Gli scorridori del mare/10. Lo sbarco dei negri

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10. Lo sbarco dei negri

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10.

LO SBARCO DEI NEGRI


Appena la Garonna fu ancorata, e tutte le vele imbrogliate e rinchiuse negli astucci di tela cerata, il capitano discese nella sua cabina, scrisse una lettera, poi fece chiamare l'ufficiale.

– Ascoltatemi – disse Solilach, consegnandogli la lettera. – Voi vi recherete con una lancia e otto marinai a Santiago e colà domanderete dei fratelli Smaller che sono due ricchi piantatori. Appena consegnata questa lettera e ricevuta la risposta, ritornate immediatamente a bordo.

– Sta bene – rispose. – Contate su di me.

Risalì sui ponte, e si diresse verso prora per ordinare di mettere in acqua la grande imbarcazione. Aveva appena dato il comando quando si sentì battere su una spalla.

Si volse e non poté a meno di fare un gesto di meraviglia nello scorgere il secondo che lo guardava, sorridendo ironicamente.

– Che cosa volete? – gli chiese l'ufficiale senza turbarsi.

– Sapere ove andate ora?

– A terra.

– Davvero? E a far che cosa? – gli domandò il secondo con ironia.

L'ufficiale lo guardò, quasi per domandargli il significato di quell'accento beffardo, poi rispose:

– A portare una lettera.

– Sta bene, andate pure – mormorò il secondo coi denti stretti, poi appena l'ufficiale gli ebbe voltate le spalle, fece un gesto di minaccia, e ritornò al suo posto più cupo di prima.

Intanto i marinai avevano preparato la grande imbarcazione, e stavano aspettando. Poco dopo l'ufficiale comparve sul ponte, discese lestamente la scala e prese posto nella scialuppa. Tosto gli otto remi si tuffarono nelle onde, e la lancia si allontanò rapidamente, dirigendosi verso Santiago.

Mentre l'ufficiale si recava a terra, il capitano faceva dividere gli schiavi a gruppi, onde fossero pronti a venire imbarcati appena giunti i compratori. Con una delicatezza assolutamente sconosciuta fra i negrieri, cercò di unire i mariti colle mogli, e le madri e i padri coi figli.

Formati quei gruppi, di ventiquattro persone ciascuno, fece liberare tutti gli schiavi dalle catene che per tanto tempo avevano portate, poi diede ordine ai marinai di mettere tutte le imbarcazioni in acqua. Terminati tutti i preparativi, ciascuno attese con viva impazienza il ritorno dell'ufficiale, ma il giorno intero trascorse senza che l'imbarcazione comparisse. Nemmeno alla notte fu segnalato, il capitano però non si inquietava, conoscendo le difficoltà che avrebbe dovuto superare prima di trovare i due piantatori.

Al mattino del giorno seguente, un marinaio avvertì che una imbarcazione era in vista e che si avanzava in direzione della nave. Solilach si affrettò a salire sul ponte.

– È la mia scialuppa – mormorò e andò ad aspettare l'ufficiale sulla scala, essendo impaziente di conoscere ciò che avevan risposto i due piantatori.

Dieci minuti dopo l'imbarcazione venne a ormeggiarsi a babordo. L'ufficiale si slanciò sulla scala e porse al capitano una lettera.

– Vediamo – disse il negriero, e con mano febbrile lacerò la busta e lesse queste poche parole:


«CARO CAPITANO

22 dicembre 1838

«Tenete pronti trecento schiavi pei fratelli Charmel. Prezzi rialzati. A domani sera i segnali. Addio.

«HENRY SMALLER».


– Sta bene – mormorò il capitano Solilach, fregandosi le mani.

– Vogliono molti schiavi adunque? – chiese l'ufficiale con premura.

– Trecento, ed i prezzi sono aumentati. Come avete fatto a trovare i fratelli Smaller?

– L'impresa non è stata facile ed ho percorsa tutta la città prima di trovarli. Abitano una casa di una bellezza meravigliosa, e che rigurgitava di servi negri e rossi.

– Vi hanno fatto buona accoglienza?

– Ho passato una giornata deliziosa, comandante.

– Questa sera vedremo i segnali.

– Si fanno di giorno o di notte?

– Di notte alle undici e forse anche dopo la mezzanotte.

– E ci pagheranno molto gli schiavi?

