qualche corolla bianca di margheritina, c’è già la promessa della primavera; come nello spesseggiare dei spiragli luminosi sotto le nere gallerie che forano le montagne, c’è la speranza dell’aperto, della liberazione. Ah! la luce! — pensano con un profondo sollievo i viaggiatori guardandosi in faccia. Ah! la vita! — sospirano gli umani, malinconici viaggiatori anch’essi, e ad ogni schiudersi annuale di gemme, è una sorpresa e un sorriso come dinanzi ad una inattesa concessione benigna del rigido Destino.

17 Marzo

Ho scoperto dei tesori in granaio. Uno sgabello imbottito di cuoio, una lucernina, una ròcca, un cofanetto e una cornice rococò. Ho trovato delle ragnatele, della polvere, dei topi, ma non ho indietreggiato; — avevo un coraggio veramente da esploratrice. Oh dolce e fine poesia dei granai, ben io tutta ti sento! La poesia dei tetti a grondaia e dell’accavallamento misterioso e pauroso di travi; la poesia delle finestrette a fior di terra, dalle quali si scopre un nuovo orizzonte, e le scalette pericolose che menano agli abbaini soleggiati, dal fascino strano, austero e selvaggio; e i vecchi quadri accatastati che vi guardano dalle pareti; visi o scene che l’ombra del fondo per sommergere come quella del Tempo; le scranne dei nostri vecchi, che vi lasciarono un po’ l’impronta della loro personalità, le seggioline alte che ci accolsero bimbi e che ci guardano con stupore come noi le guardiamo con meraviglia; e qualche vecchio strumento muto e [p. 58 modifica] cadente come la bocca o le mani che lo animarono; e qualche giocattolo rudimentale che dorme fra una generazione e l’altra, rinnovandosi come la fenice; e vecchie tavole che sanno i gai e cerimoniosi conviti degli avi; i piccoli tavolini da lavoro, coi cuscinetti fissi per gli aghi, che sanno soli, forse, lagrime e romantici segreti che nessuno dubitò... Buoni e vecchi granai dove il presente diventa il passato, dove le cose tutte hanno una voce, una leggenda, un’anima, siete forse voi che mettete nel cuore di tanta infanzia che vi predilige, i germi, che più tardi porteranno il loro frutto, d’una delicata idealità, d’una sana poesia?

9 Maggio

Primavera! la magica parola evocatrice di sogni, di rose, di speranze; la blanda medicina in una coppa d’oro! Quanti ti aspettano o Dea! I vecchi per riacquistare un po’ di forza, i malati un po’ di salute, i mesti un po’ di serenità; ti aspettano le scolarine per cogliere le viole, gli studenti per le vacanze di Pasqua, le mamme per veder prosperare e sviluppare i loro piccini, le fanciulle per unirsi a un desiderato compagno fra il sorriso del cielo e della terra...

Anche Elisa si sposa. Me lo ha detto cogli occhi raggianti. Voleva vestirsi di celeste per la cerimonia religiosa: io l’ho sconsigliata vivamente. L’abito da sposa deve essere bianco, interamente bianco. E una stola, è un simbolo; se si modifica non ha più alcun significato, resta un abbigliamento da sera poco concordante con la serietà e la santità del rito memorando. Un abito bianco, austero, molti fiori [p. 59 modifica] d’arancio, freschi possibilmente, un lungo e finissimo velo... Ecco, così.

Ho spezzato un’altra lancia in favore della villettina nascosta nel verde a preferenza del viaggio di nozze, inopportuno, assurdo, barbaro. Nei primi tempi le spose si rapivano, poi si simulò il ratto, ora si portano a spasso solamente... ma è sempre una brutalità.

Ho detto ad Elisa di non sciorinare il suo amore, di non disperdere i più cari e tumultosi ricordi nella volgarità degli hôtels e delle pensioni: le ho detto di scegliersi il suo nido con cura amorosa, di trovarlo lontano dal mondo curioso e irrisorio, sia fra i pini sulle alpi o fra gli aranci sull’azzurro mare, fra il verde boscoso di un colle o nella distesa di smeraldo d’un’ubertosa pianura; le ho detto di nascondere la sua felicità, esile fiammella, come si protegge la lampada con la mano...

