Gli scorridori del mare/3. La tribù negra

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
3. La tribù negra

../2. La caccia agli schiavi ../4. Bonga IncludiIntestazione 22 marzo 2018 75% Da definire

2. La caccia agli schiavi 4. Bonga

3.

LA TRIBÙ NEGRA


Accesi i fuochi e cenato, i marinai dopo poche parole si avvolsero nelle loro coperte, addormentandosi tranquillamente.

Non erano trascorse ancora due ore, quando furono destati dal grido d'allarme delle sentinelle e dalle urla di spavento dei negri di Pembo.

In un baleno tutti furono in piedi, col fucile nelle mani, domandandosi cosa stava per succedere.

– Cosa significa questo baccano? – domandò il secondo, avvicinandosi agli uomini di guardia.

– I leoni – risposero le sentinelle.

– Vedo che i fuochi sono accesi.

– È vero, – rispose una sentinella, – ma i leoni formicolano in bande numerose, e hanno cercato penetrare nel campo, varcando i fuochi. Guardateli! Ronzano attorno a noi.

Infatti parecchi leoni, gettando dei ruggiti formidabili, balzavano per la pianura, avvicinandosi all'accampamento.

I negri, spaventati, urlavano a piena gola e correvano attorno ai fuochi, impugnando le loro lunghe zagaglie.

Anche i marinai, non avvezzi a quei formidabili concerti, si erano aggruppati attorno all'albero che sorgeva al centro del campo, ed erano in preda ad un certo panico, temendo che i leoni li attaccassero e che facessero una vera strage.

Due leoni di grossezza enorme, colla criniera nera, si avanzarono sino a pochi passi dai fuochi e parvero volerli varcare con un salto.

A quella comparsa inaspettata, marinai e negri si ritirarono precipitosamente e parecchi di loro si sarebbero dati alla fuga, se il pericolo di venir inseguiti, non li avesse costretti a rimaner presso l'albero.

– Non abbiate paura! – gridò il secondo. – Siamo in settanta e possiamo respingere qualsiasi assalto.

I due leoni, dopo di aver lanciato uno sguardo ripieno di ardente bramosia su quel gruppo d'uomini, si ritirarono e furono visti saltare per la pianura, assieme a una diecina dei loro compagni.

Dieci minuti trascorsero, senza che quei terribili animali si precipitassero verso i fuochi del campo, dieci minuti di viva ansietà pei marinai e per i negri. Poi un leone di grossa taglia, fu visto avvicinarsi rapidamente e celarsi dietro un folto cespuglio.

– Fermi! – gridò il secondo. – Sangue freddo e mirate bene. Una scarica generale basterà per disperdere questi divoratori d'uomini.

In quel mentre un marinaio uscì dal gruppo. Era di statura quasi gigantesca e noto per la sua forza più che erculea.

Brasiliano di nascita, era uno dei più fedeli marinai del capitano Solilach, pel quale pareva anzi avesse una specie di venerazione.

– Cosa fai, Banes? – chiese il secondo, arrestandolo con un gesto.

– Voglio mostrare a quel leone quanto pesano le palle dei nostri fucili – disse il gigante mettendo un ginocchio a terra e puntando l'arma che teneva in mano.

La belva vide il marinaio e si mise ad agitare vivamente la coda, battendosi i fianchi e mandando dei sordi ruggiti. Però rimaneva immobile dietro al cespuglio e parea volesse aspettare il momento opportuno per slanciarsi sull'uomo.

Banes, dopo d'aver mirato per alcuni istanti, fece partire il colpo.

Il leone fece un salto innanzi gettando un ruggito spaventoso e si slanciò fuori dal cespuglio.

– Toccato – disse tranquillamente il colosso, guardando il leone.

La fiera, resa feroce pel dolore causatogli dalla ferita, varcò la linea e piombò in mezzo all'accampamento.

Negri e marinai gettarono un grido di spavento, e si precipitarono addosso all'albero, ma l'ufficiale e il secondo ebbero bastante sangue freddo per tirare sul leone. Questi, nuovamente ferito, rivarcò i fuochi e sparve nelle tenebre.

– Dannazione! – urlò Banes, caricando il suo fucile. – Ecco là degli uomini che si vantano di essere coraggiosi e che invece di far fuoco urlano come oche.

I marinai, vergognosi, si schierarono dietro ai fuochi, giurando di massacrare tutti i leoni dell'Africa.

– Ecco il momento di mostrare il vostro coraggio – gridò Banes.

Alcuni di quei feroci predoni a quattro gambe si erano avvicinati, spiccando salti immensi e gettando dei sordi ruggiti.

– Attenzione! – gridò Banes. – Colpo sicuro.

Nessuno rispose, ma si udì il rumore dei fucili che venivano montati.

