Il cavalier Giocondo/Atto I

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Atto I

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Personaggi Atto II

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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Camera in casa del Cavaliere.

Il Cavalier Giocondo in veste da camera e berretta,
al tavolino, scrivendo. Fabio, maestro di casa.

Fabio. Signor, non ho danaro. Se voi me ne darete,

Provvederò al bisogno.
Cavaliere.  Eccone qui. Tacete1.
(gli dà una borsa)
Fabio. Si spende assai, signore, e badano a venire
Ancor de’ forestieri.

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Cavaliere.  Lasciatemi finire.

Il Cavalier Giocondo. Il Cavalier Giocondo.
Il Cavalier Giocondo. Il Cavalier Giocondo.
(scrivendo il suo nome in vari biglietti)
Fabio. Per certo il vostro nome voi non vi scorderete:
Scritto questa mattina trenta volte l’avete.
Cavaliere. Altre tre, ed ho finito. Il Cavalier Giocondo.
Il Cavalier Giocondo. Il Cavalier Giocondo.
(come sopra)
Fabio. Ma che son quei biglietti?
Cavaliere.  A vivere ho imparato.
Son divenuto un altro, dopo d’aver viaggiato.
Partendo da Bologna, facendo a lei ritorno,
In visite una volta spendeva tutto il giorno:
Ora con i biglietti supplisco ad ogni impegno.
Ah i Francesi, i Francesi, hanno il gran bell’ingegno!
Fabio. In Francia siete stato?
Cavaliere.  Non ci fui, ma so tutto.
I miei viaggi, i miei viaggi, m’han d’ogni cosa istrutto.
Fabio. Siete stato in Germania?
Cavaliere.  No.
Fabio.  In Inghilterra?
Cavaliere.  No.
Fabio. In Ispagna?
Cavaliere.  Nemmeno.
Fabio.  Fuor dell’Europa?
Cavaliere.  Oibò.
Lasciata in gioventù la patria mia villana,
Detta Scaricalasino, sull’alpi di Toscana,
Per studiar son venuto ad abitar Bologna;
Ma viaggiar il mondo per imparar bisogna.
In pochissimo tempo veduto ho il monte e il piano
Di tutto il Modonese, di tutto il Parmigiano.
Sono stato a Ferrara. Verso Venezia andai;
Giunsi a Chiozza: mi piacque, e colà mi fermai.

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Or son tornato indietro per un pO’ di respiro;

Ma presto dell’Italia vo’ terminare il giro.
Fabio. Affè, se cotal giro avete destinato,
Potete dire appena d’averlo principiato.
Prima d’ogn’altra cosa, io vi consiglierei
Che vedeste Venezia.
Cavaliere.  Se potessi, anderei;
Ma ho questa gente in casa, che di servir mi preme.
Credo v’andranno tutti, e v’anderemo insieme.
Fabio. La casa vostra è piena ognor di forestieri;
Voi consumate in questo le case ed i poderi.
Cavaliere. Trattando coi stranieri mille notizie acquisto;
Se andrò nei lor paesi, anch’io sarò ben visto.
Così per ogni parte, così per tutto il mondo
È conosciuto il nome del Cavalier Giocondo.
A buon conto dal Duca, signor di Belvedere,
Che l’altr’anno alloggiai, fui fatto Cavaliere;
E da quell’altra dama, ch’or non mi viene in mente,
Mi fu di capitano promessa una patente;
E un giorno qualcun altro potrebbe farmi avere
Un titolo onorifico di conte o consigliere.
E andrà per tutta Europa col triplicato onore
Il Cavalier Giocondo, facendo il viaggiatore.
Fabio. Compatite, signore... Non son cose nascoste;
Si sa che vostro padre un dì faceva l’oste.
Cavaliere. Chi lo sa?
Fabio.  Lo san tutti.
Cavaliere.  Nessuno il padre mio
Può saper chi sia stato, non lo so nemmen io.
Il nobile mio genio, il nobile mio cuore.
Prova ch’io non sia figlio di sì vil genitore.
Fabio. Dunque, per quel ch’io sento, non avreste riguardo,
Per far onore al sangue, di passar per bastardo.
Cavaliere. Non so, non dico questo... Ma nella patria mia
Può avermi un Cavaliere perduto all’osteria.

