Gli amori/La Certezza

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La Certezza

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Il Sospetto Un’intenzione della Duffredi

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LA CERTEZZA


Io le ho riferito nella mia precedente lettera, cara ed ostinata amica, un fatto il quale dimostra come le donne che giurano soltanto sull’amore-sentimento restino male quando temono di doversene unicamente appagare. La protagonista della mia storiella, spettatrice della momentanea debolezza dell’amico suo, non pensò già, come sarebbe stato naturale e come infatti era, che questa debolezza dipendesse dalle morali commozioni che, secondo voleva dare a intendere, le importavano sopra ogni cosa; ma andò invece fino a sospettare che fosse indizio d’una troppo frigida costituzione! Mi vuol ella concedere che questo sospetto rivela il disinganno provato dalla poco sincera amatrice? Tanto costei aspettava quelle realità dell’amore sdegnate a parole, che, per un breve indugio, ne credè incapace l’amico. Costui potè dimostrarle presto l’inganno e poi la confuse; ma che cosa sarebbe avvenuto se il sospetto di lei fosse stato certezza? Possiamo noi imaginare i pensieri, i sentimenti, gli atti e le parole d’una donna la quale scoprisse che l’uomo amato.... non è uomo?

Ella dirà che un caso simile non si può dare perchè i disgraziati nativamente o casualmente immeritevoli del nome di uomini non amano, o pure amando [p. 42 modifica]sono prudenti ed evitano le occasioni di rivelare la specialissima natura della loro passione. Ella s’inganna. Certo, se questi uomini — chiamiamoli così tanto per intenderci — sapessero che la loro incapacità è senza riparo, farebbero come ella dice. Ma è molto difficile che le prove più evidenti li convincano; poichè, avendo fallito ieri e fallendo anche oggi, essi possono credere di valer meglio domani. Ho bisogno di rammentarle che le leggi civili e le religiose consentono la dissoluzione del legame matrimoniale quando il matrimonio non potè essere consumato? Le leggi non prevedono casi ipotetici, provvedono anzi ai casi reali; e debbo io raccontarle qualche successo di questo genere per dimostrarle come vi siano uomini che non avendo potuto percorrere le vie già aperte e molto battute, si sono stimati capaci di aprirsene una nuova? Poichè lo sdegno di dissetarsi a una tazza che serve a tutta la folla può togliere realmente la voglia di bere, costoro hanno spiegato con lo schifo la loro ritrosia dinanzi alle mercenarie, e si sono legati ad una vergine con la quale hanno continuato a ritrarsi. Se la presunzione di valere, nonostante le reiterate sconfitte, quanto ogni altro uomo, spinge questi incapaci al matrimonio, cioè ad un atto gravissimo, al più grave atto della vita, vuol ella che s’arretrino dinanzi a un meno serio impegno? Se dunque costoro sposano le vergini e richiedono d’amore le donne fatte, io torno alla mia domanda e dico: c’è forza di fantasia che possa ricostruire lo stato d’animo di queste donne e di queste spose quando i millantatori restano smascherati?

Ella sa che i romanzieri naturalisti procedono per via di documenti umani, cioè di osservazioni precise, di confessioni sincere, di testimonianze irrecusabili. Ecco uno dei casi nei quali il loro metodo è solo buono. Nè mi dica che fanno meglio i romanzieri romantici tacendo di queste miserie. Sono miserie umane, e niente di ciò che è umano dev’essere indifferente all’artista. Non creda che soltanto i lettori e le lettrici preferiscano i soggetti belli, nobili e grandi: lo scrittore [p. 43 modifica]è un uomo come gli altri, e la bellezza, la nobiltà, la grandezza lo seducono come seducono i suoi simili; ma, se per obbedire al proprio istinto egli dovrebbe scegliere e sceglie infatti più volte gli argomenti allettanti, il suo dovere di storiografo della vita, di anatomista del cuore, di esploratore del vero lo spinge anche a trattare gli argomenti repugnanti. Il soggetto del quale discorriamo è del resto repugnante senz’altro? Non può esso ispirare un tragico interesse? Non è una tragica storia quella di Ottavio di Malivert che Stendhal ci narrò?... Ne ho anch’io una da parte, più breve e meno triste; e come ella ha già compreso, le ho scritto questo lungo prologo perchè mi conceda di raccontargliela.

