Frammenti (Saffo - Bustelli)/Vita di Saffo/VII

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Saffo - Frammenti (Antichità)
Traduzione dal greco di Giuseppe Bustelli (1863)
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[p. 30 modifica]Del costume ebbe accusatori moltissimi, difensori pochi: i quali, s’io ben veggo, non isgarano gli altri. Quantunque mi garrisca Seneca (Lett. LXXXVIII), il quale tra le frivole quistioni ventilate ne’ suoi quattromila volumi da Didimo Grammatico mette questa: «an Sappho publica fuerit; et alia quae erant dediscenda, si scires;» e quantunque all’orecchio mio mormori Saffo medesima

Non toccar la melma! (Framm. LXXXI)

io, per debito di narratore veridico, non posso, come vorrei, tacermene. I biografi più amici a lei sostengono che l’incolpazione di τριβάδα, accolta generalmente ab antico, né cancellata forse dall’apologia di Federico Teofilo Welcker, pigliasse fondamento dalle calunnie di Carasso e Rodopide, aspreggiati dalle poetiche invettive della Nostra; e d’Alceo, furioso per l’amore non ottenuto; e che le calunnie ripetessero e propagassero, trafitte da invidia, l’emule femmine ed anco le discepole. Nonpertanto Saffo (seguono gli avvocati suoi) perseverò continovo a studiare e insegnare; e solo talvolta la sconoscenza delle diffamatrici [p. 31 modifica]lesbiesi castigò ne’ versi d’ironiche punture. Il Welcker, il Neue e il Müller la tengono tortamente infamata da’ commediografi, che appresso menzioneremo, infesti alla sua memoria. Non vidi il libro del Welcker, stampato a Gottinga del 1816: ma dal brevissimo estratto portone dal Neue m’accorgo ch’egli fa capitale, per nettar Saffo, del silenzio d’alcuni scrittori; e non mi convince. Scrissero dopo il Welcker il Du Lut, il Deschanel ed altri, che ripetono e rinfrescano la vecchia accusa: la ripete anco il Visconti, e diffidasi di poterne prosciogliere l’incolpata. E coi più m’aduno anch’io: parendomi che dove i Greci generalmente, e le lesbiesi segnatamente, non escano mondi, come non usciranno di facile, dalla sozza macchia, non sia da poterne forbir Saffo, gravata dalle testimonianze antiche e dalle proprie. Che gli amori vietati da natura sciaguratamente fossero abbarbicati in Grecia, s’hanno continui riscontri negli scrittori greci medesimi; e negli Amori di Luciano (a dritto o a torto attribuiti a lui, ma greca scrittura pur sempre) n’udiamo tessere l’apologia svergognata: dove conchiudesi che la rea costumanza «definita per leggi divine è venuta fra noi e per [p. 32 modifica]successione (Trad. di Luigi Settembrini).» I miseri profani pretessevano, gloriando, l’esempio de’ loro più profani Iddii; e militavano sotto la bandiera di Giove e Ganimede, deificazione della sozzissima oscenità. Non si peritò punto Emilio Deschanel di cacciar Saffo tra le meretrici greche, e ammazzolarla con Laide, Frine ed Aspasia: nè monta opporre (e’ segue) ch’ella si maritasse; quando anco Aspasia sposò Pericle. A tanto non m’arrischio io: ma della castità di Saffo non mi capacito; e però non battaglierò per quella di conserto con Massimo Tirio, filosofo platonico. Le donne lesbie particolarmente furono sì rotte alla peggior lussuria, che il nome di lesbiesi e la frase amare alla lesbiese, passati quasi proverbii nella favella greca, giustificano il detto di Luciano (Dialoghi delle cortigiane, V), ch’io darò non volgarizzato: τοιαύτας γὰρ ἐν Λέσβῳ λέγουσι γυναῖκας, ὑπὸ ἀνδρῶν μὲν οὐκ ἐθελούσας αὐτὸ πάσχειν, γυναιξὶ δὲ αὐτὰς πλησιαζούσας, ὥσπερ ἄνδρας. Giovan Cristiano Wolf, additando i Numismata insularum Graeciae, Tab. XIV, del Goltz, e il Thesaurus Numismatum, II, del Patino, ci rammenta come quei di Lesbo si licenziassero di tanto da effigiare cotali [p. 33 modifica]infami brutture in sulle monete. Le donne lascive riboccarono in Lesbo per forma, che la mollissima isola gareggiò con Mileto, colonia jonica, nel provveder di squisite bagasce la Grecia. Corinto, Abido, Tenedo e altri luoghi, per quantunque ricchissimi di cotal merce, non tolsero la palma a que’ due. Si distinguevano in Grecia meretrici civili, dette etére, da volgari; e Solone, riputando pernicioso lo sterminarle dalla repubblica, le protesse di leggi; e solamente a costoro, delle femmine, fu conceduta la squisitezza delle vestimenta. Elleno, forti della bellezza, anche s’addestravano in più guise di studii: nè permettevasi ad altre femmine l’educazione e la coltura dello spirito: sole costoro partecipavano alla vita pubblica, alla fama letteraria e filosofica, all’esercizio delle arti belle; sole costoro s’accontavano e s’addomesticavano cogl’illustri