Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo XII

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Capitolo XII
Della Via Appia e del Teatro o Anfiteatro romano in Benevento

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Capitolo XII
Della Via Appia e del Teatro o Anfiteatro romano in Benevento
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CAPITOLO XII.


Ma più che per altri benefizii Augusto si ebbe l’affetto dei beneventani, per avere restaurato il tratto della via Appia che da Capua conduceva a Benevento, il quale contribuì tanto alla florescenza della colonia romana. Niuno dei patrii scrittori trasandò di trattare della Via Appia che entrava in Benevento, e de’ due rami pei quali n’usciva, ma il Garrucci specialmente, mediante accurate osservazioni sulle colonne milliarie scoperte nei luoghi che percorreva la detta via, e su varie lapidi rinvenute in Benevento, non lascia luogo a dubitare sul corso dei tre anzidetti rami della via Appia.

Appio Claudio fu il primo autore della via che prese il nome da lui, e il quale, scrive Frontino, la condusse fino a Capua; nè avrebbe potuto nel 442 protrarla più oltre, perocchè in quell’anno i Romani non estendevano il loro dominio al di là della Campania, Augusto proseguì la costruzione della via Appia, e la mandò a termine, secondo le più probabili congetture, nel 741.

Rimarrebbe ancor dubbio se Augusto assicurasse, ovvero lastricasse di selce il tratto di via che da Capua conduceva a Benevento, se la esperienza non ci rendesse certi che egli dovette necessariamente condurla con la ghiaia, non [p. 89 modifica]essendosi finora scoperto sul lungo tratto segnato nelle colonne miliarie nè anche un ciottolo solo del lastrico. E sappiamo pure che un secolo dopo i censori di Roma diedero in appalto la costruzione di parecchi ponti, e che l’Appia nel beneventano non ne era in quel tempo abbastanza provveduta.

Fissate così le prime origini e le rifazioni posteriori dell’Appia, fa d’uopo ora accennare al tratto principale e ai due rami nei quali essa fu divisa fuori Benevento.

L’itinerario di Antonino assegna alla via che corre da Capua a Benevento 33 miglia, poscia indica la distanza di Capua da Caudio col miglio ventunesimo: è quindi manifesto che Caudio non distava da Benevento più di dodici miglia. Or egli è noto che le antiche miglia romane valsero presso a poco i quattro quinti del moderno miglio napoletano: e perciò per trovare l’antico Caudio, converrà cercarlo alla distanza di nove miglia e tre quinti napoletani in circa. E questo luogo appunto è occupato dal moderno Montesarchio, il quale dista da Benevento oltre nove miglia napoletane, computate da Lorenzo Giustiniani nel dizionario geografico di Napoli t. V. p. 134 a 10 miglia.

Le lapidi, che in Montesarchio sono numerose e memorandi, le mura e le torri della città, gli acquedotti, i magistrati, i sacerdoti, le divinità, e le famiglie, ci rifermano nella espressa opinione.

Ma prima di arrivare a Caudium si dovea passare l’Isclero, che è il primo fiume in cui si avviene chi entra nella valle caudina, e, valicato l’Isclero, la via Appia passava per Caudium e per le osterie di questa città, Caudi Cauponas, ricordate da Orazio, e poi girava in costa il monte Mauro scendendo sotto Apollosa, ove scorre il fiume Corvo assai povero di acqua. Ivi edificarono un ponte i duumviri di Benevento, di che ci fa fede una lapide pregevolissima trovata accanto al ponte, che comunemente è detto ponte Schito, e che ora vedesi murata sulla faccia d’un privato edifizio in Montesarchio, da cui rilevasi che Caracalla ordinò che si rifacesse il margine della ripa con nuove costruzioni, Il ponte non è molto [p. 90 modifica]antico, e sappiamo che fu rifatto da Severo l’anno 198, come risulta da una lapide letta ivi da Ciriaco d’Ancona. (Momms. op. cit. 1409) e non più veduta dopo di lui.

