I cacciatori di foche della baia di Baffin/7. La terra di Baffin

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7. La terra di Baffin

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7.

LA TERRA DI BAFFIN


La Terra di Baffin è una grande isola di forme irregolari, di una estensione non ancora definita, non essendo stata completamente esplorata, ma senza dubbio grandissima, forse dieci volte più grande dell'Islanda e si estende dal 61° parallelo al 74°, tagliando per metà il circolo polare artico.

Ancora pochi anni or sono la si credeva una vasta penisola unita a quella di Melville, ma dopo la scoperta del canale di Fury, non vi è più alcun dubbio.

Questa isola che viene bagnata contemporaneamente dalle acque dello stretto di Hudson al sud, da quelle dello stretto di Davis e dalla baia di Baffin all'est, da quelle del Principe Reggente e di Lancaster a settentrione e dai golfi di Boothia e di Fox all'ovest, comprende parecchie terre chiamate dagli esploratori polari di Penny, di Fox, di Cumberland, del Principe Guglielmo e di Cockburn, essendosi prima supposto che fossero divise da canali.

Non si sa se nel suo interno abbia catene di montagne, ma si sono recentemente scoperti, verso il sud, due vasti laghi che vennero chiamati di Netteling e di Amakdjuak. È invece ricca di golfi molto profondi e di baie sicurissime quali quelle di Frobisher, di Cumberland e di Home ed è circondata da parecchie isole di estensione pure ragguardevole, come quelle di Bylot e di Powen al nord e di Salisbury e di Best al sud.

Questa vasta terra però non è altro che un deserto di ghiaccio e di neve, abitato solamente dagli orsi bianchi e dalle foche. Qualche famiglia di esquimesi erranti vi soggiorna però, specialmente sulle coste del canale di Fox.

L'inverno dura otto mesi e durante quella lunga e rigida stagione, tutte le sponde sono strette dai ghiacci che la corrente polare spinge attraverso i canali di Smith, di Lancaster e del Principe Reggente. All'estate però restano libere ed è allora che ne approfittano i balenieri per visitare quelle profonde baie in cerca dei colossi marini e che accorrono i pescatori di foche della baia di Baffin.

Quantunque sia situata in una regione così fredda, la Terra di Baffin è stata una delle prime scoperte di quel gigantesco gruppo d'isole che si estende attorno al circolo polare artico.

L'onore della scoperta spetta a Guglielmo Baffin, un valente marinaio che aveva già prima preso parte ai viaggi di Hudson, di Tomaso Buton, di Gibbins, di Hall e di Bileth nelle campagne del 1612, 1615, 1616.

Penetrato nell'estate del 1616 nello stretto di Davis, per cercare il famoso passaggio del Nord-Ovest, prima scopriva la baia che porta il suo nome, poi la grande isola, ma respinto dai ghiacci, dovette interrompere ben presto il suo viaggio che non doveva più riprendere.

Ma dopo di lui altri s'inoltrarono arditamente nei mari polari per esplorare quella terra che era stata allora appena veduta, riuscendo finalmente a girarla completamente. Jones, Middleton, poi Giacomo Ross, il famoso navigatore artico che nel 1818 toccò la Terra Artic-Highlands, quindi Parry che si spinse fino allo stretto di Lancaster e poi a quello di Barrow, poi di nuovo Ross nel 1833 che s'inoltrò nello stretto del Principe Reggente e fino sulle coste della Terra di Boothia, completarono la scoperta di Baffin.


***


Dinanzi agli sguardi di mastro Tyndhall e di Charchot, si estendeva una vasta pianura ondulata, coperta di neve e di laghetti gelati, ma priva affatto di alberi.

Solamente sulla loro destra s'alzava un gruppo di montagne, fra le quali si scorgevano due piccoli ghiacciai che vomitavano nella baia, ad intervalli di mezz'ora, dei blocchi di ghiaccio di cui alcuni avevano delle dimensioni enormi.

Nessuna capanna si vedeva ergersi su quella pianura biancheggiante, né alcuna traccia, recente od antica, del soggiorno di uomini appariva su quell'immenso spazio.

– Nulla – disse Tyndhall. – Bisognerà prima cercare la nave per sapere quale direzione possono aver presa i naufraghi, supposto che il Polaris si sia fracassato su qualche costa.

– Speravate di scoprire qui qualche traccia di quei marinai, mastro? – chiese Charchot.

– Qui forse no, ma più al nord sì.

– Ritorniamo?

– Sì, poiché ho fretta di esplorare le coste e di giungere allo stretto di Lancaster prima che i ghiacci ci sbarrino la via.

Diedero un ultimo sguardo a quelle pianure percorse da soli pochi uccelli, poi scesero attraverso l'antico letto del torrente e s'imbarcarono nella baleniera.

