I rossi e i neri/Secondo volume/XXX

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Secondo volume - XXIX Secondo volume - XXXI
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XXX.

Come le armi di Bonaventura servissero al duca di Feira

Si turbò grandemente a quelle parole Aloise, e al turbamento tenne dietro un alto stupore, allorquando vide apparire sulla soglia un uomo dal nobile aspetto e dai capegli bianchi, nel quale riconobbe tosto il duca di Feira. [p. 270 modifica]

In qual modo era egli penetrato colà? Ben ricordava Aloise come la sua camera da letto avesse una uscita, che metteva ad altre camere di servizio. Ma come aveva potuto quell’uomo disporre ogni cosa per modo da giungergli addosso improvviso, nel punto che egli stava per abbandonare la vita? Certo il duca di Feira, da quel giorno padrone della Montalda, era venuto prima di lui al castello. Ma perchè Antonio aveva taciuto? Come si era fatto suo complice? E perchè poi quella persecuzione? Come aveva potuto il vecchio gentiluomo trapelare una deliberazione la quale egli, Aloise, non aveva detta ad anima viva?

Tutte queste dimande si affacciarono, si succedettero colla rapidità del lampo, nella sua mente turbata.

Ma il duca di Feira gli aveva detto una grave parola. - "Voi non avete il diritto di uccidervi".

Ora a questo bisognava rispondere. Ed Aloise, trascorsi pochi istanti, ne’ quali gli avvenne di pensare tutto ciò che abbiamo tentato di significare a parole, si fece a sostenere l’assalto.

- Perchè? - domandò egli, con piglio tra curioso ed altero.

- Perchè vi amo; - rispose il vecchio gentiluomo, facendo un passo innanzi, e guardando Aloise con espressione di malinconico affetto; - perchè la vostra vita è necessaria alla mia.

- Per qual diritto? - gli disse di rimando il giovine, mentre dava indietro d’un passo, quasi volesse anche col gesto respingere quella dichiarazione amorevole.

- Lo saprete tra poco. -

Così dicendo, il duca di Feira si fece pallido in volto, come chi sia per uscir fuori dei sensi. In pari tempo sentì mancarsi le forze, e s’aggrappò vacillante alla spalliera d’una scranna, su cui venne, con un supremo sforzo, a cadere.

Un senso di alta pietà invase il cuore del giovine.

- Signor duca, che avete? - gridò egli, avvicinandosi, in atto di porgergli aiuto.

- Nulla, nulla! - rispose il gentiluomo, tentando di padroneggiarsi. - Sono vecchio, e ritorno un fanciullo. Ma che volete? Veder giovani baldi come voi, sul fior dell’età, della bellezza, della forza, prepararsi così tranquillamente, freddamente, a morire.... E perchè poi? per una donna che non vi ama. -

Aloise diede un sobbalzo a quel colpo repentino, e guardò il duca di Feira con piglio sdegnato.

- Perdonate, signor di Montalto, perdonate! - soggiunse [p. 271 modifica]prontamente il duca. - I miei capelli bianchi non mi daranno essi alcun diritto presso di voi? Ero forte; son tale ancora per molti; dinanzi a voi mi sento debole. Ne siete stato testimone voi stesso. Io non ho potuto vedervi da vicino, parlarvi, udire la vostra voce, senza sentirmi mancare. Perdonate una schietta parola a chi vi ama, a chi non ama altri che voi! E non vi paia strano. È dei vecchi lo amare i giovani. Che altro ameremmo noi, per quale altra cosa ci terremmo aggrappati alla vita, noi logori, infiacchiti, abbandonati da tante cose care, e perfino dalla speranza, se non ci volgessimo a voi, freschi di giovinezza, ricchi di forza, pieni la mente di tutte le grandi promesse del futuro, del futuro che è vostro, sol che sappiate andargli incontro animosi? In voi, giovani, riviviamo talvolta, in voi vediamo riflessi i nostri antichi dolori, in voi ripetuti i nostri disinganni, le nostre agonie. Perchè non cercheremmo di mettere la nostra esperienza a servizio della vostra spensierata fiducia? Perchè non ci adopreremmo a farvi più lieti, che a noi non sia stato consentito di essere? Voi mi ascoltate; è buon segno. Io ne tolgo argomento a rivolgervi una preghiera qual più vorrete, d’amico, di fratello, o di padre. Date a me quelle armi che sono sulla vostra scrivania.

