Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo XIII

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Capitolo XIII

Dei benefizii largiti in Benevento da varii imperadori romani, e della opulenza dell’antica colonia beneventana

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Capitolo XIII

Dei benefizii largiti in Benevento da varii imperadori romani, e della opulenza dell’antica colonia beneventana
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CAPITOLO XIII.


La massima parte degl’imperadori romani succeduti a Nerone ebbero in pregio la città di Benevento, vi eressero splendidi edifizii, e assunsero ai primi onori, e investirono delle primarie cariche dello Stato i suoi più distinti cittadini. Tutto ciò appare chiaramente da varie iscrizioni dichiarate da Giordano Nicastro e dal Garrucci, ed io, a dilucidare questa parte dell’istoria, e agevolare ai lettori la notizia dei patrii monumenti, stimo indispensabile di accennare ad alcune di tali iscrizioni.

Da una epigrafe che andò perduta, ma che fu riportata da Appiano, si desume che Tiberio edificò qualche edifizio in Benevento, o che ristaurò quelli eretti da Augusto. Antonino Commodo, che nell’anno 180 ascese all’impero, eresse un portico in Benevento, di cui serbasi memoria in un marmo, e da un’altra iscrizione risulta che vi furono in Benevento le Terme denominate Commodiane, quali stimo che fossero fatte erigere dallo stesso Cesare, se pur non dobbiamo ammettere che alle terme di Benevento si riferisse il lavacro mentovato da Lampridio, giacchè si deduce da [p. 101 modifica]Elio Sparziano che le stesse servissero al doppio uso di terme e lavacro. Laonde non può mettersi in dubbio che l’imperadore Commodo, di cui celiando scrisse un autore «che al mondo tutto fu incommodo», colmò di beneficii la sola Benevento. E un tal fatto si rende manifesto dall’essere stato largo di onori ad un cittadino beneventano, al quale fu eretta una statua, come cel dimostra la base di essa cavata dal fiume Calore, per essere stata divelta dal ponte di quel fiume presso Benevento, e che vedevasi un tempo nella casa della patrizia famiglia Pedicini.

Agli imperadori Lucio Settimio Severo, Pio Pertinace e M. Aurelio Antonino suo figlio allude una iscrizione trovata presso Benevento nella via Appia, e riferita da Giano Grutero. Non è ben noto qual fosse il ponte che questi Cesari rifecero vicino Benevento, poichè n’ebbe molti la via Appia: uno per guadare il fiume Sabato, a breve distanza dalle porte di Benevento, e due altri per guadare il fiume Calore. Di questi il primo, che dista meglio di due chilometri da Benevento, si dimanda Ponte Valentino, e per la sua solidità ed ampiezza dà sicuro e comodo transito ai passanti. Il secondo ponte del Calore, denominato ponte Rotto, di cui avanza ancora qualche rudero, era situato nel territorio di Castello, oggi detto Apice, e siccome il corso del fiume rende immagine di un arco, così la via Appia, che dritta correva, lo traversava due volte, e anche la strada attuale, che segue in molta parte il corso dell’Appia, trova due volte in suo cammino il detto fiume.

Di Gallieno imperadore, che s’associò all’imperio Licinio Valeriano, avanza in Benevento un’iscrizione che il Garrucci dichiara aver copiato in casa Cardone, divenuta proprietà dei marchesi de Simone. Di Valente e Graziano parimenti serba ricordo un frammento d’iscrizione che leggesi in un marmo spezzato dei ponte Leproso, il quale probabilmente fu architrave d’un grande edificio a questi Cesari dedicato.

É opinione volgare che dall’imperadore Valente abbia tolto il nome il ponte sul Calore nella via Traiana che menava a Brindisi, il quale anche ai nostri giorni si dimanda Ponte [p. 102 modifica]Valentino, o per esserne stato autore, secondo alcuni, lo stesso Valente, o perchè, ruinato, lo riergesse. Ma una tale opinione è assai lontana dal vero, imperocchè il cronista Falcone, Pietro Diacono ed altri scrittori concordemente affermano che da una chiesa contigua, dedicata a S. Valentino, prendesse nome l’antico ponte, e che dopo essersi prima denominato Ponte di S. Valentino, si dicesse in seguito Ponte Valentino. Egli è vero che il Pratilli sostiene in contraddizione dei detti scrittori l’antica tradizione; ma i suoi argomenti si desumono soltanto dal nome del ponte, e invece in antiche scritture si parla della chiesa di S. Valentino eretta accosto al ponte suddetto; e ciò ribadisce l’opinione di Falcone e di altri antichi autori. È assai probabile che un tal ponte minasse più volte, per essere stato costrutto sul luogo ove il Tammaro si confonde col Calore, e da ciò deriva che, allorquando ingrossa quel fiume pei torrenti invernali, impedendo il libero corso delle acque, queste fan gorgo ed alzano intorno ai pilastri del ponte monti di arene, e potrebbero agevolmente causare la rovina del ponte.

Dell’imperadore Teodosio il grande, che salì all’impero nell’anno di Roma 380, si serba memoria in una segnalatissima iscrizione beneventana, la quale fu rinvenuta in una osteria presso il palagio dell’estinta famiglia Moscarelli; ma essa è in gran parte cancellata, sì che appena vien dato di leggerne poche parole.

