Il flauto nel bosco/Il cipresso

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Il cipresso

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Carbone fossile Il cane
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Il cipresso.

Un giovane cipresso cresceva rasente al muro divisorio fra il nostro e l’orto del vicino.

Questo vicino era l’uomo più metodico e tranquillo che vivesse in tuLta la contrada.

Sebbene ricco era impiegato del Comune, e quattro volte al giorno lo vedevo passare, quando andava e ritornava dal suo ufficio, in modo che da lui si sapevano le ore; anche le stagioni si conoscevano dal suo vestito, nero d’inverno, grigio di primavera e d’autunno, e giallo, di tela grezza, d’estate.

Come fosse il suo viso, a dir la verità;, non lo so: so che si parlava spesso eli lui, in casa, con ammirazione un po’ condita d’ironia c d’invidia, additandolo come l’esempio perfetto dell’uomo normale, quieto, senza vizi: per questo non mi interessava.

M’interessava solo quando, di tanto in tanto, andava a caccia: perchè era un famoso cacciatore di cinghiali mufloni e cervi. [p. 244 modifica]

Allora venivano a cercarlo gli altri grandi cacciatori che non erano neppure amici suoi né fra di loro, ma ogni tanto si riunivano in bande armate come per andare alla guerra.

La contrada si animava di voci, di scalpitii di cavalli, di giochi e latrati di cani, e una gioia feroce gonfiava l’aria: e a me veniva da piangere di commozione epica, col libro di scuola in mano, all’ombra mite del cipresso dell’orto.

«Quando da un poggio aereo...» poiché già il velo brillante della letteratura fluttuava fra la mia fantasia e la realtà: e anche il nostro allampanato vicino di casa, sul suo cavallo da caccia che serviva anche per tirare la macina delle olive, diventava un eroe.

Del resto a quell’età si è tutti un po’ visionari; e le passioni più profonde che hanno radici in terra ma tendono verso l’infinito, si provano solo nell’adolescenza.

L’ambizione era la mia passione di quel tempo: diventare grande, conquistare il mondo. In che consistesse questa conquista non lo sapevo e ancora non lo so. E la presunta grandezza già si nutriva di dolore al [p. 245 modifica]solo pensiero di doversi un giorno staccare dalla solitudine e dal silenzio che rivelavano, destandolo, all’anima inquieta, il solo perché della sua esistenza: l’amore per le cose eterne.

Le ore più belle della giornata le passavo sotto il giovine cipresso che dall’oppressione del muro al quale il suo tronco era quasi incastrato, si slanciava sul cielo aperto d’oriente, leggero come un grande fuso col suo rigonfio di seta verdone dal quale io traevo un inesauribile filo di sogni.

Avevo costrutto un piccolo sedile accanto al tronco e lì stavo tranquilla: e l’albero viveva con me, fianco a fianco, respirando la stessa aria, crescendo con me. E naturalmente io amavo me stessa in lui, e le cose mie, interiori e materiali, che portavo al rifugio della sua ombra e che la sua ombra rendeva più mie. Dapprima furono i giocattoli, poi i libri di scuola, poi i lavori di ricamo che credo siano stati insegnati alla donna per frenarne le inquietudini, e queste inquietudini, e le rivelazioni prime e più grandi della vita.

Tutte le romanticherie dell’adolescenza si avvolgevano come tralci di edera all’albero amico: i primi versi furono per lui: da lui mi pareva spuntassero, nei verdi crepuscoli, la luna e le brillantissime stelle [p. 246 modifica]delle notti insulari; e il canto dell’usignuolo fosse il suo stesso canto.

E speravo di essere sepolta alla sua ombra; ma il pensiero della morte non offuscava quello della vita, poiché intanto quell’ombra era buona a leggervi di nascosto le prime letterine d’amore.

Gli anni però passavano e l’albero dei sogni rimaneva sterile. Le cose piccole erano come le cose eterne: non mutavano mai; e questo dava un senso di morte.

Solo il cipresso cresceva con uno slancio robusto che pareva dovesse innalzarlo fino alle stelle.

