Il cavalier Giocondo/Atto II

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Atto II

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Atto I Atto III
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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Altra camera.

Donna Marianna e don Pedro.

Marianna. Il marchese di Sana che fa, che qui non viene?

Pedro. Con un de’ forestieri in sala ei si trattiene.
Marianna. Dee conoscerli dunque.
Pedro.  Non so, parla con essi.
Marianna. Parmi di sentir gente; giudico ch’ei s’appressi.
Potete andar, don Pedro.
Pedro.  Per or don Rinaldino
Di me non ha bisogno. Sta facendo un latino.
Marianna. Spero ch’egli, col tempo, diverrà dotto e saggio.
Pedro. Troppo presto, signora, lo metteste in viaggio.
Ha di studiar bisogno, non di vedere il mondo.

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Marianna. Sempre voi contradite.

Pedro.  Parlate ed io rispondo.
Marianna. Viene il Marchese, andate.
Pedro.  Posso restare anch’io.
Marianna. Siete l’aio del figlio, non il custode mio.
Pedro. Ho inteso. Sì signora. (La vedova dabbene
Vuole che l’aio parta, quando l’amico viene).
(da sè; parte)

SCENA II.

Donna Marianna, poi il Marchese Di Sana,

Marianna. Questi pedanti in casa von fare i sufficienti;

Se si fa, se si dice, vonn’essere presenti.
Essere per noi mostrano pieni di zelo, e poi
Son fuor di casa i primi a mormorar di noi.
Mal volentier non vedo il marchese di Sana,
Amo il figliuolo mio, sono da’ miei lontana;
Per or di maritarmi non veggo l’occasione.
Ma vo’ trattar chi piacemi, nè voglio soggezione.
Marchese. Signora, perdonate se pria non son venuto.
Marianna. Chi son que’ forestieri?
Marchese.  Un sol ne ho conosciuto:
Don Alessandro Ermanni cavalier milanese,
Che gira tutto l’anno di paese in paese.
Da casa mia, il sapete, son tre anni ch’io manco;
Sei volte l’ho trovato sempre con donne al fianco:
Sien dame, sien pedine, con tutte fa lo stesso;
Ama generalmente senza riserva il sesso.
Se una ne perde, un’altra ne suol trovar prestissimo,
E colle stravaganti è un uomo pazientissimo.
Marianna. L’essere sofferente non è cosa cattiva;
Ma l’essere incostante di merito lo priva.
Marchese, fra le due, in che lo somigliate?
Marchese. Incostante non sono; ma poche donne ho amate.

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Marianna. Poche donne! Voi dunque ne amaste più di una.

Siete stato incostante, e non tradiste alcuna?
Marchese. Davver, donna Marianna, son io che fui tradito.
Basta, son cose vecchie. Il buon tempo è finito.
Mi scrivono i parenti ch’io pensi a ritirarmi,
Voglion che a casa torni, e pensi a maritamu.
Marianna. Che dice il vostro cuore?
Marchese.  Risolver non saprei.
Forse dal maritarmi lontano io non sarei.
Ma non nel mio paese. Le mogli son tormenti,
Quando han presso di loro le madri ed i parenti;
In ogni congiuntura, in ogni dispiacere
La madre soffia sotto, il padre è consigliere.
Hanno per casa sempre l’amico ed il germano;
La vo’, se mi marito, d’un paese lontano.
Marianna. Lodovi in ciò davvero. Nessun le dirà nulla;
E vi consiglierei non prenderla fanciulla.
Si lascian facilmente voltar le giovanette.
Riescono sempre meglio le femmine provette.
Marchese. È ver, ma...
Marianna.  Questo ma che vorrà dir? parlate.
Marchese. Niente, signora mia, di me non sospettate.
Dir volea che trovarla sì facil non mi pare;
Son tre anni ch’io cerco, e ancor l’ho da trovare.
Marianna. (Se Rinaldin non fosse, l’avrebbe ritrovata). (da sè)
Marchese. (Se non avesse figli, è ricca ed è ben nata).
Marianna. Io compatisco molto un uom che si marita
Con una giovinetta ritrosa e sbigottita.
Invece di fruire del coniugale amore,
Dee farle il pedagogo, dee farle il precettore.
Mi ricordo io stessa, quando andai a marito,
Mi vergognava a farmi metter l’anello in dito.
Non sapea nulla nulla. Egli era disperato;
S’ei mi veniva incontro, volgeami in altro lato.
Svegliommi a poco a poco. Col tempo m'instuì;

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Ma appena m’ebbe instrutta, il misero morì.