Non volendo perdere tempo, appena giunto a bordo della Shannon, mastro Tyndhall fece spiegare le vele per portarsi più al nord, dove sapeva esistere dei profondi fiords che voleva assolutamente esplorare, prima di girare al largo.

Non essendovi nebbia ed essendo il mare sgombro di ghiacci nei pressi delle coste, si poteva rimettersi alla vela senza pericolo.

Il freddo era poco intenso, appena 7° centigradi, essendo il sole ancora alto sull'orizzonte, ma non doveva tardare ad aumentare. L'astro diurno abbreviava sempre le sue salite e diventava sempre più scolorito e meno caldo e appena disceso, la temperatura faceva già dei bruschi salti.

I tremendi geli non dovevano essere lontani, e le nevicate non dovevano tardare a rovesciarsi su quelle terre desolate.

La Shannon, girata la punta di Home, mise la prora verso il nord-nord-ovest tenendosi a sole poche gomene dalla Terra di Baffin.

La costa che seguiva era sempre altissima e scendeva a picco. Sulle creste si elevavano delle guglie di ghiaccio, delle arcate strane o delle colonne altissime che scintillavano vivamente sotto i raggi del sole e più sotto si vedevano dei crepacci e delle caverne, presso le quali svolazzavano bande innumerevoli di uccelli marini.

Di tratto in tratto apparivano delle profonde fenditure, dei piccoli fiords entro i quali si precipitavano le onde con interminabili muggiti, ma erano così stretti da non permettere l'entrata ad una nave anche di piccole dimensioni.

Mastro Tyndhall non mancava di esaminarli attentamente, servendosi di un potente cannocchiale per accertarsi se si scorgevano là dentro gli avanzi di qualche nave.

Verso le nove di sera, nel momento in cui il sole si tuffava obliquamente, tingendo di porpora le acque della baia, la Shannon incontrava ancora i ghiacci.

Erano lunghe file di streams e di packs, ma non avevano grande consistenza e cedevano facilmente agli urti dello sperone.

Però più al nord si vedevano giganteggiare parecchi ice-bergs, i quali spiccavano vivamente sul cielo smaltato d'oro dal tramonto e sulle acque cosparse di pagliuzze dorate, assumendo delle tinte svariate a seconda che presentavano i fianchi o la massa intera ai raggi del sole tramontante. Ve n'erano di quelli che avevano una splendida tinta violetta, altri che avevano i margini che parevano di ametista o di zaffiro ed altri ancora, colpiti in pieno, che erano perfettamente rossi, come se fossero masse di metallo incandescente o che nel loro centro avvampasse un incendio.

Fortunatamente, i fiords che il mastro voleva perlustrare era vicino. Era un canale che s'internava nella Terra per parecchie miglia, ma dinanzi all'entrata si erano già accumulati parecchi banchi di ghiaccio, che lasciavano solamente pochi canali e tanto stretti da impedire l'accesso anche alla Shannon.

– Mastro, non si passa di là – disse Grinnell, che stava alla ribolla del timone. – Devo accostare i banchi?

– Passerà la baleniera – rispose Tyndhall. – Non voglio lasciare quel fiord inesplorato, poiché so che i balenieri vi hanno eretto, all'estremità, un deposito di viveri per coloro che potrebbero naufragare su queste coste inospitali. L'equipaggio del Polaris può averlo saputo ed essersi diretto qui.

– Ma gli orsi bianchi non saccheggiano il deposito?

– I viveri sono nascosti in una caverna chiusa da massi di ghiaccio, indicata da una croce.

– Allora accostiamo i banchi. Vedo là una insenatura profonda che potrà ricevere comodamente la Shannon.

– Bada alle punte di ghiaccio.

– Non temete, mastro, le scorgo benissimo.

La Shannon, spinta da un debole vento che soffiava dal sud-est, si avvicinò ai banchi e andò ad ancorarsi fra due barriere di ghiaccio che formavano un piccolo porto.

Essendo ormai caduto il sole da oltre un'ora, mastro Thyndall rimandò l'esplorazione al mattino seguente. D'altronde i suoi uomini erano troppo stanchi per riprendere la faticosa manovra del remo, e per forzare il passo attraverso a quei ghiacci che si erano accumulati in grande numero dinanzi al fiord.

Le ultime ore della notte passarono tranquille, ma l'indomani il sole non spuntò. Erano tornati ad alzarsi pesanti nebbioni, i quali si distendevano lentamente sui banchi di ghiaccio ed il freddo era bruscamente aumentato.

Ad intervalli, dal nord, soffiavano poderosi colpi di vento, i quali mettevano in rivoluzione i ghiacci che si trovavano al largo. Gli ice-bergs, i packs, gli streams, gli hummoks avevano ripresa la discesa verso il sud urtati, spinti dai grandi campi che dovevano essere comparsi all'uscita dello stretto di Smith.