Una dama che conosciamo io e lei, ma della quale mi permetterà di tacerle il nome — tanto più che non le sarà difficile indovinarlo — conobbe un giorno, in una città di questo mondo, un capitano di cavalleria, signore di nascita, avvenente della persona, stimato dai superiori, bene accolto in società. Il nome di questo qui non glie lo dirò per un’altra ragione, per la ragione opposta, cioè che ella non lo conosce. Lo nominai una volta, in presenza di lei, ed ella mi disse di non sapere chi fosse. Dunque: capitano in Piemonte reale; bande e manopole rosse; in testa quel lucente elmo che per l’elegante sagoma è il copricapo più sospirato dai giovani ufficiali italiani — e Massimo d’Azeglio, nei suoi Ricordi ne dice qualcosa. Il capitano aveva la statura di un corazziere, baffi biondi e serici, capelli, ahi, pochi capelli; ma le fronti nude non sembrano chiudere un pensiero molto profondo e una larga esperienza della vita? Moralmente egli era serio, quasi malinconico; intellettualmente coltissimo: ma nonostante la coltura, gli studii e la serietà, ricercava le amabili compagnie, dove il suo nome, le sue belle maniere, la vantaggiosa presenza e la solida reputazione lo rendevano generalmente simpatico. E molto simpatico riuscì veramente alla dama di cui voglio parlarle. Costei, che da sua parte è ispiratrice di grandissima simpatia, s’accorse d’aver fatto colpo sul [p. 44 modifica]capitano; ma forse nulla sarebbe accaduto fra loro, se qualcuno non l’avesse particolarmente complimentata per essere riuscita a sedurre quell’uomo, il cui gusto doveva essere molto difficile, giacchè nessuno gli conosceva ancora un’amante. Ciò le provi, mia cara amica, come nell’amore entri quasi sempre, per non dire proprio sempre, una buona dose di vanità. L’idea d’essere apprezzata dal capitano, così sdegnoso di bellezze se non maggiori — la vanità poteva farle riconoscere d’essere meno bella delle altre? — certamente diverse, quest’idea lusinghiera la dispose a dimostrargli in cambio un interesse e un’attenzione che altrimenti non avrebbe forse accordati.

Di questa sua e mia amica nessuno ha mai potuto dir nulla di male. I soliti maligni e le non meno solite maligne si sono provate a sospettarla, ma il motto famoso è stato questa volta fallace: hanno calunniato, hanno calunniato, e niente n’è rimasto. Alla serietà di quella dama la serietà del capitano doveva pertanto necessariamente piacere. Se non gli si conoscevano amanti, ciò voleva dire che, rifuggendo dagl’indegni legami, dai capricci fugaci, egli serbava il suo cuore a una forte, a una grande, a un’immortale passione. Era tanto più naturale che costei spiegasse in tal modo l’austerità della vita del militare, quanto che ella stessa era austera per la stessa ragione. Dica pure, cara contessa, che sono troppo scettico; ma io credo che, come nell’amore entra una dose stragrande di amor proprio, così l’astensione dall’amore il più delle volte non è suggerita tanto dalla virtù quanto da una vanità estrema: chi non ama è colui che non crede nessuno degno dell’amor suo. Ora, se quella dama pensava che il capitano era passato indifferente nella vita per l’anticipata certezza di non poter trovare chi fosse capace d’intenderlo, ella già prevede che cosa doveva accadere dopo il loro incontro: la dama dovè credere d’essere per lui — e d’aver trovato in lui! — l’anima sorella e l’essere predestinato.