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Sono le storie piene d’erranti peregrini,

Che hanno smarriti in fasce, viaggiando, i lor bambini.
Chi fu dai masnadieri, chi da’ nemici estinto,
Chi dalla fame oppresso, chi dal timor fu vinto.
Di tali avvenimenti sono le storie piene;
Spessissimo si vedono tai casi in sulle scene.
Chi sa che un giorno a caso non trovi il padre mio?
Ho in una certa parte un certo segno anch’io;
E se creder io voglio a quel che il cuor mi dice,
Nobile è il padre mio, se non la genitrice.

SCENA II.

Nardo e detti

Nardo. Signor, donna Marianna a veder m’ha mandato

Come sta: se la notte ha bene riposato.
Cavaliere. Dite a donna Marianna, che sto ben per servirla,
Che le son servitore, che sarò a riverirla.
Che subito verrei; ma un’ambasciata aspetto.
Portatele il mio nome in segno di rispetto..
(dà al servitore un biglietto col suo nome)
Fabio. Perchè mandarle il nome, se abita in quella stanza?
Cavaliere. Voi non sapete tuente; questa è l’ultima usanza.
Anzi: aspettate. È poco ch’io le ne mandi un solo.
Questo a donna Marianna, e questo al suo figliuolo,
E quest’altro a don Pedro, ch’è l’aio suo.
Fabio.  Ma insieme
Non stanno tutti tre?
Cavaliere.  S’usa così. Non preme.
Fabio. Benissimo; potreste, giacchè li avete fatti.
Complimentare i cani, complimentare i gatti.
Cavaliere. Voi non sapete niente. Rendete l’ambasciata.
Domandate a Madama se vuol la cioccolata...
No, ditele che meco a prenderla l’aspetto.
Andate... (il servitore parte)

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Fabio.  Vi voleva2 perciò un altro biglietto.

Cavaliere. Non dite mal, vo’ farlo. E meglio in verso, o in prosa?
Fabio. Sia verso, o non sia verso, sarà la stessa cosa.
Cavaliere. Scriverò con que’ sali che soglionsi vedere
Scrivere sui ventagli e sulle tabacchiere.
Madame, si vous plait...

SCENA in.

Nardo e detti.

Nardo.  Signor...

Cavaliere.  Che cosa vuoi?
Nardo. A ber la cioccolata ora verran da voi.
Cavaliere. Chi vien?
Nardo.  Donna Marianna, e l’aio, ed il figliuolo.
Cavaliere. Che aspettino un momento.
Nardo.  Ma se...
Cavaliere.  Un momento solo.
Madame, si vous plait...
Fabio.  Ditele che un momento
Aspetti, finche ha fatto un altro complimento.
Cavaliere. Madame, si vous plait...
Nardo.  Si frulla il cioccolato.
Fabio. Vengono i forestieri.
Cavaliere.  Ma io sono spogliato.
Aspettino fin tanto almen che sia vestito.
Fabio. Sentiteli.
Cavaliere.  Cospetto! non ho ancora finito.
Dite lor che perdonino... ch’io sono in confidenza.
Datemi da vestire. So la mia convenienza.
Nardo. Subito da vestire. (Il padrone è imbrogliato).
(piano a Fabio)
Fabio. Si vede che dai viaggi ha molto profittato. (Nardo parte)

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Cavaliere. Madame, si vous plait... buer le scioccolate.

Fabio. Eccoli...
Cavaliere.  Da vestirmi. Tratteneteli, andate.
Fabio. Farli far anticamera, perchè siete spogliato?
Questo bel complimento chi mai ve l’ha insegnato?
Cavaliere. Trattener non si possono nelle vicine stanze?
Fabio. Questo è un far complimenti a forza d’increanze.
Perdonate, signore...
Cavaliere.  Fate bene avvertirmi.
Andrò in un’altra camera presto presto a vestirmi.
Ma soli non lasciarli è cosa necessaria:
Manderò a trattenerli madama Possidaria.
Ella non ha viaggiato, ma sa il viver del mondo;
Basta dir che sia moglie del Cavalier Giocondo.
Fabio. Un carattere bello è il mio padron, m’impegno.
Un poco me lo godo, un poco mi fa sdegno.