1 Giugno

Mentre lavoravo è venuto Ettore S. che ha posato sul mio tavolino un libro soffuso di aristocratica e soave femminilità. È quello intitolato: «Poesie d’una regina», la regina di Romania che si vela dello squisito pseudonimo di Carmen Sylva. Il volumetto piccolo, bianco, fregiato d’oro e contenente un ritratto e un autografo della regina-artista; tutto palpitante di onesti sensi di madre e di donna, ha messo una nota fine e ideale di più nel mio salottino. La traduzione dal tedesco, quantunque lodata anche dall’autrice, a me par molto mal riuscita; ma se pur è possibile astrarsi dalla forma e rintracciare lo spirito originale che circola dentro, l’impressione [p. 60 modifica] è fragrantissima. Questa dama, che dalla vergine rozzezza silvestre distilla arte raffinata, mi fa pensare alle favolose ninfe dei boschi, diafane e bionde nella selvaggia natura. Il mio amico interpretando i miei gusti o il mio sentimento aveva messo il segno ad una pagina dove si legge questa poesia:

NEL PAESE DEI SOGNI

Vorrei esser regina, ma soltanto
Se la corona mia fosse di fiori,
E il tessuto d’un ragno il regal manto
E stille di rugiada i suoi splendori.

E sarebbe il dio Sol cerimoniere,
Una nube il mio cocchio — mie donzelle
Le muse — allor, nè ironiche, nè fiere,
Ci guarderebber di lassù le stelle.

E vorrei tutte accoglier nel mio regno
Le foreste del mondo — e l’arti in fiore —
De’ nobili pensieri esser sostegno
Vorrei — e forte reggere ogni core. —

Ma invece il serto è greve — e poichè è detto
Che mai non accadranno queste cose,
Vorrei essere il folle ruscelletto
A l’ombra delle roccie alte e muscose.

15 Giugno

.....La casa è uno dei pochi ideali della donna che effettuandosi non si sfata. Quando la fanciulla fatta moglie mette piede per la prima volta fra quelle pareti in cui aleggia col suo vago incanto il futuro, ella le ama già, ella vi ha abitato nei suoi sogni, vi ha architettato degli episodii, vi ha già vissuto ore divine. Quindi è quasi con un sorriso di riconoscimento che, stretta al suo compagno, ne [p. 61 modifica] fa la prima ricognizione. Era proprio così: c’è proprio tutto, e c’è l’amore volatilizzato nell’atmosfera che illumina, riscalda, e facilita e abbellisce azioni e cose. Dopo un paio d’ore, la casa ideale di ieri è identificata nella casa reale di oggi, e la dimora vera si riflette fedelmente nel paese del sogno. Quelle pareti sono già piene di memorie, di speranze; appartengono già alla nostra vita interiore; e le adoriamo come il passato e le difendiamo come l’avvenire.

Pure non saranno consacrate che il giorno in cui vi piangeremo per la prima volta.

Mi piacerebbe di domandare a cento donne scelte a gruppi nelle diverse classi sociali come sognano una casa. Scommetto che anche fra quelle medesime che preferiscono un palazzo o un castello, un châlet o un villino, una casetta o una capanna, non si troverebbero le stesse aspirazioni. La donna rispecchia nella casa le gradazioni più indistinte della sua natura. Si potrebbe dirle: Dimmi come è la tua casa e ti dirò chi sei.

Io credo che la mia casa ideale farebbe disperare più d’un ingegnere. La vorrei fra un giardino pieno di alberi e di fiori, non importa dove; bassa, a un sol piano, terminata alle due estremità da due stanze rotonde, coperte a cupola, e circuite di finestre; indi fiancheggiate da due torrette alte e snelle e accessibili per spaziare nell’orizzonte. Il corpo della casa dovrebbe essere tutta una sala, e tutta la parete di mezzogiorno fatta di vetri, come una serra. La luce verrebbe mitigata dalle piante rampicanti di fuori e dalle tende nell’interno: la gran sala si dividerebbe in stanze e salottini per mezzo di grandi paraventi e di pareti sottili e rientranti, all’uso giapponese. [p. 62 modifica]

Fiori ed arte dappertutto; e viver là fra i miei affetti e i miei libri.

Non chiederei mai di uscirne... Oh il sogno divino!