In quell'istante i leoni balzarono sopra i fuochi, ed in numero di sette entrarono nel campo, facendo risuonare i loro formidabili ruggiti.

Uno di loro atterrò un negro e si avventò su Banes, ma questi con voce vibrante gridò:

– Fuoco – e scaricò la sua arma.

Una scarica generale tenne dietro a quel comando. Due belve caddero; le altre fuggirono rapidamente e scomparvero nella pianura.

– E ora, – disse Banes, – possiamo riprendere il nostro sonno. Per questa notte ci lasceranno tranquilli.

I marinai non se lo fecero dire due volte. Mentre dieci di loro vegliavano, gli altri si avvolsero nelle loro coperte, cercando di dormire. Il timore però che i leoni facessero un'irruzione improvvisa nel campo, ne tenne parecchi svegliati. Durante il rimanente della notte, si udirono ancora i leoni a ruggire a circa trecento passi dal campo; più nessuno però osò ritentare l'assalto.

Al mattino, quando il sole si fu alzato, i marinai videro con piacere che tutte le belve erano scomparse. Il secondo non tardò a dare il segnale della partenza ed i cacciatori di schiavi si misero in marcia, attraversando una vasta prateria.

Nessun albero rompeva la monotonia di quella vasta pianura. Da ogni parte non si scorgevano che erbe e vaste distese di quei fiori chiamati labebe, di orchidee rosse, di gelsomini stellati e di zenzeri gialli, i quali riempivano l'aria di profumi penetranti.

Verso il mezzogiorno il sole si oscurò sotto alcune gigantesche nubi. Pareva da un momento all'altro dovesse scoppiare qualche furioso uragano.

I negri cominciavano a dare segni d'inquietudine, anzi uno di loro, volgendosi verso il signor Parry, gli disse con un certo tremito nella voce:

– Bisogna affrettare il passo per attraversare il fiume prima che l'uragano si scateni, o lo troveremo così gonfio da non poterlo guadare.

– Credi adunque che l'uragano sarà violento? – chiese Parry.

– Sarà tremendo.

Il secondo ordinò che si affrettasse la marcia, premendogli di attraversare il fiume.

Verso le cinque alcuni alberi si mostrarono all'orizzonte, indicando la vicinanza del fiume.

Dei giganteschi tamarindi dai rami flessibili, dei palmizi dalla tinta triste, dei sicomori ed alcuni baobab sorgevano qua e là, formando delle piccole foreste separate. Alle otto i marinai entravano sotto le fitte vôlte di fogliame, sotto le quali regnava una profonda oscurità. I negri camminavano rapidamente ed in silenzio, frettolosi di giungere al corso d'acqua.

L'uragano intanto s'avanzava lentamente.

Nessun rumore rompeva il silenzio: uccelli e animali tacevano, ben nascosti, sotto le piante più fitte.

Essi presentivano l'avvicinarsi di uno di quei terribili cataclismi che in pochi istanti sconvolgono la natura.

L'aria si condensava sensibilmente e la respirazione diventava difficile, mentre l'oscurità diveniva più fitta.

– Temo che l'uragano si scateni con violenza inaudita – disse il secondo all'ufficiale.

– Lo credo anch'io signore.

Gli uragani in queste regioni sono rari; quando però vi si scatenano, la loro violenza è terribile.

– Avremo una cattiva notte e non so se potremo dormire.

– Domandiamo alle guide se dopo il fiume troveremo qualche ricovero.

– Fatelo pure.

L'ufficiale con un cenno chiamò un negro e gli domandò:

– Quanto distiamo dal fiume?

– Un miglio – rispose il negro.

– E dopo il fiume, troveremo un rifugio?

– Sì, delle grotte.

– Meno male – mormorò l'ufficiale.

Per alcuni minuti ancora continuarono a camminare in mezzo a quella fitta foresta. I marinai erano così affranti che parecchie volte essi proposero di fermarsi, ma la voce incessante del secondo li trascinava innanzi.

– Andiamo sino al fiume – diceva. – L'uragano ci è addosso.

Mezz'ora dopo la colonna giungeva sulla riva d'un largo torrente ancora a secco.

Numerosi macigni e scogli erano sparsi pel suo letto, e testimoniavano l'impeto della corrente quando l'acqua abbondava.

I marinai senza dir verbo, e senza curarsi dell'uragano che minacciava di scatenarsi, si lasciarono cadere sulla riva opposta, malgrado le reiterate preghiere del secondo, il quale voleva che tirassero innanzi fino alle caverne.

Il secondo, l'ufficiale, i negri e una mezza dozzina di marinai cercarono un riparo sotto alcune rocce per vegliare sui loro compagni già addormentati.

Alle dieci l'oscurità era profondissima; però poco dopo un immenso lampo, squarciò le nubi simili a un'immensa scimitarra, seguìto da un formidabile scoppio.

