Il Dio dei viventi/XXIV

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Parte XXIV

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In giugno la mano di Bellia non era ancora guarita. Dopo qualche miglioramento si gonfiò di nuovo; quindi nuovi impacchi, nuovi tagli. Lo stesso dottore si mostrava impressionato e diceva francamente che mai gli era capitato un caso eguale.

Intanto Bellia deperiva, magro pallido melanconico, e non voleva più uscire di casa neppure per recarsi dal dottore, nel quale anche lui aveva perduto la fiducia. [p. 125 modifica]

Stava tutto il giorno in cucina, seduto presso l’uscio, e s’interessava solo ai fatti delle donne. La sua vittima era Rosa, che sopportava pazientemente i suoi rimbrotti e gli scherni: ma anche lei aveva la sua idea fissa, di procurarsi un oggetto personale di Lia, un fazzoletto o una pezzuola, per avvolgere la mano del padroncino e scongiurare il male misterioso.

I padroni le avevano proibito di salutare Lia; e lei non si fidava d’incaricare della faccenda una terza persona che poteva non tenere il segreto; aspettava quindi un’occasione favorevole che finalmente si presentò.

Era la vigilia di San Giovanni. Dopo una notte calda e afosa, Bellia non volle alzarsi di letto; si sentiva fiacco, stroncato dall’insonnia e dallo scirocco, e diceva di aver la febbre: la madre cacciò via dalla stanza le mosche col suo grembiale, poi chiuso gli scurini e andò anche lei a buttarsi come un sacco vuoto sulla sedia ove il figlio soleva passare le sue ore di ozio e di noia.

La vecchia zia Annia era andata a messa: [p. 126 modifica]Rosa accorse verso la padrona come volesse porgerle aiuto.

— Sta male, Bellia?

— Sta male si, dice che ha la febbre. Questa malìa non passa mai, — mormorò la padrona con grande stanchezza. E le lagrime le corsero sul viso solcato d’inquietudine.

— Il dottore non vale a nulla, — proseguì. — Adesso abbiamo pensato con Zebedeo di condurre il ragazzo da un professore. Se occorre si andrà anche a Roma; purchè questa pena possa finire.

— Eppure.... Il cuore mi dice che il rimedio è forse più vicino che non si creda.

— E dimmelo, tu! Io ho fatto celebrare setto messe per le anime del purgatorio: ho dato una vitella a Sant’Antonio, sette scudi a Santa Lucia: ma lui non guarisce.

Rosa si fece coraggio.

— Bisogna togliere qualche oggetto a Lia, volete sentirlo? Vedrete che il male passerà: e staremo meglio tutti perchè qui si tratta di malìa: non vedete che anche [p. 127 modifica]il padrone, vostro marito, non è più lui? Ha cambiato umore dal giorno alla notte: è tutto scuro e tetro come un monaco in penitenza. E tutte le disgrazie che vi succedono? Il bestiame che muore, il frumento che si è seccato prima di granire, le cavallette che hanno invaso la vigna? Non vedete, persino le galline sono malate.... Nessuno osa dirvelo, ma tutti credono che qui si tratti di malìa. La strega, la fattucchiera è lei: bisogna trovare lo scongiuro.

La padrona piangeva in silenzio.

— Mandatemi da lei, — implorò la serva piegandosi con le mani giunte e declamando alquanto la sua parte. — Una sera io vado là di nascosto e le tolgo l’oggetto; in nome del padre, del figlio, dello spirito santo, tutto andrà bene. Mandatemi da lei con qualche cosa.

— Ci ho pensato anch’io, a mandarle qualche cosa: ma accetterà?

— Quella? Quella accetta tutto: salvo magari a maledire lo stesso, ma accetta ogni cosa. [p. 128 modifica]

— E come le dirai ?

— A questo ci penserò io: state tranquilla, saprò fare la mia parte. Io stasera andrò fuori: dirò a zia Annia che vado col vostro permesso a bagnarmi i piedi al fiume e cogliere le erbe di San Giovanni.

Anche quelle son buone per lo scongiuro: voi lasciatemi andare, al resto penserò io.

Allora discussero sul regalo da portare a Lia: qualche cosa che le piacesse, che la placasse almeno per un poco. Ma bisognava non destare sospetti in zia Annia, il cui odio era irriducibile; e zia Annia sa tutto quello che c’è in casa. Pensa e ripensa decisero di offrire a lei del danaro.

— Ma si offenderà.

— Quanto siete semplice, padrona mia! Voi datemi il danaro; al resto penserò io.

Tutto il giorno Bellia dormicchiò nella sua camera, ove il caldo faceva penetrare dall’attigua dispensa un odore di formaggio grasso e di conserve, e dal cortile la puzza della stalla; le mosche ronzavano nel buio, gli passavano sulle mani e sul viso, [p. 129 modifica]destandogli un brivido nervoso; insistevano specialmente sulla mano malata e pareva volessero penetrare sotto la fasciatura e succhiargli la piaga.

