Demetrio Pianelli/Parte terza/II

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II.


Lo stesso giorno di Pasqua, Demetrio, dopo aver scritte e riassunte le spese della sua azienda domestica, usciva di casa con animo scoraggiato. La sera prima aveva dovuto ancora alzare la voce con sua cognata, che non voleva permettere che Mario entrasse nell’Orfanotrofio, dove, diceva, non vanno che i figli dei ciabattini. Era stata una nuova scena dolorosa, disgustosa, in cui Demetrio aveva dovuto ingrossare la voce e quasi bestemmiare il nome di Gesù Cristo. La pazienza ha i suoi limiti. Anche a lui piangeva il cuore di dover mostrarsi duro e inesorabile, e magari avesse potuto mantenerli tutti a biscotti e gelatine! ma, davanti alla necessità, davanti al pericolo di morir di fame, benedetto l’Orfanotrofio, benedette le raccomandazioni dei benefattori!

Scorrendo la lista delle spese fatte durante quella triste quaresima, sentiva scorrere l’acqua fredda nella schiena.

Oltre al debito grosso verso il cugino, che [p. 211 modifica]un giorno o l’altro bisognava pur pagare, Demetrio nella sua miseria aveva dato fondo ad altre tre mila lire sue, messe in disparte per l’avvenire, frutto di pazienti e lunghe economie, vere gocce di sangue stillato da una vita povera, senza piaceri, senza passioni, senza capricci, economizzando il quattrino giorno per giorno, sul caffè, sul tabacco, sul companatico, sul filo e sui bottoni dei suoi vestiti.

Pasqua era qui. Domani egli doveva trovarsi col padrone di casa e regolare un’altra scadenza, o il padrone avrebbe sequestrato il letto e la pentola della minestra. Dove trovarle cinquecento lire lì sulla mano?

E s’adirava di più, perchè, mentre egli si struggeva il cuore in questa maniera per salvare un pagliericcio agli orfanelli, quella stupida donna, quella maledetta donna, continuava a congiurare sotto mano contro di lui, non capiva bene in che modo, ma era una congiura in cui entrava la Pardi, l’Elisa sarta, il sor Isidoro, il diavolo.... E pazienza gl’intrighi! Essa faceva di tutto per rivoltargli contro l’animo dei figliuoli.

Mario aveva già dichiarato con una strana insolenza che egli non voleva entrare in gabbia coi ciabattini. Essa metteva odio e antipatia dapertutto contro di lui, fin presso i bottegai e presso i vicini di casa, che, [p. 212 modifica]incontrandolo sulle scale, si tiravano un passo indietro e lo guardavano in cagnesco come si guarda l’aiutante del boia.

— Ah, Signore Iddio! — pensava col capo basso — ci vuol proprio una gran fede per resistere! Aveva ragione il cavaliere: io mi mangerò il fegato, mi ridurrò in camicia e mi farò maledire. Se non fosse per quei poveri ragazzi, che non hanno colpa, a quest’ora sarei già scappato in America.

Veniva su verso la piazza Beccaria, urtando sotto le scosse del suo pensiero il muro, quando si sentì a un tratto arrestare da due braccia, che caddero dure e rigide sulle sue spalle come due timoni di carrozza.

— Sei tu, a Milano, oggi?

— Sono venuto a confessarmi in Duomo — rispose Paolino ridendo.

— Segno che hai dei peccati grossi.

— Hai fatto colazione?

— Non ancora.

— Allora vieni con me al Numero Cinque in piazza Fontana e la faremo insieme.

Paolino delle Cascine era vestito come un signore, con uno stiffelio di panno nero, aperto sopra un panciotto di velluto rossigno a fraschette, una cravatta bianca a bolle rosse, i suoi guanti neri, il suo cappello rotondo di feltro inglese, e una magnifica catena d’oro a grossi anelli che attraversava la bottoniera. [p. 213 modifica]

— Ti sei già messo in abito d’estate e ti sei fatto radere come uno sposino — disse Demetrio.

— Primavera innanzi viene.... — cantarellò il buon Paolino, cacciando il suo lungo braccio nel braccio del cugino per tirarlo verso piazza Fontana. — Sono stato a casa tua e mi hanno detto che eri appena uscito.... Che cosa mangiamo? s’intende, paga Paolino.

Entrarono nella trattoria. Un cameriere, che non aveva ancora finito di preparare le tavole, li fece passare in una salettina appartata, stese in fretta una tovaglia, e, mentre andava collocando i piatti e le posate, prese a recitare la litania, che comincia di solito dall’osso buco e va a finire agli scaloppini coi funghi.

