Daniele Cortis/Capitolo dodicesimo

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Capitolo dodicesimo

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CAPITOLO XII.


A passi difficili.


«Signor Boglietti!» gridò l’usciere entrando nel salotto di via della Missione, dove si va per parlare ai deputati. C’era folla: chi scriveva, curvo sul banco degli uscieri, chi entrava peritoso, chi usciva in fretta, una quantità di facce infastidite o trepide o vanitose aspettavano in silenzio.

Nessuno rispose all’usciere; tutte le facce si guardarono a vicenda.

«L’onorevole Cortis!» gridò colui, più forte. «Chi desidera l’onorevole Cortis?» Allora uno che stava parlando sottovoce con alcune signore nel secondo salotto, si scosse ed entrò nel corridoio scuro, in fondo al quale Cortis lo aspettava.

«Cosa c’e?» disse questi, asciutto. «Passi.

E fece entrare il signor avvocato in una sala dove un altro visitatore ossequioso si confessava al suo deputato. Boglietti diede un’occhiata a quei due, esitò un istante. Cortis si strinse nelle spalle.

«Parli, parli» diss’egli, sedendo sul divano.

«Ecco» incominciò colui, piano. «Io sono proprio dolentissimo, signor deputato, di ciò che le debbo dire, e, prima di venire al punto, vorrei che ella si persuadesse...

Cortis guardò l’orologio. [p. 198 modifica]

«Venga pure al punto» diss’egli senza turbarsi.

«Che vuole?» rispose l’altro. «Ho pensato a questa proroga; mi sono domandato se proprio avevo facoltà d’accordarla. Forse no, non l’avevo; tuttavia, passi! Per una questione così, per una questione di quindici giorni avrei anche potuto arbitrare. Ma poi ho avuto delle informazioni decisive.

«Ebbene?

«Intanto so da persona che ha parlato con il barone stesso, che ora le relazioni fra lui e la famiglia di sua moglie sono pessime...

Colui tacque un momento, come aspettando una parola di Cortis, che non venne.

«E poi» proseguì «so pure che il barone è stretto da parecchi altri impegni urgentissimi, gravissimi. Insomma se si fosse trattato di un affare mio proprio, avrei forse lasciato correre; ma così...

«Ella ritira la sua promessa» interruppe Cortis, alzandosi.

Il signor avvocato si alzò pure protestando di non aver creduto dare una promessa formale, di essere accoratissimo. In quel momento l’altro deputato, congedatosi dal suo interlocutore, disse a Cortis:

«Non vieni? Si vota.

«Vengo» rispose questi. «È forse l’ultima volta.

«Che, che!» esclamò colui dal corridoio, andandosene.

«Vado subito» riprese l’avvocato. «Ho dunque dovuto scrivere stamattina al barone di Santa Giulia, avvertendolo che non c’è dilazione alla scadenza.

«Ha già fatto anche questo, lei?» disse Cortis guardandolo fiso, con la sua freddezza sarcastica. «Venga da me domattina alle nove. [p. 199 modifica]

«Domani, sabato, 25» disse l’altro pensando a capo chino e lisciandosi la barba. «Alle nove non posso. Non posso prima di mezzogiorno.

«Allora, a mezzogiorno. In casa mia. Sta bene?

«Sì, signore.

Boglietti se ne andò e Cortis guardò da capo l’orologio.

Erano le tre. Elena e la contessa Tarquinia dovevano essere arrivate alla Minerva da un’ora. Cortis aveva pregato il senatore Clenezzi di recarsi alla stazione in vece sua. Egli entrò nell’aula a votare e dieci minuti dopo uscì da Montecitorio, s’avviò passo passo verso il Pantheon.

Qualcuno che lo incontrò allora, affermò poi di non averlo mai veduto così pallido. Sentiva Elena vicina e sentiva insieme il confuso impero di altri pensieri, di necessità non ancora ben conosciute ma che lo venivano premendo ogni giorno più. Il discorso, anzitutto, il discorso che aveva deliberato pronunciare l’indomani prima di rassegnare le proprie dimissioni; un discorso inteso a oltrepassar la Camera e a toccar gli elettori futuri, sì che voleva raccolto tutto il nerbo del suo spirito. Poi questo nuovo rabbuiarsi dell’affare Di Santa Giulia, la urgenza di provvedere, il fosco poscritto della contessa Tarquinia. Aveva dato il convegno all’avvocato per l’indomani senza avere un chiaro concetto di quello che farebbe, con il solo istinto che convenisse toglier subito il barone da questo incubo, anche obbligandosi direttamente in vece sua. I Carrè avrebbero approvato in seguito. Come conciliare la cosa con le convenienze e con la suscettibilità del barone non lo sapeva ancora, ma ci penserebbe nella notte. Per ultimo, lo turbava anche la venuta [p. 200 modifica] imminente di sua madre. Faceva questo sacrificio per Elena, avrebbe fatto ben altro! Ma pure quella relativa indifferenza, di cui le aveva scritto sinceramente, veniva meno in lui all’appressarsi del vero.