Il giovine titubò un tratto, scosso com’era da quelle affettuose parole. Ma tornando alla coscienza del suo stato, invece di rispondere alla preghiera del vecchio, così gli parlò con accento tranquillo ma fermo:

- Signor duca, voi avete sorpreso il mio segreto, e questo, consentite che io ve lo dica, è male. V’hanno propositi nella nostra vita, v’hanno atti, dei quali dobbiamo render ragione soltanto a Dio, e gli uomini, poniamo anche i più autorevoli, i più strettamente cari, non hanno da entrarvi. Mi credete voi un fanciullo, che possa mutare consiglio per opera altri, e solo perchè ad un ignoto è venuto in mente di dirgli: tu non farai la tal cosa?

- No, non temete! - rispose solennemente il duca. - Datemi quelle armi; io vi giuro sulla mia fede di gentiluomo che non mi opporrò alla vostra deliberazione, qualunque ella sia, quando m’avrete ascoltato. Vi chiedo assai poco, qualche ora di tempo; e voi dovete concedermela, poichè vi amo. Non mi amate voi pure? In quella lettera che sta suggellata su quella tavola, non c’è egli un ricordo per me?

- Come lo sapete voi? - chiese attonito Aloise.

- L’indovino. Voi avete un’anima nobile. Potevo io credere che avreste abbandonato la vita, senza mandare un [p. 272 modifica]saluto all’uomo che ha avuta la fortuna di rendervi un servigio? Oh, non mi dite nulla intorno a ciò; della vostra gratitudine, se pure ciò che ho fatto ne franca la spesa, vorrei ben altra testimonianza che vane parole. Siatene certo, io non v’ho accennato ora quel tanto che ho operato per voi, se non perchè quelle pistole sono ancor là, sebbene io ve le abbia già chieste due volte, e perchè ho bisogno di tutto per trattenervi, per richiamarvi alla vita. -

Aloise crollò lievemente il capo, e un mesto sorriso gli sfiorò le labbra, a quelle parole del duca.

- Eccovi le mie pistole, - diss’egli; - me le restituirete voi, quando vi avrò udito, quando vi avrò detto: amico, non mi sento la forza di vivere? -

Il vecchio gentiluomo gli rispose mettendosi una mano sul cuore, e, tolte le armi dalle mani di Aloise, le ripose nella busta.

- Ora aspettatemi; - soggiunse; - torno subito a voi. -

Ciò detto, si allontanò, colla busta tra mani, per quell’uscio medesimo dond’era venuto.

Rimasto solo nello studio, Aloise si lasciò cadere sfinito sulla scranna, coi gomiti sull’orlo della scrivania, la fronte nelle palme, in atto di profondo abbattimento. La novità improvvisa di quella apparizione, la stranezza di quel colloquio, la vergogna dell’essere stato còlto in quel punto, come un colpevole sull’atto di commettere un fallo, lo avevano fieramente inasprito. Le parole amorevoli dello straniero, le sue preghiere, quella sua aria misteriosa che gli prometteva inaspettate rivelazioni, avevano mutato quella irritazione in un turbamento indicibile. Nella sua mente era un tumulto di pensieri, un agitarsi confuso di dubbi, tra cui la sua ragione si smarriva. Chi è costui? Che vuole da me? Per qual modo, con quale disegno, viene egli a piantarsi tra me e il mio destino? Tutte queste dimande di già le avea volte e rivolte nell’animo, a mala pena quell’uomo gli era apparso dinanzi. E le ripeteva tuttavia, irato contro sè medesimo di non aver saputo metterle fuori, per flagellarne quel turbatore de’ suoi momenti supremi. Diffatti, in quel lungo dialogo, così aspramente teso dal canto suo, non s’era detto ancor nulla; Aloise non aveva nulla capito. Il duca di Feira aveva signoreggiata la conversazione, l’aveva avviata, condotta, rigirata a suo modo. E adesso quali novità gli preparava? Qual era, e di qual fatta, l’arcano che doveva venir fuori, e da cui lo straniero si riprometteva pur tanto sull’animo suo? [p. 273 modifica]

Poco stante, siccome aveva promesso, tornò il duca di Feira. Egli aveva lasciata la busta delle pistole, e, in cambio di quella, teneva tra le mani un libro, che andò a deporre sulla scrivania, sotto gli occhi di Aloise.

