Fiore di virtù/XXIX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XXIX. Della temperanza appropriata al cammello

../XXVIII ../XXX IncludiIntestazione 16 gennaio 2009 75% Saggi

Anonimo - Fiore di virtù (XIV secolo)
Capitolo XXIX. Della temperanza appropriata al cammello
XXVIII XXX


Temperanza, secondo che dice Tullio, si è ferma e misurata signoria in ristrignere le cupiditadi del mondo e dell’animo; ed è temperanza di due maniere: la prima è a contrastare alla cupiditade che viene dall’animo, e questa è propriamente temperanza: la seconda si è temperanza naturale a costrignere e contrastare alla volontà che viene per alcuno naturale movimento, come quegli che per natura ha d’essere lussurioso, superbo, iroso, che per natural movimento si muove a ciò; e questa si chiama sofferenza; ch’è troppo maggiore virtù che non è temperanza, siccome pruova Frate Tommaso. Insensibilitade è a non voler mai avere alcuna dilettazione d’alcuno diletto ragionevole. E puossi assimigliare la virtù della temperanza a una bestia che si chiama cammello, che naturalmente si è il più lussurioso animale che sia al mondo; ch’egli anderebbe dieci miglia dietro a una cammella solo per vederla, e poi si ha tanta temperanza e sofferenza in sè, ch’essendo egli colla madre, ovvero colla sorella, non la toccherebbe mai. Tullio dice: Se tu ami la temperanza, togli da te le cose superchievoli e le tue volontadi ristrigni. Anche dice: A tutte le tue volontadi metti il freno. Tolomeo dice: Contraria alle tue volontà in giovanezza; chè in vecchiezza non ti potrai partire da quelle. Seneca dice: Non si può avere nè maggiore nè migliore signoria, che quella di sè stesso. Ovidio dice che le cose domandate e negate inducono maggiore volontà d’averle e di vederle, che l’altre. Socrate dice: Maggiore cosa è a vincere la sua cupidità, che uno suo grande nimico. Plato dice: Chi non può vincere sè, non potrà vincere altrui. Ancora dice: Sette temperanze mi piacciono più che altre: l’uomo casto in gioventù; allegro in vecchiezza; largo in povertà; misurato in ubertà; umile in grandezza; paziente e sofferente nelle avversità. Nelle Storie di Roma si legge della temperanza che il re Priamo, udendo d’uno suo filosofo ch’avea nome Coarda, il quale dicea: chi le sue volontà non raffrena non è uomo, ma con le bestie è da accompagnare; volle sapere se lo potesse conturbare per alcun modo; e perciò mandò per lui, e poi mandò per tutti coloro che aveano peggiore lingua in dir male, e ordinò che ciascuno gli dicesse il peggio che sapesse. E l’uno di quegli gli disse: Di quale schiatta se’ tu, Coarda? Ed egli rispose: La mia schiatta comincia in me, e la tua finisce in te; sicchè la mia nobiltà val più per me, e la tua val meno per te. Disse l’altro: Come hai tu belle vestimenta in dosso? Ed egli rispose: Le persone non si conoscono per le vestimenta, ma per l’opere. Disse l’altro: Chi ti ritondò i capegli? Ed egli rispose: La virtù non è ne’ capegli, ma nel cuore. Disse l’altro: Messer lo Re, guárdati di Coarda, ch’egli si è ispia, ch’io lo vidi anco nell’oste de’ Greci. Ed ei disse: Se ciò fosse, tu non lo diresti. Disse l’altro: Questo si è ladro. Ed egli rispose e disse: Gran tempo è che tu apparasti a dire male, ma io ho imparato a non mi curare del mal dire. Disse l’altro: Odi, com’egli favella questo traditore! Ed egli rispose: Io dirò oggimai a cui dirà che tu non hai lingua, ch’egli s’inganna. Disse l’altro: Vedi ladro che non teme vergogna! Ed egli rispose: Se tu la temessi, tu non diresti questo. L’altro disse: Lasciate questo pazzo; al quale egli non rispose niente. Allora disse lo Re: Come è ciò che tu non rispondi? Coarda disse: Il tacere si è bella risposta a cotali parole: chi vuole dire le brutte parole, più fa operare la virtù dell’orecchie che quella della lingua; e nullo potrebbe vituperare un simile dicitore quanto fa egli stesso; ed è vero che il dicitore suo pari vuole essere signore della sua lingua; e io della mia e de’ miei orecchi. Veggendo il re Priamo la temperanza sua, si lo chiamò, e féllo sedere appresso di sè, e cominciollo a domandare com’egli avea potuto sofferire d’udire tante villanie, e non essere turbato. Rispose il Filosofo: Perchè io sono signore de’ loro signori, ed eglino sono servi de’ miei servi, cioè de’ vizj. Ciascuno a cui è detto villania dee pensare se quello ch’egli ha detto è vero, o no; e s’egli è vero, non se ne dee turbare, perocchè colui che fa il male, dee bene sofferire che gli sia detto; e non si turbare a udire quello che non si vergognò di fare: e s’egli è bugia quello ch’egli ha detto, non se ne dee curare niente: chè maggiore ira non si può fare a colui che dice villania, come a mostrare di non curarsi; chè s’egli se n’adira,1 egli stesso dà cagione di potere dire di lui.


Note

  1. Le edizioni e qualche codice leggono addirà. Di qui è stato tratto in errore il Vocabolario di Napoli, che lo ha fatto venire dal verbo addirsi a cui ha dato il significato di risentirsi. I Codici da me veduti leggono se ne adira: ma in ogni caso se n’addirà è voce sincopata di se n’addirerà; le quali forme sincopate sono frequenti nelle scritture antiche.