Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/A Torino

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
A Torino

../Bossolano/XV ../Visi nuovi e amici vecchi IncludiIntestazione 16 dicembre 2016 75% Da definire

Bossolano - XV Visi nuovi e amici vecchi
[p. 227 modifica]

A TORINO.


A Torino, fra quell’andirivieni d’affaccendati che salivano e scendevano per le scale del municipio, dove andò a domandare il giorno e il luogo degli esami in iscritto, il Ratti perdette tutt’a un tratto la bella fiducia con cui era partito da Bossolano, come se tutta quella gente che si sentiva brulicare intorno da ogni parte fossero altrettanti maestri concorrenti, che avessero studiato più di lui; e quando si trovò solo la sera in una cameruccia dell’albergo dei Tre piccioni, che dava sopra un cortile sporco ed oscuro, gli parve che avrebbe fatto meglio a rassegnarsi per sempre alla vita tranquilla del villaggio. Ma la mattina dopo si svegliò con una buona idea: d’andar a cercare nel suo quartiere di via della Zecca l’avvocato Samis, che non vedeva da tre anni; non solo perchè era certo che la sua compagnia l’avrebbe rinfrancato, ma anche per la speranza d’ottenere, senza chiederla, una sua raccomandazione, perchè avea inteso che le raccomandazioni, in quegli esami, cadevano fitte e facevan fiorire il terreno come la pioggia di primavera. Ed ebbe la fortuna di trovarlo ancora, diventato un po’ più grasso e un po’ più grigio, e con gli occhi rimpiccioliti; ma cordiale e vivo come sempre. La signora era già in campagna. Il giovanetto Genèri aveva ottenuto con onore la licenza delle scuole tecniche, e stava per entrare nell’Istituto. Ad Altarana non c’era nulla di [p. 228 modifica]nuovo, fuorchè la cresciuta petulanza del sindaco, la cui tresca con la maestra maritata delle Case Rosse era argomento dei discorsi di tutti. La notizia più gradita ch’egli intese fu che Faustina Galli, venuta al concorso dell’anno prima, era da un anno maestra suburbana a Torino, e ch’egli l’avrebbe veduta di certo alle prossime conferenze pedagogiche che dovevano aver luogo nella sua città natale.

Ma, a proposito del concorso, quando il Samis seppe che il giovane era venuto a Torino per quello, gli diede una notizia che l’atterrì. I posti, com’egli già sapeva, erano sedici; ma i concorrenti, egli non lo sapeva ancora, erano nientemeno che duecento e trenta. Il giovane si vide spacciato. L’avvocato, per altro, lo riconfortò. Non si doveva spaventare del numero. In quei duecento e trenta concorrenti c’erano diciotto maestri soli: tutti gli altri eran signorine. Ora, contando che il municipio non avesse riserbato per i maestri che una mezza dozzina di posti, egli non avrebbe avuto da lottare che con due colleghi. A quell’osservazione, il Ratti respirò. Ma, ripensandoci, la cosa gli parve inverosimile, e dubitò d’un errore. — Non c’è errore — gli disse l’avvocato — e non è punto strano. Che le concorrenti siano moltissime, si capisce, poichè son quasi tutte ragazze di Torino, le quali han deciso di non far la carriera di maestra se non nella loro città, dove hanno famiglia e interessi, tanto è vero che, rimandate, si ripresentano alla prova anche cinque anni di fila. Ma di maestri chi vuole che venga, a fare un esame difficile e a rischiare il suo gruzzolo per nulla, se già scarseggiano perfino nelle scuole normali? Mi stupisco anche che ce ne siano diciotto, e ce ne saranno di meno l’anno venturo; perchè qui non riescono che dei giovani colti e d’ingegno; e i giovani che hanno ingegno e voglia di studiare non vanno più a fare i maestri. Mi capisce? Quanto alle migliaia che vegetano nei villaggi, non sono che eccezioni rarissime quelli che sarebbero in grado di presentarsi a questa prova con probabilità di buona riuscita. E ha da arrivare il giorno in cui nella carriera magistrale non entreranno, sto per dire, nemmeno più gli scarti del paese. Già tutti quelli che possono, scappano: è una diserzione continua di maestri che vanno a fare i [p. 229 modifica]segretari comunali, i sensali, i fattori, le guardie campestri, che si buttano in ogni specie d’altri impieghi, senza badar dove cascano, come viaggiatori che fuggon da un piroscafo sdrucito. — Pochi dì prima, egli aveva ricevuto una lettera d’un maestro di villaggio, premiato con la grande medaglia d’argento dal ministero d’agricoltura, carico di menzioni onorevoli e corrispondente d’accademie, il quale cercava un posto di portinaio. E non serviva a colmare i vuoti che ci fosse un grande numero di maestre buone, per la maggior parte più colte e più studiose dei maestri, sia per la miglior educazione avuta in famiglia, sia per il vantaggio relativamente maggiore che offriva loro, anche dal lato pecuniario, la professione magistrale; poichè alle maestre non si potevano assegnare classi maschili oltre alla seconda, e quello che occorreva soprattutto, e nella città anche più che in campagna, eran maestri delle classi superiori, nelle quali si comincia l’educazione morale veramente efficace, e si fa, per così dire, la pulitura delle intelligenze, per prepararle ai ginnasi. Dove si sarebbe andati a finire? Egli non lo sapeva. Ciò che sapeva di certo era che il Ratti poteva farsi animo, poichè non solo i concorrenti maschi eran pochissimi, ma di quei pochissimi una metà almeno non avrebbero potuto misurarsi con lui: eran maestri che tentavan quel colpo come un terno al lotto, senza attitudini e senza preparazione, e che probabilmente non sarebbero nemmeno stati ammessi ai verbali.