Fine Giugno

Ettore S. e Filiberto U. mi hanno accompagnato ieri, sul vespro, nella visita che ho dovuto fare alla signora Armanda. Malgrado la mia coraggiosa difesa e la mia aria severa, quei due monelli hanno riso tutto il tempo del ritorno pensando al grembiule all’enfant della povera signora. Infatti i grembiuli danno tale un aspetto di semplicità ingenua che una signora non li può portare senza stonatura. I soli grembiuli permessi alle signore sono quelli messi unicamente per salvar l’abito, per far qualche faccenduola, per giocare coi bambini; i grembiuli ampi di lana nera o grigia che l’infanzia adora come tutte le cose che sanno di bontà e di vecchiezza — i provvidi grembiuli che asciugano le lagrimette, che si riempiono dei balocchi, che si chiazzano di polvere o di fango, che servono così bene a far lo strascico, legati alla cintura; i grembiuli che restano nei ricordi dell’età ignorante e lieta, insieme al viso grinzoso d’una governante, alla dolcezza dei baci materni.

1 Luglio

Come alle prime brezze pungenti e alle prime brume che il sole non riesce più a diradare, ci assale il desiderio dolce di un nido tepido e illuminato, ora a questi primi soffi molli, a questi primi fulgori che spossano, s’insinua una tentazione terribile d’ozio e di vagabondaggio. [p. 63 modifica]

La scarsa falange dei felici per rinnovare in un diverso ambiente e colorire diversamente la propria felicità: la gran maggioranza dei malcontenti per l’illusione d’un sollievo alle noie, alle difficoltà quotidiane che aduggiano la vita più degli stessi grandi dolori; e finalmente lo stuolo numeroso degli afflitti che vogliono esser soli col loro martirio e Dio.

C’è chi sogna il mare ed il suo odor salso ritemprante, la sua sabbia fine e ardente in cui è così voluttuoso seppellirsi, i suoi cento aspetti di colori, la sua immensità ritmica e sonante. C’è chi aspira ai monti, alle stradicciuole petrose, ombreggiate dai castagni, al rezzo verde mattutino, fra cui mormora e scintilla un fonte salutare. Chi si slancia col pensiero ancor più in alto, sulle vette purissime soffuse di delicati riflessi d’aurora, dove solo gli abissi paiono vegliare insaziati e feroci. V’ha chi si contenta di meno: di una bianca casetta fra una distesa aromatica di fieno falciato; v’ha chi vorrebbe di più: una peregrinazione attraverso mari e paesi non veduti; c’è chi tende agli incanti un po’ mesti dei laghi; ci sono poi, finalmente, dei fortunati che hanno ancora qualche castello turrito, più o meno autentico, dove ritirarsi al fresco e annoiarsi, magari, un pochino, da castellani. Ma esiste pure un gran numero di persone per cui tutti questi paesaggi rimangono nella sfera durevole e insieme intangibile delle cose sognate. Quante! Tutti coloro per cui il problema non è di viver meglio, ma semplicemente e terribilmente di vivere. Coloro che s’agitano nella sfera del piccolo commercio, le famiglie di impiegati di quarto o quinto ordine che hanno per tutta rendita il magro stipendio; quelli che campano col piccolo provento d’un’industria o d’una scuola. [p. 64 modifica] Quante volte io penso a questa povera gente che non ha l’epidermide abbastanza dura per mescolarsi alle distrazioni del popolo e per non sentire la nostalgia delle distrazioni dei ricchi; tante povere piccole mani sciupate dall’ago; tanti begli occhi affaticati dai libri; tante teste grigie indolenzite dai fornelli e dai pazienti rammendi, tante gambuccie di fanciulli anelanti agli spazii erbosi, alle arene benefiche.

Ma per loro, per questa povera gente, non c’è che qualche sosta in qualche pubblico giardino, di sera, quando i negozi e le cure sono finite, con la prospettiva delle stanzuccie al quarto piano anguste, brucianti nelle notti affannose; qualche gita fuori di porta la domenica, coll’incubo, per i giovani, dei desiderii perpetuamente insoddisfatti; per i vecchi, dei perpetui dinieghi; ci sono le pianticine di geranio e di viola sul davanzale, le piccole fortune invidiate di un pergolato di volubilis su un terrazzo di due metri — gli orizzonti di qualche punta d’albero, di qualche scorcio di viale...