politici e letterati dell’età. « Ambirono il favore degl’ingegni cospicui, e ne fomentarono de’ nuovi. Però si meritarono la stima d’insigni filosofi, e divennero gl’idoli di quel popolo entusiasta delle grazie, le dittatrici del buon gusto (Foscolo, intorno ai Dialoghi delle cortigiane di Luciano; Opere, ediz. del Le Monnier, Vol XI).» A tutta Grecia, salvo [p. 34 modifica]alcun poco Sparta, era norma la massima di Pericle in Tucidide (II, 45): — quella esser ottima donna che meno vada per le bocche degli uomini, così biasimata come lodata. — Ondechè le pudiche, vergini o spose, passavano oscure, inonorate, dimenticate: le chiudeva la casa, fatta prigione perpetua: gli studii e le discipline gentili solo armavano di tutto punto le impudiche; e alcune femmine greche antiche, costumate e dotte, abbile per eccezioni. Tanto può la forma dell’educare, qual ch’ella sia! Per le meretrici si formavano scuole governate dalle più esperte e addottrinate: quivi si imparavano ginnastica, danza e musica, ajuti possenti al mestiere; e quest’ultima, come il nome suona, abbracciava le arti tutte delle Muse; e pertanto ancora la filosofia. Delle varie filosofie le bagasce di Mileto e di Lesbo preferivano l’epicurea o la cinica: certo le più accordabili col mestiero. E le disoneste scuole fruttarono bagasce infinite, dell’arte espertissime e nel praticarla abilissime. Le più famose amavano, riamate, i più famosi de’ Greci; e potevano smisuratamente; infino a diventare alcuna volta arbitre della guerra e della pace, come d’Aspasia di Mileto fu, per cui s’accesero [p. 35 modifica]le guerre di Samo e di Megara; e da quest’ultima l’altra più fiera e ostinata del Peloponneso. E quell’Aspasia dottissima, che conoscevasi di rettorica e poetava (abbiamo di lei non so che frammento nel volume Mulierum Graecarum Fragmenta et Elogia, compilato da Giovan Cristiano Wolf), ammaestrò Pericle, Alcibiade e Socrate, dal quale si nomò Socratica; e, commendata da Luciano d’astuzia politica, di politica disputava con essi Pericle e Socrate. Coi ragionamenti filosofici, ornati di facondia, ella operò che Senofonte si rappaciasse colla moglie. — Molto amor di gloria, non disgiunto da qualche opera di virtù, n’andava meschiato in costoro con tanta corruzione del costume: e fu visto a Leena la tortura non poter cavare di bocca un segreto. Frine propose (proposta non accettata) di rifabbricare a sua spesa le mura di Tebe, sì veramente che vi scrivesse a un canto: Alessandro le distrusse, Frine le riedificò. Que’ cuori, che il reo mestiere suole abbiettare, s’accendevano alcuna volta di non ignobili amori. Ascoltali favellare in Luciano; e non gli dovrai sempre spregiare: non ispregerai certo Innide (Dial. XIII). — A Frine da Tespi fu [p. 36 modifica]difensore in giudizio l’oratore Iperide, amatore lo scultor Prassitele: ella porse le sue forme ad Apelle per modello della Venere Anadiomene. Ed Apelle amò di cotali femmine una e celebre, Laide da Corinto: Aristippo, Diogene il Cinico e Demostene vuolsi che amassero un’altra Laide d’Iccara in Sicilia. Una Glicera (chè due ne furono) offeriva al tempio di Tespi in Beozia una bellissima statua d’Amore, donatale da Prassitele (Uno scolio greco agli Amori di Luciano). Ipparchia, la celeberrima delle filosofesse ciniche, amò e sposò, comecchè gobbo e poverissimo, il filosofo Crate. E ci pervenne contezza di Leena, amante d’Armodio, d’Archeanassa, amante di Platone, d’Erpillide, amante d’Aristotile, che generò di lei Nicomaco, di Leonzia, amante d’Epicuro e poi del costui discepolo Metrodoro, di Nemea, amica d’Alcibiade, di Pizionice e Glicera, amanti una dopo l’altra di Arpale, di Callissena e Taide, ambe sollazzo del Magno Alessandro, di Lamia, amica di Demetrio Poliorcete. Ad esaltar Naide volgeva un’orazione il retore Alcidamante; e alle danzatrici Aristonice, Agatoclea ed Enante s’inchinavano insino i Re. Ricevettero talune di costoro onoranze [p. 37 modifica]straordinarie: a Leena venne alzata una colonna per monumento nazionale: Pizionice ebbe vivendo onori da regina e, morta, una statua di metallo. — Più segnalato e civile servigio rendettero le cortigiane alla patria greca in sullo scader suo. «E quando i flagelli della tirannide e della ipocrisia religiosa ebbero trasfigurata la Grecia, elle sole resistettero lungamente al naufragio delle antiche istituzioni, ed esercitarono ancora un tal predominio sulla moltitudine, che Luciano, letterato il più celebre de’ suoi tempi, spregiatore arditissimo della impostura, trattò con amore questa materia, come una delle meno vili del suo secolo (Foscolo, Ivi).»