Paolino non era di quegli uomini che si contentano di ciò che viene offerto. Un uomo non fa un viaggio apposta sul fresco la mattina di Pasqua, non invita un caro parente per mangiare un osso buco qualunque.

— Tu comincierai — disse al cameriere, — a portare un bel piatto di salame misto scelto; intanto dirai al cuoco che faccia andare un risottino coi funghi, ma.... — e finì con una scrollatina delle dita in aria, che diceva tutto. — Poi potremo discorrere di scaloppini, se piacciono a questo signore.... — e [p. 214 modifica]rivolgendosi a Demetrio dimandò: — Che te ne pare?

— Me ne intendo così poco — rispose Demetrio con un atto raccolto di umiltà.

— Scaloppini dunque e una frittatina rognosa dorè? E vino? — chiese di nuovo, rivolgendosi a Demetrio che si schermì.

— Mi garantisci il Valpolicella?

— Valpolicella vecchio, Barolo, Caneto.... — esclamò il cameriere con una serietà superficiale, che nascondeva la voglia di scherzare.

— Ma forse è meglio il bianco la mattina.... C’è del Montevecchia? porta quello....

Il cameriere uscì.

— Caro il mio caro Demetrio! — esclamò Paolino, quando furono seduti l’un contro l’altro, mettendo ancora le braccia sulle spalle al di sopra del tavolo. — Avevo paura di non trovarti.

— Ti ringrazio ancora di quel libretto della Banca che hai messo a mia disposizione.

— Senti, Demetrio, se fai di questi discorsi a tavola, me ne vado.

— Se non vuoi essere ringraziato, amen. La carità resta....

— Io sono in collera con te. Tu navighi in un mare di difficoltà, e non hai confidenza nell’unico nipote di tua madre.

— Vedi se non ho avuto confidenza....

— Io ti ho portato un altro libretto della [p. 215 modifica]Banca Popolare e mi devi giurare che lo adoprerai come se fosse tuo....

— Caro te, non posso accettare....

— Stia quieto, signor Pianelli, che non intendo di regalare il mio denaro a nessuno. Servizio per servizio, aspetta un poco, che metterò fuori il mio conto. Intanto farai piacere a trovarmi un buon impiego per una ventina di mille lire, che riceverò dopo la riscossa del frumento. Sento parlar bene delle Azioni zuccheri.... Fai tu; mi contento anche di poco, quando sia un impiego sicuro. In secondo luogo verrai una festa alle Cascine e mi aiuterai a fare il bilancio.... Quei numeri a me fanno venire il balordone.... In terzo luogo.... ma di questo discorreremo dopo il salame.

Paolino riempì il bicchiere del cugino e il suo d’un vinetto trasparente color dell’ambra.

— Alla tua salute, Demetrio....

— Alla tua.

Paolino vuotò tutto il bicchiere d’un fiato come uomo che ha bisogno o di smorzare la polvere o di riscaldare il coraggio. Sul punto di fare un gran discorso al suo confidente, sentiva che il cuore gli sfuggiva da tutte le parti. Tuttavia fece un bell’onore al piatto di salame, versò un altro bicchiere, stendendo ancora una volta le braccia al di sopra del risotto fumante, e quando giunti a mezzo [p. 216 modifica]degli scaloppini gli parve di essere sicuro in sella, uscì fuori di punto in bianco con questa bomba:

— Che cosa direbbe mio cugino Demetrio se gli dicessi che ho voglia di prender moglie?

— Bravo! — esclamò Demetrio con una vivacità, alla quale non era estranea l’allegria del vin bianco. — Ben fatto! e perchè hai aspettato tanto? ne’ tuoi panni, co’ tuoi denari....

— Colla mia bellezza.... — esclamò Paolino con uno scoppio d’ilarità, abbandonandosi con tutta la persona sul dosso della sedia e alzando le lunghe braccia in aria.

— Lasciamo stare la bellezza, che per gli uomini non conta: ma tu sei nato per essere papà.

— Assassino di strada! — soggiunse l’altro guardandolo nel bianco dell’occhio.

— Chi è? chi è? — si affrettò a chiedere Demetrio. — La conosco anch’io?....

— Io non ho detto che ho trovata la sposa, ma che voglio trovarla.

— È una parabola, si sa.