Ora, se andar dovessi ai secondi sponsali,
So il vivere del mondo, so i dover coniugali,
E parmi, se cotanto dire a me non disdice,
Saria il novello nodo del primier più felice.
Poichè fra due coniunti, or che vedova sono,
So il mal che dee fuggirsi, ed ho imparato il buono.
Marchese. Voi meritate molto, ma v’è un obietto solo.
Marianna. So che volete dirmi, l’obietto è il mio figliuolo.
L’amo teneramente, e non lo lascerei
Se me lo comandassero tutti i parenti miei.
Egli non ha bisogno però del pane altrui.
Ricco lo lasciò il padre, Rinaldo ha i beni sui;
Ma lo voglio con me fino ch’io posso almeno;
Egli è l’unico frutto che uscì da questo seno.
Volentier, lo confesso, riprenderei marito;
Ma senza il figlio mio ricuso ogni partito.
Marchese. Non potreste lasciarlo?
Marianna.  No, no. Marchese mio,
È inutile parlarne: lasciarlo non vogl’io.
Vedo la bontà vostra, conosco il vostro affetto...
Ma a questa condizione gradirlo io non prometto.
Marchese. Perdonate, signora. Voi meritate assai.
Ma io con voi d’amore non ho parlato mai.
Conosco il mio dovere; so quel che il mondo insegna.
Marianna. D’essere dunque amata mi credereste indegna?
Marchese. Degnissima voi siete. Vi venero, v’inchino,
E se il figliuolo vostro...
Marianna.  Ecco il mio Rinaldino.

SCENA III.

Rinaldino e detti.

Rinaldino. Glielo dirò io prima, e non avrò timore.

Marianna. Che c’è? con chi l’avete?
Rinaldino.  L’ho con quel bel signore

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L’ho col signor don Pedro, che a voi vuole accusarmi

Che gli ho perso il rispetto.
Marianna.  Sempre vuole inquietarmi.
(al Marchese)
Marchese. Se l’aio si querela, avrà i motivi suoi.
Rinaldino. Egli non ha motivi; come ci entrate voi? (al Marchese)
Marchese. C’entro, per il rispetto che ho per la madre vostra.
Rinaldino. Non ci voglio nessuno nella camera nostra.
Marchese. Partirò, signorino...
Marianna.  No, Marchesin, restate.
Portategli rispetto. (a Rinaldino) A lui non abbadate.
(al Marchese)
Sentiam che cosa è stato; di voi che mi vuol dire
Don Pedro? (a Rinaldino) Non partite. (al Marchese)
Marchese.  Resto per obbedire.
Rinaldino. Ve io dirò, ma piano, che il Marchese non senta.
Marianna. Ditelo, non importa.
Rinaldino.  (Lo dirò, se mi tenta). (da sè)
Marchese. Meglio sarà ch’io parta, donna Marianna.
Marianna.  Oibò.
Obbedite, parlate. (a Rinaldino)
Rinaldino.  Signora, obbedirò.
Marianna. Rinaldino è obbediente. (al Marchese)
Marchese.  Fa il suo dovere in questo.
Marianna. Dite, che cos’è stato? (a Rinaldino)
Rinaldino.  Che ve la dica?
Marianna.  Presto.
Rinaldino. Parlo per obbedirvi, non ve n’abbiate a male.
(a donna Marianna)
La cosa com’è stata vi dirò tal e quale.
Venne una cameriera a fare il nostro letto;
Io tralasciai di scrivere, e a lei feci un scherzetto.
Don Pedro mi gridò, mostrandomi la sferza.
Dicendomi: Ragazzo, con donne non si scherza.
Dissi a don Pedro allora: Vo’ far l’amore anch’io,

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Lo fece anche mia madre un dì col padre mio.

Risposemi don Pedro: Voi non sapete niente.
Signor sì, replicai, so tutto; e anche al presente,
Per quello che ho veduto, per quel che a dir s’intese,
Mia madre fa all’amore con il signor Marchese.
Marianna. Come? che dici?
Rinaldino.  Ho detto, ed ei vuole accusarmi.
Certo vorrà per questo mia madre gastigarmi.
Venga, signor... (verso la scena)
Marianna.  Tacete, ragazzaccio imprudente.
Marchese. Questa volta era meglio non essere obbediente.
(a Rinaldino)
Donna Marianna, io vedo che noi siamo osservati;
Manco meli, che domani sarem disseparati.
Io partirò per Roma.
Marianna.  Ci mancherebbe poco
Non ti dessi uno schiaffo. Va via di questo loco.
Rinaldino. Uno schiaffo, signora! Avuti non ne ho
Dopo che sono al mondo, e mai non ne averò;
E se voi mi darete, affè, signora mia.
Che ve ne pentirete.
Marianna.  Taci.
Rinaldino.  Scapperò via.
Già un servitor m’ha detto, e un giorno lo farò,
Che prenda dei danari; ed io li prenderò.
So viaggiare ancor io. Andrò in lontan paese;
Voi resterete sola con il signor Marchese. (parte)

SCENA IV.