Egli dormicchiava, ma ogni tanto aveva l’impressione di cadere dal letto e si svegliava di soprassalto. Non voleva alzarsi, non sapeva neppure lui perchè; si sentiva cattivo, con una voglia crudele di far dispiacere ai suoi, e specialmente alla madre che ogni tanto veniva a guardarlo, a toccarlo e a domandargli come stava.

— Fa molto caldo oggi, Bellia, è il primo giorno di caldo e perciò sei stordito: ma febbre non ne hai; verso sera starai meglio. Tuo padre tornerà dal podere e porterà i fichi e lo mele di San Giovanni.

Avrebbe voluto dirgli «andrai anche tu fuori, nei prati, a bagnarti i piedi nel fiume», ma desiderava ch’egli non si mettesse davvero in mente l’idea di uscire: era bene che nessuno di casa uscisse quella notte, tranne la serva.

Bellia pensava al podere, alla vigna e ai pascoli dello zio: là tutto era fresco, i [p. 130 modifica]grandi alberi stormivano al vento, le lepri correvano rapide da un cespuglio all’altro con le orecchie dritte e gli occhi spaventati. L’anno avanti, proprio di quei giorni, c’era stato con lo zio: ricordava però che lo zio non lo conduceva con molto entusiasmo nella sua proprietà: pareva non volesse fargliela inutilmente desiderare. E per questo egli l’aveva desiderata: non per il suo grande valore, ma perchè era bella.

Ed ecco che era sua, e non poteva godersela. Pareva che il puledro maledetto l’avesse condotto là, quel primo giorno, come il cavallo del diavolo, per fargli vedere il paradiso e poi cacciarvelo fuori per sempre.

Per sempre? Sì, per sempre, perchè lui aveva il presentimento di morire presto.

Si sentiva venir meno giorno per giorno come una cosa che si scioglie, come un fiore che appassisce; e poichè doveva morire non amava più di muoversi, di vedere la luce.

Verso sera si sentì meglio, come aveva [p. 131 modifica]predetto la madre. Il vento di ponente rinfrescava l’aria cacciando via verso il mare l’afa e i vapori ardenti; e da questi sorgeva la luna, dapprima gonfia e rossa come avesse corso attraverso un deserto infuocato, poi sempre più piccola e chiara, di un pallore di ghiaccio che si diffuse sulla terra febbricitante.

E la terra si assopì in un sogno che risentiva ancora della febbre del giorno; e ogni cosa ogni pietra ogni tegola del paese ogni canna e ogni foglia dei prati prese una forma diversa o cominciò a luccicare o a farsi nera, e a odorare.

La madre entrò nella camera di Bellia e aprì la finestra: egli rivide il cielo azzurro sopra la linea della tettoia nuova, sentì lo scalpitare di un cavallo nella stalla e l’odore del fieno e dell’asfodelo: anche l’incubo si sollevò da lui e andò a volar fuori coi pipistrelli del cortile.

— Alzati, — disse la madre. — Adesso torna tuo padre e sai come gli dispiace vederti così. Perchè vuoi farti ammalato quando non lo sei? [p. 132 modifica]

Egli si alzò e uscì nel cortile.

Sì, egli lo sapeva che il padre soffriva, che soffriva più di lui: da qualche tempo non diceva più nulla, il padre, a proposito della mano malata, ma parlava sempre di andare al mare. Ci sarebbe andato anche lui. Andare, andare. Aveva una smania di muoversi, di andare lontano; tutti i giorni scendeva al podere a lavorare coi servi e quando tornava girava sempre per il paese; pareva avesse paura di stare a casa.

Ecco il passo della sua cavalla, nella strada ove risona un brusìo di voci femminili e un canto di bambini che ballano e giocano.

Tutta la gente del paese è fuori attirata dal chiarore del crepuscolo e della luna; e tutti sembrano presi da una specie di ubriachezza, tutti chiacchierano e ridono felici come se abbiano abbandonato per sempre i loro tuguri caldi e fetidi per abitare la grande e luminosa casa della notte lunare.

Il cane si slancia a grattare il portone ed ha un mugolìo di protesta perchè solo [p. 133 modifica]la casa dei suoi padroni è chiusa come una prigione.

Rosa lo chiama dall’uscio di cucina, gli parla come ad un uomo, gli gitta da un piatto alcuni ossi che rimbalzano contro il selciato del cortile: ma anche lei è irrequieta, con gli occhi lucidi, e d’un tratto si slancia verso la legnaia con un urlo di rapina e afferra entro il pugno una lucciola volante; poi va ad aprire al padrone.

Il padrone entra a cavallo nel cortile; la sua figura tutta nera arriva fino alla luna che spunta sopra il muro e l’ombra sua e del cavallo oscurano la notte davanti a Bellia.

— Come va ? — grida, mentre Rosa con una mano gli tiene la briglia e con l’altra stringe la lucciola.

Bellia ha voglia di rispondere: — Male, muoio, son già morto.

Le sue labbra si rifiutano di parlare; il suo silenzio però è più triste delle sue parole: e non lo scuote neppure il grido di Rosa che guarda dentro la bisaccia del padrone.

Sa icu, sa icu! [p. 134 modifica]