Il romanzo della fortuna/XXII

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Arcobaleno

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XXI XXIII

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XXII.

Arcobaleno.

Fu qualche giorno dopo che Giovanni e Chiarina si trovarono un dopo pranzo appoggiati al davanzale della loro finestra e dal cortile saliva, come già altre volte, la canzone dello scalpellino:

“ Io vorrei che nella luna...”

Giovanni disse:

— Sai? Mi sono deciso.

— Deciso? — ripetè Chiarina guardandolo timidamente tra ciglio e ciglio.

— Sì.

— Deciso a...

— Si, a prender moglie. Indovini?

Invece di rispondere, Chiarina divenne color porpora. [p. 298 modifica]

— Non è necessario che ti dica il nome, nevvero?

Giovanni sorrideva con un raggio di felicità nÈ begli occhi neri; ma vedendo che la sorella si ostinava a tacere, riprese con un’ombra d’inquietudine:

— Disapprovi la mia scelta?

Chiarina protestò energicamente col gesto.

— Siete già tanto amiche... diventerete sorelle.

— Sì, Giovanni — disse finalmente Chiarina vincendo la grande commozione. — E...

— Che cosa?

— ...Lei ti ama?

Porse per la prima volta in vita sua Giovanni ebbe sulle guancie un principio di rossore. Chinossi sul davanzale della finestra a scuotere la cenere del suo sigaro e rispose a bassa voce con molta semplicità:

— Lo spero.

Quella sera il none di Mariuccia non fu pronunciato, ma il dì seguente ella fu l’eroina di tutti i discorsi tra fratello e sorella. Non si stancavano mai nè l’uno nè l’altra di parlare di Mariuccia e di architettare progetti per l’ [p. 299 modifica]avvenire. Finalmente Chiarina gli domandò quando avrebbe fatta la domanda solenne.

— Non credo che sia necessaria — rispose Giovanni: — ella è orfana, Enzo lo sa...

— Lo sa? — interruppe Chiarina con interesse.

— Capirai, andando in casa tutti i giorni...

— Ed è contento?

— Mi pare di sì.

— Ma come avete fatto? — insistette Chiarina.

— Cara mia, è un po’ difficile spiegare queste cose. Bene ce ne siamo voluto sempre, ma da qualche tempo io mi accorsi ch’ella non era più per me la piccola compagna d’infanzia e forse anche lei mi vedeva diverso dal Giovannino che aggiustava la testa alle sue bambole... Il primo cambiamento avvenne nel modo di guardarci, poi nelle parole che pronunciavamo e nel soggetto dei nostri colloqui, poi... poi... Certo senza le disgrazie che l'hanno colpita non so se avrei pensato a questo passo; ma vedendola così sola, e povera, e infelice, mi abbandonai alla corrente. Ecco.

Vennero in seguito le confidenze di Mariuccia, e Chiarina fu trascinata nel vortice di [p. 300 modifica]quell’amore giovanile tutto pieno di letizia che fioriva sul lutto di casa Firmiani come la magica rosa nel roveto.

— Non ti sei accorta tu che volevo bene a Giovanni?

— Bene sì, ma...

— Già, già, non puoi intendere.

Quante volte Chiarina si era trovata dinanzi a quel sorriso misterioso, a quel compatimento benevolo, a quella persuasione che ella fosse totalmente estranea all’amoroso turbamento! Nessuno sospettava neppure che il gracile petto evanescente sotto gli sciallini color foglia morta avesse conosciuto l’ansia delle lunghe attese e il balzo repentino del cuore che si slancia verso l’oggetto amato. Se ella aveva desiderato e pianto in segreto, se aveva conosciuto i sogni deliranti e le veglie desolate, se aveva pronunciato mille volte per sè, dentro di sè un nome adorato, nessuno lo sapeva. Questa era la sua gioia e il suo tormento insieme: gioia ideale del credente che custodisce la sua arca santa; tormento umano della creatura che si trova disgiunta dalle compagne, isolata nel palpito che commove e tiene unito l’universo.

Ma l’amore di Chiarina, tutto fatto di rinuncie altruistiche, non aveva lasciato albergare nella sua compagine alcun basso sentimento di invidia. Dolce sempre anche nella malinconia, e sempre preoccupata della felicità di coloro che essa amava, sorrideva alla giovine coppia, che il destino aveva prescelta per formare i pochi felici concessi alla terra. Materna nel suo profondo e retto istinto femminile, se al suo fianco non era riserbata la grazia del procreare, ella si sentiva madre per lo slancio ardente dell’affetto, per l’intelligenza della comprensione, per la spontaneità della dedizione. Era così che intendeva la sua parte di donna. Quale madre avrebbe operato meglio di lei per i suoi fratelli? e per i Firmiani tutti indistintamente? e per [p. 301 modifica]le due piccine che la vera madre lasciava morire? e quanti, quanti altri da lei beneficati con una carezza, con una parola: estranei che entravano un attimo per caso nell’orbita della sua vita e clic se ne ritraevano con una dolcezza di più in fondo al cuore?