– Secondo la concorrenza. Quando i negrieri sono scarsi allora si pagano di più: oggi che sono pochi i prezzi sono notevolmente rialzati. Un uomo robusto vale mille dollari, una donna seicento, ottocento, mille e forse più, secondo la bellezza e la robustezza. Un giovane negro dai dieci ai venti anni costa duecento, trecento e qualche volta cinquecento, mentre un bambino non ne vale che cinquanta o cento.

– Dunque coi cinquecento schiavi voi ricaverete una somma enorme – disse l'ufficiale.

– Ecco: noi abbiamo duecento schiavi robustissimi, dai quali spero ricavare duecentomila dollari, ossia un milione di lire.

– Diavolo! Così tanto! – esclamò l'ufficiale.

– La tratta è molto proficua ma voi sapete pure che è pericolosa – disse il capitano.

– E poi? – chiese il giovane ufficiale.

– Abbiamo duecento donne che calcolate in massa ci daranno ottocento dollari ciascuna, ossia cioè ottocentomila lire.

– Una bella cifra!

– Poi abbiamo cento negri fra giovinetti e lattanti che ci daranno ventimila dollari, ossia centomila lire.

– È una grossa somma! – esclamò l'ufficiale meravigliato. – Si può dire che i negrieri al secondo viaggio sono ricchi.

– Non sempre, poiché i danni causati talvolta dagl'incrociatori inghiottono i guadagni. E poi si deve dividerne una parte coll'equipaggio.

– In quali proporzioni, capitano?

– Un milione spetta a me, centomila lire al secondo, cinquantamila al terzo ufficiale...

– Cinquantamila lire a me? – l'interruppe l'ufficiale.

– Sono forse poche?

– No, no, troppe, capitano.

– Lasciatemene venticinquemila – disse Solilach ridendo.

– E all'equipaggio, cosa darete?

– Centomila lire.

– Diamine! Una bella giornata pei nostri marinai!

– Si deve tenere conto dei pericoli a cui vanno incontro. Un compenso è quindi necessario per quei poveri diavoli.

La giornata seguente passò tranquilla. Il mare si manteneva calmo, sicché la Garonna rimase quasi in panna, lasciandosi solamente trasportare dal flusso e dal riflusso.

I marinai non sapendo come occupare il tempo, se la passavano giuocando, fumando e raccontandosi delle storielle.

Alcuni di loro però sorvegliavano attentamente i negri, temendo che approfittassero della libertà loro accordata per insorgere.

Il capitano volendo tenerli in buon umore, fece dare loro doppia razione, poi sfondato un barilotto di acquavite, lasciò che lo bevessero.

Non sarebbe necessario dire se i negri non ne approfittarono. Anzi, essendo tutti un po' brilli, fece dare loro alcune chitarre.

In un baleno tutto il frapponte fu pieno di coppie danzanti. La bambula, una danza in uso sulle coste di Guinea, fece furore.

Gli schiavi saltavano, urlavano, piroettavano urtandosi gli uni con gli altri, mentre i suonatori si dimenavano come ossessi.

Alcuni gruppi di negri e specialmente le donne erano rimasti rincantucciati alle due estremità del frapponte, guardando con un misto di tristezza e di commiserazione i loro compagni, pensando forse che fra poche ore sarebbero passati sotto altri e forse ben più crudeli padroni.

Verso sera il capitano pose fine alle danze e fece riordinare i gruppi, poi fece accostare la nave alla spiaggia, mettendosi in panna di fronte ad una collina sulla quale doveva comparire il segnale.

La luna rischiarava a molte leghe d'intorno il mare e la terra; le stelle scintillavano a milioni, perdute nella profondità della volta celeste; la natura era tutta addormentata.

Era una di quelle belle notti d'America, che non si vedono che sotto i tropici.

Una leggera brezza, che trasportava sulle sue ali i balsamici profumi delle piante, spirava di tratto in tratto, e veniva a corrugar la placida superficie dell'oceano. Le rupi ed i monti della vasta isola, illuminati dai pallidi raggi dell'astro notturno, spiccavano vivamente sull'azzurro cupo del cielo, mentre i folti boschi della spiaggia erano avvolti in una misteriosa penombra.

L'equipaggio, immobile, non staccava gli sguardi dalla collina.