Indi l’Appia passava su un altro ponte d’epoca romana, costruito sul fiume Corvo, un tempo più copioso d’acque, dal quale il ponte prende oggi il nome e si appella Pontecorvo. E procedendo più innanzi l’Appia non valicava il fiumicello detto Serretella sul ponte che oggi si dimanda S. Vito; ma prima di esso la via romana piegava a sinistra, percorrendo in costa il monte di S. Felice che nella bolla di Pasquale II papa, emanata nell’anno 1102, è detto monte Filizo (V. il Bollario), donde riusciva sul ponte a più archi gittato sul Sabato sotto le mura dell’antica colonia, e che ora si chiama Ponte Lebbroso.

Da Benevento, e propriamente dal punto ove fu eretto in seguito l’arco Traiano, avea principio un altro ramo di detta strada che per la Capitanata e la Puglia passava per Troia e Canosa, ove prendeva il nome di Via Egnazia, per Ruvo, Bitonto, Bari, e, costeggiando l’Adriatico, rasentava Mola, S. Vito, Polignano, Monopoli, Ostuni e avea termine a Brindisi.

L’imperadore Traiano, proseguendo l’opera intrapresa da Appio Claudio, di render facile il commercio delle province del mezzodì d’Italia con Roma, ampliò non solo, ma pose cura a selciare e abbellire il ramo della via Appia che da Benevento conduceva a Brindisi, porto d’Italia, e centro del commercio d’oriente, il quale da ciò tolse il nome di Via Traiana. L’opera fu quale dovea attendersi da un sì glorioso imperadore, sia per la lunghezza della strada, poichè percorreva 231 miglia, e sia per la larghezza, giacchè dava agevole il passo a due carri. Le miglia furono distinte con grossi macigni che appellaronsi lapidi miliarie, ovvero pile itinerarie, e su ciascuna di esse vedevasi intagliata la medesima iscrizione, e solo variavano intorno al numero delle miglia. Alcune delle dette lapidi milliarie furono scoperte dopo lungo volgere di tempo, ed una fu trovata non è molto dal Garrucci quasi interamente sepolta sotto la casa [p. 91 modifica]dei sig. Capobianco de’ marchesi di Carife, letta ivi ai suoi tempi dal Verusio. Questo frammento fu poi trasportato nei cortile del nostro liceo Giannone, e di là poi nel chiostro del convento annesso alla chiesa della Madonna delle Grazie.

Si è molto pure disputato se Traiano fosse stato il primo ad aprire quel ramo della via Appia che da Benevento menava a Brindisi, o se ne fosse stato soltanto il ristoratore; ed io mi attengo a questa opinione che appare assai più fondata, e che fu seguita dagli autori che trattarono della via Appia con maggiore diffusione e competenza.

Un’ultima colonia fu dedotta in Benevento da Claudio Nerone prima che fosse assunto all’impero, come si rileva dalle seguenti parole di Frontino: «Beneventum muro ducta Colonia deduxit Nero Claudius Caesar. Iter populo non debetur. Ager eius lege triumvirali est assignatus». In questo ed altri brani del medesimo autore in cui si parla della colonia beneventana non altrimenti è indicato Nerone che col solo titolo di Cesare che fu da lui preso nell’adozione. E siccome fu adottato dall’imperadore Claudio l’anno undecimo della sua età, e nel diciottesimo ascese all’impero, così è manifesto che, durante i sei anni trascorsi dalla sua adozione a quello in cui fu assunto all’impero, egli condusse la colonia in Benevento; locchè, secondo i calcoli più esatti, ebbe luogo nell’anno di Roma 804. Laonde è a ritenere che nell’intervallo di 79 anni furono dedotte due colonie in Benevento, una nel quinto consolato di Augusto, e l’altra circa due anni innanzi che Nerone reggesse l’impero. Si crede che questa colonia togliesse il nome di Concordia, ma il chiarissimo Garrucci propende a ritenere che il nome di Concordia fu aggiunto alla colonia condotta dai Triumviri a significare il loro accordo, e che in processo di tempo, rinnovellata da Augusto, tolse il nome di Augusta Felix, non solo per adulazione, ma sebbene perchè in quel tempo attinse il colmo della sua prosperità e floridezza.