Mastro Tyndhall, udendo gli urti violenti di quelle masse, le quali potevano venire spinte verso la costa, era diventato assai inquieto.

– Ghiacci al largo e nebbia che si avanza – disse, lanciando un lungo sguardo sulle acque della baia che avevano assunto una tinta più cupa. – Ciò vuol dire che l'inverno sta per piombarci addosso e che da un momento all'altro la via può essere chiusa.

– È vero mastro – disse Thorn. – Questo nebbione non tarderà a convertirsi in una abbondante nevicata, la quale abbasserà molto la temperatura. Scommetterei che fra pochi giorni tutta la baia sarà gelata.

– Cercheremo di affrettarci, amico mio.

Calarono la baleniera dopo d'avervi messo dentro delle scuri e dei picconi per aprirsi il passo attraverso i ghiacci e s'imbarcarono in sei, lasciando a bordo della Shannon il marinaio Grinnell.

Un canale aperto fra i ghiacci permise a loro di giungere facilmente all'imboccatura del fiord, ma per procedere più oltre dovettero ricorrere alle scuri ed ai picconi.

Essendo però quel ghiaccio di formazione recente, non aveva ancora acquistato molto spessore, e cedeva facilmente sotto i colpi potenti di quei robusti marinai.

Oltrepassata la barriera, si trovarono in un canale di aspetto selvaggio e tetro.

Era poco largo, ma le sue acque, che avevano una tinta oscurissima, dovevano avere una profondità straordinaria; le due rive, che si alzavano perpendicolarmente per parecchie centinaia di metri, tutte incrostate di neve e di ghiaccio, verso la cima si avvicinavano tanto, da impedire quasi alla luce di scendere.

Sugli angoli delle pareti, nelle fessure del ghiaccio e sui margini, numerosissime bande di uccelli nidificavano. Erano lumme, uccelli che sono comunissimi anche nel Labrador, dove vengono invece chiamati bacalao-bird (uccelli-merluzzi).

Vedendo avanzarsi la baleniera, strepitavano e sbattevano fortemente le ali, producendo un fragore tale, da rassomigliare al precipitare d'una grande cateratta.

Quelli più vicini all'acqua, spaventati, fuggivano, ma poco dopo ritornavano in massa ai loro nidi disputandosi le uova, non essendo più capaci di riconoscere le proprie.

Siccome in quelle fughe disordinate molte uova precipitavano, le femmine, che rimanevano senza, impegnavano lotte furiose colle compagne, facendo un baccano assordante, che si triplicava entro quello stretto vallone.

La baleniera aiutata dal flusso che montava entro il fiord, procedeva rapida, tenendosi nel mezzo per tema che dall'alto si staccasse qualche crostone di ghiaccio, ma quantunque fossero le prime ore del mattino, l'oscurità cresceva in causa della crescente altezza delle due gigantesche pareti e della nebbia che diventava sempre più densa, abbassandosi rapidamente.

A tratti poi, dei soffi violenti scendevano attraverso il vallone, ululando sinistramente e sconvolgendo le oscure acque.

– Per mille corna di caribou! – esclamò Charchot, che non poteva stare zitto dieci minuti. – Si direbbe che noi stiamo per scendere in un inferno di ghiaccio, mastro. Non ho mai veduto un fiord più tetro di questo.

– Hai ragione, Charchot, – rispose Tyndhall, – e se non mi premesse fare una visita al deposito dei balenieri, virerei subito di bordo.

– Mastro, – disse Mac-Chanty, – temo che si prepari una burrasca e che la Shannon corra qualche pericolo.

– Grinnell è un bravo marinaio e si affretterà a gettare le altre ancore.

– Ma il mare può diventare cattivo e spingere la Shannon contro i banchi.

– Ma io non posso rinunciare all'esplorazione. I naufraghi del Polaris potrebbero essere al deposito dei balenieri.

– Un'idea, mastro.

– Parla, Mac-Chanty.

– È lontano il deposito?

– Tre miglia almeno.

– Una scarica in questo fiord si dovrebbe udire ad una grande distanza.

– Lo credo.

– Facciamo alcune salve e attendiamo. Se i naufraghi del Polaris sono al deposito, non mancheranno di rispondere.

– È vero. Viriamo al largo per non farci schiacciare dai ghiacci e prepariamo le armi.

La baleniera si spostò dalla sponda destra che fino allora aveva seguìta e si portò in mezzo al fiord.

I marinai lasciarono i remi e armarono i fucili puntandoli in alto.

– Fuoco! – comandò Tyndhall.

Sei spari rintronarono formando quasi una sola detonazione, che gli echi del fiord ingrossarono al punto, da sembrare una scarica d'un pezzo d'artiglieria.

Quasi nel medesimo istante una raffica furiosa si rovesciava entro la stretta vallata con un ululato tale, che mastro Tyndhall rabbrividì.