SCENA IV.

Donna Marianna, Rinaldino, don Pedro e Fabio.

Marianna. Il Cavalier dov’è?

Fabio.  Or ora vien, signora.
Vi prega compatirlo. Era spogliato ancora.
Marianna. Perchè prender si vuole con noi tal soggezione?
D’averci ospiti in casa stanco è il vostro padrone?
Fabio. Ei non lo fa per questo.
Rinaldino.  So io perchè lo fa.
Fabio. Perchè, signor?
Rinaldino.  Perchè le creanze non sa.
Pedro. Dirlo a voi non conviene.
Rinaldino.  Se non convien, l’ho detto.
Pedro. Signor, son l’aio vostro; portatemi rispetto.
Rinaldino. Servitor umilissimo. (con ironia)
Pedro.  Caldo venir mi sento.

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Rinaldino. Se avete troppo caldo, vi farò un po’ di vento.

Pedro. Soffrire più non voglio, signora, un tal strapazzo.
Marianna. Compatite, don Pedro; egli è alfine un ragazzo.
Fabio. (La madre il compatisce. Farà buona riuscita). (da sè)
Pedro. (Il desio di viaggiare mi fa far questa vita).
Rinaldino. Dov’è la cioccolata? (a Fabio)
Marianna.  La prenderemo poi.
Fabio. Verrà il padrone...
Rinaldino.  Intanto la beveremo noi.
Fabio. Con vostra permissione... (in atto di partire)
Rinaldino.  Noi vi abbiamo mandato.
Fabio. Grazie alla sua bontà. (Che giovine garbato!)
(ironicamente, e parte)
Marianna. Giudizio, Rinaldino, giudizio, se potete.
Pedro. Ei ne ha poco, signora.
Rinaldino.  Voi non me ne darete.
Perchè lessi in un libro: chi l’ha, lo tien per lui;
Quello che non si ha, non si può dare altrui.
Pedro. Bravo, spiritosissimo. (ironicamente)
Marianna.  Parlar così non lice.
(Per altro ha un bel talento. Che memoria felice!)
(piano a don Pedro)
Pedro. (Ha talento: egli è vero; ma se noi moderate,
Un dì vi farà piangere).
Marianna.  (Oh via, non mi seccate).
Rinaldino. Madame, si vù plè... (accostandosi al tavolino, e leggendo)
Pedro.  Vi par bella creanza?
(a donna Marianna)
Vedere i fatti altrui? Questa è troppa arroganza.
Rinaldino. Madame, si vù plè, buer la scioccolate.
Marianna. Legge bene il francese.
Pedro.  E voi gliel’accordate?
Rinaldino. Buer le scioccolate. Da ridere mi vien.
Monsieur le Chevalier et un Françese coquen.
Marianna. Che dite? (a don Pedro)

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Pedro.  Vi dirò ch’è spiritoso in tutto;

Che nelle scioccherie si vede che fa frutto.
Rinaldino. Sotto un sì gran maestro non posso apprender meno.
Pedro. Finirem questo viaggio. (Non posso stare in freno).
Marianna. Via, Rinaldino, abbiate un po’ di convenienza:
Serbate all’aio vostro rispetto e obbedienza.
E voi soffrite ancora il peso che vi dà;
Ritornati alla patria, sarete in libertà.
Sperai che col vedere, sperai che col viaggiare,
Lo spirito vivace s’avesse a moderare;
E non dispero ancora, e ancor non mi confondo.
Imparerà col tempo a conoscere il mondo.
Pedro. Il vostro buon figliuolo, signora, a quel ch’io veggio
Imparerà del mondo a conoscere il peggio.
Marianna. Don Pedro, a quel ch’io vedo, di viaggiar siete stanco.
Rinaldino. Mandiamolo al paese.
Pedro.  Al mio dover non manco.
Non manco al mio rispetto. Farlo per ben, ma poi
Egli è figliuolo vostro. Ci penserete voi. (parte)

SCENA V.

Donna Marianna, Rinaldino.