Nerone, veleggiando per l’Adriatico, soffermossi alcun tempo in Benevento, invitato da Vatinio ai assistere ai giochi gladiatori che ei fece celebrare in quell’occasione con [p. 92 modifica]insolita pompa. Ciò si desume dal seguente brano di Tacito, Ann. XI: «Petiturus maris Hadriae traiectus apud Beneventum iterum consedit, ubi gladiatorum munus a Vatinio celebre edebantur». Chi fosse questo Vatinio cel descrive con maestri colori lo stesso Tacito, e a me parrebbe commetter fallo se non ne riportassi le parole in volgare, affinchè siano intese da ogni maniera di lettori: «Questo Vatinio fu il più brutto e vituperoso mostro che visse in quella corte. Egli da principio fu nutrito ed allevato in una bottega da sarto: era bieco e storto della persona: faceto come un buffone, e per questo fu egli dapprima nella corte di Nerone ricercato per dargli spasso colle sue buffonerie. Appresso con l’accusare segnatamente tutti i buoni cittadini venne in tanta potenza e autorità che col favore dei denari, col nuocere a questo e a quello, e con la violenza, di scelleratezze avanzava quelli ancora che eran tenuti cattivi e scellerati. E continuando Nerone la pratica di costui, anche fra gli spassi e i piaceri non desisteva dalla empietà.»

Fra i poeti addivenne il suo nome argomento di scherno e di motti spiritosi. Giovenale in una delle sue satire scriveva di lui:

«Tu di più vasi un gòtto voi votando
«Che da un certo Vatinio il nome ha tratto,
«Scarpaio in Benevento memorando,
«Già tutto fesso e inutil quasi affatto,
«Di cui, come si suol de’ vetri rotti,
«Co’ zolfanelli si può far baratto.

Il poeta Marziale alluse all’ignobile condizione di Vatinio in alcuni versi coi quali intese di celiare intorno alle cinque cose che ai suoi giorni, più che altrove, erano giudicate perfette in Benevento; cioè cardoni, cipolle, cervellate, copete e corde da chitarra, o altri stromenti musicali, alle quali cinque cose egli aggiunse i calici o vasi in vetro e le scarpe di Vatinio.

Questi conseguì pure celebrità appo i coetanei per l’invenzione dei bicchieri a quattro rostri, o nasi, come risulta [p. 93 modifica]da due epigrammi dello stesso poeta, che credo inutile di riportare. E Gio: Battista Egnatio nei commenti dell’epoca di Cicerone scrisse: Fuit alter Vatinius Beneventanus, huius celebrati sunt Vatiniani calices.

I ludi gladiatorii ai quali interveniva Nerone nel tempo che dimorò in Benevento furono d’ordine di Vatinio celebrati, secondo l’opinione di molti scrittori locali, nel nostro antichissimo teatro, che essi giudicarono essere stato un anfiteatro. E anzi il benemerito Giordano Nicastro che fiorì ai tempi dell’arcivescovo Orsini, in cui sul suolo ora occupato dai ruderi e dai crollati muri d’un sì celebrato edilìzio non ancora eransi erette le casuccie dei poveri, che ai nostri giorni ingombrano quasi interamente lo spazio in cui sorgeva quel vasto recinto, ebbe l’agio e l’opportunità di descrivere minutamente la pianta nel terzo volume delle sue memorie storiche, le quali non si estendono oltre la dominazione dei longobardi, e non dubita punto che esso non sia stato un anfiteatro. Eccone le parole: «Dell’anfiteatro antico anche oggi appaiono vestigi, e siccome gli edificii dalla forma circolare si dicevano teatri, così ogni edificio ovale inventato ed acconcio ai giuochi gladiatori chiamavasi anfiteatro, cioè doppio teatro. Il beneventano fu di forma ellittica, così nel giro interiore come ancora nell’esteriore che gli formava ossamento e veduta». E qui segue la descrizione che risponde a capello alla vera forma degli antichi anfiteatri.

E a tutto ciò si aggiunge che nei teatri si dava luogo soltanto a ludi incruenti, come la rappresentazione di opere teatrali, a imitazione delle favole atellane, i giuochi mimici, la palestra, la recita di versi e ad altre cose siffatte. Ma invece rilevasi non pure dagli storici, e basterebbe solo il Tacito, ma anche da superstiti monumenti che in Benevento furono più volte celebrati i giuochi gladiatorii.