— No, no, Demetrio, non è una parabola; e devi aiutarmi tu a cercarla.

— Io?

Demetrio lasciò cadere la forchetta sul tondo e guardò fisso fisso in viso il suo compagno. [p. 217 modifica]

— Sissignore, lei, signor Demetrio Pianelli.... — confermò Paolino, movendo a guisa d’ariete un dito lungo a grossi nodi, come se volesse conficcare il cugino sulla sedia.

— Io, volentieri: tu sei un galantuomo, un ricco signore, non vecchio.... Sei più giovane di me.

— Son del quarantotto? io non mi ricordo nemmeno.

— Sei anche un bell’uomo.

Paolino tornò a sghignazzare, mostrando tutti i suoi trentadue denti bellissimi e sani.

— Non dico con ciò che tu sia un astro.... — aggiunse Demetrio ridendo.

Da quanto tempo non rideva più il meschino! Quel poco focherello di gioia, che l’educazione, il mestiere, i casi e l’invidia degli uomini avevano quasi soffocato sotto la cenere, si rianimava oggi al soffio dell’amicizia. Nella gioia semplice e calda di Paolino, Demetrio sgranchiva l’anima intirizzita; dimenticava i suoi guai, i suoi debiti, il padrone di casa, sua cognata...., tutto, per un momento, e sollevando il bicchiere sopra la tavola, esclamò:

— Allora, bevo alla salute della sposa!

— Piano, bisogna prima sapere se lei è contenta.

— Dunque c’è una lei.

— C’è e non c’è. Per fare gli gnocchi ci vuole la farina, si sa; ma bisognerebbe sapere [p. 218 modifica]prima se lei è contenta di sposare uno scarafaggio simile.

— È una contessa?

— Cosa mi vai contessando....

— Perchè non devi essere sicuro?

— È ciò che vado dicendo anch’io; ma ho paura....

— Segno dunque che sei in.... innamorato.

— Corpo del diavolo! — esclamò Paolino, picchiando un gran pugno sul tavolo, — ho fin vergogna a dirlo. È vero. E dire che non ho mai creduto che si potesse perdere la testa per una sottana. Va là, farfallone, brucia anche tu le ali dorate, birbonaccio!

La faccia di Paolino delle Cascine, illuminata anche dai riverberi del vino bianco, s’era fatta lucida e rubiconda.

Demetrio, lontano le cento miglia dall’immagine dove sarebbe andato a finire quel gran discorso, soggiunse:

— Difatti sei diventato magro.

— Quando ti dico che è una birbonata. Io scherzavo gli altri, mi parevano cose impossibili, cose che si scrivono sui romanzi, o che si mettono sul teatro tanto per fare il duetto:


Di quell’amor, di quell’amor, chè palpito....


Riverisco, grazie del palpito. Provassi, è una scottatura che non si guarisce col chiaro d’uovo sbattuto. Tu perdi la fame, perdi il sonno, [p. 219 modifica]ti muoiono le gambe, sudi sotto il cappello, vai di qua, di là, come un matto, parli senza pensare, senza capire, e ti viene fino in nausea il vino. Chi me l’avrebbe detto in principio di quaresima quando tu me l’hai condotta alle Cascine? E veramente fin che restò a casa mia, io non so, non mi accorsi. Quando ricevi una fucilata non la senti così subito: il dolore, la botta venne fuori dopo la sua partenza. Io la vedo in tutti i cantoni quella donna! Pare che Dio mi abbia levata l’aria respirabile. Mi dò del matto, del cento volte matto; ma non c’è verso che io possa togliermi dagli occhi la sua figura. Cominciai a sentire un dolore, qui, sotto le costole, e una mancanza, come se mi avessero tagliato un braccio, poi una voglia di nulla, un affanno di respiro, una palpitazione di cuore, una voglia di piangere....

A questo punto gli occhi di Paolino si velarono di lagrime, inghiottì un singhiozzo, picchiò un gran pugno sulla tavola e voltò la faccia dall’altra parte.

Demetrio, non sicuro d’aver ben udite le parole del cugino, aprì la bocca a un oh! che non venne, e restò come incantato.