Marianna. Rinaldino, per dirla, voi un poco eccedete;

Unico figlio mio, tutto il mio amor voi siete.
Vedova in verde etate, sol con voi mi consolo,
A viaggiar mi soggetto per contentar voi solo;
Ma ritornando un giorno dove voi siete nato,
Vorrei che si dicesse, che avete profittato.
Fate alla madre onore, fate onore a voi stesso.
Di fanciullesche cose non è più tempo adesso.
Io dai parenti vostri sarò rimproverata...
Rinaldino. E non si vede ancora venir la cioccolata.
Marianna. Così voi mi badate? Che poca discrezione!
Rinaldino. Sarà mezza mattina. Non si fa colazione?

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Sapete ch’io patisco, se sto troppo a digiuno.

Par che mi venga male.
Marianna.  Chi è di là? V’è nessuno?

SCENA VI.

Nardo e detti.

Nardo. Signora.

Marianna.  Compatite, s’io son troppo avanzata:
Rinaldino vorrebbe...
Rinaldino.  Voglio la cioccolata.
Nardo. La vuol? Sarà servito. L’avea frullata il cuoco;
Ed il padrone ha fatto che la rimetta al fuoco.
Vuol esservi anche lui, non è vestito ancora;
Or si fa pettinare. Vi vorrà più d’un’ora.
Rinaldino. Vuol farmi il Cavaliere crepar questa mattina.
Andrò senz’altre istorie a beverla in cucina.
Nardo. Ma non convien, signore...
Rinaldino.  Conviene, signor sì.
Io voglio quel che voglio; sempre ho fatto così.
Marianna. Ma voi non andereste, s’io dicessi di no.
Rinaldino. Lasciate ch’io la beva, e poi risponderò. (parte)

SCENA VII.

Donna Marianna e Nardo.

Marianna. (Ah lo conosco, è vero: scorretto è Rinaldino).

Nardo. Signora, il suo figliuolo par un bell’umorino.
Marianna.  È giovinetto ancora.
Nardo. É un bel fior di virtù.
Marianna. Parlate con rispetto.
Nardo.  Bene. Non parlo più.
Viene la mia padrona.
Marianna.  Ditemi, in cortesia:
Madama Possidaria si sa che donna sia?

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Son giorni che la tratto, nè la consolo ancora;

Un misto in lei si vede di bassa e di signora.
Nardo. Vi dirò brevemente. È nata contadina,
Ma in grazia del marito vuol far la damerina.
Non lo sa far, si scorda... Eccola qui che viene.
La moglie ed il marito son pazzi da catene.

SCENA VIII.

Donna marianna, poi Madama Possidaria.

Marianna. Chi mi ha raccomandata al Cavalier Giocondo,

E un uomo che ha viaggiato, è un uomo del gran mondo.
M’ha detto, voi sarete trattata in eccellenza.
In fatti il trattamento è buono a sufficienza;
Ma vedo certe cose che fan maravigliare.
Si vede che han buon cuore, ma che san poco fare.
Possidaria. Serva, donna Marianna.
Marianna.  Madama, riverente.
Possidaria. Quel vostro Rinaldino parmi un bell’insolente.
Marianna.  Che vi ha fatto, signora?
Possidaria. Certo. Mi ha fatto questa:
Mi è passato dinanzi col suo cappello in testa.
Marianna. Compatite, è ragazzo.
Possidaria.  Per me l’ho compatito;
Basta che non lo sappia il mio signor marito.
Marianna. Anch’ei, quando lo sappia, compatisca l’età.
Possidaria. Oh, il Cavalier Giocondo non soffre inciviltà.
È ver che in una villa è nato, e lo sposai;
Ma dopo aver viaggiato, egli ha imparato assai.
Vede, conosce, apprende, e poi mi narra tutto;
Ed io, non fo per dire, con lui fo qualche frutto.
Marianna. Si vede in ambedue buon genio e buon talento.
Possidaria. Oh, mi sono scordata di farvi un complimento.
Signora, come state? Come avete dormito?
Or or verrà a servirvi il mio signor marito.

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Con lui la cioccolata berrem, se voi volete.