Infatti nel giardino dei marchesi Pedicini si vede ancora una lapide con un basso rilievo in cui è sculto un gladiatore Sannita. E da altre lapidi si hanno eziandio i nomi; dei magistrati che ordinarono i ludi gladiatorii, i quali in [p. 94 modifica]Benevento non meno che in Roma riuscirono graditissimi al popolo. E anzi da una superstite iscrizione rilevasi che un magistrato augustale di Benevento — in quei tempi una delle prime dignità — ebbe in pregio di far prova di sè in quei ferali spettacoli per acquistar fama di prode nel suo nativo paese. L’iscrizione riportata da Giordano Nicastro, dal Manuzio, e dal Garrucci è la seguente:

p. veidivs. p. l. phi
locles. avgvstal. be-
neventi. gladiator. d
hoc. monvmentvm.
se-
pull.causa.sibi.et.suis
facivmdvm.cvr
p. veidio. p. l. philo
damo. fratri. et. va
riae. primae. vxori
et. p. veidio. p. l.
philotimo fratri. et
veidiae. p. l. matri.

Alcuni moderni eruditi, tra i quali l’archeologo Garrucci e l’ingegnere Meomartini, credettero invece che il grandioso e storico edilizio che anche oggi attira pe’ suoi avanzi la curiosità e l’attenzione di tutti gli studiosi delle cose patrie sia stato un teatro, anzichè un anfiteatro, e lo argomentano dalla sua forma che ritengono all’intutto simile a quella degli antichi teatri romani. Egli è vero che essi presero a combattere l’antichissima tradizione che da molti secoli ci tramandava l’esistenza in Benevento di uno dei più celebri anfiteatri dell’antichità, senza che si fosse mai levata la pianta dell’edifizio, per conseguirne la certezza; ma non è guari l’ingegnere Meomartini, dopo di aver fatto eseguire alcuni scavi intorno al celebre edilìzio, ce ne presentò la pianta in una elegante incisione, con cui, egli scrive, fece pago il desiderio da me espresso nella prima edizione di quest’opera, e spiegò nel [p. 95 modifica]seguente modo l’etimologia del nome Grottoni di Mappa che appose il popolino ai ruderi di questo maestoso edilizio.

Ruderi dei 1º e 2º piano dell’antico teatro di Benevento


La estinta famiglia dei signori Mappa di Benevento abitava un palagio dal lato di mezzodì, accosto ai ruderi di un sì famoso edifizio, e dei corridoi e dei vani esso si avvaleva per uso di cantine o grotte, e per questo dal casato di tale famiglia trassero quei ruderi il nome, rimasto ancora in bocca al popolo, di Grottoni di Mappa. E a combattere poi l’argomento addotto dai sostenitori dell’antica tradizione, che cioè i ludi gladiatorii fossero sempre esclusi dai teatri, il Meomartini osserva che in Roma soleansi costruire non solo teatri non lapidei, ma anche degli anfiteatri temporanei di legno. E siccome Roma non potè ornarsi di un completo anfiteatro di pietra prima dei Colosseo o Flavio, così non è da presumersi che Benevento abbia avuto un anfiteatro di pietra ai tempi di Nerone; e per ciò stima che il Vatinio [p. 96 modifica]o eresse uno steccato di legno, o che si valse di altro recinto per farvi eseguire i ludi gladiatorii. E a ciò si aggiunge che da un’iscrizione scoverta presso le rive del fiume Sabato, e trascritta da Giovanni de Nicastro, appare che l’imperadore Commodo restaurò il teatro e le terme di Benevento, per cui i coloni beneventani vollero eternarne la memoria col dedicargli una lapide come ristoratore dell’antico teatro beneventano; mentre che da veruna iscrizione o avanzo di antico monumento si accenna all’esistenza di un anfiteatro in Benevento.

E oh! quanto è a desiderare che il nostro grandioso teatro, di cui si è quasi interamente conservato il pian terreno, uno dei più mirabili edifizii che gli antichi ci abbiano tramandati, edilizio meritevole certamente di essere dichiarato monumento nazionale, venga all’intutto dissepolto, col demolire le misere casucce costruite sui suoi rottami, e che nascondono tuttora alle ricerche dei dotti, e all’avida curiosità dei cittadini tanta parte d’un sì rinomato edifizio.