Con questo pensiero consolante il Ratti andò la mattina dopo alle otto e mezzo, — mezz’ora prima dell’ora fissata, — alla scuola municipale Baretti, in cui si dovevan dare gli esami in iscritto.

E lo spettacolo che gli s’offerse lì era così nuovo e strano per lui, che lo distrasse dal pensiero dell’esame. La porta d’entrata della scuola era affollata di maestre; affollata la strada davanti; sciami e crocchi per le strade vicine, e a tutte le cantonate, di signorine e di signore di tutte le gradazioni d’età, dai venti ai trentasei anni, e di tutte le forme d’abbigliamento, da quella elegante dell’ultimo figurino al vestimento quasi contadinesco della maestra di villaggio; e mescolati alle concorrenti madri, padri, fratelli, amiche, direttrici [p. 230 modifica]d’istituti, venuti a far coraggio e a dar gli ultimi consigli, tutti coi visi pensierosi o eccitati, parlanti e gesticolanti con grande animazione. Molte avevano dei libri in mano o sotto il braccio, o nascosti nelle tasche sotto i vestiti, in cui facevan delle punte o degli sgonfi ridicoli; altre portavan la colezione in piccoli pacchi, e dei pani che spuntavan fuori dalle scarselle, alcune delle boccette d’acqua d’odore per rinvigorirsi gli spiriti. E facevan tutte insieme un rimescolìo di cappelli e di penne di tutti i colori, e un ronzìo di conversazioni infinito; nelle quali si sentiva a ogni passo i nomi dei sei membri della commissione esaminatrice, e quello dell’assessore presidente, l’uno lodato come indulgente, l’altro trattato di tiranno, un terzo accusato di venalità, un quarto più commentato di tutti perchè sconosciuto. Passava ogni tanto uno dei sei personaggi per entrar nella scuola, e la folla gli apriva un largo passaggio, e lo seguiva un lungo mormorìo. S’affacciava tratto tratto alla porta la faccia d’un bidello maestoso. Due guardie civiche andavano su e giù, sorridendo. E degli spettatori curiosi cercavano nella folla i bei visetti, ma senza poter attirare gli sguardi.

Alle otto e mezzo la porta s’aperse, e la folla irruppe dentro come un’ondata di scolarette, mentre le parenti e le amiche davan le ultime esortazioni a quelle che s’indugiavano nella strada: — Coraggio, dunque, figliuola. — Nina, mi raccomando: calma, calma e calma. — Ricordati le attaccature dei periodi! — e si scambiavano dei baci, dei sospiri, delle forti strette di mano. Alla porta un professore della commissione e un bidello facevan deporre i libri, dando delle occhiate da guardie daziarie alle tasche e alle protuberanze spostate, e ci furon presto sul tavolino e sulle seggiole del salotto della direzione dei mucchi di trattati e di vocabolari. Per le maestre erano stati messi i banchi delle classi nel grande camerone del pian terreno. Il Ratti, entrando uno degli ultimi, le vide quasi tutte già al posto, dopo che avevan buttati i cappellini nelle scuole: circa a duecento visi disposti in sedici schiere, una distesa di capigliature di tutte le tinte, dal bruno d’ebano al biondo d’oro, e di vestiti di tutte le foggie, chiari per la più parte, su cui cadevano i riflessi verdi degli [p. 231 modifica]alberi del giardino battuti dal sole, dando al luogo e alla folla un aspetto d’allegria e di festa, molto discordante dall’espressione grave di tutti gli occhi, e dal fremito sordo, inquieto, febbrile che empiva l’aria.