Quasi nel medesimo istante larghe gocce di pioggia cominciarono a cadere ed il vento cominciò a ruggire con violenza estrema, torcendo e spezzando i rami degli alberi.

Lampi e tuoni scoppiarono con rapidità inaudita, seguìti da scariche elettriche le quali tracciavano linee di fuoco in tutte le direzioni. Il secondo ed i negri balzarono in piedi, e si aggrapparono alle rocce per resistere alla violenza del vento, ma i marinai sparsi fra le rocce del fiume, dormivano malgrado i torrenti di pioggia.

D'un tratto uno strano rumore colpì gli orecchi del secondo: pareva il fragore di una cateratta od il muggito di un torrente. Il rumore cresceva, avvicinandosi rapidamente.

Il secondo, cercando resistere contro le raffiche impetuose, si trascinò sino alla riva del fiume e guardò.

Il fragore parea scendesse lungo il fiume. Un pensiero subitaneo gli balenò nella mente e precipitandosi fra i dormienti, gridò:

– All'erta!...

I marinai, alla voce imperiosa del secondo, balzarono in piedi, aggrappandosi alle rocce.

– Fuggite!... – ripeté il secondo.

I marinai raccolgono in fretta le coperte ed i fucili, e fuggono a tutte gambe verso la riva. Era tempo!

Un istante dopo un'onda gigantesca, spumeggiante, scendeva il rapido pendìo del fiume, rotolando enormi macigni e tronchi d'alberi.

In un momento il letto arido del fiume si era cangiato in un torrente impetuoso, alto parecchi piedi e che continuava a crescere.

I marinai sbalorditi, atterrati dall'impeto dell'uragano, guardavano con occhi smarriti quell'impetuosa fiumana.

– Dove sono le grotte? – chiese il secondo alle guide.

– Venite – dissero i negri.

Tutti gli uomini, trascinandosi sulle ginocchia, si spinsero innanzi, brancolando fra le tenebre, e cercando di tener dietro ai negri.

Dopo un quarto d'ora essi giungevano dinanzi ad alcune caverne scavate nei fianchi di una collinetta.

Tutti vi si precipitarono entro, e avvoltisi nelle loro coperte s'addormentarono, mentre al di fuori la tempesta si scatenava con estrema violenza.

Alle due del mattino l'acqua penetrò anche nelle grotte, costringendo i marinai a cercare un altro riparo, arrampicandosi sulle rocce superiori.

Fortunatamente verso le quattro l'uragano cessò e sparve colla medesima rapidità colla quale si era scatenato, permettendo ai marinai di gustare un po' di sonno.

Alle otto essi si misero in marcia, camminando su un terreno umido e sdrucciolevole. Ben presto però i cocenti raggi del sole assorbirono l'umidità, e la marcia divenne più facile. A mezzodì il drappello saliva il declivio di alcune colline rocciose, e dopo due ore di penosa salita, si accampava sulla cima, in mezzo ad alcuni picchi dirupati.

Stavano per accendere i fuochi onde prepararsi la colazione, quando gli orecchi dei negri furono colpiti da alcuni rumori ben distinti che si udivano in lontananza. Era un misto di abbaiamenti e di grida umane.

In un baleno tutti furono in piedi coi fucili in mano. I fuochi furono spenti, e tutti superando le rocce, gettarono uno sguardo sull'altro versante.

Un bosco s'estendeva al basso ed era precisamente da quello che venivano abbaiamenti di cani e grida di uomini.

– Cosa succede? – domandò il secondo a un negro.

– Vi sono degli uomini che cacciano – rispose questi. – Non udite i cani che abbaiano? Senza dubbio laggiù si caccia l'elefante.

– Si potrebbe fare una sortita improvvisa e piombare su quei cacciatori.

– Andiamo – gridarono i marinai.

– Scendiamo la collina e imboschiamoci in mezzo a quelle fitte macchie – disse il secondo.

I marinai si gettarono i fucili a tracolla, varcarono la cresta della collina, e come una volata di corvi scesero la china, imboscandosi fra le fitte macchie.

Gli abbaiamenti e le grida si avvicinavano sensibilmente. Pareva che i cacciatori si avvicinassero dalla parte ove stava il pericolo.

Passarono dieci minuti, durante i quali i marinai allungarono le loro linee, per cercare di prendere in mezzo i negri.

Poco dopo dal folto della foresta si videro uscire due grossi elefanti.

Fuggivano a gran passi, assai tribolati da una banda di cani, i quali abbaiavano loro intorno.

– Attenti, ecco i negri! Lasciamoli avvicinare! – disse il secondo.

Aveva appena dato quel comando quando si videro apparire moltissimi cacciatori armati di lunghe zagaglie.

– È una intera tribù – mormorò il secondo, armando il fucile. – Cerchiamo di sorprenderla.