Era un grosso volume, legato in cartapecora. La legatura non doveva essere antica, poichè la coperta era rigida e tesa; ma il colore giallastro, la superficie levigata, oleosa, lucente, dimostravano l’uso assiduo che doveva aver fatto di quel libro il suo possessore.

Aloise guardò trasognato il volume, e dal volume alzò gli occhi a guardare il duca di Feira, in atto d’interrogazione. A prima giunta aveva pensato che il duca volesse pigliarsi giuoco di lui; ma il volto del vecchio gentiluomo era così severo, i suoi sguardi si volgevano con tanta sicurezza ne’ suoi, che il sospetto gli uscì tosto di mente.

- Che è ciò? - si fece egli allora a domandargli.

- Leggete, signor di Montalto; vedrete qui dentro tal cosa che non aspettavate di certo. -

Così disse il duca di Feira con accento malinconico. Una nube passò dinanzi agli occhi del giovane, e il cuore gli si strinse sgomentito. Là dentro, era dunque alcun che di grave per lui? Il suo destino riposava in quelle pagine chiuse? Quali angosce inattese gli serbava ancora la vita?

Stette alcuni istanti perplesso, guardando il libro e non osando porvi mano. Quel giovine animoso che poco dianzi stava per afferrare una pistola e voltarne la canna omicida alle tempie, era investito da un arcano terrore alla vista di quel libro chiuso. Ardimentoso al cospetto della morte che aveva meditata, che egli cercava, si sentiva debole, inerme, contro l’ignoto, che inatteso era venuto a cercarlo.

Finalmente, con mano peritosa, sollevò la coperta, e nell’alto del foglio di guardia lesse queste parole manoscritte: "Ex libris P. Bonaventurae Gallegos, e Societate Jesu." Il nome del fiero gesuita, che aveva avuta tanta parte nella sua vita dolorosa, lo scosse. Voltò rapidamente la guardia, e corse cogli occhi al frontispizio. S. Augustini Episcopi Hipponensis, Opera omnia. Così era stampato, in caratteri rossi e neri, giusta il costume di tre secoli addietro. Il numero d’ordine del tomo era il sedicesimo, ma scritto a mano, in lettere romane, accanto al numero stampato, che si vedeva cancellato con alcuni tratti penna.

Aloise si fece da capo ad interrogare collo sguardo il duca di Feira. Il volto del vecchio gentiluomo era dipinto [p. 274 modifica]di mestizia; gli occhi suoi si posavano malinconicamente sul giovine, in atto di compassione profonda. Diffatti, il duca di Feira pensava in quel punto alle acerbe trafitture che quel libro avrebbe recato al cuore d’Aloise. Ma egli era costretto ad operare in quel modo; il rimedio era amaro, mia era il solo da cui potesse ripromettersi ancora la salvezza del suo giovine amico.

- Andate innanzi, figliuol mio! - gli disse soavemente il duca. - Là dentro è la verità, dolorosa ma schietta, nutrimento delle anime forti. -

Più turbato che mai da quelle arcane parole del vecchio, Aloise si diede a svolgere alcune carte del libro. Egli si avvide allora che il volume era interfogliato, cioè a dire che ad ogni pagina di stampa rispondeva una pagina bianca. Ma non bianca del tutto; in alcuni luoghi per metà, altrove tutta quanta coperta di caratteri manoscritti.

- È questo, - proseguì il duca di Feira, mentre Aloise svolgeva le pagine, - uno dei ventiquattro volumi delle Opere di sant’Agostino. Ieri ancora erano in casa di un uomo che voi conoscete, di un uomo che ha fatto molto male a voi e agli amici vostri, e che oggi non può più farne ad alcuno. Il vescovo d’Ippona serve qui di copertoio; tra le sue pagine innocenti si nasconde la storia di molti e molti, non esclusa la vostra. È lavoro sudato di lunghi anni, scritto di giorno in giorno, accresciuto di ora in ora con ogni maniera d’artifizi. La pazienza del compilatore non è superata da altro, fuorchè dalla sua malvagità. Questo è, difatti, un serbatoio dei più sottili veleni che una scienza ribalda abbia saputi stillare a danno altrui. Ma anco i veleni, e i più possenti, si adoperano a guisa di farmachi; ed io ho una gagliarda cura da compiere. Iddio m’è testimone che io volgo questi infami stromenti ad un’opera buona. Troppo male essi hanno già operato; egli è giusto che, dopo aver perduto tanti uomini, ne salvino uno, innanzi d’esser dati alle fiamme. A voi, signor di Montalto, questo volume, per ordine numerico, è il decimonono; per ordine alfabetico è la lettera T. Andate innanzi; troverete un nome.... un doppio casato.... -

Un grido interruppe le parole del duca. Aloise, seguendo il discorso del vecchio, avea svolte le pagine del libro fino al nome dei Torre Vivaldi.