La sua ombra attraversava, nel pomeriggio, tutto l’orto del nostro vicino, e nuoceva ai suoi cavoli fiori che avevano davvero un colore cadaverico. Un’ombra funebre, del resto, pareva stendersi su tutto e su tutti: anche sul vicino di casa, sempre più allampanato e come spaurito della sua solitudine, e sulla sua casa umidiccia e silenziosa; e anche da questa parte del nostro orto che mi pareva s’impicciolisse e inselvatichisse, e sulla casa che invecchiava e su di me che vedevo sparire invano gli anni più belli della fanciullezza. [p. 247 modifica]

Lo stesso passare del nostro vicino rasente la mia finestra, quel passare e ripassare lento, alle stesse ore, sempre eguale come quello della lancetta sulle cifre dell’orologio, mi dava un senso di morte: e l’anima si assonnava, si ripiegava su sé stessa, pigra e rassegnata e forse anche felice del suo assopimento come il gatto attortigliato su sé stesso sopra la pietra calda del camino.

Un solo avvenimento straordinario accadde l’ultimo inverno che passai a casa mia. Una mia cugina si sposò, ed a me e a un’altra cugina toccò di accompagnarla come damigelle di onore.

Nel corteo lampeggiante di colori, di velluti e broccati, c’era anche il nostro vicino di casa: vestito di nero, alto al di sopra di tutti, mi ricordava il cipresso sopra l’orto fiorito.

Eppure fu uno dei più allegri della compagnia: suonava la chitarra e cantava, ma pareva lo facesse solo per destare il riso nelle ragazze che ascoltavano le sue canzonette d’amore.

A tavola me lo trovai vicino; e mi sarebbe rimasto come sempre indifferente se egli, senza mai volgersi a guardarmi, non [p. 248 modifica]avesse cominciato a parlarmi sottovoce come parlasse fra di sé.

E con terrore appresi che egli sapeva tutto di me; la mia età, le mie abitudini, i miei sogni ambiziosi, la mia disperazione rassegnata di non raggiungerli mai.

— Ma chi le ha detto tutto questo?

— Chi? Il suo amico.

— Io non ho amici.

— Lei ne ha uno del quale farebbe bene a liberarsi.

— Non capisco.

— Capisco bene io. Lei ne ha uno che le fa perdere inutilmente il tempo, e fa ombra pure a me.

— Beh! Il cipresso!

— Proprio il cipresso.

Egli si versò da bere, senza guardarmi: vidi la sua mano bianca velata di peli aprirsi come la zampa del gatto quando afferra la preda: ghermì il bicchiere pieno, lo rimise vuoto battendolo un poco sulla tavola, con decisione rabbiosa.

— Tagli il cipresso, — mi disse senza alzare la voce, — anche a mia madre fa dispiacere vederlo; dice sempre: finché ci sarà quell’albero la vita non entrerà in casa nostra né in casa loro. Vorrei veder morire contenta mia madre: ha lavorato molto nella sua vita, e adesso è vecchia. [p. 249 modifica]E s’invecchia pure noi, io e lei, dico, signorina. Che si fa? Tagli il cipresso e leviamo il muro di divisione.

— Ha capito? — mi domandò dopo un momento durante il quale mi parve ch’egli stesse a spiare col suo fine udito di cacciatore i battiti del mio cuore.

Ma io non risposi se non con quei battiti: ed egli era un uomo troppo astuto per non intenderli.

E da quel momento sentii di avere al fianco un nemico.

Più che la sua cominciò a darmi pensiero l’inimicizia della madre.

La madre io la conoscevo ancora meno del figlio, sebbene un muro solo dividesse le nostre case: non usciva che due volte all’anno, per andare a compiere il precetto pasquale e per comprare, nel miglior negozio del paese, la tela, il panno, le cose necessarie per tutta l’annata: una terza volta, dicevano le serve maldicenti e beffarde, sarebbe uscita per andare a chiedere la mano di sposa per il figlio.

Ed ecco un giorno di febbraio, il primo bel giorno dopo il lungo sinistro inverno, mentre sto alla finestra a far l’amore col [p. 250 modifica]sole, vedo la porta dei vicini aprirsi e uscirne la vecchia.