Donna marianna ed il Marchese.

Marianna. (Sono mortificata). (da sè)

Marchese.  Signora, ecco l’effetto
Dei viaggi troppo presto fatti da un giovanetto.
Sentite? Se mi date, dice, signora mia,

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So viaggiare ancor io, da voi scapperò via.

Pratica tutto il mondo, pratica i servitori.
Della virtude in vece, s’imbeve degli errori.
Degli usi e dei costumi tenero apprende il peggio.
Pria di viaggiare, i figli si mettono in colleggio;
E apprese le bell’arti e delle scienze il fondo,
Si mandano con frutto a praticare il mondo.
Marianna. Ci penserò, ma intanto, che dite voi, signore,
Di quei che in noi sospettano qualche nascente amore?
Marchese. Non so che dir, signora.
Marianna.  Convien dir che da voi
Abbia raccolti il mondo questi giudizi suoi.
Marchese. Motivo a rei sospetti non porgono i miei pari.
Marianna. Non sarebbero alfine giudizi temerari.
Liberi siamo entrambi. Io son nobile nata...

SCENA V.

Nardo e detti.

Nardo. l’aspettano, signori, a ber la cioccolata. (parie)

Marianna. Andiam, signor Marchese.
Marchese.  Verrò dappoi.
Marianna.  Perchè?
Vi vergognate forse di venire con me?
Marchese. Per voi, signora mia, v’è noto il mio rispetto;
Ma non si dia motivo di dir quel che fu detto.
Marianna. Eh Marchesino, invano al destin si fa guerra.
Quel che è scritto nel cielo, dee succedere in terra.
Marchese. Certo non sarà scritto ch’io sia sì cieco e pazzo
Di sposar una donna con un sì buon ragazzo.

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SCENA VI.

Salotto con preparativo per la cioccolata.

Madama di Bignè e don Alessandro.

Madama. Casa peggior di questa non vidi a giorni miei.

Vi fosse mio cognato! Or or me n’anderei.
Alessandro. Deh soffrite, Madama.
Madama.  Altro non sento dire,
Che soffrite, soffrite: che cosa ho da soffrire?
Sono due ore e più che qui sono arrivata,
E ancor mi fan penare un po’ di cioccolata.
E s’ora la beviamo, quando si pranzerà?
Alessandro. Non è ancor mezzogiorno.
Madama. E intanto, che si fa?
Avessi almeno un libro.
Alessandro.  Ecco un libro, Madama.
Madama. Bravo, don Alessandro, questo servir si chiama.
Pronto, lesto, compito. Favorite una sedia.
Alessandro. Eccola.
Madama.  Di che tratta?
Alessandro.  Madama, è una commedia.
Madama. Sarà una seccatura.
Alessandro.  A me non par, del resto...
Madama. Mi piace, quando leggo, terminar presto presto.
Le commedie son lunghe: quando al teatro andai,
Una commedia intera non ho ascoltato mai.
Mi fan rider davvero quei che ascoltar s’impegnano.
Quelli che con chi parla qualche volta si sdegnano.
Ai comici, ai poeti non voglio far la corte,
E quando gridan zitto, allor rido più forte.
Datemi un altro libro, quando con voi l’abbiate.
Alessandro. Anderò a ritrovarlo di là, se comandate.
Madama. No, no, subito, o niente. Sapete il mio ordinario.
In tasca non ne avete?
Alessandro.  Qui non ho che il lunario.

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Madama. Oh sì, sì, quest’è un libro che divertir mi suole.

Presto si legge, e presto si lascia, se si vuole.
Alessandro. Ecco, per obbedirvi.
Madama.  Dov’è il corrente mese?
Che vi venga la rabbia: un lunario francese?
Alessandro. Madama, non intende?
Madama.  La lingua l’ho studiata
Quindeci o venti giorni, poi mi sono annoiata.
Alessandro. Eccone un italiano.
Madama.  Lodo que’ Parigini
Che hanno il lor sortimento d’astucci e taccuini.
Quanti ne abbiam? vediamo. Ai quanti fa la luna?
Quante istorie ogni giorno! Io non ne leggo alcuna.
Pioggia, neve, gran freddo; si cambia, e signor sì:
Tossi, febbri, catarri. Ne ho abbastanza così.
Qualch’altro passatempo or ritrovar conviene.
Alessandro. Madama Possidaria col Cavalier sen viene.