S’io mi distesi alquanto sulle meretrici greche, non mi dilungai troppo dall’argomento; e volli proporre ai leggitori, come in ispecchietto, la condizione di costoro in Grecia; tanto ch’essi veggano e di per sè stimino, raffrontando le reliquie saffiche alle testimonianze antiche, se debbano adagiarsi alla sentenza del Deschanel, che tuttavia nè primo nè unico la proferì. Sia pur d’ambiguo valore, e però non autorevol prova, il mascula Sappho d’Orazio (Epist., I, 19, 28). Meretrice, per due volte, scopertamente, [p. 38 modifica]chiamò Taziano (Oraz. ai Greci, 52 e 53) la Nostra: femminella impudica, cantatrice di sue lascivie. Bucinavasi, come in Suida leggiamo, tener Saffo brutta dimestichezza colle amiche; ed essergliene venuta e mala voce e vergogna. Massimo Tirio (Dissert. XXIV), pur isforzandosi di nettarla dall’infamia, confessa che Saffo nelle poesie celebrava di frequente gli amori femminili, come Socrate i maschili; e non celava d’amar assaissimo, e da ogni bella persona lasciarsi facilissimamente ammaliare. L’ottimo filosofo, per farne chiari ch’egli, onestando gli amori di Saffo, non piglia platonicamente un granchio, ci spaccia lì presso per estetici gli amori d’Anacreonte per Batillo, Smerdia e Cleobolo. Nelle Quistioni Conviviali di Plutarco leggiamo (VII, 8): «qualora si recitassero i canti di Saffo ed Anacreonte, io penserei, mosso da pudore, dover deporre il nappo.» Non altramente rappresentano la mollissima poesia saffica Temistio (Oraz., XIII), Orazio (Odi, II, 13, 21 e seg.), Ovidio (Eroidi, XV), Apulejo (Apologia); tutti concordi a riprovarne, o almanco affermarne, l’oscenità. Citeremo d’Ovidio versi per lei vituperosi:

Nota sit et Sappho: quid enim lascivius illa?
(Arte d’amare, II, 331) [p. 39 modifica]
Lesbia quid docuit Sappho nisi amare puellas?
(Trist., II, 363)
Lesbides, infamem quae me fecistis amatae.
(Eroidi, XV, 201)

Il qual poeta trasse certamente dai libri saffici il seguente, come altri concetti dell’Eroide quindicesima, che i dotti reputano versione o imitazione dal greco; e dove ad ogni modo il Sulmonese non dovette dipingere il cuore della poetessa altro da quel che negli scritti apparisse.

Molle meum levibusque cor est violabile telis,
Et semper caussa est cur ego semper amem.
(Ivi, 79-80)

Sentimento che perfettamente consuona coll’altro soprarrecato di Massimo Tirio. Non troppo casta la dice anco Marziale (VII, 69). Che Alceo la salutasse casta, non fa forza: - lode insidiosa del poeta, che sperava renderla impudica a piacer suo: ma la prova gli fallì. - Tracce non poche di mollezza troppo dannevole restano ancora nelle Odi e nei Frammenti che il tempo non divorò. L’Ode famossima, da tanti imitata, non agguagliata mai, non fu dettata per Faone, come avvisarono molti; sibbene per una donzella amata, come attesta chiaramente Plutarco (Amatorio): [p. 40 modifica]τῆς ἐρωμένης ἐπιφανείσης (Vedi ancora il Pearce, Note a Longino, e il Saint-Marc, Commentatore del Boileau). Agli accusatori non vorrebbe credere il Barthélemy, perchè scrissero molto dopo l’età saffica: ma, senza che questi potettero attingere le accuse da scrittori passati, tolti a noi dal tempo, bene al Barthélemy rispose il Deschanel: - di ciò solamente inferirsi che il reo costume, disteso all’età di Saffo dappertutto, non era notato, nè ripreso. - Ai secoli impudenti sogliono succedere i secoli ipocriti, che santamente infiorano la putredine.