I cacciatori di foche della baia di Baffin/15. Gli esquimesi della terra di Baffin

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15. Gli esquimesi della terra di Baffin

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15.

GLI ESQUIMESI DELLA TERRA DI BAFFIN


Mai era toccata una fortuna eguale non solo ai marinai della Shannon, ma a nessun altro cacciatore di foche della Terra di Baffin. In meno di un'ora, senza correre alcun pericolo, e con poca fatica, avevano abbattuti quattrocento sessantadue trichechi che colle loro pelli, i loro denti che si pagano più cari di quelli degli elefanti, essendo composti d'un avorio più compatto e che mai ingiallisce, e col loro grasso, da cui si ricava un olio migliore di quello delle balene, potevano far guadagnare oltre le duecentomila lire.

I naufraghi lieti di quel successo che un giorno non avrebbe mancato di arricchirli, poiché contavano di non abbandonare quella fortuna ragguardevole agli orsi bianchi, stavano per uscire onde recarsi alla tenda, avendo deciso di stabilirsi in quella caverna, quando all'estremità della galleria, con loro grande sorpresa, videro disegnarsi confusamente una forma umana, che pareva avvolta in un'ampia e villosa pelliccia.

– Toh!... – esclamò il mastro, arrestandosi bruscamente. – Un uomo qui!... Che sia la giornata delle fortune?...

– Un marinaio baleniere forse? – chiese Charchot.

– Od un esquimese? – disse Grinnell.

– Sia l'uno o l'altro, sarà sempre il benvenuto – rispose il mastro.

Intanto quella forma umana, che si sarebbe però potuta anche scambiare per un piccolo orso bianco ritto sulle zampe deretane, si era avanzata nella caverna con una certa esitazione, comparendo nel cerchio luminoso proiettato dalle due lampade. Guardò per qualche istante il mastro, la cui statura giganteggiava nella penombra, poi gridò con voce giuliva:

Nalegak tima! (Capo, salute!)

Grinnell non si era ingannato. Quell'uomo era un vero esquimese, uno di quegli strani abitanti dei ghiacci e delle terre polari.

Era un uomo di statura inferiore alla media, ma di complessione robustissima, col viso largo, cogli zigomi assai sporgenti, la fronte stretta, il naso piatto, la bocca grande annata di denti acuti, cogli occhi piccoli e nerissimi e la capigliatura nera, abbondante, ma ruvida. Il colore della sua pelle era cupo, ma non si poteva ben definire sotto lo strato di grasso e di olio di foca che lo imbrattava.

Come tutti gli esquimesi, indossava una lunga casacca di pelle d'orso col pelo volto all'esterno e un panciotto di penne d'uccelli marini e calzava lunghi stivali di pelle di foca. Le sue armi consistevano in una fiocina composta d'un dente di narvalo lungo sei piedi, munito all'estremità d'una punta in forma di ferro di lancia, d'avorio, larga tre pollici, forata per passarvi la lenza ed in un largo coltello d'importazione danese od americana.

Il mastro, che conosceva la lingua esquimese, avendo avuto frequenti rapporti colle tribù sparse sulla Terra di Baffin e sulle isole vicine, restituì cordialmente il saluto, con grande gioia del nuovo venuto che forse temeva di non essere stato compreso.

– Da dove vieni? – chiese poscia il mastro, non nascondendo il suo stupore per quell'incontro.

– Egurk (Piccolo Ventre) viene dal grande fiord, rispose l'esquimese.

– È lontano questo grande fiordi...

– Un'ora di slitta.

– Hai una slitta tu?

– Ne abbiamo sette, Nalegak.

– Ma dunque tu non sei solo?

– No, al di fuori ho sei compagni.

– Ma la tua tribù, dove accampa?

– Sulle rive della baia di Fox.

– E stavi forse per raggiungerla?

– È troppo lontana e la stagione non ci permette più di attraversare la grande terra. Eravamo partiti al principio dell'estate per cacciare i vitelli marini su queste spiagge, ma l'inverno ci piombò addosso improvvisamente e fummo costretti a cercare rifugio nel grande fiord, dove abbiamo costruite delle capanne e dove contiamo di svernare.

– Ma perché siete venuti qui?

– Per cercare di uccidere qualche auak (tricheco), sapendo che su queste spiagge abbondavano. Stavamo per correre verso il nord, quando udimmo le detonazioni delle armi degli uomini bianchi e ci arrestammo.

– E hai fatto bene, Piccolo Ventre.

– Hai tanta carne qui tu – disse l'esquimese, gettando uno sguardo ardente su quell'enorme ammasso di corpi sanguinanti. – Noi invece siamo a corto di provviste.

– Tu potrai mangiarne quanta vorrai. Conducimi dai tuoi compagni, ora.

L'esquimese, felice per la promessa fattagli dal mastro, condusse i naufraghi fuori della caverna e mostrò a loro i compagni che si erano accampati sui banchi. I sei esquimesi erano occupati ad accomodare le loro slitte, mentre sei dozzine di cani rassomiglianti ai lupi, colla coda molto villosa e gli orecchi corti e appuntiti, stavano sdraiati sul ghiaccio, in attesa di venire attaccati ai leggeri veicoli.

