Decameron/Giornata terza/Novella terza

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[III]

Sotto spezie di confessione e di purissima coscienza una donna innamorata d’un giovane induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo che il piacer di lei avesse intero effetto.


Taceva giá Pampinea, e l’ardire e la cautela del pallafreniere era da’ piú di loro stata lodata, e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le ’mpose il seguitare; per la qual cosa Filomena vezzosamente cosí incominciò a parlare:

Io intendo di raccontarvi una beffa che fu da dovero fatta da una bella donna ad un solenne religioso, tanto piú ad ogni secolar da piacere, quanto essi, il piú stoltissimi ed uomini di nuove maniere e costumi, si credono piú che gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, sí come quegli che, per viltá d’animo non avendo argomento, come gli altri uomini, di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar, come il porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per seguire l’ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio i religiosi, a’ quali noi, oltre modo credule, troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati.

Nella nostra cittá, piú d’inganni piena che d’amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d’altezza d’animo e di sottili [p. 198 modifica]avvedimenti quanto alcuna altra dalla natura dotata, il cui nome né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga, come che io gli sappia, non intendo di palesare, per ciò che ancora vivon di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa da trapassare. Costei adunque, d’alto legnaggio veggendosi nata, e maritata ad uno artefice lanaiuolo, per ciò che artefice era non potendo lo sdegno dell’animo porre in terra, per lo quale estimava, niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno; e veggendo lui ancora, con tutte le sue ricchezze, da niuna altra cosa essere piú avanti che da sapere divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice disputar del filato, propose di non voler de’ suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli potesse, ma di volere a sodisfazione di se medesima trovare alcuno il quale piú di ciò, che il lanaiuolo, le paresse che fosse degno. Ed innamorossi d’uno assai valoroso uomo e di mezza etá, tanto che, qual di noi vedea, non poteva la seguente notte senza noia passare: ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi, niente ne curava, ed ella, che molto cauta era, né per ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de’ pericoli possibili ad avvenire. Ed essendosi accorta che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno, per ciò che di santissima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano tra lei ed il suo amante: ed avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n’andò a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava, e fattolsi chiamare, disse, quando gli piacesse, che da lui si volea confessare. Il frate, veggendola ed estimandola gentil donna, l’ascoltò volentieri, ed essa dopo la confession disse: — Padre mio, a me conviene ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di ciò che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l’ho, che voi conoscete i miei parenti ed il mio marito, dal quale io sono piú che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che da lui, sí come da ricchissimo uomo e che il può ben fare, io non l’abbia incontanente; [p. 199 modifica]per le quali cose io piú che me stessa l’amo: e lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore o piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei io. Ora, uno del quale nel vero io non so il nome, ma persona da bene mi pare, e se io non ne sono ingannata, usa molto con voi, bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io cosí fatta intenzione abbia come io ho, pare che m’abbia posto l’assedio, né posso farmi né ad uscio né a finestra né uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi: e maravigliomi io come egli non è ora qui; di che io mi dolgo forte, per ciò che questi cosí fatti modi fanno sovente senza colpa all’oneste donne acquistar biasimo. Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire a’ miei fratelli, ma poscia m’ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l’ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole, e dalle parole si perviene a’ fatti; per che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e dilibera’mi di dirlo piú tosto a voi che ad altrui, sí perché pare che suo amico siate, sí ancora perché a voi sta bene di cosí fatte cose, non che gli amici, ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Iddio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che piú questi modi non tenga. Egli ci sono dell’altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e piacerá loro d’esser guatate e vagheggiate da lui, lá dove a me è gravissima noia, sí come a colei che in niuno atto ho l’animo disposto a tal materia. — E detto questo, quasi lagrimar volesse, basso la testa. Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d’operar sí e per tal modo, che piú da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto, le lodò l’opera della caritá e della limosina, il suo bisogno raccontandole. A cui la donna disse: — Io ve ne priego per Dio: e se egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v’abbia detto e [p. 200 modifica]siamivene doluta. — E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de’ conforti datile dal frate dell’opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il pregò che messe dicesse per l’anima de’ morti suoi; e da’ piè di lui levatasi, a casa se ne tornò. Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il valente uomo; col quale poi che d’una cosa e d’altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello ’ntendere e del guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, sí come ella gli avea dato ad intendere. Il valente uomo si maravigliò, sí come colui che mai guatata non l’avea e radissime volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli: — Or non far vista di maravigliarti né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi; io non ho queste cose sapute da’ vicini: ella medesima, forte di te dolendosi, me l’ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella è dessa: e per ciò, per onor di te e per consolazion di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace. — Il valente uomo, piú accorto che il santo frate, senza troppo indugio la sagacitá della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi, disse di piú non intramettersene per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n’andò della donna, la quale sempre attenta stava ad una piccola finestretta per doverlo vedere, se vi passasse. E veggendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò, che egli assai ben potè comprendere, sé avere il vero compreso dalle parole del frate: e da quel di innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò di passar per quella contrada. Ma la donna dopo alquanto, giá accortasi che ella a costui cosí piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo piú accendere e certificare dell’amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò, e postaglisi nella chiesa a sedere a’ piedi, a piagnere incominciò. Il frate, questo veggendo, la domandò pietosamente che [p. 201 modifica]novella ella avesse. La donna rispose: — Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quel maladetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai l’altrieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di piú pormivi a’ piedi. — Come!—disse il frate — non s’è egli rimaso di darti piú noia? — Certo no, — disse la donna — anzi, poi che io mi ve ne dolsi, quasí come per un dispetto, avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passarvi solea, credo poscia vi sia passato sette. Ed or volesse Iddio che il passarvi ed il guatarmi gli fosse bastato: ma egli è stato sí ardito e sí sfacciato, che pure ieri mi mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasí come se io non avessi delle borse e delle cintole, mi mandò una borsa ed una cintola; il che io ho avuto ed ho sì forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo: ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere. Ed oltre a questo, avendo io giá renduto indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l’avea, ché gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che essa per sé non la tenesse ed a lui dicesse che io l’avessi ricevuta, sí come io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano ed holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose, per ciò che, la mercé di Dio e del marito mio, io ho tante borse e tante cintole, che io ve l’affogherei entro. Ed appresso questo, sí come a padre mi vi scuso che, se egli di questo non si rimane, io il dirò al marito mio ed a’ fratei miei, ed avvengane che può: ché io ho molto piú caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dèe, che io abbia biasimo per lui; frate, bene sta! — E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una leggiadra e cara cinturetta, e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ciò che la donna dicea, turbato oltre misura le prese, e disse: — Figliuola, [p. 202 modifica]se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare: ma lodo molto che tu in questo séguiti il mio consiglio. Io il ripresi l’altrieri, ed egli m’ha male attenuto quello che egli mi promise; per che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sí fatta maniera riscaldar gli orecchi, che egli piú briga non ti dará: e tu, con la benedizion di Dio, non ti lasciar vincere tanto all’ira, che tu ad alcun de’ tuoi il dicessi, ché ne gli potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che mai, di questo, biasimo ti segua, ché io sarò sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestá. — La donna fece sembianti di riconfortarsi alquanto, e lasciate queste parole, come colei che l’avarizia sua e degli altri conoscea, disse: — Messere, a queste notti mi sono appariti piú miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene e non domandino altro che limosine, e spezialmente la mamma mia, la qual mi par sì afflitta e cattivella, che è una pietá a vedere: credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico di Dio, e per ciò vorrei che voi mi diceste per l’anime loro le quaranta messe di san Grigoro e delle vostre orazioni, acciò che Iddio gli tragga di quel fuoco pennace. — E cosí detto, gli pose in mano un fiorino. Il santo frate lietamente il prese, e con buone parole e con molti esempli confermò la divozion di costei, e datale la sua benedizione, la lasciò andare. E partita la donna, non accorgendosi che egli era uccellato, mandò per l’amico suo; il quale venuto, e veggendol turbato, incontanente s’avvisò che egli avrebbe novelle della donna, ed aspettò che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto. Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di ciò, se forse data gliele avesse la donna. Ma il frate, acceso forte, disse: — Come il puoi tu negare, malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piagnendo me l’ha recate: vedi [p. 203 modifica]se tu le conosci! — Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse: — Mai si che io le conosco, e confessovi che io feci male; e giurovi che, poi che io cosí la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete piú parola. — Ora, le parole fur molte: alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura all’amico suo, e dopo molto averlo ammaestrato e pregato che piú a queste cose non attendesse, ed egli avendogliele promesso, il licenziò. Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dell’amor della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in parte n’andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l’una e l’altra cosa; di che la donna fu molto contenta, e piú ancora per ciò che le parea che il suo avviso andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte, per dare all’opera compimento, avvenne che per alcuna cagione, non molto dopo a questo, convenne al marito andare infino a Genova. E come egli fu la mattina montato a cavallo ed andato via, cosí la donna n’andò al santo frate, e dopo molte querimonie piagnendo gli disse: — Padre mio, or vi dico io bene che io non posso piú sofferire: ma per ciò che l’altrieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima noi vi dicessi, son venuta ad iscusarmivi; ed acciò che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che il vostro amico, anzi diavolo del ninferno, mi fece stamane poco innanzi matutino. Io non so qual mala ventura gli si facesse assapere che il marito mio andasse iermattina a Genova: se non che stamane, all’ora che io v’ho detta, egli entrò in un mio giardino e vennesene su per uno albero alla finestra della camera mia, la quale è sopra il giardino, e giá aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io, destatami, subito mi levai, ed aveva cominciato a gridare, ed avrei gridato: se non che egli, che ancora dentro non era, mi chiese mercé per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io, udendolo, per amor di voi tacqui, ed ignuda come io nacqui corsi e serra’gli la finestra nel viso, ed egli nella sua malora credo che se n’andasse, per ciò che poi piú nol sentii. Ora, se questa è bella cosa ed [p. 204 modifica]è da sofferire, vedetelvi voi: io per me non intendo di piú comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe. — Il frate, udendo questo, fu il piú turbato uomo del mondo, e non sapeva che dirsi, se non che piú volte la domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri. A cui la donna rispose: — Lodato sia Iddio, se io non conosco ancor lui da uno altro! Io vi dico che fu egli, e perché egli il negasse, non gliele credete. — Disse allora il frate: — Figliuola, qui non ha altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandamelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Iddio ti guardo di vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, cosí ancora questa volta facci, cioè che senza dolertene ad alcun tuo parente lasci fare a me, a veder se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che fosse un santo: e se io posso tanto fare, che io il tolga da questa bestialitá, bene sta, e se io non potrò, infino da ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l’animo ti giudica che ben sia fatto. — Ora ecco, — disse la donna — per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire, ma si adoperate che egli si guardi di piú noiarmi, ché io vi prometto di non tornar piú per questa cagione a voi. — E senza piú dire, quasi turbata, dal frate si parti. Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uom sopravvenne, e fu chiamato dal frate; al quale, da parte tiratolo, esso disse la maggior villania che mai ad uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditore chiamandolo. Costui, che giá due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse: — Perché questo cruccio, messere? Ho io crocifisso Cristo? — A cui il frate rispose: — Vedi svergognato! odi ciò che dice! Egli parla né piú né meno come se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonestá dimenticate. Ètti egli da stamane a matutino in qua uscito di mente l’avere altrui ingiuriato? Ove fostú stamane poco avanti al giorno? — Rispose il [p. 205 modifica]valente uomo: — Non so io ove io mi fui; molto tosto ve n’è giunto il messo. — Egli è il vero — disse il frate — che il messo me n’è giunto: io m’avviso che tu ti credesti, per ciò che il marito non c’era, che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio! Hi, meccère: ecco onesto uomo! È divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d’alberi! Credi tu per improntitudine vincere la santitá di questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia come fai tu: e tu pur ti vai riprovando. In veritá, lasciamo stare che ella te l’abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se’ molto bene ammendato per li miei gastigamenti! Ma cosí ti vo’ dire: ella ha infino a qui non per amore che ella ti porti, ma ad istanza de’ prieghi miei taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerá piú: conceduta l’ho la licenza che, se tu piú in cosa alcuna le spiaci, che ella faccia il parer suo. Che farai tu se ella il dice a’ fratelli? — Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e potè con molte ampie promesse racchetò il frate: e da lui partitosi, come il matutino della seguente notte fu, cosí egli, nel giardino entrato e su per l’albero salito e trovata la finestra aperta, se n’entrò nella camera, e come piú tosto potè nelle braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidèro avendolo aspettato, lietamente il ricevette dicendo: — Gran mercé a messer lo frate, che cosí bene t’insegnò la via da venirci. — Ed appresso, prendendo l’un dell’altro piacere, ragionando e ridendo molto della simplicitá di frate bestia, biasimando i lucignoli ed i pettini e gli scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono. E dato ordine a’ lor fatti, si fecero, che, senza aver piú a tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono; alle quali io priego Iddio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l’anime cristiane che voglia n’hanno.