— Lo so che sono uno scarafaggio in suo confronto, — continuò Paolino guardando in aria — e voglio che tu glielo dica. Se è no, addio! mi sarò strappato il dente. Ma se le [p. 220 modifica]buone intenzioni di un galantuomo valgono ancora qualche cosa, tu potrai dimostrarle che Paolino Botta non ha mai ingannato nessuno, e che se promette di dare un padre ai poveri figli di Cesarino, è come se giurasse sul calice della messa. Dille pure che venendo alle Cascine non dovrà fare la massaia: grazie a Dio ho di che far fare la signora a mia moglie e mandarla in carrozza. In quanto ai suoi figliuoli saranno miei e hai una prova in questa lettera di Arabella che tengo sempre nel portafogli e che avrò baciato cento volte a quest’ora. Se anche stentasse a rassegnarsi a vivere in una cascina, l’anno venturo scade il mio affitto e io posso andare a vivere dove voglio.... Io non so che cosa non son pronto a fare per quella.... per quella celeste.

Un altro singhiozzo troncò a mezzo la frase che Paolino finì con un gesto della mano in aria, simile a una benedizione.

— Tu vuoi parlare di Be.... Beatrice.... — chiese trepidando Demetrio per paura d’ingannarsi ancora.

— Eh!.... — gridò Paolino, alzando le due mani.

— O santa pace! tè, tè....

— Son matto?

— No, no, tutt’altro, anzi.... ma guarda, tè, tè.... [p. 221 modifica]

— Non è possibile?

— Io non avrei mai pensato; oh, giusto! Una vedova con tre figliuoli....

— Ma se ti dico....

— Sì, sì, magari, e sia lodato Dio! non sai che farei cantare una messa a San Celso coi rivestiti?

— Ah tu trovi?

— Che c’è una Provvidenza.... tè, tè. Ma tu conosci bene Beatrice? Capisco che nelle tue condizioni scompariscono certi difetti. Magari, Jesus!

— Tu mi dài qualche speranza?

— Dammi la mano, Paolino.

— Tutte e due, Demetrio.

— Se tu non sei l’angelo mandato dal cielo, io non so che cosa sono gli angeli....

Demetrio colla voce piena di lagrime strinse al disopra della tavola le due mani di Paolino, che dopo riempì i bicchieri e fece rinnovare il liquido.

I discorsi divennero subito più fitti, più caldi, più intimi.

Demetrio, man mano che vedeva la possibilità e l’opportunità del progetto, si sentiva alleggerire lo stomaco da un gran peso, da quel gran peso che minacciava di schiacciarlo. Sì, sì, vedeva proprio nella mano lunga di Paolino la mano di quella Provvidenza, di cui non aveva mai disperato. Non era un [p. 222 modifica]matrimonio che si potesse fare dall’oggi al dimani: bisognava preparare il terreno, e concedere tempo al dolore della vedovanza. Intanto però era per Demetrio un bellissimo aiuto l’alleanza di un uomo come Paolino delle Cascine; e questi dal canto suo nell’alleanza di Demetrio si sentiva tolto dal cuore quel sasso anche lui, che non lo lasciava più vivere.

I due cugini se la intesero. Demetrio avrebbe scritto alla prima occasione propizia; ma prima dovette promettere d’accettare un altro migliaio di lire come anticipazione delle future spese. Non accettò veramente che cinquecento lire per far tacere il padrone di casa.

Intanto era venuto mezzodì. Paolino pagò il conto, salutò Demetrio, che rimase solo a prendere il caffè.

Il signore delle Cascine, coll’anima gonfia di contentezza, traversò svelto come un uccello piazza Fontana, lasciando svolazzare le falde del suo abito di panno, piegò verso porta Romana fino alle Due Spade dove aveva lasciato il cavallo.

Era felice d’aver parlato e si godeva quella felicità come un’anticipazione del resto.

Demetrio, rimasto seduto davanti alla chicchera del caffè, seguitò un pezzo a rimestare nella bevanda cogli occhi fissi ai vetri, [p. 223 modifica]assorto in un pensiero senza contorni — tè, tè — nel quale si moveva un’altra idea più piccina e più lucente, da cui prendeva lume tutta la riflessione.

— Tè, tè.

In mezzo alle sue tribolazioni egli non aveva mai disperato; però non se l’aspettava così presto.

Ma che diavolo aveva in sè quella benedetta donna, perchè gli uomini dovessero diventar matti per lei?

E senza cessare dal girare il cucchiaino nella chicchera, seguitò, cogli occhi fissi ai vetri:

— Che diavolo?

Cesarino, una testa fantastica, un romantico, si capiva! ma Paolino delle Cascine bastava guardarlo in faccia per vedere che non era un poeta, tutt’altro, anzi era un uomo positivo, quadrato nella base: eppure anche lui, a sentirlo, aveva perduto l’appetito, il vino gli pareva cattivo, gli si velavano gli occhi, gli dolevano le costole, gli tremavano le gambe, e quella donna gli toglieva l’aria. Anche lui, tè, tè....