1 Novembre

Dopo un’assenza un po’ prolungata riapro il mio diario che potrei chiamare il libro delle sfumature. Malinconiche sfumature quelle d’oggi. Le sfumature del grigio, del marrone, del bianco; dei colori della penitenza e delle fredde purezze solitarie. Mi pare che nell’inverno le tinte gaie dormano il giorno e vivano la notte come la gioconda e lieve falange dei silfi e delle fate, come tutte le cose ridenti che non si sa più dove siano. La notte trionfano, folleggiano nei ritrovi, nei teatri, nei balli, nei conviti; fra pareti rabescate ed ornate, sotto un sole di gas o [p. 65 modifica] d’elettricità, fra il profumo delle essenze, nel prorompere d’una vita fittizia e artificiale che brucia e non riscalda. Il giorno si rinchiudono, non si sa dove, negli armadi, negli spogliatoi, nei cofani, negli angoli, per ricomparire coi primi lumi.

Richiusi, segregati, abbandonati, i vividi colori dormono e sognano. Sognano la primavera così lontana, così inverosimile, colle sue fresche tinte di rosa e di viola, col lume del suo tepido sole fecondo, coll’alito intriso di vivo profumo. Sognano l’estate così morta, l’estate col suo azzurreggiare di marine, le pompe de’ suoi papaveri fra il grano biondo, la frescura dei verdi colli, la ferocia del suo sole meridiano. E anche l’autunno di ricordo recente sognano: l’autunno, divinamente stanco e mesto delle troppe cose vedute, delle grandi opere compite, ancora un poco ridente, ma già raccolto, già pio, già presago dell’imminente sonno eterno... Refrigeranti sogni di ricordi che conservano ai colori la loro freschezza nativa.

18 Novembre

L’inverno viene. E sono pochi quelli che lo vedono venire con gioia. Pochissimi. Voi, forse, che nel dolce settembre consacraste il vostro amore sognando la luminosa e tepida intimità del nido recente; lei, freschissima signorina, a cui la stagione dei balli e dei ritrovi promette facili trionfi; voi, novellini che vi confondete ancora con le ballerine e le divettes da caffè-concerto, e voi, grandi egoisti, per cui l’inverno non è che una sfilata di sere illuminate a luce elettrica e riscaldate a calorifero, affollate di visioni intellettuali e di realtà elette. Ma per questi pochi, che sterminato numero torce il [p. 66 modifica] viso al Vecchio secolare e fedele, e lo respinge fino a perdita di forze, e chiama a raccolta per opporglisi tutto l’eroismo di cui può disporre anima umana! Chi ha intorno al desco famigliare delle teste canute e venerande e chi ne ha delle piccine e fragili; chi ha uno stuolo d’angioletti senz’ali da coprir di lana da cima a fondo e chi vigila su un diletto infermo come su un fiore; chi si prepara faticosamente un avvenire nella povertà laboriosa e chi lotta per la vita nella miseria. Tutti, collegiali e soldati, scolari e maestri, operaie e signore, hanno un movimento d’odio e di ribellione per la stagione spietata che aggrava ad ognuno il fardello dell’esistenza. Oh il dolore di una recente perdita, quando la neve fiocca copiosa e lenta dietro ai cristalli a cui appoggiamo la fronte colla mente alla tomba gelida e lontana! Oh l’amarezza sconsolata di qualche addio più assoluto della morte, quando la nebbia cala sulla campagna intorpidita e qualche squilla lontana saluta il giorno e fumano i casolari dove s’accende qualche lume! Oh le lontananze lunghe, le attese snervanti, le lotte segrete, le dissimulazioni eroiche, i desiderii ardenti e vani, nelle brevi e grigie giornate invernali, quando tutto s’impregna d’umidore malsano, e i marciapiedi luccicano, e gli ambienti più raccolti e più gentili e più gai paiono illividire! Oh inverno, come bisognerebbe essere felici per vederti inoltrare senza sgomento!

30 Novembre

....Si è detto e ripetuto che non vi furono mai, come al presente, tante istituzioni benefiche e un maggior numero di scontenti e di bisognosi. È perchè la società nella sua evoluzione verso il [p. 67 modifica] progresso si crea necessità che prima non conosceva? È perchè la vita civile odierna ci pone maggiormente a contatto dei nostri simili e ne sentiamo più i lamenti e ne vediamo più i bisogni? Fatto si è che i poveri ci sono e restano, e che ora più del solito sentiamo l’impulso e il dovere di soccorrerli; ora, nel desolato inverno che le miserie morali e fisiche ingigantisce come in certi paesi polari s’ingigantisce l’aspetto delle cose per un fenomeno di rifrazione.