Nerone dimorò qualche tempo in Benevento, e alternando le sue ore di ozio tra gli spettacoli dei gladiatori e gli ameni diletti, non temperò la sua consueta ferocia e scelleraggine, e ne fece luminosa prova la morte di Torquato Silano, uomo chiarissimo per civili e private virtù, e che, per discendere dalla famiglia Giunia, e dallo stesso Augusto, era segno alla stima e ammirazione di tutti. Nerone ingiunse a venali accusatori di tacciarlo di prodigalità nel donare, e che si circondava di un gran numero di servi, alcuni col titolo di segretarii, altri di uditori e computisti, nel fine di cogliere il tempo propizio per tentare qualche possibile mutazione di governo, e furono per tale accusa catturati i più intimi liberti di lui; ma l’infelice Torquato, che antivedeva le mire del tiranno, non trovando altro modo per eludere una ingiusta condanna, e l’infamia del supplizio, si tolse volontariamente la vita. Da ciò prese motivo l’empio Nerone per dare parvenza di verità all’incredibile accusa intentata contro quell’illustre cittadino, e, simulando sensi generosi, asseriva che, sebbene Torquato Silano, conoscendosi colpevole, [p. 97 modifica]avesse disperato della propria salvezza, pur nonostante dovea confidare nella clemenza del suo giudice.

Per questo ed altri fatti crebbe contro di lui l’indignazione dei cittadini, e non andò molto che fu ordita contro la sua persona una congiura che da L. Vinicio, come scrive Svetonio, prese il nome di Viniciana. Invece Giovanni Britannico, nel commento ad alcune parole di Giovenale, non dubita punto di attribuire la detta congiura a Vincio Rufino, cavaliere romano, per cui le dà il nome di Vinciana.

Di tale cospirazione tratta a lungo il De Vita nelle sue antichità beneventane, e, attenendosi alla opinione di Svetonio, come la più acconsentita, ravvalora anche coll’autorità di Plutarco.

La congiura fu scoperta quasi sul nascere, e Nerone, deposta l’idea di recarsi nell’Acaia, fece ritorno a Roma. Ma della sua dimora in Benevento, e dei giuochi da Vatinio celebrati a onorarlo, perdura la memoria in una prolissa iscrizione che si vedea in un arco del ponte Leproso, intagliata in una di quelle antiche lapidi che appellavansi munerarie, la quale fu riportata dal Verusio, e quindi dal Ruffo e da Giordano de Nicastro.

Da una tale iscrizione dimana che Vatinio costrusse la basilica nella quale furono collocate le tavole, ossia l’Efemeridi, in che è scritto che Vatinio celebrò il giuoco dei gladiatori: compì quello del corso delle carrette che dedicava alla sua Euplea, e abbellì il portico in cui si leggeva la celebrazione dei giuochi quinquennali con principesca munificenza; e tutto ciò per rendersi benevola la sua Euplea.

Della Basilica edificata da Vatinio si veggono tuttora i ruderi appo quella dell’antico Teatro, ritenuto per sì lungo giro di tempo anfiteatro; e colà fu eretto anche il portico, di cui fan parola tanti patrii scrittori; e infatti in quel luogo ci è dato vedere anche adesso numerose vestigia di antichi edifizii.

Qualche scrittore di Benevento ritiene che anche il teatro fosse stato costrutto da Vatinio, abbenchè Tacito non [p. 98 modifica]faccia molto di costui che in occasione unicamente delle feste da lui celebrate. Ma ciò non è verosimile, perchè, quantunque a Vatinio per le sue copiose dovizie non sarebbe riuscito malagevole mandare a fine un tanto edifizio, giacchè Tacito l’agguaglia ai più rapaci liberti, pur tuttavia ci è forza ammettere che gli venisse meno il tempo per compiere l’ingente mole del nostro teatro, tanto più che non pare credibile che avesse acquistata la grazia di Nerone subito che questi ascese all’impero. Ma che Vatinio fosse stato molto facoltoso nel tempo della dimora di Nerone in Benevento, non può essere richiamato in dubbio, poichè era vietato per legge di ordinare la celebrazione dei ludi gladiatorii a coloro che non possedessero quattromila denari di facoltà.

I giuochi celebrati da Vatinio si ridussero a tre soli, e furono i giuochi gladiatorii, il corso delle carrette, e i giuochi quinquennali. Non farò menzione dei giuochi gladiatorii, per non ripetere cose a tutti note, e solo mi fo ad accennare gli altri.