Nel camerone di sopra eran stati disposti i banchi per i maestri, e dietro a questi, a una certa distanza, altri per una trentina di maestre, che non potevan più entrare di sotto. Quando il Ratti entrò, tutte le maestre eran già sedute. Dei maestri non mancavano che due o tre: eran tutti giovani al di sotto della trentina. Un vecchio bidello intabaccato faceva la guardia alla porta della scala. Due professori della commissione andavano e venivano, raccomandando agli esaminandi di far presto a mettere in ordine le loro carte. Il Ratti aveva appena messo in ordine le sue, quando, nell’alzar gli occhi verso la porta, mise un’esclamazione di stupore. Entrava Carlo Lérica.

Appena entrato si soffermò, girando un’occhiata torva sui banchi, e, visto il Ratti, sorrise, gli andò a stringere la mano e gli si mise accanto. Ma era ancora tutto fremente per un tu per tu avuto con quel villan con l’effe del bidello di sotto, che gli aveva voluto levar di tasca un pezzo di Gruiera involtato nella carta, credendo che fosse un libro. — Caro il mio Ratti, — soggiunse poi a bassa voce, — ne ho passate delle altre!.... Un porco paese!.... — Ma si dovè interrompere perchè entrava l’assessore, con altri quattro membri della commissione, a leggere il tema. Nel momento che l’assessore apriva la busta, entrarono a gran passi tre maestre in ritardo, tutte trafelate e mezze morte dalla paura, chiedendo scusa e compassione, e corsero ai loro banchi, dove si lasciaron cadere spossate, con le mani sul cuore.

Il tema era di pedagogia: — Un maestro assegna i limiti dei programmi didattici per la 1a, 2a e 3a classe e dice quale metodo osservi per insegnare proficuatmente agli alunni la lingua italiana.... — Appena l’assessore ebbe finita la lettura, si sentì una grande ondata di mormorii, di sospiri e d’esclamazioni sommesse, come dopo la lettura d’una sentenza in una corte d’assise affollata; e poi seguì un silenzio profondo.

Il Ratti lavorò tranquillamente fino a mezzogiorno senza nulla sentire e vedere intorno a sè; ma quando [p. 232 modifica]non ebbe più che e a trascrivere il suo lavoro, non potè trattenersi dall’osservare la compagnia e in particolar modo le maestre. Non restavano più che due ore. E cominciava a diffondersi una certa inquietudine fra quelle che lottavano ancora con difficoltà di concetto, e alcune, che a un certo punto, riconoscendo d’aver sbagliato il tema, avevan ricominciato da capo, e le scribacchione solite, che per aver dato troppa ampiezza al lavoro, temevano di non poterlo più finire. Tutte queste lavorarono in furia, lanciando tratto tratto delle occhiate supplichevoli al soffitto e pestando i piedi; parecchie sbocconcellavano in fretta un po’ di pane, nascondendo la bocca con la mano sinistra. Altre scrivevano furtivamente dei bigliettini che facevan passare sotto il banco alle vicine; e il movimento delle penne s’andava accelerando di minuto in minuto, come se scrivessero tutte sotto la dettatura d’una persona agitata da una impazienza crescente. Quando poi le prime diedero la pagina fatta, col nome suggellato, ed uscirono, crebbe, come sempre segue, l’affanno delle altre, e andò crescendo man mano che scemava il numero. Varie eran pallide, altre avevano il viso acceso, e si asciugavano il sudore. Anche di quelle che eran venute messe con più ricercatezza, non ce n’era più alcuna che mostrasse di badare ai capelli scarmigliati alle mani o al vestito macchiato d’inchiostro. Ce n’erano tre o quattro che pigliavan tratto tratto degli atteggiamenti di stanchezza e di scoraggiamento profondo. Ed era ben naturale, poichè alcune era la terza o quarta volta che si presentavano agli esami, e dalla riuscita dipendevano degli interessi gravi della loro famiglia, oltre che avevano impegnato il loro onore intellettuale in faccia alla parentela e alle amiche. Quando si fu agli ultimi momenti, e uno dei due professori assistenti disse queste terribili parole: — Si spiccino, signorine! — si videro degli alti di sgomento e di dolore da far veramente pietà. L’ora fatale era scoccata, e c’era ancora una diecina che lavoravano. Un vecchio professore d’università, un po’ nervoso, andava dicendo: — Le pagine, signorine! Le pagine come si trovano! — e girava fra i banchi cercando di farsele dare; un altro, professore alla Scuola Margherita, tentava di far lo stesso, più dolcemente. Ma le [p. 233 modifica]maestre non volevan dare i fogli, li tiravano indietro, si difendevano coi gomiti, supplicando: — Ancora un quarto d’ora! — Ancora cinque minuti! — Glielo domando per favore! — Si udivano delle esclamazioni a mezza voce: — Dio mio! Dio mio! — Una ragazza lasciò cader la penna e si mise a piangere. Il Ratti non ne volle vedere la fine.