Era alta e secca anche lei come il figlio, vestita di panno e velluto nero, con la spaccatura delle maniche e il petto gonfi della bianchezza abbagliante della camicia: e anche lei mi ricordò il cipresso in parte carico di neve.

E al suo primo passo mi domando fulmineamente dove mai va: al secondo mi rispondo che Pasqua è ancora lontana, e al terzo che è troppo presto per fare le compere: al quarto impallidisco e il cuore mi si ferma col fermarsi della vecchia alla nostra porta.

Ella veniva a chiedere la mia morte.

Poiché, infine, il figlio era un ottimo partito, e le ragazze potevano ridersi delle sue canzonette d’amore, ma non rifiutarlo per marito.

E aspetto che mi si chiami giù per ricevere la terribile vecchia: i minuti passano, nessuno mi chiama: io credo di essere stata soggetta ad un’allucinazione; ma no, l’uso è così; la ragazza non deve essere presente all’atto della domanda di matrimonio: viene interpellata dopo; poiché si deve rispondere [p. 251 modifica]con calma, con giudizio, anche se la domanda è ottima, per salvare le forme.

Vedo infatti andar via la vecchia, e quando scendo mi avvedo che tutti sono un po’ scuri in viso, come disillusi: io non parlo, aspetto, fiutando l’aria ove mi sembra che la vecchia abbia lasciato un odore di tristezza.

Finalmente, alla sera, quando si è tutti riuniti intorno alla tavola come per un consiglio di famiglia, conosco il segreto. La vecchia è venuta per chiedere che sia tagliato il cipresso.

Si discute. Chi dà ragione ai vicini, anche per antipatia al cipresso, chi si oppone perché quello dei vicini pare un atto improvviso d’inutile prepotenza. Essi è vero, sono forti della legge che anche alle piante impone una doverosa distanza dalla proprietà del vicino; ma perché si sono ricordati adesso della legge?

Lo so io, il perché: e vado fuori a salutare il mio amico, la cui sorte e la mia sono davvero adesso unite da un invisibile filo. L’albero però sembra stranamente rallegrarsi della notizia: nella notte ancora fredda ma già solcata da un puro odore di giunchiglie, l’aureola perlata che lo circonda [p. 252 modifica]pare emanata dai suoi rami tutti tesi al cielo; e a poco a poco sulla sua cima brilla la fiamma della luna che lo trasforma in un meraviglioso candelabro.

Io appoggio la testa al suo tronco, per prendere forza e consiglio: e lui mi dice di tacere, di resistere e aspettare.

Anche l’uomo, di là dal muro divisorio, taceva e aspettava. Sentivo bene che aspettava, nascosto, con pazienza selvaggia come quando era in agguato fra i lentischi ad attendere la cerbiatta felice dei monti.

Ma io non ero la felice perché inconscia cerbiatta dei monti, e lui lo sapeva: e se giocava la caccia a quel modo, prendendo di mira il cipresso perché sapeva che sotto la corteccia del cipresso circolava il sangue dei miei sogni, era per orgoglio, per salvarsi da un rifiuto; per orgoglio, ed anche forse per romanticismo: e in fondo l’orgoglio non è, in certi casi, una forma di romanticismo?

Egli voleva salvare la sua posizione davanti alle altre donne, e anche davanti agli uomini e sopratutto davanti a sua madre che lo considerava come un grande uomo e pure sapendo il segreto del gioco ci si prestava con dignità e fierezza. [p. 253 modifica]

Ecco che dopo quindici giorni ritorna; sempre vestita di gala come appunto per ricevere la risposta a una domanda di matrimonio.

Io l’aspettavo: con terrore, con odio e coraggio. Questa volta scendo senza essere chiamata, e la ricevo io, con cortesia fredda e crudele che le fa capire subito di trovarsi con una avversaria degna di lei.

Sono io a interrogarla.

— Ma perché volete che si tagli l’albero? Che noia vi dà?

— Inumidisce l’orto; non lascia crescere la verdura.

— Ma che bisogno avete voi di due cavoli, voi che siete la più ricca del paese e avete il petto gonfio e tutti i nascondigli di casa vostra pieni di denari?

Ella sorride lusingata, palpandosi istintivamente il seno, come del resto faceva spesso, perché in realtà ci aveva nascosto un tesoro.