Sono a’ vostri comandi, favorite, sedete.
Marianna. Ecco, per compiacervi, di seder non ricuso;
Ma tanti complimenti, credetemi, non uso.
Possidaria. È ver, la soggezione è pur la brutta cosa;
Ma il mio signor marito mi vuol cerimoniosa.
Marianna. Fra noi non abbisogna. Trattiamo in confidenza.
Trattiamoci da amiche.
Possidaria.  Vi domando licenza.
Quelle scarpe, signora, di dove son, se lice?
Marianna.  Sono fatte in Bologna.
Possidaria. Oibò, una viaggiatrice
Portar scarpe nostrane! Il mio signor marito
Mi fa venir di fuori le scarpe ed il vestito.
Marianna. I lavori d’Italia buoni sono egualmente.
Possidaria. Se non son forestieri, non si stiman niente.
Il mio signor marito, dai viaggi ritornato,
Tutto quel che vedete, di fuori m’ha portato.
Quest’abito l’ha preso a Modona, nel ghetto;
A Chiozza da una donna3 comprò questo merletto.
E questa bella cuffia, ch’è una moda sì rara,
L’abbiam mandata a posta a tagliar a Ferrara.
Marianna. Tutti questi paesi molto lontan non sono.
Possidaria. Credetemi, che qui non fan niente di buono.
Marianna. E pur so che in Bologna son di buon gusto assai.
Da soddisfarmi in tutto io so che qui trovai.
Bene si sta in Bologna di vitto e di vestito.
Possidaria. Dice che non è vero il mio signor marito.
Marianna. Sentito ho in altre parti a pensar come voi;
Ciascun, per ordinario, sprezza i paesi suoi.
Possidaria. Non è vero, signora.
Marianna.  Se non è ver, non sia.
Possidaria. Io non ho mai saputo sprezzar la patria mia.

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Marianna. Benissimo, madama, qual è il vostro paese?

Possidaria. Son di Cavalcaselle, soggetta al Veronese.
Marianna. E il Cavalier passando vi avrà probabilmente
Veduta e vagheggiata.
Possidaria.  No, non è vero niente.
Marianna. (È gentile per altro con queste sue mentite).
Possidaria. Come ci siam sposati, ve lo dirò. Sentite.
E di Scaricalasino il signor Cavaliere.
Suo padre e il padre mio faceano un sol mestiere:
Nel quale tutti due han fatto dei contanti
Col noleggiar cavalli, colL’alloggiar viandanti.
Le persone di grido conosconsi in lontano.
Trattaronsi i sponsali col mezzo d’un mezzano;
Onde di due ricchezze si è fatta una ricchezza.
Congiunto un po’ di spirito a un poco di bellezza.
Marianna. (Ridicola è davvero. Il suo natal si sente). (Da sè)
Sarete più contenta qui...
Possidaria.  Non è vero niente.
Marianna. Ch’io per ben v’avvertifìca, signora, non vi spiaccia:
Così non si mentisce4 delle persone in faccia.
Possidaria. Oh oh, se fosse vero quel che ella m’ha avvertito,
Me l'averebbe detto il mio signor manto.
Marianna. Con voi garrir non voglio.
Possidaria.  Garrir? vorrei sentirvi!

SCENA IX.

Nardo e dette.

Nardo. Il marchese di Sana vorrebbe riverirvi.

(a donna Marianna)
Marianna. Andrò nelle mie stanze. - (s’alza)
Possidaria.  No no, restate qua.
Non lo fate aspettare. So anch’io la civiltà.

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Trattar con nobiltà sempre son stata avvezza,

Un tempo per mestiero, adesso per grandezza.
E quel che mi mancava, d’apprendere ho finito
Sotto la direzione del mio signor marito. (parte)

SCENA X.

Donna Marianna e Nardo.

Marianna. Il Cavalier dov’è?