All’uscita c’era di nuovo nella strada una folla di maestre e d’altra gente venuta a chieder notizie, un gran numero di crocchi, in cui le esaminate, agitando in aria le brutte copie, raccontavano gli affanni della mattinata, gli atti di rigore dei commissari, le precauzioni severissime che avevan prese per impedire le comunicazioni col di fuori, fino ad appostare vigilanti nel giardino e in tutte le strade d’intorno, e a respingere alla porta le frutte e i pani portati dai parenti, per sospetto che ci fossero dentro dei bigliettini. E i parenti e le amiche uscivano in esclamazioni contro la barbarie della commissione e in parole di pietà per le ragazze, riparando con mano carezzevole al disordine del loro abbigliamento e levando loro i fogli di mano per vedere. In quella confusione il Ratti fu afferrato per una spalla dal Lérica, che lo cercava, e si abbracciarono affettuosamente. — Dunque anche tu, — gli disse l’amico per prima cosa, — vuoi venire al grande stabilimento penale di Torino? — Non era mutato gran che in quei cinque anni: gli s’erano solo incavate un po’ di più le due rughe sotto gli occhi e quelle tra il naso e gli angoli della bocca, le quali presentavan sulla sua faccia dura l’aspetto di quelle impronte di rami di piante che si vedon su certe pietre del periodo carbonifero, ed anche aveva fatto più grosso il collo, che era un vero tronco di colonna. Del rimanente, era sempre quello. E benchè allupasse dalla fame, raccontò subito al Ratti quello che gli era accaduto, dopo la lettera che gli aveva scritta a Altarana. Piantato il comune di Badolino, aveva ottenuto un posto nel comune di Mocchia, dove s’era trovato anche peggio; un piccolo villaggio mezzo nascosto in un valloncello dall’uggia, dove pioveva sei mesi all’anno, e ci era tanta umidità nella scuola che la muffa aveva mangiato la faccia al ritratto del re e [p. 234 modifica]non lasciava più leggere i cartelloni. E c’era in quel sepolcro di paese, egli non capiva come, una così strabocchevole quantità di bambini, che non si sapeva dove cacciarli; la sua scuola ne rigurgitava; per la strada si sarebbero scopati; eran gozzuti due su cinque; una cosa indecente: un villaggio che faceva bambini come il formaggio fa i bachi. Qui s’era imbattuto in un sindaco di nuova nomina, al quale la vanagloria aveva addirittura offuscato l’intelligenza, al punto che pretendeva che il maestro, quando andava a trovarlo al municipio, si mettesse i guanti! E anche lì aveva avuto, tra gli altri guai, dei gran rompimenti per via dello stipendio: un esattore in relazione d’affari col sindaco, un intrigante birbo, che, per tre mesi di seguito, quando egli s’era presentato per riscoter lo stipendio, gli aveva detto: — Non ho danari — anche quando gli constava in modo positivo che aveva già esatto la prima rata dell’imposta locale, ed altri crediti del comune. Che cosa fare, allora? Non volendo ricorrere alle autorità, perchè, come altre volte gli era accaduto, le risposte sarebbero state mandate al sindaco, che l’avrebbe forse licenziato per vendetta, aveva deciso di metter le mani innanzi, e dato le sue dimissioni. Ma ecco che il prefetto respinge le dimissioni al delegato scolastico circondariale, con l’ordine di far riprendere a lui il posto abbandonato, ricordandogli che, come il municipio non può licenziare il maestro nel corso dell’anno, così il maestro non può licenziare sè stesso. Così egli aveva dovuto continuare a far scuola e l’esattore aveva continuato a non pagare! Finalmente, a furia di ricorsi su ricorsi, era riuscito a farsi sentir dal prefetto, il quale aveva ordinato al sindaco di farlo pagare sull’atto, sotto pena di spedire a Mocchia un commissario a spese del comune. — Avuta quella notizia, — disse il Lérica, — corro tutto allegro dall’esattoria per riscuotere insieme gli arretrati e lo stipendio in corso.... e l’esattore mi dà sul credito totale.... — e qui mise fuori una voce stentorea che fece voltar venti persone in via Garibaldi: — Sedici lire, capisci, sedici porche fetentissime lire! E il resto mi fu pagato successivamente a cinque, a sei, a quattro, persino a due lire per volta!.... Ma, — soggiunse, soffermandosi in mezzo alla strada, e tentennando il capo con un [p. 235 modifica]sorriso di trionfo feroce, — ne hanno sentite! Perchè, bisogna dire che avevan coscienza delle loro turpitudini e riconoscevan giusto che mi sfogassi. E mi sono sfogato, puoi pensare. Alla riscossione d’ogni scudo, latravo per delle mezz’ore, facevo accorrer la gente, era un inferno. Loro fingevan di non sentire. Ne dicevo di quelle che mi compensavano di un mese di privazioni: le preparavo il giorno prima; dei vituperi, ti dico, che se avessero avuto un’oncia di sangue nelle vene, m’avrebbero fatto saltar le cervella col revolver. Basta, è il mio destino. E ora vedrai che sarò buggerato anche qui.... — E siccome il Ratti faceva un atto di denegazione: — Ah! ne son sicuro! — esclamò — io son troppo conosciuto in Piemonte. Figurati le infami lettere che debbono aver scritte alla commissione e al municipio tutti quelli che ho trattati da mascalzoni e minacciati di calci nel deretano. I caratteri come il mio non li vogliono da nessuna parte. Ma aspetta un po’ ch’io sia bocciato! Non ti dico altro. Mi sentiranno prima di tutto nella Commissione, e poi farò un giro circolare in tutti i villaggi dove son stato, per procedere a un aggiustamento generale di conti, e ne sentirai delle belle. Sarà il viaggio del terremoto in persona!