— Il denaro non conta nulla, figlia mia: conta il sole, l’allegria, la gente. E neppure i bambini delle mie nipoti vengono più nel mio orto perché hanno paura di raffreddarsi, con quell’ombra mortale.

— Peggio per loro: vuol dire che non sono forti e non sono intelligenti.

Capiva? Non saprei dirlo: so che mi [p. 254 modifica]guardava coi suoi grandi occhi ancora limpidi; mi guardava come dalla profondità di uno specchio, con una espressione ingenua di compatimento.

— I miei nipotini sono forti e intelligenti, e Dio volendo, studieranno anche loro e andranno lontano. I maschi, dico, perché le femmine devono stare a casa, a lavorare, ad amare la famiglia, a far bei figli e godersi in pace i beni che Dio ci manda. La felicità è dentro casa.

Io non replico: a che serve? Anche lei capisce che bisogna tornare sull’argomento principale.

— Quest’albero, dico il vero, mi ha sempre dato tristezza. È l’albero dei morti, infine: il suo seme deve essere volato qui dal cimitero; e porta disgrazia. Io direi di tagliarlo con le buone, di comune accordo, e farci un bel fuoco la notte di San Giovanni.

— Perché non ci avete pensato prima?

— Che vuoi? Finché non si è ben vecchi non si hanno certe ubbie e non si pensa alla morte.

— Ah, — penso io, — e adesso che avete paura di morire volete metterci me, al vostro posto, a uscire di casa tre volte l’anno, per custodire, il resto dell’interminabile tempo, il vostro inutile tesoro? [p. 255 modifica]

— Io sono giovane e ubbie non ne ho: e voglio vivere, e possedere il mondo — le dico con voce così alta che ella si tappa comicamente le orecchie. — Il cipresso non lo tagliamo, no, perché a me piace: a me vedete, sembra invece l’albero della fortuna, e voglio tenerlo.

— Va bene, — ella disse sottovoce: — ma tu conosci la legge?

— La legge me la faccio io.

Ella non replicò: si alzò, piano piano, come per farmi veder meglio come era alta: era alta, sì, davanti a me piccolina, e rigida e forte della sua dura vecchiaia: non le mancava che un codice in mano per rappresentare la legge.

Un mese dopo venne l’usciere con la carta bollata che domandava la morte dell’albero.

Fu la volta che tutti in casa si trovarono d’accordo a resistere alla pretesa del vicino: si cominciò dunque la lite, e dapprima gli avvocati, poi il vice pretore e i cancellieri vennero a fare il sopraluogo.

L’albero se la godeva nella primavera dolce che gonfiava e lucidava le sue foglie austere: non era mai stato così rigoglioso; e odorava di ginepro: quella che soffriva [p. 256 modifica]ero io e a volte m’irritavo per la sua impassibilità.

Almeno si fosse decisa presto la sua sorte! La sentenza tardava, le udienze venivano sempre rinviate.

Solo in settembre il pretore sentenziò che nel termine di giorni trenta l’albero venisse abbattuto.

Allora si presentò un falegname che offrì di comprare il legno e versò i denari anticipati.

Per non assistere al delitto presi una decisione disperata: andar via, per qualche tempo, in una città. Ed era per me come il viaggio di uno che per dimenticare una sua passione combina una pericolosissima spedizione in terre inesplorate.

Ricordo la sera dell’addio: il cielo era già d’una glauca trasparenza invernale, con fredde luminose nuvole di rame: e l’albero vi si appoggiava con un senso di misteriosa rilassatezza come di uno che dorme in piedi addossato a un muro.

Ed io vi stetti sotto, piangendo il passato morto, ma partecipando a quell’abbandono nell’infinito, come quando sotto i cipressi dei cimiteri il dolore pei nostri morti si riposa nel pensiero dell’eternità. [p. 257 modifica]

E fu durante quel breve viaggio, alle cui spese concorsero anche i soldi ricevuti per il cipresso, che tutti i sogni mi vennero incontro, fatti realtà: l’amore, la fama, la vita nella grande città: e tutte le strade del mondo si aprirono come una raggiera intorno a me. [p. 258 modifica]