Nardo.  Egli è fuor di se stesso:
Degli altri forestieri sono arrivati adesso;
Tutto allegro e contento ad incontrarli è andato.
Mezzo spogliato ancora, e mezzo pettinato.
Marianna. I forestier chi sono?
Nardo.  Veduto ho una signora
Con due che l’accompagnano, nè so chi sieno ancora.
Marianna. Andrò nelle mie stanze frattanto a ritirarmi.
Colà dite al Marchese che venga ad onorarmi;
E dite al mio figliuolo che venga tosto anch’esso.
Nardo. Glielo dirò, ma temo non verrà per adesso.
Marianna. Perchè?
Nardo.  Perchè, signora... dirvelo non dovrei.
Marianna. Ditemi, che fa egli?
Nardo.  Spiacervi non vorrei.
Marianna. Voi mi svegliate in seno fierissimi timori.
Nardo. L’ho veduto giocare coi vostri servitori.
Marianna. Indegni! con mio figlio ardiscono giocare?
Mi sentiran ben essi. Lo farò rispettare.
Egli non sa, è ragazzo. Color che amano il vizio,
Vogliono l’innocente tirar nel precipizio.
L’esempio dei cattivi, pessimi rende i frutti.
Sono malvagi i servi. Li caccerò via tutti. (parte)
Nardo. Brava, coi servitori si sdegna fieramente,
E il caro figliuolino vuol credere innocente.
Così l’amor di madre tradisce i figli suoi.
Rinaldino è un ragazzo che ne sa più di noi. (parte)

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SCENA XI.

Madama di Bignè, il Conte di Bignè, don Alessandro, tutti da viaggio. Il CavaLIER GIOCONDO mezzo spogliato, coll’accappatoio sulle spalle, non interamente acconciato il capo.

Cavaliere. Perdonate, Madama, signori, perdonate,

Se coll’accappatoio al collo mi trovate.
Sentito ho forestieri, e la curiosità
Senza badare ad altro m’ha fatto venir qua.
Casa mia è casa vostra. Vi prego di servirvi.
Vado a farmi vestire, poi sarò a riverirvi.
Madama. In verità vi giuro, caro il mio Cavaliere,
Credeva che voi foste di casa il parrucchiere.
Andatevi a vestire con tutta libertà.
Cavaliere. Madama, son tenuto alla vostra bontà!
Vo’ leggere la lettera che mi portaste voi...
Madama. Andatevi a vestire, la leggerete poi.
Cavaliere. Questi signor chi sono? Non vorrei preterire...
Madama. Ma lo saprete poi. Andatevi a vestire.
Cavaliere. Dice bene Madama: è troppa confidenza:
Madama, cavalieri, vi domando licenza. (parte)

SCENA XII.

Madama di Bignè, il Conte di Bignè, don Alessandro.

Conte. Per dirla, il Cavaliere parmi alquanto sguaiato.

Non ci sto volentieri.
Madama.  Niente, signor cognato.
Per quel poco di tempo che noi stiamo in Bologna,
Goder il Cavaliere e tollerar bisogna.
Quel che a lui ci ha diretti, del suo temperamento
Già mi ha informata. Avremo un bel divertimento.
È ver, don Alessandro?

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Alessandro.  Deve piacere a me

Tutto quel che diletta madama di Bignè.
Madama. Aver non si potea miglior la compagnia.
(a don Alessandro)
Per causa vostra il viaggio si fa con allegria.
Davver, don Alessandro, siamo obbligati a voi,
Che abbiate risoluto di viaggiar con noi.
È ver, signor cognato?
Conte.  È ver, ci favorisce;
Ma il viaggio per se stesso chi viaggia divertisce.
Mio fratel, vostro sposo, a me vi ha confidata:
Non basta col cognato che siate accompagnata?
Che dirà mio fratello? Di noi che dirà il mondo,
Se siamo in terzo?
Madama.  Eh via, su ciò non vi rispondo.
Don Alessandro alfine è un cavalier gentile;
Il Conte mio marito è un cavalier civile.
Gode ch’io mi diverta; per ciò mi fa viaggiare;
E voi, signor cognato, non mi state a inquietare.
Conte. Io scriverò.
Madama.  Scrivete. Cavaliere. (a don Alessandro)
Alessandro.  Signora.
Madama. V’è piaciuta Bologna?
Alessandro.  Non l’ho veduta ancora.
Madama. Per me, quel che ho veduto mi par che sia bastante:
I portici ho osservato, la piazza ed il Gigante.
Sapete il genio mio: a viaggiar mi consolo;
Ma soglio in ogni loco fermarmi un giorno solo.
Conte. Qui v’è molto a vedere; onde per me direi
Ci restassimo almeno tre, quattro giorni, o sei.
Madama. Oibò! don Alessandro, vo’ partir domattina.
Alessandro. Partasi sul momento, se Madama il destina.
Madama. Sentite? Fan così gli uomini compiacenti.
Conte. È ver. Questa è la legge de’ cavalier serventi.
Ma io, signora mia...