Vi è anche un’epigrafe dedicata a Giuliano l’Apostata, e l’epoca par che sia il 355, nel qual anno fu dichiarato Cesare da Costanzo. Il De Vita fu il primo a pubblicarla intera. Il titolo di nobilissimo e beatissimo si conferisce in questa età al Cesare ereditario dell’impero, al quale non ascese Giuliano che nel 360, allorchè fu salutato dall’esercito col nome di Augusto.

E altre iscrizioni avanzano, o si leggono riportate nei varii codici di epigrafi beneventane che furono pubblicate in diversi tempi, le quali ci ricordano molti imperadori romani che profusero i loro beneficii alla città di Benevento; e primo fra tutti va menzionato Traiano il quale non [p. 103 modifica]solo rifece la via che da Benevento menava a Brindisi, ma in ogni occasione si mostrò benevolo, e largo di affetto ai beneventani. E si può ritenere che di Traiano non pure sarebbero rinvenute le iscrizioni incise sulle lapidi milliarie infisse al suolo lungo la via Traiana, e l’epigrafe che si legge al sommo dell’Arco; ma «altre lapidi — come scrive il Garrucci — avanzerebbero, se non fosse invalso il costume nelle rifazioni posteriori delle vie pubbliche di scarpellare le epigrafi delle colonne anteriori, per consegnarvi sopra la memoria de’ nuovi personaggi che le aveano rifatte».

Ma, innanzi a tutti gli altri marmi che ci richiamano la memoria di Traiano, merita speciale menzione la statua di Sallustia Orbiana Augusta, moglie di Traiano Decio, trovata tre secoli or sono in un territorio detto S. Nigrito, di proprietà della famiglia Nicastro, tra i confini dell’ex reame di Napoli e Benevento. (Giordano Nicastro, memorie storiche di Benevento.)

Da tutto ciò che si è scritto finora si può di leggieri congetturare quale e quanta esser dovesse la maestà e la magnificenza di Benevento all’epoca della colonia Romana, e da ciò che avanza si può con sicurezza affermare che in fatto di pubblici e privati edificii, esclusi i Romani, a tutti gli altri soprastavano quelli di Benevento; facendone prova i tanti marmi pregiatissimi, di che abbondava ogni largo della città. E a prendere le mosse dal marmo pario, avuto in maggior pregio degli altri, è inutile mentovare l’Arco Traiano, la chiesa Metropolitana coi marmi della facciata, le colonne, i pulpiti, le antiche iscrizioni, gli anelli e balaustrate, e del pari i tanti marmi parii che vedeansi negli altari, pavimenti, stipiti di porte, ed urne sepolcrali di tutti i tempii di Benevento e dei tanti tratti fuora dall’antiche ruine. Ma basta riandare gli altri innumerevoli sparsi in tutti i punti della citta, o in colonne, o in grossi pezzi, o in tavole, parte intere, parte infrante che ritraggono sacrificii, o antiche storie murate nei moderni edificii, e anzitutto la tanta copia di capitelli, basi di colonne, [p. 104 modifica]urne sepolcrali, e i lavori intagliati, e adoperati ai varii usi delle case private, oltre al numero immenso di marmi parii, che nel cavare le fondamenta dei nuovi edificii furono dissepolti. E gran parte di questi marmi vennero logorati e distrutti dagli antichi nel riedificare la città, come narra a lungo il Nicastro nelle sue inedite scritture sulla città di Benevento.

I primi a dare il guasto ai marmi furono i fornaciari, che, per l’inopia di pietre di calcina, lanciarono nelle fornaci quanto cadde in lor mano; ma i principali distruttori dei nostri marmi è a ritenere che fossero stato gli stuccatori. Questi per imbiancare i loro lavori, usavano polvere di marmo, e avvaleansi delle scaglie dei marmi, e ove queste mancavano, davano di mano agli stessi marmi. Laonde gli stucchi delle chiese di Benevento e di tutta la vasta diocesi beneventana, anzi di tutta la provincia, che per lo più sono stati lavorati dagli stessi artefici di Benevento, furono eseguiti con la vandalica dissipazione del marmo pario di Benevento. E a questo proposito non dobbiamo tacere che nel regno di Napoli chiunque avea bisogno di pietra pellegrina nei tempi andati ricorreva ai muratori di Benevento per esserne provveduto, e se qui non gli era dato di trovarla, credea inutile di assumere altre indagini altrove. E non solo di preziosi marmi Benevento abbondava, ma puranche di splendidi lavori: la qual cosa denotava che tutti gli illustri artefici di quei tempi gareggiarono a renderla adorna più che altre città d’Italia.

E ciò infatti è attestato dalle reliquie di tali e tante egregie opere d’arte che ritraggono ogni sorta di storie; cosicchè a interpetrarle richiedesi somma perizia negli usi e costumi antichi e rara erudizione. Laonde dagli avanzi di tante moli variabilissime pei lavori di fogliami, d’intagli, di festoni o di basso o di tutto rilievo, nonchè dalle statue risulta la colossale grandezza della colonia beneventana.

E ora dopo questi cenni generali sull’antica opulenza di Benevento, parmi opportuno discorrere brevemente dei [p. 105 modifica]principali edifizii che l’abbellirono e de’ suoi più notevoli monumenti.