Alla vista di quel nome, che gli scorse dinanzi a guisa d’un lampo, gli occhi di Aloise si ottenebrarono. A quel pauroso sprazzo di luce, teneva dietro un gran buio. [p. 275 modifica]

- Coraggio! Leggete; - disse il duca di Feira, voltando egli stesso un’altra pagina, e indicandogli un punto del manoscritto; - questa è la vita di Ginevra. -

Il giovine tremò tutto, a quell’invito del duca; volse lo sguardo dove questi accennava col dito, e rimase immobile a lungo, cogli occhi sbarrati, ma senza leggere, quasi senza vedere lo scritto. Quelle linee di caratteri fitti si schieravano bensì dinanzi a lui, ma in quelle forme strane, bizzarre, ad ogni tratto mutevoli, che sono proprie del sogno, e da quelle linee, che parevano muoversi sotto i suoi occhi, alzarsi e discendere, urtarsi, incrociarsi e scomporsi senza posa, sorgevano, come vapori notturni dalla superficie d’un lago, immagini dolorose ad ingombrargli1 lo spirito. Sei anni, sei lunghi anni di martirio, gli scorrevano per tal guisa dinanzi agli occhi della mente.

Quella donna era apparsa un giorno, come Venere vittoriosa, e aveva col solo aspetto soggiogata la moltitudine dei riguardanti. Egli solo, Aloise di Montalto, mentre tutti gli occhi erano volti su lei, egli solo non l’aveva guardata neppure un istante; egli solo, a malgrado degli inviti amichevoli, aveva avuta la costanza di rimanersi tutta una sera colle spalle rivolte a quella sovrumana bellezza. Era egli un presentimento, un’arcana paura?

Finalmente una sera, fosse caso o destino, egli l’aveva veduta; e vederla e amarla era stato tutt’uno. Questi amori veloci, irresistibili, fatali, sono una malattia tutta italiana. E contro quella rovina di un sol momento egli aveva lottato sei anni; fermo, sereno in apparenza, ma piagato nel profondo del cuore, era vissuto sei anni senza tentare, senza ardire, quasi senza desiderare di avvicinarsi a lei, ond’era ripiena tutta l’anima sua. Perchè egli s’era dato a lei, s’era posto in sua balìa, senza pompa di sacrifizio, senza patti, senza speranza di mercede. La vittoriosa non ne sapeva nulla, ed era già il pensiero dei suoi giorni, il sogno delle sue notti. Ognuno regalava al biondo Aloise le più liete avventure; il suo far riguardoso, il suo vivere chiuso, insieme colla sua eleganza e coll’alterezza d’un bel nome nobilmente portato, lo rendevano in singolar modo accetto alla più graziosa, alla sola graziosa, metà del genere umano; le sue lodi andavano per tutte quelle labbra di cui sono più desiderabili i baci; laonde, egli non avveniva che il giovane si avvicinasse, per debito di cortesia, a una di quelle regine del salotto e del palco, senza che gli amici, i conoscenti, e tutta quella moltitudine di cortigiani che farfalleggiano intorno [p. 276 modifica]alle belle, non bisbigliassero tosto: egli è amato. Ed egli frattanto non ci pensava nè punto, nè poco. Invaghito come era di quella divina a cui non ardiva accostarsi, egli non sapeva nulla di quella virtù d’attrazione che esercitava su tante altre. È una vecchia storia, codesta, e se la memoria non c’inganna, è un epigramma greco che la racconta: "Clori amava Dafni, che amava Glicera; la quale non amava nessuno".

Il caso, come dicemmo, o, per dire più veramente (che oramai non è più mestieri di accorgimenti da narratore), la mano del Gallegos, aveva tratto Aloise dinanzi a quella donna, così amata ad un tempo e temuta. Ignaro, aveva veduto nelle cortesie del Torre Vivaldi il volentem ducit nolentem trahit della fatalità, e s’era acconciato ai voleri di quell’arcana possanza. E avvicinato a quella donna, tratto nell’orbita luminosa dell’astro, aveva sperato. Amando smisuratamente, non aveva egli diritto a sperare?