La mattina dopo ci fu il lavoro di lettere italiane, la sentenza — Impara l’arte e mettila da parte, — da illustrare con un racconto, o un dialogo, o una dissertazione. — Seguirono le medesime scene del giorno avanti, con un incidente di più. Dopo due ore, una ragazza s’arrovesciò col viso smorto sul banco di dietro, accorsero i professori e i bidelli, fu portata nel giardino, la spruzzaron d’acqua, rinvenne; ma non fu più in grado di rimettersi al lavoro.

Il Ratti fu continuamente disturbato dai sacrati sommessi del Lérica, che trovava il tema vuoto e stupido, e dedicava delle filze d’epiteti alla commissione e al municipio. Prima dell’uscita, furono avvertiti che la commissione si pigliava otto giorni di tempo per la correzione delle pagine, e che la mattina del nono giorno sarebbero stati affissi alla porta della Scuola i temi dei candidati ammessi agli esami verbali, rimanendo sottinteso che i non iscritti si dovessero [p. 236 modifica]considerar caduti nei lavori. All’uscita, ci fu più rimescolìo di gente che il giorno innanzi. Il Ratti e il Lérica stettero un pezzo nella strada a veder uscire tutte quelle maestre trionfanti o avvilite, pensierose o quasi piangenti, stanche, molte coi capelli e coi panni scomposti, come se uscissero da una lotta; le quali mostravan nel viso dei sospetti d’errori e dei rammarichi di pensieri e di frasi rimaste nella penna, e si scambiavano nel separarsi parole di buon augurio, di timore, di sconforto. In mezzo alla folla, il giovane si sentì chiamar da una voce dietro le spalle: — Signor Ratti! — e, voltandosi, si vide davanti la maestra Pedani. Il primo ricordo che gli balenò fu quel crudele: — Faccia gli esercizi coi manubri, — e a questo ricordo, vedendo lei così grande e florida, con quell’alterezza virile, arrossì di vergogna. Quella sorrise leggermente, ricordandosi forse la stessa cosa, e lo levò d’imbarazzo con la sua tranquilla disinvoltura, tendendogli la mano robusta. — Anche lei qui? — gli domandò, come se si fossero visti la sera prima. — È semprrre stato bene in tutto questo tempo? — Pareva che si fosse fatta anche più giovane, e più larga di spalle e più stretta di cintura, e più gagliardamente sana di corpo e di spirito di quello che fosse a Camina. — Scommetto — le disse il maestro scherzando — che lei concorre a un posto a Torino non per altro che per venir a stare nella culla della ginnastica. — E la maestra rispose senza sorridere: — Precisamente. — Il maestro le disse per complimento che poteva esser sicura del fatto suo. Ma essa scrollò il capo, in atto di dubbio. Certo, se l’esame fosse stato agli attrezzi, non se ne sarebbe data pensiero; ma l’inquietavano gli esami di lavori donneschi, quella benedetta imbastitura della camicia, per cui le accadeva di stracciar dieci metri di roba senza venir a capo di nulla, perchè non ci aveva mai avuto nè pazienza nè genio. E mentre diceva questo, un’ondata di colleghe li separò. — A rivederci il giorno della sentenza — gli disse ancora la maestra, di lontano cinque passi, facendogli con la mano un saluto da giovanotto. E il Ratti non vide più che il suo cappellino ornato di margherite, che sovrastava a tutti gli altri della folla. [p. 237 modifica]