Palmares chiamavansi i giuochi, ovvero corsi delle quadrighe o carrette, in cui donavasi ai vincitori per premio un ramo di palma. E un tal gioco dava assai nel genio a Nerone, come si ha da Svetonio, il quale, dello studio che Nerone poneva non solo nel sonare la cetra, ma anche nel mostrarsi auriga eccellente, scrivea: Neque dissimulabat velle palmarum numerum ampliare…. I detti giuochi si dissero anche Olimpici, e ad essi allude Virgilio in alcuni versi che si leggono nel terzo libro delle Georgiche, e Orazio in un’ode del libro primo.

E infine alcuni scrittori affermano che tali giuochi fossero appellati anche Eupleari dal nome di Euplea, moglie di Vatinio.

I giuochi quinquennali, inventati dai greci, furono introdotti da Nerone in Roma nell’anno settimo del suo impero; e a tali giuochi conveniva sempre il fiore della gioventù che pigliava indicibile diletto nell’armeggiare, nei salto e nella danza, cercando di avanzare altrui in destrezza ed agilità.

[p. 99 modifica]Da una dimezzata iscrizione, trovata in Benevento e riportata nel codice di Ruffo de Ruffinis, risulta che tali giuochi furono istituiti in Benevento da un magistrato quinquennale, senza specificarne il nome. Ma, per essere certi che sia Vatinio l’ignoto quinquennale di che parla l’ammezzata iscrizione, basta considerare che, a simiglianza delle greche olimpiadi, i latini introdussero il lustro, il quale estendeasi ad anni cinque, quanto la durata dei censori, e ne fu autore Servio Tullio re di Roma. E siccome il primo lustro della celebrazione dei giochi quinquennali in Roma ebbe luogo appunto nell’anno XI in cui, seguendo l’invito di Vatinio, ebbe Nerone a soffermarsi breve tempo in Benevento, così da un tal fatto si deduce che l’iscrizione allude chiaramente a Vatinio e ai giochi da lui celebrati in Benevento, e che lo stesso intese in tal modo di tramandare ai posteri la ricordanza delle sue opere e degli spettacoli introdotti da Nerone.

Si disputa pure se Vatinio allorchè ordinò i giuochi gladiatorii per onorare Nerone fosse un privato cittadino, o pure esercitasse qualche carica primaria in Benevento. Il Zigarelli nel suo compendio dell’istoria di Benevento asserisce che, ai tempi di Nerone, Vatinio era al governo di Benevento senza fornirne alcuna prova; e per lo contrario tutti gli scrittori latini, che accennano ai giuochi celebrati da Vatinio in Benevento, non fanno menzione di alcuna carica o dignità di che fosse insignito, e da un tale silenzio traggo argomento a sostenere che Vatinio non era in Benevento, allorchè imperava Nerone, che un privato cittadino, il quale sovrastava a tutti per le acquistate ricchezze, e per essere nelle grazie del sovrano.

Poco dopo la partenza di Nerone, Vatinio non serbò misura alcuna nello spendere, e ruppe ad ogni vizio; sicchè non trascorse assai tempo che diede fondo a tutte le adunate dovizie, e poscia, a ristorare la sua fortuna, si diede in preda ad ogni scelleratezza, uccidendo di veleno i ricchi liberti, e dando mano ad altri inauditi misfatti. Non è ben chiaro nell’istoria qual fosse stata la fine di questo ribaldo, [p. 100 modifica]ma non pare infondata addirittura l’opinione di molti che fosse fatto uccidere da Sergio Galba successore nell’impero a Nerone. Infatti nella vita di Sergio Galba scritta da Plutarco, e da Francesco Filelfo volgarizzata, si legge: «autem ex mala Ovinii administratione initio patiebatur iniuriam. Praeterea quae ipse recte instituebat Ovinius impediebat, quemadmodum fuit de Neronianorum suppliciis et Polycletus, et Pelinius, a Patrobus. Ora io giudico assai probabile che al traduttore facesse fallo il nome dell’ultimo liberto ucciso, e che dove Plutarco scriveva Vatinius, egli per errore avesse trascritto Pelinius; mentre si ha dall’istoria che niun Petinio fosse giammai nella corte di Nerone, ma sebbene Vatinio.