Dell'oreficeria antica/Parte seconda/Gemme

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Gemme

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XII.

gemme.


I popoli di Oriente fecero sempre grande uso, per cagione di adornarsi nelle feste, nei conviti ed in ogni altra solennità, di gemme preziose che sono produzione e ricchezza delle terre loro; e gli abitatori del Continente Europeo doverono o per via di conquista o di mercatura da essi pigliarle, imitando il fasto e le pompe orientali. Le grandi fiere annuali della Siria fornivano all’Occidente insieme agli altri prodotti delle Indie anche le gemme. E di una di tali fiere Ammiano così parla: « Batra, municipio di Antemusia, fondata dagli antichi Macedoni, posta a picciol distanza dall’Eufrate ed abitata a quel tempo da ricchi mercatanti, è luogo dove in occasione della grande festa che annualmente vi si celebra al principiar di settembre si aduna in fiera grandissima turba di genti, di ogni diversa condizione, a fin di comperare le merci là inviate dagli Indiani e dai Cinesi, e tutte le altre cose che sogliono ivi portarsi e per terra e per mare. »

Ora, quali furono le gemme più ricercate dagli antichi, e che si avevano in maggior pregio? Nulla su ciò possiamo con certezza affermare non raccogliendosi [p. 53 modifica]veruna precisa notizia dei nomi dei gioielli che ci tramandarono gli autori dell’antichità. Fra le antiche gemme che i moderni han ritrovate sono cristalli di diamante nativo, perle, rubini, zaffiri, smeraldi, e tutte le gemme di minor pregio lavorate, liscie e spesso incise. Gli antichi adoperavano il diamante per lavorar le altre gemme, ma in qualità di ornamento l’usavano solamente in cristallo naturale, poichè non aveano notizia del metodo che hanno i moderni per lavorarlo, e che è invenzione fatta nel secolo XV da Luigi da Berghem. Presso i Romani come oggi presso di noi tal gemma era di tutte le altre la più preziosa, e si aveva come «il dono il più caro.» Innanzi al tempo di Plinio non se ne poteano adornare se non i principi più ricchi e potenti: ma il grande accrescimento che sotto i Cesari ebbe il traffico delle merci orientali, lo rese quindi più comune. Abbiamo nella nostra collezione di anelli antichi uno molto elegante, che senza fallo è di arte romana, nel quale è un cristallo di diamante grezzo colla punta sporgente in modo che par si dovesse adoperare come stilo da graffir sul cristallo: potrebbesi perciò credere esser di quelli che servivano nei banchetti, allorchè facendo i convitati libazioni, scriveano il nome del propinato sul bicchiere di vetro che poi si spezzava.

I diversi corindon che oggi si hanno scientificamente per un sol gruppo di gemme, fra gli antichi si tenevano per altrettante qualità di pietre quanti ne sono i colori, e ce ne riman la prova nella comune [p. 54 modifica]appellazione loro di ametiste, topazi, smeraldi, zaffiri e rubini, che diconsi orientali secondo che la sostanza medesima onde son formati piglia il colore paonazzo, giallo, verde, azzurro e rosso. I quarzi di egual colore, che noi diciamo pietre d’Occidente, si dividean per essi in altrettante famiglie nelle quali distingueano poi le gemme in maschio e in femmina, secondo che il colore fosse più o men bello. Tutti i corindon gli aveano dal mare Persico, come altresì le perle e i diamanti. Lo smeraldo (smaragdus) lo ricavavano dall’Egitto e dall’Oriente; quello dell’Egitto si aveva in cristalli molto grandi se non di colore perfetto: oltre al servirsene per ornamento, lo usavano ancor gl’incisori allorchè in qualche difficil lavoro avendo affaticata la vista la ricreavano, posando lo sguardo nel suo bel verde cristallino; in effetto il colore verde riposa e rinfresca l’organo della vista. Da cotal costume nacque forse l’opinione che gli antichi avessero lenti di smeraldo, poichè dicesi di Nerone che riguardasse lo spettacolo a traverso così fatte lenti: ora sappiamo che queste erano dagli antichi fatte ed usate di berillo, che di colore verdaceo, cristallizza in pezzi più grandi e più trasparenti dello smeraldo e per essi era del medesimo valore di questo, ma si riscontrava più adatto a tal bisogna. Claudio sopra tutte le gemme pregiava lo smeraldo e la sardonica, la quale ultima fu primieramente posta in uso presso i Romani da Scipione Affricano. La pietra che gli antichi chiamarono Sapphirus non era il moderno corindon [p. 55 modifica]azzurro nè il quarzo di egual colore noto col nome di zaffiro d’acqua: esso era il moderno lapislazzuli, come chiaramente si raccoglie dalla descrizione che ne fa Plinio, il quale dice che proviene dalla Media (d’onde si estrae pur oggi) «è opaco, sparso di piccole macchie di oro, si trova di due qualità, cioè di un azzurro chiaro e di un azzurro oscuro, ed è stimato disadatto ad essere inciso, perchè maculato di piccole punte di una sostanza più dura ed eterogenea. »

Ei pare che gli antichi avessero grandissima facilità di lavorare le pietre preziose, ondechè usarono a mo’ di margarite infilzate per servir di collane gli onici, le ametiste, le granate e le plasme. Quest’ultima pietra è una calcedonia trasparente, tinta in verde da un ossido metallico, la quale spesso all’aspetto si può confondere con gli smeraldi men belli, e il suo nome italiano è la corruzione dell’antico suo nome latino gemma prasina. La malachite era detta dai Romani crysocolla, cioè colla dell’oro, perchè la usavano a saldar questo. È noto che Nerone in una delle sue follie facendo sul teatro da capo della fazione verde, volle che l’arena fosse ricoperta da uno strato di polvere di crysocolla.

Da quel che ho detto s’intende come gli antichi nominassero le pietre preziose, le distinguessero, e le ordinassero diversamente da quello che facciam noi. Questa parte dell’oreficeria richiede uno studio speciale, al quale possono aiutare i diversi trattati che vi sono su le pietre e le gemme; nè mio proposito [p. 56 modifica]sito è qui stato altro che darne un cenno per invitare a ciò gli studiosi.