SCENA VII.

Il Cavalier Giocondo in abito di gala, con caricatura, e detti.

Cavaliere. Eccomi a voi.

Madama.  Oh bello!
Cavaliere.  Votre valet. (a don Alessandro)
Madama.  Benissimo.
Cavaliere. Madam, donè la men. Votre troes umilissimo.
Servitor, mon ami. (a don Alessandro)
Alessandro.  Servitor di buon cuore.
Cavaliere. Tutto ai vostri comandi.
Alessandro.  Sono pien di rossore.
Cavaliere. Tabacco. (gli dà del tabacco)
Alessandro.  Obbligatissimo.
Cavaliere.  Spagna vera.
Alessandro.  Buonissimo.
(stranuta)

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Cavaliere. Viva vostè.

Alessandro.  Umilissimo.
Cavaliere.  Muchos agnos.
Alessandro.  Bravissimo.
Madama. Viva, me ne rallegro, cavalieri garbati.
Bella conversazione! (affè, si son trovati). (da sè)
Cavaliere. Madama...
Madama.  Compatite, signor, la malagrazia:
Di dar la cioccolata quando ci fate grazia?
Cavaliere. Subito. Chi è di là? No, fermate, mi preme
Che la conversazione tutta la beva insieme.
Manca donna Marianna, manca vostro cognato,
Il marchese di Sana che fu da me invitato:
Mancan degli altri ancora, e per compir la cosa,
Manca, con riverenza, la mia signora sposa.
Madama. Manchi chi vuol mancare, la beveranno poi:
Intanto noi ci siamo, la beveremo noi.
Cavaliere. Perdonate, madama. Cavalier, che vi pare?
(a don Alessandro)
Alessandro. Al Cavalier Giocondo s’aspetta il comandare.
Cavaliere. Troppo onor.
Alessandro.  Mio dovere.
Cavaliere.  Gentile.
Alessandro.  Compitissimo.
Cavaliere. Mio signor.
Alessandro.  Vostro servo. —
Cavaliere.  Divoto.
Alessandro.  Obbligatissimo.
Madama. (Oh pazzi maledetti!) (da sè) E intanto non si beve.
Cavaliere. Ecco madama nostra a far quel che si deve.
(osservando la scena)

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SCENA VIII.

Madama Possidaria vestita in gala, e detti.

Possidaria. Serva sua riverente. (a don Alessandro)

Alessandro.  Con tutto il mio rispetto.
Possidaria. Vi son serva divota. (a madama Bignè, inchinandosi molto)
Madama.  M’inchino al suo cospetto.
(caricandola)
Possidaria. Cavalier, vi saluto. (al Cavalier Giocondo)
Cavaliere.  Madama nostra moglie.
Possidaria. Perdonate, se tardi venni in coteste soglie.
In oggi alla francese si tratta sanfassone;
Fra amiche confidenti non vi vuol soggezione.
Madama. Sì, amicissima cara. Siate la benvenuta;
Anch’io vi ho sempre amata, benchè mai conosciuta.
Possidaria. Seda1 chi vuol sedere, e chi non vuol, si stia.
Alessandro. Madama è gentilissima.
Cavaliere.  Ella è scolara mia.
Madama. Una parola in grazia. (a madama Possidaria)
Possidaria.  Io so le buone usanze:
Dite che tutti sentano. Non facciamo increanze.
Madama. Con tutta civiltà. Se non volete darla
Un po’ di cioccolata, io manderò a comprarla.
Possidaria. Dica, signor marito...
Cavaliere.  S’aspetta... Eccoli qua.
Presto, la cioccolata. Ora si beverà.

SCENA IX.

Donna Marianna, il MARCHESE, il Conte e detti.

Marianna. Eccomi a voi. Son serva.

Possidaria.  Finitela, signora.
Si manda, si rimanda, e non venite ancora?
Marianna. Perdonate.

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Cavaliere.  Sediamo.