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Madama.  Un uom dabben voi siete:

La civiltà vi piace, e il mondo conoscete.
Parliam d’altro. Tabacco. (a don Alessandro)
Alessandro. 7Madama, eccolo qui.
(le dà del tabacco)
Conte. Ma se il consorte vostro...
Madama.  Su ciò basta così.
Come vi tratta il viaggio, don Alessandro mio?
Alessandro. Quando sta ben Madama, sempre sto bene anch’io.
Madama. Certo, questa mattina io sto perfettamente.
Partiremo noi subito? (al Conte)
Conte.  Siete pure impaziente.
Madama. Sapete il mio costume. Il mio diletto è questo:
Tutto quel che ho da fare, mi piace di far presto.
S’ha da viaggiar? si viaggi; s’ha da restar? si stia.
Ma a star senza far niente, mi vien malinconia.
Fin all’ora del pranzo che cosa noi facciamo?
O giochiam due partite, o a passeggiare andiamo.
Alessandro. Quel che piace a Madama, fatto da noi sarà.
Conte. Andiamo in qualche parte a veder la città.
Madama. No, no, restiamo qui. Voglio seder.
Alessandro.  Sediamo.
Madama. No, i padroni di casa a ritrovare andiamo.
Ancor non s’è veduta la padrona garbata.
Conte. La conoscete voi?
Madama.  Di lei sono informata.
Sarà forse a vestirsi lei pur con nobiltà.
Alessandro. Andiam, se ciò v’aggrada.
Madama.  No, aspettiamola qua.
Caro don Alessandro, gli preme di vederla!
Scusi, se così presto non voglio compiacerla.
Alessandro. Madama, vi protesto...
Madama.  Eh via, che so chi siete.
Alessandro. Or vi sdegnate a torto.
Madama.  Non dico a voi. Tacete.

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Conte. (Chi serve mia cognata con pace e sofferenza,

Può dir che far gli tocca una gran penitenza).
Madama. Datemi del tabacco. (a don Alessandro)
Alessandro.  Subito.
Madama.  Presto, via.
Alessandro. Ora dove l’ho messo?
Madama.  Che pazienza è la mia!
(tira fuori la sua tabacchiera)
Alessandro.  Eccolo.
Madama.  Già l’ho preso.
Alessandro. Servitevi, signora.
Madama. Quando voglio tabacco, mi fa aspettare un’ora.
Alessandro. Vi domando perdono.
Madama.  Voglio le cose preste,
Caro don Alessandro, saper voi lo dovreste.
Sediamo.
Alessandro.  Sì signora. Chi è di là? vi è nessuno?
Madama. Ci faranno aspettare. Una sedia per uno.
Conte. Io porterò la mia.
Alessandro.  Lasciate, tocca a me.
(a Madama)
Madama. Tanto che una si porta, si portan tutte tre.
(porta la sua sedia)
Alessandro. Sono mortificato.
Madama.  Non vo’ caricature.
Sediamo, chiacchieriamo. Mi conoscete pure.
Ora che siam seduti, cosa di bel facciamo?
Alessandro. Comandate, Madama.
Conte.  Del viaggio discorriamo.
Partirem domattina...
Madama.  Vo’ partir di buon’ora. (s’alza)
Conte. Come sarebbe a dire?
Madama.  Pria che spunti l’aurora.
Conte. Offendono i crepuscoli, e fanno il sangue grosso.
Madama. A questa vostra flemma resistere non posso.

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Un uomo grande e grosso paura avrà dell’aria?

Andiamo a ritrovare madama Possidaria. (parte)
Alessandro. Obbedisco, Madama.
Conte.  Vengo, signora, anch’io.
Gran maledetto impiccio m’ha dato il fratel mio.
(parte)

Fine dell’Atto Primo.

  1. Nelle edd. Guibert-Orgeas, Zana ecc.: Tenete.
  2. Così l’ed. Pitteri. Nelle edd. Guibert-Orgeas, Zatta ecc. leggesi: «a prenderla l’aspetto. Fabio. Signor, vi voleva ecc.».
  3. Guibert-Orgeas e Zatta: dama.
  4. Nelle edd. dell’Ottocento: smentisce.