Madre dunque, madre ancora, madre inesauribile di bontà e di tenerezza, ecco il suo posto accanto a Mariuccia in quei giorni di gioie trepide e misteriose che precedono le nozze. [p. 302 modifica]

Con uno dei pensieri delicati di cui Giovanni aveva dovizia decise di comperare, prima che venissero messi all’asta, i mobili migliori di casa Firmiani: così Mariuccia si sarebbe ritrovata fra le memorie care di sua famiglia. Il bel salotto col divano di velluto verde, coll'ampia specchiera dalla cornice dorata, coi ritratti, coi ninnoli eleganti migrò tutto intero da via Gesù a via Senato. Giovanni, — disse Mariuccia tutta commossa — non contento di darmi l’avvenire, vuol rendermi anche il mio passato.

Quante corse in quei giorni, quanti ritrovi, quante piacevoli discussioni e grate sorprese! La formichetta che aveva tanti anni prima preparata la sua tana terra terra, paga di potervi mettere una ottomana color cremisi e un tavolino di noce, non si persuadeva ancora di dover andare ad abitare quella bella dimora.

— E non basta — le diceva Giovanni per farla dare in ismanie protestando che non lo avrebbe mai permesso (ma Giovanni rideva perchè era suo il segreto di riuscire in tutto ciò che si metteva in mente di riuscire) — non basta: ti voglio far fare il ritratto in grandezza naturale, che non sarà davvero esorbitante, [p. 303 modifica]col tuo sciallino sulle spalle e le mani in grembo nell’attitudine di «fare la signora per un’ora». Mariuccia sarà contenta di metterlo nel suo salotto e i figliuoli dei miei figliuoli guardandolo sapranno a chi si deve il merito primo della nostra fortuna.

Sulle ringhiere e sui ballatoi del grande casone non si faceva altro che parlare di quel matrimonio. Madama Cauda, che era dolente di perdere Chiarina ma che nella bontà del suo cuore godeva delle gioie degli altri, non mancò di osservare che una volta almeno il merito veniva ricompensato. Walter espresse la sua opinione in tutt’altro modo, ghignando con una fiamma livida negli occhi cavernosi.

— Ecco della gente che ieri appena si trovava fra gli oppressi e che arricchirà domani la schiera degli oppressori.

— Giro della ruota, caro mio — rispondeva il dottore; — ciò prova che il capitale non è mai immobile e che tutto alla fine si equilibra.

Anche il polentaio, prossimo oramai a ritirarsi dal commercio col suo bel gruzzolo, chiudendo l’occhio sinistro e ridendo col destro, ebbe a dire che fin dalle prime fette di polenta vendute a quei due campagnuoli li aveva giudicati [p. 304 modifica]fra coloro che sanno guidar bene la barca.

— Tutto dipende dal nascere sotto una buona stella (conclusione della portinaia erbivendola). Io non ho ancora trovato un biglietto da mille in fondo a un cavolo.

— E tutto porta a credere che non lo troverete mai — rispondeva bonariamente il dottore a cui quella confidenza era stata fatta.

Ma in mezzo alle ciarle più o meno benevole, fra i preparativi della casa nuova, coi nuovi impegni e le nuove occupazioni, un pensiero che non era quello del matrimonio accompagnava sempre Chiarina: Che avrebbe fatto Enzo? Come era stato preveduto da Giovanni, la mancanza del sostegno paterno gli fece perdere l’impiego che era di per sè stesso poco sicuro, ed alla offerta di aggregarlo alla grande azienda commerciale che si stava aprendo in quei giorni Enzo non aveva risposto ancora.

I bei mesi primaverili erano già trascorsi. L’estate, dopo di essersi annunciata con un giugno caldissimo, inaugurava un luglio torrido.

Chiarina, esente oramai dalle cure del negozio, chiudeva la giornata in casa Firmiani, dove erano tuttora molte le combinazioni da [p. 305 modifica]condurre a termine e dove la sua presenza permetteva ai giovani fidanzati di passare insieme ore deliziose.

Cadeva appunto una sera della metà di luglio e nell’appartamento di via Gesù, con tutti gli usci e tutte le finestre aperte, il caldo era insopportabile. Solamente verso le finestre che davano sul giardino si respirava un’aria che l’umidità degli alberi sottostanti faceva sembrare fresca. Giovanni e Mariuccia la bevevano con avidità, sporgendosi fuori sul davanzale, confidando alle tenebre che scendevano lentamente i loro piccoli segreti di innamorati felici.