Possidaria.  Presto; Madama ha fretta.
Cavaliere. Sentirete la mia cioccolata perfetta.
La faccio fare in casa, e qui non si sparagna;
Faccio venir le droghe perfino di Romagna.
E invece di quel frutto, che cacao si domanda,
Alla moderna usanza s’adopera la ghianda.
Madama. Simile cioccolata non vi farà alcun male.
Ingrassar vi dovrebbe, se ingrassa anche il maiale.
Cavaliere. Eccola.
Madama.  Sentiremo che diavolo sarà.
Favorite.
Cavaliere.  Per ordine. Principiate di là. (al servitore)
Madama. Ho d’aspettare ancora?
Cavaliere.  Non ci son biscottini?
Andatene a pigliare, asini, contadini.
Madama. Per me la beverò così, se me la date.
Favorite, quel giovane.
Cavaliere.  Non signora. Aspettate.
Pigliarla senza niente non s’usa, e ben non è.
Madama.. Con licenza, signori. La piglierò da me.
(s’alza, e va a prender la cioccolata)
Volete? (a don Alessandro)
Alessandro.  Mi fa grazia.
Madama.  E voi? (al Conte)
Conte.  La prenderò.
Madama. Chi vuò aspettare, aspetti; frattanto io beverò.
Possidaria. Far così in casa d’altri s’usa al vostro paese?
Madama. Compatite, madama, l’usanza è alla chinese.
Possidaria. Quand’è così, signora, m’accheto e non rispondo.
Cavaliere. Ecco quel che s’impara a camminare il mondo.
(a madama Possidaria)
Eccoli i biscottini. Donna Marianna, a voi,
Al marchese di Sana, a chi ne vuole, e a noi.
Madama. Per me sono obbligata d’un sì gentil favore.

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Cioccolata di ghianda ha un prezioso sapore,

Ma non ne son avvezza. È tanto delicata,
Che non ne voglio più. Mi sento stomacata.
Don Alessandro, andiamo.
Alessandro.  Vi servo, mia signora.
(bevendo la cioccolata)
Madama. Presto.
Alessandro.  Finisco, e vengo.
Madama.  Non la finite ancora?
Conte, venite voi.
Conte.  Per dirla, non mi spiace.
Madama. Finitela una volta.
Conte.  Vo’ bevere con pace.
Alessandro. Ho finito, Madama.
Madama.  Andiam.
Conte.  Vengo ancor io.
Cavaliere. Dove andate sì presto? (a madama di Bignè)
Madama.  Serva, signori. Addio.
(al Cavaliere)
Conte. Ci rivedremo a pranzo. (al Cavaliere)
Alessandro.  Faccio umil riverenza...
Madama. Far aspettare le donne, mi pare un’insolenza.
(a don Alessandro)
S’obbedisce una donna, quando comanda o prega.
(Andiam la cioccolata a bere alla bottega).
(piano a don Alessandro; e parte con don Alessandro e
col Conte.)
Cavaliere. Schiavo di lor signori.
Possidaria.  Voi che avete viaggiato,
(a donna Marianna)
Questo stil di Madama nel mondo è praticato?
Marianna. Madama, vi dirò: viaggiato ho qualche poco,
E delle stravaganze vedute ho in ogni loco.
Il garbo, la maniera, i vari sentimenti
Non vengon dai paesi, ma dai temperamenti.

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Strano sarà per tutto lo stil di quella dama,

Che passa per franchezza, che bizzarria si chiama.
Con pena da per tutto si soffre l’ardimento.
S’ella con voi qui resta, io non ci sto un momento.
(parie)

SCENA X.

Il Marchese, Madama Possidaria, il Cavalier Giocondo.

Cavaliere. Donna Marianna, è vero, ha più di me viaggiato,

Ma io son più di lei del vivere informato.
E quello che da lei si crede petulanza,
So certo, so certissimo, esser l’ultima usanza;
E so che non si stima, e so che non s’apprezza.
Se non chi fa valere lo spirto e l’arditezza.
A Modona, a Ferrara, per tutto ove son stato,
Sull’alpi di Fiorenza ancor dove son nato,
Sentito ho per proverbio, ed ho veduto in prova.
Che la franchezza piace, che l’insolenza giova.
Possidaria. Giacchè così m’insegna, signor consorte mio.
Proverò in avvenire far l’insolente anch’io.
Marchese. Partono tutti, e lasciano qua solo il forestiere.
In queste belle scene io ho tutto il mio piacere.
Questo, de’ viaggi miei, è questo il maggior frutto:
Pratico, vedo, ascolto, fo osservazione a tutto;
E il bene e il mal raccolto qua e là dal vario sesso,
Servemi per formare la lezione a me stesso.
In questa union de’ pazzi, non so se esente sia
Del ramo universale ancor la testa mia.
Par che donna Marianna mi vada un po’a fagiuolo;
Ma troppo mi dispiace quel discolo figliuolo.
Basta, sperar io voglio, volendo far il matto,
Non esserlo in mio danno, non impazzire affatto.

Fine dell’Atto Secondo.

  1. Così tutte le edizioni.