Passarono due ore, ma il segnale non compariva ancora: l'equipaggio e il capitano cominciavano a impazientirsi, quando un grido argentino attraversò l'aria e poco dopo si videro alcune ombre agitarsi sulla cima della collina.

– Sono essi – disse Solilach.

In quel mentre un rapido bagliore brillò, poi una fiamma viva e brillante, che durò alcuni minuti, avvampò fra le erbe.

– È il segnale! – esclamarono in coro i marinai.

Il capitano scese nella sua cabina, prese uno specchio e risalì sul ponte.

Aspettò ancora un minuto, poi lo espose in modo che la luce della luna si riflettesse.

Per alcuni istanti lo fece scintillare, proiettando la luce in direzione della collina.

Allora un altro specchio, tenuto dai compratori di schiavi vi rispose, poi si videro delle ombre discendere la collina e dirigersi verso la spiaggia.

– Possiamo sbarcare senza pericolo di venire sorpresi dagli incrociatori – disse il capitano. – Hanno segnalato che la costa è libera.

– Eccoli! Vengono! – esclamarono alcuni marinai.

Tutti gli sguardi si diressero verso terra, e videro un corpo nerastro e lungo, staccarsi dalla costa e avvicinarsi rapidamente al legno. A poco a poco quella cosa nerastra prese la forma di una canoa.

Si vedeva l'acqua spumeggiare, mentre il rumore lento e misurato dei remi giungeva chiaramente agli orecchi dell'equipaggio. In breve la canoa non fu che a venti metri dalla nave.

Era montata da otto rematori negri e da due bianchi.

Giunta presso la scala, uno dei negri balzò innanzi, e aiutò i due bianchi a sbarcare.

Il capitano li aspettava sulla scala.

– Il capitano Solilach? – chiese uno dei due.

– In persona, signori Charmel.

I tre uomini si salutarono cordialmente.

– Avete molti schiavi? – domandò uno dei piantatori.

– Molti – rispose Solilach, invitandoli nella sua cabina.

I due compratori lo seguirono, dopo di aver gettato uno sguardo scrutatore sull'equipaggio schierato sul ponte.

Giunti nella cabina, il capitano sturò una bottiglia di arak ed empì tre grandi bicchieri.

– Quanti schiavi avete caricato, capitano? – chiese uno dei due cubani.

– Cinquecento – rispose Solilach.

– Ci occorrono trecento negri per le nostre piantagioni di zucchero.

– Quanti uomini, quante donne e quanti ragazzi desiderate?

– Cento per sorta.

– Venite a sceglierli – disse il capitano, alzandosi.

I due piantatori lo seguirono nel frapponte ove stavano i negri, divisi in drappelli di ventiquattro ciascuno.

I due compratori si avvicinarono esaminando attentamente gli uomini, le donne e perfino i fanciulli, toccandoli, e facendo fare loro diversi movimenti per meglio ammirare le forme e la loro agilità.

Dopo aver esaminati i diversi gruppi, scelsero cento schiavi per sorta, cercando, dietro preghiera del capitano, di unire le mogli coi mariti e le madri coi figli, non già perché ubbidissero a un senso di umanità, ma perché tornava a loro conto.

Nondimeno il più giovine dei due cubani, un po' stizzito, disse al capitano:

– Non varrebbe la pena di prendersi tanto a cuore queste facce di ebano. In verità, capitano, non eravate nato per esercitare la tratta.

– Ciò non vi riguarda – rispose il capitano, facendo un moto d'impazienza.

– Andiamo a fare il contratto nella vostra cabina – disse il più anziano.

Giunti nel quadro e vuotati ancora alcuni bicchieri, il capitano Solilach disse brevemente:

– Quanto?

– Novecento dollari ogni maschio adulto – disse il più vecchio dei due cubani.

– Mille o niente. Se non volete accettare, troverò degli altri compratori alla Giammaica.

– Sia pure; non vogliamo disputare per alcuni miserabili dollari.

– Quanto le donne?

– Ottocento né più né meno.

– Novecento o sono mie – disse Solilach recisamente.

– Non vi daremo un dollaro di più – esclamò il più giovane.

– Ed i fanciulli? – chiese ancora il capitano.

– Centocinquanta.

– Niente affatto. Troverò dovunque dei compratori a duecento.

– Vada – disse il più vecchio, seccamente. – Come volete esser pagato? Oro o tratte di banca?