In quegli otto giorni; visitando più volte i suoi fratelli; ch’erano già due giovanotti, e l’uno lavorava da tipografo, l’altro da intarsiatore, il Ratti ondeggiò con affanno continuo fra la speranza d’aver fatto una riuscita splendida e la quasi certezza d’aver sbagliato i lavori di sana pianta. La notte prima della sentenza non dormì. La mattina era già nei dintorni della scuola un’ora prima che s’aprisse. E con lui era un va e vieni d’anime in pena che andavano a tentar l’uscio ogni cinque minuti e spiavano con occhio ansioso i bidelli che fumavano nel giardino, i professori che passavan per la strada, persin le finestre chiuse dell’edifizio. Quando la porta s’aperse vi si precipitò dentro un’onda di candidate, di parenti e d’amiche, mandate là dalle maestre che non avevano avuto il coraggio di venire in persona. I nomi degli ammessi ai verbali erano scritti per ordine alfabetico in un piccolo quadro calligrafico, appeso accanto all’uscio del camerone. Ahimè! quanto era breve l’elenco! Per un quarto d’ora il Ratti non vi si potè avvicinare: a ogni persona che si levava di là, due sottentravano; si sentivano esclamazioni di sdegno, lamenti, mormorazioni; dei padri e delle madri se n’andavano col viso accigliato, borbottando; delle signorine uscivan pallide; più d’una con gli occhi pieni di lacrime, tenuta pel braccio da una parente o da un’amica, che cercava di consolarla; e parecchie tornavano indietro, per accertarsi meglio che il loro nome non ci fosse, animate ancora da un barlume di speranza. Ma in quel momento il Ratti era chiuso a ogni pietà; fu vinto anzi tutt’a un tratto da un impeto d’impazienza brutale, e si cacciò avanti, facendosi largo coi gomiti, e riuscì a penetrare fino alla prima fila, e a sporgere il capo al di sopra d’un cappellino che gli stuzzicò il mento con le penne; e provò la sensazione che fa un soffio d’aria fresca a un moribondo d’asfissia.... Ratti Emilio! Il suo nome era là. Mise un lungo respiro, che gli tirò addosso vari rapidi sguardi d’invidia, e tornato a far forza di braccia, uscì, così felice, che non si ricordò nemmeno di cercare il nome di Lérica nè di domandare ad altri se ci fosse.