Vedendo comparire i marinai in compagnia di Egurk, gli esquimesi balzarono in piedi, gridando più volte:

Hook!... Ha!... Ha!... Ha!... Kaah!...1

Informati dell'offerta fatta dal mastro, di mettere a loro disposizione quanta carne di tricheco avessero voluto, manifestarono la loro gioia con nuove grida di allegrezza, ripetendo senza posa:

Kuyanake nalegak sohak! (Grazie, gran capo, grazie!)

– Amici miei, – disse Tyndhall ai suoi marinai, – ecco un incontro fortunato. Ci stabiliremo nella grande caverna in compagnia di questi bravi esquimesi e sverneremo tranquillamente. Carne ne abbiamo in abbondanza, di grasso e d'olio per riscaldarci e per cucinare le vivande ne abbiamo, non per un inverno, ma per dieci anni, e durante la lunga notte polare raccoglieremo i denti dei trichechi e prepareremo le pelli. Quando tornerà la primavera, non troveremo difficoltà ad imbarcarci, assieme alle nostre ricchezze, su qualche nave baleniera.

– Ben detto, mastro – risposero i marinai.

– Vi è però una cosa che mi tormenta.

– E quale?

– Sarei curioso di visitare quel grande fiord di cui mi ha parlato il Piccolo Ventre.

– Cosa sperate di trovare? – chiese Charchot.

– Il deposito dei balenieri. Sarebbe una vera fortuna il trovarlo, poiché non ci mancherebbero né i biscotti, né carne salata, né pesce secco, né liquori, tabacco, caffè, coperte, ecc. Ehi, Egurk!

L'esquimese che stava chiacchierando coi suoi compagni, si affrettò ad accorrere.

– Hai visitato il grande fiord? – chiese Tyndhall.

– Sì, nalegak – rispose Piccolo Ventre.

– Tutto?

– Tutto, nalegak.

– Hai veduto due legni incrociati, due pennoni di nave disposti in forma d'una grande croce?

– Ma sì, nalegak.

– Dove l'hai veduta quella croce? – chiese Tyndhall, con gioia.

– All'estremità del fiord.

– Amici, – gridò Tyndhall, – partiamo!... Siamo vicini al deposito dei balenieri!... Urrah!... Urrah!...

– Sì, partiamo, partiamo! – gridarono i marinai.

Gli esquimesi, informati del desiderio dei loro nuovi compagni di visitare il grande fiord, si affrettarono ad attaccare i cani alle slitte e pochi momenti dopo i sei veicoli partivano rapidamente, scivolando sulla gelata pianura dell'altipiano.

Quei cani, quantunque fossero di statura poco alta, correvano con una velocità straordinaria, abbaiando festosamente. Quelle bestie affezionate, intelligenti ed instancabili rendono immensi servigi ai poveri abitanti di quelle desolate regioni. Sono bravi cani da caccia, ma soprattutto da tiro e rapidi trottatori, poiché spinti colla frusta, sono capaci di percorrere venti e perfino ventidue chilometri all'ora, trascinando la slitta, l'uomo ed un certo numero di provviste. Sono attaccati ad un guinzaglio più o meno lungo, ma sono messi tutti su di una sola linea. Il guinzaglio ordinariamente è lungo venti piedi, ossia circa sei metri e mezzo.

Gli esquimesi, per dirigerli, si servono d'una frusta lunghissima, terminante in una sottile correggia di nervo indurito. Il manico è lungo due piedi e la frusta è di pelle di foca conciata e larga nella sua estremità anteriore.

È incredibile la valentia degli esquimesi nel maneggio di quell'istrumento. Con un colpo solo percuotono il cane che non corre bene o che devia, senza toccare gli altri, e se vogliono sanno strappare un pezzo d'orecchio al cane che non obbedisce alla prima frustata.

Le sei slitte, guidate dagli esquimesi, i quali non risparmiavano né le grida, né le frustate per raddoppiare la velocità degli animali, in meno di un'ora giungevano sul margine del fiord.

– Dov'è la croce? – chiese mastro Tyndhall a Egurk.

– Dietro quelle rupi – rispose l'esquimese, indicando un ammasso di rocce rivestite di ghiaccio e di neve.

– Guidaci laggiù.

Le slitte si misero a correre lungo il margine del fiord e girarono la rupe. Al di là, piantata su di una elevazione del suolo, si vedeva una grande croce già in parte coperta di neve, e sopra la quale volteggiavano alcuni uccelli marini.

Mastro Tyndhall balzò lestamente a terra, s'arrampicò sulla piccola elevazione e giunto ai piedi della croce, fissò avidamente gli sguardi sulle parole che erano incise nel legno.

– Deposito dei balenieri e dei naufraghi – lesse egli.

Poi più sotto, in lingua danese ed inglese, stava scritto:

«Scavare ai piedi della croce fino all'incontro della galleria».

Il mastro mandò un grido di gioia.

– Amici! – diss'egli, volgendosi verso i compagni. – Le nostre sofferenze sono terminate!... Urrah!... Urrah!...


Note

  1. Con quelle grida intendono esprimere la loro gioia.