Così avvenne realmente. Il capitano espresse il suo sentimento alla dama, e trovò parole così rispettose, [p. 45 modifica]le diè prova d’una discrezione così reverente, che ella vide confermate le proprie imaginazioni intorno alla nobiltà dell’animo di lui, e non trovando più ragione di sottrarsi all’amore, si lasciò finalmente andare alle dolcezze troppo lungamente rifiutate. Corse una stagione molto felice, specialmente per lei. Una causa di discordia, in amore, ciò che avvelena l’amore più fortunato è quella specie di contrattempo morale per il quale gli stati d’animo dei due amanti non coincidono: se l’uomo supplica e la donna resiste, se la donna cede e l’uomo trionfa, ciascuno dei due amanti proverà gli stessi sentimenti dell’altro, ma in tempi diversi, anzi con ordine inverso. Il puro affetto, l’onesta amicizia non solamente bastavano alla dama, ma erano il suo desiderio e il suo sogno; appunto per la sfiducia di poterli mai ottenere ella s’era difesa contro le tentazioni quotidiane. Noi abbiamo detto, mia cara amica, che le donne non sono, generalmente parlando, ardenti: ma se la media di esse sta, poniamo, a una temperatura di 10 gradi — essendo 30 quella degli uomini — alcune salgono fino a 15, altre scendono a 5. La nostra protagonista è fra quest’ultime. Suo marito, rompicollo famoso, la disgustò dell’amore rivelandogliene alcuni modi dei quali gli uomini sono ingordi ma che le donne non capiscono se non in circostanze molto rare d’ardore sensuale. Separata dal marito, visse lungamente nella castità; e l’amor casto le era, come si dice in matematica, tutt’in una volta necessario e sufficiente. Ma un uomo poteva lungamente sopportarlo? Ella era casta, ma non sciocca; e comprendeva che la sua propria soddisfazione doveva costare all’amico suo: vedendolo avido di prenderle la mano, di baciarle la bocca, di stringerla al petto, ella temeva che un giorno o l’altro non si sarebbe più frenato, che il purissimo incanto si sarebbe rotto; e ne gemeva, e i suoi gemiti arrestavano il riguardoso amante; al quale ella pensava che un giorno avrebbe dovuto pur cedere, ma era frattanto grata della discrezione. Ora, l’inverno scorso, quando le cose della Colonia Eritrea si guastarono e tutti in Italia trepidavano [p. 46 modifica]per la sorte dei nostri bravi che avevano chiesto ed ottenuto di andare a battersi laggiù, si sparse la voce che il capitano... — or ora lo nominavo! — era stato destinato, non si sapeva se dopo sua domanda o per ordine superiore, ai presidii africani. La dama seppe questa notizia da una sua amica, presso la quale si trovava con altre due o tre signore. Giudichi ella come rimanesse all’annunzio! Era possibile che egli avesse voluto lasciarla? Se il decreto non era stato da lui stesso sollecitato, non avrebbe potuto ottenerne la revoca? Ciò non era possibile, in tempo di guerra: egli si sarebbe disonorato, neppur ella poteva consigliargli tanta viltà. E se anzi egli aveva chiesto di partire appunto per non poter più resistere alla resistenza di lei? Perciò dunque non glie ne aveva detto nulla, e le toccava udir la notizia da altre persone?... Questi dolorosi pensieri occupavano talmente la poveretta, che ella non aveva più udito ciò che le amiche dicevano vicino a lei. Una delle dame più commosse al pensiero del destino serbato agli ufficiali d’Africa, aveva detto che, se la guerra è sempre cosa triste, tristissima è laggiù, tanto lontano dal proprio paese, in regioni deserte, contro orde selvagge ed ignare di quelle leggi d’umanità che nelle lotte più accanite tra popoli civili vigono ancora. Un’altra soggiungeva che ciò sarebbe stato quasi nulla senza l’orrore di certe mutilazioni alle quali erano sottoposti i morti, i feriti e gli stessi prigionieri; allora una terza, con un sorriso che le parrà, mia cara contessa, intempestivo, ma che è troppo naturale, osservò che il nostro capitano era assicurato contro questo pericolo. E con nuovi sorrisi un’altra confermò che, infatti, egli non aveva nulla da perdere...