Gli pareva poi che tante preoccupazioni pesassero sopra una stanchezza nuova del corpo, un torpore strano di che aveva accusato, in addietro, l’eccessivo lavoro, le ostinate insonnie; ora ne accusava Elena che empiva Roma della sua presenza, che metteva nell’aria un calor molle, spossante. In piazza Capranica un tale lo salutò per nome e soggiunse: «A stasera!» Gli venne in mente che quella sera si sarebbe tenuta in casa sua una riunione di amici politici, azionisti e collaboratori, sicuri o sperati, del futuro giornale, per udire da lui, Cortis, lo schema del suo discorso e discuterlo; poichè di lì doveva pigliar le mosse il giornale. A stasera, aveva detto colui, e Cortis s’era sentito riafferrare al petto dall’alta idea della sua mente, dall’austero dovere impostosi; s’era sentito scoter via le molli fantasie, le fiacchezze del cuore, infonder nel corpo una forza nervosa.

Entrò nell’albergo della Minerva fra uno sciame di vecchie signore e di preti francesi. Il portiere, che stava discorrendo con un bel cappuccino, vide Cortis e gli disse subito:

«Arrivate. Il signor senatore Clenezzi è uscito in questo punto e ha lasciato detto che se Lei veniva, dovesse salir subito subito dalla signora contessa.

Cortis era conosciuto alla Minerva. Aveva scelto egli stesso le camere per la contessa Tarquinia, al secondo piano. Salitovi, la trovò sola, di pessimo umore, accesa in viso, guasta la pertinace bellezza dal viaggio faticoso. Lo accolse male, sulle prime, [p. 201 modifica] gli dichiarò che la politica lo aveva guasto nel corpo e nell’anima, perchè era lì magro, succhiato dalle streghe, un orrore; perchè non gli era rimasta neppur tanta amabilità da venir lui alla stazione invece di mandarvi quel povero vecchio storpio di Clenezzi. Ma già la politica era un male peggiore della gotta!

«E poi» soggiunse «Vostra Signoria si fa aspettare, per sua bontà, un secolo anche all’albergo. Sì, sì, un secolo, un secolo, non serve che la dica di no.

«Elena?» chiese Cortis.

L’altra, piccata di quell’indifferenza, non gli rispose, continuò il suo sfogo:

«Non dico niente poi delle camere. Si capisce, figlio caro, che non hai donne in casa.

«Ne avrò, zia» disse Cortis tranquillamente.

La contessa Tarquinia s’imbarazzò, si fece di scarlatto, tacque.

«Dunque?» ripigliò il primo. «Elena?

«Andiamo» rispose la contessa rabbonita, «qua la mano e facciamo la pace. Elena benissimo, sono contentissima!

Pronunciando a voce molto alta queste ultime parole, ella accennò all’uscio della camera vicina, poi si coperse un momento il viso con le mani, le agitò in aria, alzò gli occhi al soffitto.

«Non capisco niente» sussurrò poi facendosi intendere più con il gesto che con la voce, «non capisco niente!

«Oh!» fece Cortis, staccandosi da lei.

Elena stava sulla soglia della sua camera, pallida, sorridente, scomposti i capelli, gli occhi più grandi, la vita più fine che mai. Pareva una giovinetta. [p. 202 modifica] Strinse la mano a Cortis, con uno sguardo che non sorrideva più, con un leggero tremito della bocca. Poche parole fredde, quasi di cerimonia, furono scambiate tra loro con voce sommessa, vacillante. Seguì un silenzio di qualche momento. Elena guardò sua madre.

«Benedetta!» disse la contessa Tarquinia. «Perchè non parli tu? Bene» soggiunse sospirando dopo aver atteso invano risposta, «parlerò io. Caro Daniele, qui bisogna che facciamo subito consulto. Capisci, già! Povero Daniele, hai fatto tanto a quest’ora e ti siamo tanto grate! Ma proprio, poi; tanto grate: quel che è vero, è vero; ma di cuore, poi. Non badare a Elena se non dice niente, perchè alle volte è insulsetta anche lei, poverina, come sua madre.