Per i poveri si danza, si canta, si suona, si recita, si fanno gli alberi di Natale e le lotterie e va benissimo, non sofisticherò: il fine giustifica i mezzi. Ma la carità vera, cristiana, benefica per l’anima di chi la fa quanto per l’anima di chi la riceve, è praticata da pochi, purtroppo. Tutti sanno che la carità diretta, nascosta, da simile a simile, esercitata con discernimento ed alacrità è nobile e buona: ci esaltiamo tutti per un atto di filantropìa ben diretto; i libri che ci nutrirono lo spirito nella giovinezza ne sono sàturi, imbevuti ne sono quelli che diamo in mano ai nostri figliuoli. Dunque in teoria tutti d’accordo, ma in pratica? Noi daremo un soldo a un vagabondo per levarcelo di torno sulla via; ma quante volte, assidendoci al desco famigliare innanzi alla minestra fumante, ne leviamo una ciotola per la vecchierella da cui ci separa un muro, che fa rammollire per i suoi denti malfermi il tozzo di pane nell’acqua e intirizzisce sotto lo scialle sdruscito? Noi insegniamo ai bambini di cospargere di briciole il davanzale nevoso della finestra per i passeri vaganti, ma non li conduciamo che assai raramente nelle case del povero per sollevarlo.

Sarebbe così bello, invece, e così proficuo che ogni mamma dedicasse un’ora la settimana a [p. 68 modifica] qualche visita di carità fatta coi suoi figliuoli! Che li avvezzasse a veder da vicino miserie che neppur sospettano, e senza troppa paura della loro tristezza! I piccoli cuori, puri ancora e impressionabili, si stringerebbero, sì, le tenere menti aperte istintivamente alla giustizia avrebbero forse un senso di ribellione contro le leggi supreme ed incomprensibili; ma dalla pietà e dallo sdegno non germinerebbe uno zelo di compensare, di riparare che porterebbe il suo frutto nelle età mature?

Se avessi autorità, vorrei raccomandare a tutte le mamme che vigilano con intelletto amoroso sullo sviluppo morale delle creature di cui sono la guida e l’esempio primo — vorrei raccomandare di fare del sentimento della carità una delle basi dell’educazione. Ciò si può fare a qualunque classe sociale si appartenga: poichè non è l’entità dell’elemosina che la rende utile e santa. Se ricchi, i ragazzi abbiano un salvadenaro per i loro piccoli mendicanti protetti, e le bimbe imparino a confezionare gli abitini, a far calze per loro, e il passaggio nelle squallide soffitte lasci largamente dolci e doni, come quello delle buone fate possenti. Se in condizione modesta, fare in modo che i bambini si privino qualche volta d’un giocattolo, d’un indumento per darlo al povero; fare che lo dia da sè, a costo del sacrifizio, combattendo inesorabilmente con ingegnosa cautela ogni possibile spunto di egoismo o d’indifferenza, due cattivi germi non infrequenti di cui vediamo purtroppo fra gli uomini lo sviluppo rovinoso. «Quando un bambino fa l’elemosina, dice il gran bardo dei fanciulli, il De Amicis, è come se dalla sua mano cadesse insieme un obolo e un fiore». È infatti una così suggestiva gentilezza, una [p. 69 modifica] visione così pura, così spirante tenerezza e bontà, che invita a inginocchiarsi per pregare....

5 Dicembre

...Ho letto in questi giorni un libro non nuovo, assai vecchio anzi; ma, senza far torto a nessuno, quante volte ci si pente d’aver aperto un libro vecchio a preferenza d’uno nuovo? un libro ch’io chiamerei volentieri di stagione. È il Voyage autour de ma chambre di Saverio de Maistre e lo dico di stagione, perchè insegna a viaggiare in modo molto comodo ed opportuno per l’inverno, viaggiare senza muoversi dal canto del fuoco; e, come Dante nel pelago buio, discendere negli oscuri recessi dell’anima, e risalire come lui di stella in stella nei campi luminosi del sogno. Viaggiare intorno alla propria camera, sostando sugli oggetti noti e cari, vuol dire viver fuori del tempo, nel passato e nell’avvenire, sfilar ad una ad una le ore vissute come i chicchi di un rosario, chiudendo con un’invocazione pia e ansiosa che par preghiera, contar ad una ad una le giornate del futuro come i bocciuoli di un virgulto accarezzato e protetto. Il letto, che è il santuario della vita e della morte, il rifugio del dolore; lo specchio il consigliere fedele e schietto che accoglie lagrime e sorrisi, freschezze e rughe, veli bianchi e veli neri; e il tavolino da lavoro a cui ci assidemmo nelle trepide vigilie e negli squallidi indomani; e la piccola scrivania complice e responsabile, e la poltroncina insidiosa per la nostra attività, di dove udimmo una voce, una parola che non dimenticheremo più.