– Preferisco l'oro – disse il capitano.

I due compratori si alzarono e tornarono sul ponte seguìti dal capitano.

Giunti in coperta i fratelli Charmel mandarono un fischio: tosto quattro negri della canoa salirono sulla nave, portando con loro due sacchi assai pesanti.

– Portateli nel quadro – disse uno dei piantatori.

Tutti e tre poi tornarono nella cabina, mandarono via i negri e aperti i due sacchetti ripieni di monete d'oro cominciarono a fare il pagamento.

Mezz'ora dopo il capitano, rinchiuso in un forziere il suo milione, prezzo dei trecento schiavi, diede ordine ai marinai di cominciare lo sbarco.

Le sei lance di bordo furono caricate di negri, sei marinai armati presero posto in ognuna di esse, e remigarono verso la costa, ove li consegnarono agli agenti dei due compratori.

In due viaggi i trecento schiavi furono sbarcati sulla spiaggia. I due piantatori, che avevano assistito senza batter ciglio allo sbarco, strinsero la mano al capitano, lo avvisarono che il giorno seguente un altro compratore sarebbe venuto a trovarlo, poi discesero nella loro canoa e presero il largo.

– Avete fatto un buon affare, capitano? – chiese l'ufficiale, avvicinandosi a lui.

– Ho ricevuto un milione di lire – rispose Solilach che era di buon umore.

– E gli altri duecento schiavi a chi li venderete?

– Ad un brasiliano che verrà a visitarci domani sera. Buona notte; vado a dormire.

La sera seguente, capitano e marinai, per la seconda volta si misero in vedetta, per attendere il solito segnale.

Verso la mezzanotte un fuoco brillò sulla collina, il capitano vi rispose collo specchio, poi attese, sulla cima della scala, che il secondo compratore salisse a bordo. Una mezz'ora dopo una lancia abbordava la nave, ed un uomo di età piuttosto avanzata saliva a bordo.

Il capitano e il piantatore brasiliano si salutarono cortesemente, e cominciarono senza preamboli il contratto. Dopo vivi contrasti riguardo al prezzo dei negri, l'affare fu concluso con reciproca soddisfazione.

Il brasiliano sborsò ottocentomila lire in oro, ed il capitano consegnò gli schiavi, facendoli deporre sulla spiaggia.

Appena giunto il mattino, il capitano fece radunare l'intero equipaggio sul ponte, poi con dieci uomini discese nella sua cabina, e fece trasportare in coperta un certo numero di sacchetti più o meno eguali, i quali mandavano un certo suono che faceva un grande effetto agli orecchi dei marinai.

– Oro! – esclamarono in coro i marinai fissando i loro occhi ripieni di ardente cupidigia su quei sacchetti.

Il capitano Solilach salito sul ponte, fece schierare l'equipaggio, poi con voce forte, disse:

– Facciamo le ripartizioni.

Un mormorìo confuso scorse fra l'equipaggio, e tutti gli sguardi si fissarono, per la seconda volta, su quei sacchetti accumulati ai piedi del capitano.

– Capitano Solilach, un milione – disse il comandante girando all'intorno uno sguardo per veder quale effetto producevano quelle parole.

Né ufficiali né marinai batterono ciglio. Tutti aderivano alla parola del capo.

– Luogotenente, centomila lire – continuò Solilach.

Un lampo di gioia selvaggia brillò negli occhi del secondo. Si precipitò verso quel sacchetto, lo afferrò robustamente e se lo portò nella cabina.

Tutti i marinai seguirono collo sguardo ardente quel sacco rotondo ripieno di quel metallo che corrompe le più austere virtù, che compra le coscienze, che rende mute le leggi, che paga il sangue.

Per alcuni istanti i marinai dimenticarono il capitano, ma alla sua voce si rivolsero, fissando nuovamente i loro occhi su quei sacchetti giacenti a terra.

– Terzo ufficiale cinquantamila lire – gridò il capitano.

Il giovane ufficiale fece un balzo e prese il sacchetto che Solilach, sorridendo, gli accennava.

Il capitano poi continuò a chiamare a uno a uno tutti i marinai, consegnando a ciascuno di essi una borsa contenente millecinquecento lire in oro, poi diede un calcio alla seggiola sulla quale era stato seduto dicendo:

– Ancora un viaggio come questo e poi basta!