Elena alzò in viso a Daniele l’umido fuoco scuro degli occhi. Nè lei, nè lui fiatarono.

«Tu sai, non è vero» continuò la contessa, «di certi discorsi da matto, dico io, che mio genero ha fatto a Cefalù. Va bene. Sai anche di una sua lettera, te ne ho scritto io da Roma; ma non sai mica i termini. Ecco, dunque. Premettiamo che a casa Carrè non si scrive mai, che mio cognato e io siamo scomunicati fin dall’estate scorsa, con quella bella colpa, per parte mia! Basta, è meglio non parlarne di quella faccenda là. Avviene adesso che io mi trovo finalmente in grado di andar a vedere Elena; tu sai in che pena ero, che non l’auguro, un’angoscia simile, neanche a un cane; dunque vado e, naturalmente, vado all’albergo, a quel famoso albergo d’Italia... basta, fa niente. Vado all’albergo. Sfido, in casa degli altri per forza, no, già! E poi Lao m’avrebbe accoppata. Fatto sta che quattro giorni dopo il mio [p. 203 modifica] arrivo, proprio appena, si può dire, il tempo materiale per lui di saperlo, capita questa lettera da Roma.

«Per te, zia?

«Per Elena.

La contessa incominciò a declamare con il cipiglio e la cantilena di chi studiatamente ripete boriose parole di persona spiacevole:

«Il barone sapeva benissimo che la sua cara suocera era a Cefalù e comprendeva perfettamente che non avesse osato prendere stanza in casa sua. Questa era la più sincera confessione dell’indegno procedere di casa Carrè (così, proprio così!). Di tale procedere si vedrebbero presto conseguenze ben più gravi; ma Elena doveva star sicura ch’egli non si abbasserebbe mai davanti ai Carrè, per paura di niente. Avrebbe presto la compiacenza di mostrare a lei, a loro, a tutti quanti, quale fosse in lui il sentimento del dovere e dell’onore; darebbe uno schiaffo in viso, ma non diceva come, ai suoi cari parenti, e peggio d’uno schiaffo se c’era in essi un briciolo di coscienza. Non voleva che Elena si pretendesse relegata a Cefalù. Egli era generoso e la lasciava perfettamente libera di andare e stare a piacer suo. Oramai non gli importava di più nulla al mondo. Presto la lascerebbe anche più libera di così!

«Capisci?» concluse la contessa. «Per me dico che son tutte chiacchiere, ma quella là si è agitata moltissimo. Allora ho creduto di rispondergli io su questo punto della mia confessione e del suo abbassarsi davanti ai Carrè; e mi pare anche d’aver risposto benino, pesando le parole con un giudizio, non faccio per dire, da santa. Gli ho poi detto che, [p. 204 modifica] approfittando del suo permesso, mi proponevo di condurre Elena, per qualche tempo, nel Veneto, ma che ci saremmo trattenute alcuni giorni a Roma per stare un po’ con lui. Qui aggiungevo delle parole affettuose sui suoi dispiaceri, sulla nostra buona volontà di aiutarlo in tutti i modi possibili. Elena poi aggiunse alla mia lettera un biglietto in cui gli diceva che veniva a Roma con l’intento di essergli utile anche contro la sua volontà stessa, occorrendo; e gl’indicava il giorno e l’ora del nostro arrivo, l’albergo dove saremmo scese. Non risponde, ma passi; forse non c’era tempo, se vuoi. Si vien qua, si spera di trovarlo alla stazione. Euh! nessuno. Ne domandiamo a Clenezzi, e Clenezzi, rosso come un Bacco, c’impasticcia che l’ha veduto anche stamattina, che sta benissimo, che sarà andato qua, che sarà andato là. Non c’è stato il tempo di spiegarsi, ma si capisce che anche le nostre lettere non hanno fatto niente. Adesso dimmi tu. Quest’affare della scadenza è ben combinato?

«Sì, sì, combinato» rispose Cortis in fretta, non volendo turbare inutilmente le signore: perchè, se le cose non erano in quel momento composte, certo dovevano comporsi l’indomani a mezzogiorno.

«E lui» riprese la contessa «lo ha saputo della proroga?

«Lo ha saputo.

«E cosa ne ha detto?