E fu anche più contento la sera quando seppe che [p. 238 modifica]i maestri riconosciuti idonei nei lavori in scritto erano tre soltanto, e che il Lérica era fra questi. Andò agli esami verbali di buon animo. Eran chiamati a tre per volta nella sala della palestra ginnastica, e successivamente a due tavoli, a un dei quali sedevano il presidente e uno dei membri della commissione, all’altro gli altri quattro. Egli fu chiamato con due maestre. Al primo vedere quei sei visi di giudici che si voltarono verso di lui, al pensare che poteva perdere là in pochi momenti il frutto delle fatiche di tanti anni, provò la commozione violenta del figliuol di famiglia che s’avvicina per la prima volta a un tavolo da gioco. Chiamato a un tavolo, andò a un altro, dovette ritornare al primo; vide le sue due pagine aperte davanti a uno degli esaminatori, e non capì le prime parole che questi gli diresse: poi sentì all’improvviso un grande sollievo: eran dei complimenti. E allora gli entrò un grande coraggio, quella specie d’ebbrezza lucida che in altre occasioni l’aveva soccorso, quasi un raddoppiamento di tutte le facoltà, che gli veniva dall’ambizione, dall’orgoglio, dal cuore, dal ricordo degli sforzi vittoriosi che aveva fatti nei primi anni dei suoi studi, da un’immagine di sè che vedeva in un’aula immaginaria d’Università, in atto di rispondere trionfalmente alle domande d’una commissione che lo doveva laurear dottore in belle lettere. E gli parve d’aver accanto un amico invisibile, l’ombra del Megári, che gli suggerisse le risposte. E rispose bene. Fu stupito quando gli dissero: — Vada pure. — Credette che avessero sbagliato: quei tre quarti d’ora gli eran parsi dieci minuti. E uscì tranquillo. Ma gli prese la frenesia alle gambe appena uscito, al veder il sole e la gente, e girò per le strade di Torino, senza meta, con un piacere inesprimibile, pensando già a tutti quegli anni passati nei villaggi come a un periodo remoto della sua vita, e alle persone che v’avea conosciute, come a larve d’un sogno. E si trovò all’imbrunire, quasi sorpreso dalla notte, davanti alla locanda dei Tre piccioni. Entrando in cucina, vide le spalle di Lérica, che discorreva col padrone.


Non avendolo visto ai verbali, rimase un po’ perplesso, per timore che avesse fatto fiasco. Ma appena [p. 239 modifica]quegli si voltò, il Ratti gli lesse in viso che tutto era andato bene. — Sì, tutto è andato bene — , rispose il Lérica alla sua domanda, fregandosi le mani. Ma cambiò subito faccia. — Figurati però — gli disse — che mancò poco che fossi stiacciato per causa di quell’accidente del professore Alati, che mi tirò a imbrogliare. — Lui e il professore s’eran presi a parole a proposito della popolazione di Pechino. Il maestro aveva detto “due milioni d’abitanti„; e il professore s’era messo a ridere osservando che due milioni non potevano essere, dacchè Pechino non aveva un maggior circuito di Parigi, dove due milioni d’abitanti sono ammontati, e là c’eran dei grandi spazi spopolati quasi, come la città imperiale, gli stagni enormi, ecc. Il maestro aveva ribattuto che quella cifra era in quasi tutti i trattati di geografia per le scuole. L’altro gli aveva risposto: — Non s’impazienti! — e lui: — Non m’impaziento! — e quegli: — La smetta.... — Insomma — disse il Lérica — si vede che il mio muso non gli piaceva, e cercò di impiccarmi nella capitale della China, il birbone; ci fu un momento che mi vennero i fumi, e vennero anche a lui; ci siamo accozzati bene, davvero. Basta, io spero d’essermela cavata, e che tutto sia finito. — E allora fu preso da un accesso d’allegria rumorosa, che finì però, come sempre, in una scarica d’imprecazioni. — Ah! è finita, sì — gridò col pugno teso verso le Alpi che si vedevan dalla porta della locanda — è finita con quei letamai di paesucoli, con quelle stalle di scuole e quei vaccari di sindaci che m’hanno fatto mangiar pane e veleno per dieci anni! — Ed era tempo che finisse. Ora non voleva neppur più degnare d’un pensiero quell’indecente passato, e non potendo perdonare ai farabutti che gli avevan fatto delle porcherie, voleva almeno cercare di dimenticarli. Ma purchè non gli fossero mai ricapitati tra i piedi, intendiamoci! Guai se uno di quei musi gli si fosse parato davanti a Torino allo svolto d’una cantonata. Oh! non avrebbe fatto scandali, nemmen per idea. Avrebbe soltanto sollevato l’uomo delicatamente, con due dita sotto il mento, e l’avrebbe deposto un po’ più in là, senza fargli male, dicendogli: — Abbia pazienza: lei e Carlo Lérica non possono camminare sullo stesso marciapiede. — Ah!... [p. 240 modifica]che vili! — Il Ratti passò allegramente la serata con lui, facendo disegni di vita comune per quando sarebbero stati insieme a Torino, e poichè il Lérica aveva trasportato i suoi penati ai Tre piccioni, ebbero la sera dopo il piacere di ricevere tutti e due insieme da tanto d’usciere gallonato la lettera solenne con cui l’assessore annunziava loro il buon esito degli esami e la loro prossima nomina a Torino “dopo la prima radunanza della Giunta„.