Collo sguardo quasi cieco, sperduto nei fumi della bella colazione, col pensiero inchiodato a quel punto interrogativo che gli era spuntato per la prima volta in cuore, tornò a chiedere: [p. 224 modifica]

— Che diavolo ha questa donna?

In mezzo alle sue tribolazioni, in mezzo ai suoi parenti, con un morto da portar via, con tanti debiti da pagare, con tante amarezze da inghiottire, in una lotta d’ogni minuto colla miseria, col pane, coi creditori, colle prevenzioni, coi pregiudizi, colle antipatie, egli non aveva avuto tempo di cercare in sua cognata la donna. Per lui essa non era che un debito, il più grosso, il più pesante, quello che non si poteva pagare in nessuna maniera e che tirava con sè tutti gli altri: ma al disotto del debito c’era la donna. Che diavolo aveva dunque mai questa donna....?

Il tocco profondo e vibrato d’un orologio che gli stava sul capo lo svegliò dalle sue meditazioni e gli richiamò alla mente che non aveva ancora sentita la messa.

Uscì in fretta, traversò in quattro passi la piazza Fontana, e presa la via dell’Arcivescovado, per la porticina secondaria, dalla gran luce esterna si rifugiò nell’ombra alta e solenne del Duomo, in fondo alla quale uscivano i colori sanguigni e violetti di una vetriata, tocchi e animati delicatamente dal sole.

Lo spirito alquanto scosso ed esaltato di Demetrio si raccolse in quella grande cornice di ombre e di colori profondi, e sotto quelle alte vôlte intrecciate, nelle quali il pensiero [p. 225 modifica]corre senza perdersi. Là dentro anche l’anima prende la forma di tempio: si svolge e si esalta, giganteggia, fortificandosi nelle solide basi della fede.

Demetrio si appoggiò a un pilastro, e si raccolse per ascoltare una messa ch’egli vedeva da lontano tra una selva di colonne. Ma, un poco per l’eccesso del bere, un poco per la novità delle cose udite, stentò a formulare un atto di fede con attenzione. Se Paolino gli toglieva questa spina dal cuore, egli avrebbe fatta cantare non una ma dieci messe. Questo matrimonio sarebbe stato la liberazione di un povero uomo incatenato.

In quanto a Beatrice non era donna da pensarci troppo. Una buona vita in campagna, al di sopra degli stenti, con buona tavola, bei vestiti, cavalli e carrozza, un buon papà per i figliuoli, e poi la pace, la sicurezza per sempre.... altro che! non sono fortune che càpitano a tutte. Anzi di solito càpitano a chi le merita meno. Se c’è una povera ragazza brava, onesta, di talento, non trova un cane: invece queste sans-souci, queste belle pigotte coll’anima di stoppa trovano sempre chi le veste e chi le fa ballare....

Orate, fratres — disse il prete, voltandosi indietro colle braccia aperte.

Demetrio si accorse di essere in chiesa e cercò di raccogliere la mente al mistero [p. 226 modifica]della Santa Elevazione. Ma non era colpa sua se la testa usciva dai finestroni. — Che diavolo hanno addosso queste benedette donne? — Pensandoci un poco, e cercando di dare lì per lì una risposta alla questione, gli pareva di non aver mai guardata bene sua cognata, e di conoscerla soltanto attraverso a un velo di dolore e di antipatia: e allora si guastano anche le più belle cose. Se invece avesse potuto considerarla con animo sereno, come Paolino; se invece di torturarsi l’animo e il corpo per risolvere tutti i giorni la questione della fame avesse potuto anche lui darsi il lusso e il buon tempo di fare all’amore....

Et ne nos inducas in tentationem, — recitò la voce sonora del celebrante, come se rispondesse direttamente al soliloquio di Demetrio.

Questi tornò da capo a rimproverarsi e cercò di ripigliare sè stesso, che usciva troppo di chiesa per correre dietro a pensieri senza costrutto. Ma prima che la messa fosse terminata, una strana, irresistibile dialettica che spettegolava dentro di lui, lo condusse un’altra volta a cercare la risoluzione d’un quesito, che s’imponeva alla sua volontà e a tutti i suoi proponimenti: — Che diavolo aveva dunque quella benedetta donna?