«Io non gli ho parlato mai, ma so da Clenezzi che se ne mostrò contento e che lo ringraziò molto.

«Bene, e ora dimmi, caro te: cosa abbiamo da fare? Lui si capisce che non intende lasciarsi vedere. Dobbiamo scrivergli? Dobbiamo andarlo a cercare? [p. 205 modifica]

La contessa Tarquinia si pose ad alitare affannosamente, mordendosi il labbro inferiore e battendo le palpebre come se quell’idea di andar lei a cercar suo genero, dopo toccatene tante ingiurie, le movesse su dal cuore delle lagrime di rabbia.

Elena non aveva mai aperto bocca. Seduta in faccia a sua madre, non pareva nemmeno aver fatto attenzione al lungo discorso di lei, guardava nel vuoto con gli occhi spenti, immobili.

«Che data» disse Cortis dopo aver pensato alquanto «che data aveva la lettera?

«Quale?

«Quella di tuo genero, l’ultima.

La contessa non se ne ricordava; guardò sua figlia.

«Elena» diss’ella, «mi fai piacere? Questa lettera?

«L’hai tu, mamma» rispose Elena dolcemente. Un subito rossore le corse sul viso. Non avea pensato, nel rispondere, che ora rimarrebbe probabilmente sola con lui.

«Non mi pare» rispose la contessa, alzandosi, «guarderò.

Appena colei fu entrata nella sua camera, Elena stese la mano a Cortis, che l’afferrò con ambo le proprie. Gli occhi le si velarono, le labbra dissero piano piano:

«Perdonami.

«Oh!» diss’egli. «Ma perchè?...

Elena gli lesse in viso le parole imminenti; era il perchè delle sue freddezze, del suo lungo silenzio che egli voleva sapere. Lo interruppe subito:

«No, no, non è questo che devi perdonarmi. È un’altra cosa. Bisogna che ti parli; in un altro momento!

Parve che l’uscio della contessa Tarquinia si aprisse: [p. 206 modifica] Elena ritirò subito la mano. Non fu vero. I due si guardarono ancora pochi secondi. Allora la contessa entrò con la lettera spiegata. Non poteva vedere Elena in viso, ma vedeva Cortis. Si fermò di botto e gli disse:

«Ti senti male?

«No, zia.

La voce era ferma e forte.

«Sedici marzo» soggiunse la contessa porgendogli la lettera.

«Aspetta» rispose Cortis. «Io credo di avere scritto ad Elena il 14, e a lui fu parlato della dilazione almeno tre giorni dopo, perchè Clenezzi non lo potè vedere prima del 17. Dunque non ne sapeva niente quando scrisse quella lettera lì. Poi si sarà ammansato. Lo sa che siete alla Minerva?

«Sì, gli fu scritto.

«Allora, se oggi non si lascia vedere, Elena potrà cercar di lui domani. Intanto gli dovrebbe mandare un biglietto.

Così dicendo Cortis si voltò a sua cugina, che rispose sottovoce senza scomporsi:

«Vado al Senato fra un’ora, con Clenezzi.

«Benedetta!» esclamò la contessa. «Tu te la intendi con la gente così alla sorda e alla muta, e non parli neanche dopo! E noi si sta qui a consultare!

«Hai ragione, mamma. Ho creduto che l’avessi inteso. Sono una gran distratta.

Cortis partì pochi minuti dopo, malgrado sua zia volesse trattenerlo sino al ritorno di Clenezzi, per altre intelligenze da pigliare insieme. Ella finì con dirgli che per questa volta lo lasciava andare, ma che, se voleva il perdono de’ suoi peccati, doveva [p. 207 modifica] porsi dall’indomani mattina in poi a sua disposizione, e non si accettavano scuse politiche. Va bene tutto, diceva la contessa, ma passare da Roma dopo tanto tempo e non veder niente, questo no! L’indomani, sabato, non era giorno di villa Borghese? Almeno un corso!

