Il flauto nel bosco/Il cane

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Il cane

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Il cipresso
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Il cane.

Nei felice mattino in riva al mare ho incontrato oggi un cane.

Tre contadini sedevano sulla sabbia, con a terra l’ombrello chiuso, le sporte, le scarpe che fanno pesante il cammino.

Il cane stava davanti a loro, fermo con le zampe nell’acqua, e attraverso le sbarre della museruola fissava le lontananze del mare come mi prigioniero.

Passando anch’io scalza nell’acqua lo guardai; poiché mi piace guardare negli occhi le bestie più che gli uomini che mentiscono.

Il grande cane mi guardò: aveva gli occhi verdi e dolci e una giovane faccia leale: e il dorso alto grigio macchiato di continenti bruni come una carta geografica.

Intese subito la mia disposizione di spirito, buona perchè era buono il tempo e il mare calmo, e mi seguì.

Sentivo i suoi passi nell’acqua, dietro di me, come quelli di un bambino; mi raggiunse, mi toccò lievemente col muso per avvertirmi ch’era lì, e come per chiedermi il permesso di accompagnarmi. [p. 260 modifica]

Mi volsi e gli accarezzai la testa di velluto; e subito ho sentito che finalmente anch’io avevo nel mondo un amico.

Anche lui parve lieto di qualche cosa nuova: di pesante si fece leggero, corse davanti a me quasi danzando nell’acqua donde le sue zampe pulite emergevano fra nugoli di scintille: e di tanto in tanto si fermava ad aspettarmi, volgendosi per vedere s’ero contenta di lui.

I suoi occhi erano felici, come credo fossero i miei; avevamo entrambi dimenticato molte cose.

E il mare ci accompagnava terzo in questa bella passeggiata, anch’esso oblioso delle collere che troppo spesso, ma non più spesso che a noi, lo sollevano. E le onde giocavano coi nostri piedi.

E anche l’immagine del sole, nell’umido specchio della riva, ci precedeva ostinata a non lasciarsi raggiungere né guardare.

Due giovani alti passarono reggendo per le braccia come un’anfora una piccola ragazza bionda: poi più nessuno.

Si andò così fino a un luogo lontano, un cimitero di conchiglie: conchiglie morte sparse come ossa in un campo di battaglia.

Pare di essere all’estremità della terra, dove l’uomo non arriva: l’orma sola degli uccelli svolge lunghi merletti serpeggianti sulla duna immacolata. [p. 261 modifica]

L’uomo qui non arriva; eppure si ha paura di incontrarne uno; bisogna tornare indietro, dove si è in molti, e l’uno ci guarda dal male dell’altro.

Ma il cane va ancora avanti per conto suo, anzi balza in terra e si avvoltola nella rena, gioca con un fuscello, si stende in su, col ventre nudo fremente, le zampe che pare vogliano abbrancare il cielo.

Ho l’impressione che si sia già dimenticato di me e voglia star solo con la sua folle gioia di libertà: ho come sempre giocato con la mia fantasia a crederlo d’intesa con me.

E torno indietro sola; ma ho fatto pochi passi che sento un galoppo nell’acqua: la bestia mi raggiunge, mi sorpassa, si volge e senza fermarsi mi guarda: e mai ho veduto uno sguardo più supplichevole.

— Non mi lasciare, — dice quello sguardo, — se mi vuoi vengo con te, anzi ti precedo per farti sicuro il cammino e per arrivare prima di te dove tu devi arrivare.

Questo cane dunque è mio: se non è dei contadini è certamente mio: e voglio prenderlo; gli farò custodire il giardino, e nelle ore di solitudine ce ne staremo assieme all’ombra di un albero, paghi della nostra amicizia. E gli farò custodire anche la casa.

Così penso; poiché da piccoli calcoli, come i bei fiori dai loro semi, nascono le nostre generosità. [p. 262 modifica]

Il cane adesso mi veniva accanto, misurando il suo passo col mio: a volte si fermava e annusava le alghe, poi guardava il mare scuotendo le orecchie: cercava senza dubbio qualche cosa, a misura che tornavamo giù. Se io però gli accarezzavo la testa sollevava gli occhi e mi prometteva fedeltà.

Arrivati dov’erano i contadini si fermò, immobile, con le zampe nell’acqua, gli occhi, attraverso le sbarre della museruola, fissi nelle lontananze del mare. Pareva un prigioniero tornato nel carcere dopo una breve fuga.

— È vostro? — domando ai contadini.

— No, signoria; credevamo fosse suo. Si vede che ha perduto il padrone.

E per quanto lo tentassi non volle più seguirmi poiché adesso non si trattava più di giocare. Lì aveva perduto il padrone, e lì rimase ad aspettarlo.

Quante cose tu mi hai insegnato oggi, o grande cane dai verdi occhi che dunque sanno mentire come quelli degli uomini!

E fra le altre m’insegni che bisogna fermarci dove ci siamo smarriti, e solo giocare con le illusioni che passano, aspettando che il nostro unico padrone, la nostra coscienza, venga a riprenderci.

FINE