Poi i quadretti, le fotografie, i gingilli, ognuno dei quali ha una storia, un episodio, un ricordo, [p. 70 modifica] cristallizzazioni tenui e gentili di goccie che caddero nel gran mare dell’eternità. Se ogni donna raccontasse la storia della sua camera, racconterebbe quella della sua vita. Nessuna lo vorrebbe forse, ma qualcuna, chi sà? la racconta come me a sè stessa e pensa col Mantegazza che il piacere della proprietà, per quanto esigua, è uno dei più dolci piaceri. Una signorina, intelligente quanto simpatica, mi ha detto un giorno: — Io non amo una cosa quando è bella, l’amo quando è mia.

.....una sera di Dicembre

Ho incominciato questo libriccino inneggiando, quasi, alla solitudine delle serate invernali; ora, all’ultima pagina ne provo un improvviso sgomento.... È il tempo dell’intimità, della vita buona della famiglia. Non c’è scapolo, per quanto sventato, che non abbia sognato in una rigida sera nevosa un angolo di caminetto e una personcina sottile; non c’è vecchio celibe, per quanto impenitente, che non abbia pensato un attimo, udendo battere la pioggia contro i vetri, a un sorriso di bimbo e a una mano di donna più accurata di quella della fedele governante. Oh, sogni e pensieri brevi, s’intende, che non tornano più in primavera, che in primavera si disfarebbero anzi, se un momento galeotto avesse permesso che si desse loro la tessitura della realtà. D’accordo. Ma anche per il sogno d’un attimo e per il pensiero d’un istante s’accresce la gloria radiosa del focolare; gloria che è un poco quella di noi donne, poichè ne siamo le vestali e le regine.

Tutte le donne che vogliono essere e rimanere squisitamente tali, dovrebbero amare l’inverno; e non perchè la vita mondana che riprende con [p. 71 modifica] maggior impulso permette loro di mostrarsi più belle, ma perchè la vita della casa nella sua maggior fragranza permette loro di mostrarsi più buone. Lo sport, i viaggi, l’alpinismo, il ciclismo, tutti i pretesti di vagabondaggio estivo non ci rubano più gli uomini; molti affari anche, molte professioni, danno qualche tregua l’inverno; le forti mani, leggermente incallite nei violenti esercizi fisici e stanche di regger la penna, si riposano volentieri a far l’arcolaio a una matassa di lana, o a riordinare le gradazioni delle matassine seriche, o a prendere e posare il porta-aghi, le forbici, gli innumerevoli ninnoli che ingombrano gli astucci e le cestelline da lavoro. Sono le ore in cui i teneri e vigili cuori femminili irraggiano e riscaldano; le ore in cui tutte le donne devono diventare un po’ mamme: collo sposo, col fratello, coll’amico. Quanti preziosi consigli, quante refrigeranti parole, quante efficaci esortazioni, quanto luminoso seme d’idee può cadere dolce e lento da un labbro femminile sul cuore del suo compagno, mentre le piccole mani s’industriano, creatrici o riparatrici, e le leggiadre teste sono chine sul lavoro e gli occhi belli non guardano e non turbano! Chi può dire le opere magnanime, i capolavori, le decisioni coraggiose e riabilitatrici di cui hanno gettato il primo filo queste Aracni pie dell’intelletto d’Amore? Cherchez la femme, la donna, sì, cercate la donna, ma non solo in fondo agli intrighi volgari; cercatela in fondo a tutte le opere belle, a tutte le opere grandi, a tutte le opere buone: un sorriso o una lagrima di donna sono nella base d’ogni ideale opera umana, come nelle fondamenta degli antichi edifizii i frammenti di marmi preziosi e le monete d’oro......