Cortis, pieno il cuore di quella mano toltagli bruscamente, di quello sguardo scambiato poi, scese ad attendere il senatore Clenezzi in piazza della Minerva. Voleva prevenirlo, impedire che accompagnasse Elena al Senato. Non conveniva ch’ella vedesse il barone ora; prima lo voleva vedere lui, Cortis; lo voleva rassicurare su questa proroga disdetta dall’avvocato Boglietti. Clenezzi arrivò da via della Palombella zoppicando e borbottando tra sè. Quando vide Cortis da lontano affrettò il passo, cacciò fuori tanto d’occhi, si mise a fargli segni, lo assalì fremendo e sbuffando, con una serie di «ma non sa? ma non sa?», e appiccicatoglisi al braccio, gli raccontò che Di Santa Giulia era venuto da lui, furioso, con una lettera dell’avvocato in cui si disdicevano gli accordi presi. Lui, stupefatto, aveva risposto di non saperne nulla. L’altro, quel mascalzone, gli aveva replicato male. Allora Clenezzi s’era sentito ribollire il suo buon sangue bergamasco e gliele aveva suonate chiare, al bestione. Le mani e il mento gli tremavano ancora di collera; metteva dei rantoli da vecchio mastino irritato. Bel muso, però, anche quel signor Boglietti! Cos’era questo dire e disdire? Un gran buffone, per lo meno. E adesso, come fare a condur la baronessa in Senato? Cosa dirle?

Cortis lo acquietò. Bastava dire a Elena che suo [p. 208 modifica] marito non era più al palazzo Madama e che oramai per quel giorno sarebbe inutile andarne in traccia. Quanto all’affare Boglietti, se ne occuperebbe lui, Cortis; aggiusterebbe tutto lui.

«Caro il mio signor Cortis!» esclamò il senatore a mani giunte. «Se Le sono mai obbligato! E adesso» soggiunse «bisognerà salire da queste signore.

«Ma poi» disse Cortis, sorridendo, «oggi, venerdì, non è giorno di Trastevere? Non è giorno di... di... di...?

«Ah! ah!» rispose il senatore, sfogandosi amaramente prima nel suo dialetto e traducendosi poi:

«I è andàc in malùra à quèi, sono andati alla malora anche quelli!

Cortis, rimasto solo, riafferrò l’immagine di Elena, la dolce parola «perdonami» e insieme l’atto, la voce, lo sguardo con cui era venuta. Altre immagini lo assalivano, non lo lasciavano fermarsi in un pensiero; il colloquio desiderato da lei, la lettera del marito, le parole «presto la lascierebbe più libera di così.» Paurose parole! Si vide nel cuore qualche cosa che gli avrebbe fatto ribrezzo se non avesse saputo che ogni miglior cuore umano è come una casa aperta, monda e ornata; furfanti che non vi saranno ospiti mai, possono, senza colpa del padrone, affacciarvisi, mettervi piede un momento. Si accorse, così pensando, di essersi inconsapevolmente avviato a piazza Venezia. Punto quasi da un rimorso, tornò indietro, si recò al palazzo Madama, e, saputovi che il senatore Di Santa Giulia abitava in via delle Muratte, vi andò difilato.

Rassicurarlo, dirgli che al pagamento del 31 marzo sarebbe provveduto, fargli credere che il benefizio [p. 209 modifica] venisse dal Governo, apponendovi la condizione di uscire volontariamente dal Senato; non vi era altra via da tentare. Di Santa Giulia vantava grandi benemerenze presso la sinistra; forse crederebbe. Non v’era altra via.

Il senatore era fuori. Cortis gli scrisse sopra un biglietto di visita, invitandolo a recarsi da lui l’indomani, sabato, a mezzogiorno «per affari urgentissimi.» Chiese poi alla fantesca che gli aveva aperto se il senatore avrebbe sicuramente rincasato prima dell’indomani. Colei credeva che sì; ma il signor senatore era diventato tanto strano! Faceva con lei tali discorsi che proprio non ci sarebbe da stupire se un giorno o l’altro succedesse una disgrazia. Doveva avere di gran fastidi, povero signore! La donna, una chiacchierina toscana, avrebbe continuato Dio sa quanto su questo tono, se Cortis le avesse dato retta. Ma a Cortis premeva ora tornare a casa. Passando da una farmacia, entrò a farsi dar qualche cosa per dormire, buttò sul banco la ricetta d’un suo collega, dicendo di desiderare una dose più forte. Soffriva da alcun tempo insonnie penose. Sprezzatore, nella sua robustezza fisica, d’ogni bisogno del corpo, sprezzatore e ignaro insieme d’ogni arte medica, non pigliava medicine mai se non per qualche sofferenza che gl’impedisse lo studio o l’azione; e allora si curava brutalmente, combattendo il solo fenomeno con gli specifici più violenti. A casa si ordinò un caffè fortissimo, salvo a prendere il cloralio la notte prima di andare a letto; poi si chiuse a lavorare nel suo studio, dove dieci o dodici sedie erano già preparate agli amici attesi per le nove di sera.