Ma giunsero ben presto i disinganni; alla infermità tenne dietro l’agonia. Quella donna s’era avveduta dell’amor d’Aloise; ma da quel giorno appunto che ella se ne avvide, incominciò il vero martirio del giovine. Sicuramente c’era una ragione che la conduceva ad essere tiranna con lui; ma egli non sapeva indovinarla. Quale innamorato ha mai letto nel cuore della donna amata? Sono così sottili, e così lievi, le fila che muovono il cuore! Ginevra si lasciava adorare; accettava senza aggradire; argomentate ora se fosse disposta a ricambiare. L’amor che a nullo amato amar perdona, quella sublime divinazione del cantor di Francesca, era una frase vuota di senso per l’amata di Aloise. Cortese ella era con tutti, e cortese anche con lui, null’altro che cortese. Egli talvolta si sentiva il cuore inondato di gioia, ad una frase, ad un atto amorevole di lei, che pareva consapevolezza del suo martirio, pietà sorella e messaggera di amore; ma, quel giorno medesimo, una frase, un atto simigliante per altri, o un accrescersi improvviso di rigore per lui, toglievano ogni senso arcano a quel primo e bugiardo lampo d’affetto, intristivano sul primo germoglio il fiore della speranza nel suo povero cuore.

Il giovine innamorato non aveva faticato molto ad intendere che quella donna gli avrebbe fatto scorrere tutti i gradi del patimento. L’amore non era più una allegrezza, poichè non era più una speranza; era un dolore, uno spasimo, un’agonia prolungata. Pari all’infelice che trascinato dinanzi ai giudici del Sant’Uffizio vede tutto intorno minacciosamente [p. 277 modifica]disposti i più svariati strumenti di tortura, e il risolino asciutto dell’inquisitore sembra promettergli che neppure uno di quegli arnesi sarà dimenticato per lui, egli, nel contemplare quella donna sorridente e tranquilla, andava dicendo in cuor suo: ecco, io avrò tutti i tormenti; fin dove alle forze umane è dato di giungere, io sarò tratto, angustiato da lei.

Ed Aloise aveva accettato la sua morte, preparato a soffrire, deliberato a morire, quando la piena dell’angoscia avesse soverchiato le sue forze. Voluttà del morire, voluttà che non fallisce, una tra tante, a chi è stato tradito da tutte l’altre impromesse voluttà della vita!

Quel triste corteo di speranze e di disinganni, di gioie fugaci e di assidui dolori, di sogni ridenti e di torbide vigilie, passò dinanzi alla mente di Aloise, in quella che guardava la pagina posta sotto i suoi occhi, come un fiero rimedio, dalla pietà del duca di Feira.

Si tolse di là, poichè ancora non gli dava l’animo di leggere. La fronte gli ardeva; tante dolorose cure, d’improvviso svegliate, tumultuavano nella sua mente, che egli era sul punto di smarrire la coscienza di sè medesimo. Andò, mal reggendosi in piedi, fino alla finestra, e aperte le imposte, rimase un tratto al davanzale, per chiedere un po’ di ristoro all’aria frizzante della campagna. I fremiti sommessi della notte, il soave scintillar delle stelle nello spazio azzurro, valsero a chetargli alquanto quella battaglia dello spirito.

Rinfrancato, non rasserenato, ritornò allora nel mezzo della camera. Il duca di Feira era seduto al suo posto, immobile, muto, senza togliere lo sguardo da lui.

- Perdonate; - disse il giovane; - tutto ciò è così nuovo per me!...

- V’intendo, Aloise; - soggiunse il vecchio gentiluomo; - ora fatevi animo, e leggete. -

Aloise obbedì, e sedutosi alla scrivania incominciò a leggere da dove era scritto, a caratteri più spiccati, il nome di Ginevra Torre Vivaldi; a precipizio dapprima, come uomo che volesse prontamente finirla, indi a mano a mano più lentamente, e spesso tornando indietro, per raccapezzarsi in quel nuovo mondo che si schiudeva davanti ai suoi occhi.


Note

  1. Nell’originale "imgombrargli".