In fondo alla stanza, che era una specie di vasto tinello mobiliato con sedili di paglia leggera e finissime stuoie sparse sul pavimento di mosaico veneziano, Chiarina seduta nel raggio della luna si abbandonava alla dolcezza della contemplazione, il solo piacere egoistico ch’ella si fosse mai concesso. Colle palpebre socchiuse il pispiglìo degli amanti le giungeva come a traverso un velo di oblio molle e voluttuoso in cui tutta la sua volontà si perdeva e in quello stato di sopore magnetico non si accorse che un’ombra era scivolata silenziosamente sulla sedia dirimpetto alla sua, Enzo. [p. 306 modifica]

Il rumore della sedia smossa fu quello che la avvertì della presenza del giovane. Volle alzarsi, ma egli la pregò di non muoversi.

— Accendo il lume?

— Ma no, si sta tanto bene così.

Egli pure era un solitario e un contemplativo. Aveva annunciato quel giorno la risoluzione presa di andare in Inghilterra a tentare la sorte che non gli arrideva in patria e ad onta del dispiacere di Mariuccia, Giovanni col suo senso pratico si credette in dovere di approvarlo. L’uomo deve farsi la sua strada da sè come e dove può. Erano state le parole di Giovanni.

Ma che avveniva nel cuore di Enzo? Chi aveva letto mai nulla nel suo cuore rinchiuso? A quale sogno, a qual meta aveva tesa la sua malinconica giovinezza già sfiorita? C’era una donna in fondo alle sue tristezze? una donna in cima alle sue speranze...?

Chiarina si era fatta a sè stessa le mille volte queste angosciose domande. Era egli forse uno di quei pellegrini che attraversano la vita senza posare mai, senza sciogliere mai il misterioso fardello delle loro illusioni? Era un dimenticato nella ridda universale? Era un incompreso? Era un vinto? [p. 307 modifica]

Il profilo un po’ stanco del giovane perdevasi nel cantuccio d’ombra che egli aveva scelto, ma la glassa dei suoi capelli ancora vigorosa cadeva nel raggio di luna che attraversava la stanza. Chi gli avrebbe detto che accanto a lui, in quella stanza, su quella sedia di fronte, dove egli non vedeva e certo non guardava che una misera forma femminile, ardeva il più gran cuore che egli avesse mai incontrato, taceva dolorando da vent’anni un grande amore?

No, egli non doveva saperlo. Egli era, egli era il pellegrino che attraversa la vita senza posare mai, che trova i fiori e non li coglie, costeggia le fonti e non beve alle loro acque, porta faticosamente il suo fardello in mezzo ai rovi, in mezzo alle spine e mai lo scioglie, mai!

Quali si fossero i segreti sentimenti di Chiarina, ella non provava ora che una grande pietà per lui e insieme una gioia profonda nel pensare che anche lontano, oltre i monti, oltre i mari, quando egli si sarebbe creduto più che mai abbandonato e solo, il suo amore lo avrebbe difeso.

Partendo non si staccava nè dalla patria nè dalla famiglia, perchè ella ne avrebbe custodita [p. 308 modifica]la memoria e alimentato l’affetto. E se un giorno per ignoti eventi, per casi felici, per tristezze insanabili egli ritornasse al nido, oh! come lo troverebbe ancora tiepido e coperto di piume!

Dal suo angolo buio, Enzo fece un movimento che lo portò in pieno raggio lunare. Si fermò, colla faccia rivolta alla finestra, nel vano della quale delineavansi le figure dei due fidanzati e parve a Chiarina che sospirasse lievemente. Era la stessa posa (il ricordo le scattò lucido e improvviso) che egli aveva avuto in quel lontano giorno luminoso della botteguccia di Matteo. Colla posa, col gesto, le ritornò alla mente anche una frase da lui pronunciata allora e tutta palpitante mormorò:

— Si ricorda, signor Enzo, ciò che disse una volta, or sono tanti anni, tanti... «Noi non sappiamo nulla di ciò che ne riserba l’avvenire».

Enzo corrugò le ciglia quasi per forzare le immagini ad uscire dalla sua memoria e non rispose subito.

— Era un giorno d’estate caldissimo; la botteguccia di Matteo chiusa dietro le imposte e scura... Lei entrò. Doveva prendere non so che [p. 309 modifica]cosa alla Villa... ma faceva molto molto caldo e stette forse una mezz’ora là, accanto al banco...

— Ah! C’era sul banco un garofano morellone! — fece Enzo.

— Sì, sì, un garofano rosso di sangue.

— Lo vedo ancora.

Tacquero per un istante su quell’attimo fuggitivo di due pensieri che si incontrano sulla stessa visione e prima che l’attimo sparisse trasportando altrove l’attenzione di lui ella replicò:

— Quel giorno, partendo, mi disse: «Noi non sappiamo nulla di ciò che ne riserba l’avvenire».

— Ed era vero — disse Enzo.

— E sarà vero ancora — disse Chiarina.

I loro sguardi si incontrarono, pallidi nel raggio lunare, pallidi e profondi, misurandosi per la prima volta. [p. 310 modifica]