Prima di partire, il Ratti andò a portar la buona notizia all’avvocato Samis. Questi si congratulò con lui, e gli assicurò che ne sarebbe stata molto contenta anche sua moglie. Poi, dicendogli: — le faccio una sorpresa, — aperse l’uscio della stanza accanto, e il maestro vide venire avanti un giovanotto sui diciotto anni, che riconobbe subito per il suo antico alunno Genèri, il piccolo innamorato della maestrina Vetti. Eppure, tutto era mutato in lui: nessuno avrebbe sospettato, neppur vagamente, l’origine sua. Vestiva con garbo, s’era fatto più alto del suo mecenate, e tarchiato, e dagli esercizi ginnastici e dalla scherma aveva acquistato nelle mosse e negli atteggiamenti una scioltezza e quasi una grazia affatto nuova. Solo dell’antico viso gli restava tutto ciò che esprimeva l’ambizione, la risolutezza, la costanza, l’audacia, un animo e una mente fatti dalla natura e temprati dalla volontà per tutte le lotte della vita, senza sentimento nè bisogno alcuno d’affetto e di dolcezza. Egli tese la mano al maestro con un fare da eguale, sorridendo, non tanto a lui, quanto alle memorie che la sua presenza gli ridestava, e gli disse con voce fredda quattro parole che parve volessero esprimere un ringraziamento: — Ah!... mi ricordo sempre; — poi prese a giocare con un tagliacarte. Il maestro osservò le sue mani che serbavano sul dorso un poco dell’arsura antica del sole, e avevan le dita larghe all’estremità. Nessun’altra traccia gli rimaneva della vita dei campi. Parlava il dialetto torinese dei signori, si capiva da tutto ch’egli s’era trasformato in ogni cosa e avvezzato alla vita e ai modi della nuova classe in cui l’avevan trapiantato. E l’avvocato pareva che guardasse con compiacenza, benchè senza tenerezza, l’opera sua, come il piallatore guarda l’asse [p. 241 modifica]ridotto liscio e sottile, dopo averci lavorato su lungo tempo. E notando lo stupore del maestro: — Si ricorda, — gli disse, — delle mie profezie sulla partecipazione agli studi della gioventù della campagna? Che cosa ne dice di questo campione? — Il Ratti cominciò un complimento, e l’interruppe per timore di veder apparire sul viso del giovane un’espressione di vanagloria; ma non vedendone il minimo segno, lo riprese e lo finì, senza che quegli mostrasse d’accorgersi ch’era diretto a lui. Spiacque al Ratti quell’impassibilità. Egli indovinava in quel giovane il vigore selvaggio dell’ambizioso senza cuore, che comincia dalle scuole a trattare i compagni come concorrenti, a farsi largo a spintoni senza voltarsi a guardare chi gli cade al fianco, calpestando chi gli stramazza davanti, deridendo chi gli rimane di dietro, avido soltanto di tutto quello che e invidiato e cercato da altri, e non frenato da null’altro al mondo che dal timore di perdere un palmo del terreno conquistato; e sentiva per lui una così viva ripugnanza, che, dopo fattogli quel complimento voluto, non trovò neppure nei ricordi comuni d’Altarana di che rivolgergli una parola di più. E pensò con piacere, paragonandosi a lui, dopo uscito da quella casa, che egli pure era ambizioso, che aveva egli pure fin dall’infanzia aspirato a levarsi in alto e consacrato tutte le sue forze a quel fine; ma che, grazie al cielo, era certo in cuor suo che avrebbe combattuto la lotta per la vita come si combatte in un duello di gentiluomini, e non come in una mischia di predoni, e che pur lottando e difendendosi, e anche assalendo quando fosse occorso, avrebbe amato, compatito, aiutato, veduto sempre davanti a sè, all’orizzonte, qualche cosa di più grande che la propria ambizione. E interrogando ancora la propria coscienza, mentre saliva sul treno, fu contento di poter accertare a sè stesso che a qualunque altezza fosse arrivato il suo antico alunno, egli non l’avrebbe nè adulato nè invidiato mai.