La dama, assorta nei gravi e molesti pensieri, aveva ricominciato a porgere ascolto udendo il nome di lui; ma, sul principio, era rimasta senza comprendere. Che volevano dire?... Quando il senso dell’osservazione fu precisato, ella avvampò. Di sdegno, di vergogna, di dolore? Contro quelle donne, contro di lui, contro sè stessa? Non avrebbe saputo dirlo. Certe commozioni sono d’una natura così complessa ed ambigua, [p. 47 modifica]che solo un’attenta indagine può rendercene conto; ma l’indagine vuol tempo e la commozione è fulminea. Dominandosi per non darne spettacolo alle ciarliere, ella andò via senza saper bene che cosa facesse, dove fosse diretta. Fuori, all’aria aperta, la subitanea impressione parve sedarsi; ma come, dopo la tempesta, la superficie del mare sembra tranquilla, mentre tutta la massa dell’acqua è ancora in movimento, così la sua mente ancora tumultuava. Quelle pettegole avevano mentito? Leggermente, come irresponsabili, perchè le faceva ridere, avevano ripetuto una voce bugiarda che qualche malevolo aveva messo in giro? Perchè il capitano faceva una vita diversa dagli altri uomini, da quasi tutti gli uomini, gli scapestrati, i viziosi, gl’invidiosi, gl’incapaci di castità avevano malignamente messo in giro la voce bugiarda?... Ma simili voci si possono propagare ed ottengono credito se non hanno fondamento?... E se era vero? Se il capitano aveva chiesto d’andare a combattere e a vincere in Africa per non aver da patire una sconfitta in Europa? Perciò, dunque, la rispettava e la obbediva? Mentre fingeva d’obbedirla a malincuore, pensava di fuggire per evitare che il nessun merito della sua obbedienza fosse evidente?... No! non era possibile! Se egli avesse provato questa paura, perchè avrebbe cominciato a parlarle d’amore, a richiederla d’amore? Lo aveva forse ella sollecitato a dichiararsi? Gli aveva ella detto di amarla?... No, non era possibile!... Eppure?... Il dubbio così tenzonava nella sua mente; e, senza ch’io insista, ella già vede che non mancavano presunzioni a sostegno delle due ipotesi. Come uscire dal dubbio?

Il mezzo non mancava. La prima volta che si trovò sola con l’amico, senza aspettare che egli parlasse, la dama lo prese per ambe le mani e figgendogli gli occhi negli occhi:

— È vero che andate in Africa? — gli domandò.

Il capitano, quasi cascando dalle nuvole, negò risolutamente.

— Avevo dunque ragione? E’ impossibile! Mentiscono!... Voi resterete con me?... [p. 48 modifica]

— Con voi, vicino a voi!

— Sempre?

— Sempre!...

E quantunque ella avesse studiato la sua parte, il piacere della prima certezza, la fiducia che anche l’altra voce sarebbe apparsa tosto bugiarda, la fecero cadere nelle braccia di quell’uomo con impeto sincero. Il capitano... il capitano senza essere stato in Africa in mano degli Abissini, e neppure in Oriente in mano dei provveditori del Serraglio, e neppure a Roma al tempo dei cantori della Cappella Sistina, non tentò neppure, contrariamente al dovere di ogni buon militare, di penetrar nella piazza che già gli apriva le porte, che già lo invitava all’occupazione... Allora la dama, risollevatasi, lo colpì con una mano sulla guancia:

— E’ dunque vero? — esclamò, accesa dallo sdegno e dal disprezzo. — Uscite di qui!... Non m’apparite più innanzi!...

Egli, come ebro, uscì barcollando.

Potrà ella, cara contessa, condannare questa donna? A me pare che non solamente fece bene, ma che, in una situazione simile, tutte dovrebbero fare — e farebbero — altrettanto.

Per finire la storia, che è, come tutte quelle che io le narro, autentica, le dirò che questo capitano non chiese d’andare in Africa neppure dopo la disastrosa avventura. Chiese soltanto ed ottenne — ma quando al ministro della guerra piacque! — di essere destinato a un altro reggimento.