Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo XIV

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Capitolo XIV

Dei principali edifizii e dei più antichi monumenti di Benevento

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Capitolo XIV

Dei principali edifizii e dei più antichi monumenti di Benevento
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CAPITOLO XIV.


I Romani costumavano disegnare prima di ogni altro edifizio il Campidoglio, allorchè fondavano le loro colonie, affinchè queste fossero all’intuito simili a Roma. Il Campidoglio era un duplice edifizio, diviso in sacro e in profano. E che in Benevento fosse stato il Campidoglio non può essere revocato in dubbio, poichè lo attesta Svetonio nel libro sui più illustri grammatici, in cui narra che in esso fu eretta una statua ad Orbilio Pupillo. E anche Alessandro d’Alessandro nel sesto libro dell’opera che tratta dei fasti dell antica Roma fa menzione del Campidoglio beneventano con le parole «Arx munitissima Beneventi». E infine Michele Monaco nelle sue antichità di Capua discorre a lungo del nostro Campidoglio, e afferma che esso sorgeva nel luogo ove è ora il palagio della patrizia famiglia Collenea. E Giordano Nicastro ritiene con assai fondamento di verità che il tempio dedicato a Giove Capitolino fosse stato eretto nel luogo ove è oggi la chiesa Metropolitana. E aggiunge che le colonne di marmo pario che adornano il nostro maggior tempio, e che la volgare opinione ritiene essere state tolte all’arco trionfale di Traiano, appartennero al tempio di Giove. E lo deduce soprattutto dai loro capitelli d’ordine dorico, il quale serbavasi nei templi, e non mai negli archi; e infatti le colonne dell’arco trionfale sono d’ordine composito; e credo opportuno aggiungere che i templi d’ordinario ergeansi sopra colonne, come è dato desumere dalle antiche medaglie. E non voglio neanche trasandare che in un grande architrave di marmo pario posto avanti il palazzo della famiglia la Vipera leggeasi: «Limen ad hoc populi persolvite vota tonanti». E che fosse stato architrave, scrive il Nicastro, della porta del tempio Capitolino, mel persuade [p. 106 modifica]il lavorio affatto simile alle colonne e ai marmi della cattedrale che sono avanti del tempio Capitolino. Queste ragioni, conchiude il Nicastro, inducono a credere che l’antico tempio di Giove Capitolino, tolto al rito etnico, fosse stato dopo molti secoli trasformato in tempio cristiano, poiché non ignorasi che nei primi tempi della Chiesa mutarono i cristiani in sacri templi moltissimi dei delùbri pagani. Non si pretende certamente dimostrare che il presente sia l’antico tempio, ma pare per lo meno probabile che, distrutto più volte dai tremuoti, sia stato poi sempre rifatto sull’antiche fondamenta con gli stessi marmi, e conservando il medesimo disegno.

Di Veidio Pollione scrissero Tacito, Seneca e Livio, ed è quasi concorde opinione degli scrittori che sortisse i natali in Benevento, come ci è anche attestato da più d’una iscrizione che ancora abbiamo. Egli abusò del favore di Augusto col promuovere ai primi onori uomini affatto indegni, e a lui unicamente deve attribuirsi l’abuso che nell’ordine senatorio, pretorio ed equestre, e in tutti i magistrati di Roma e dell’imperio si videro ammessi altresì i libertini, locchè per lo innanzi non erasi mai avverato. Pollione, come si crede comunemente, fu quegli che fece consacrare un edifizio pubblico detto Caesareum al culto di Augusto, e ciò denota che questi anche in Benevento ebbe ancor vivo gli onori divini dalla adulazione dei suoi amici. La fabbrica non fu anteriore al 727, nel qual anno il Senato onorò Ottaviano del soprannome di Augusto.

Era detta Curia appo gli antichi il luogo ove il Senato e l’ordine dei decurioni si convocava a trattare la cosa pubblica, e prendeva un tal nome a cura, ossia a curando. Le Curie presso gli antichi furon due, sacra l’una, e l’altra profana: quella serviva per uso dei pontefici, questa del Senato. La Curia dei decurioni in Benevento si apriva nel luogo che ai dì nostri si dimanda Piano di Corte, in cui in processo di tempo si vuole che i principi di Benevento avessero eretto il loro palagio. In qualche antico cronista di cose patrie si legge che nel detto luogo non fu mai la Curia, ma sibbene [p. 107 modifica]il Pretorio, come chiamavano gli antichi la casa pubblica del governadore o Pretore della città. E che in Benevento fosse anche il Pretorio è accertato da molte iscrizioni degli Augustali Municipali, col qual nome erano denominati gli ufficiali che prendeano cura del Pretorio e del palazzo Augustale. I nostri più lodati scrittori inchinano a credere che amendue i detti edifizii sorgessero nel luogo detto Piano di Corte non solamente per l’ampiezza del sito, ma perchè quasi a fior di terra si veggono ivi intorno numerose vestigie di grandiosi fabbricati, le quali osservazioni sono ribadite dal fatto che il Pretorio e la Curia non furono edifizii differenti, ma parti distinte di un solo grandioso edificio. E di vero nelle opere di Yetruvio si legge che le carceri, e la Curia costituivano ai suoi tempi un solo edilìzio. E quindi da ciò si deve desumere che ad essi era egualmente annesso il foro, il quale non poteva dai primi essere gran che separato.

Da varie iscrizioni si rileva pure che furono in Benevento non poche basiliche. Si dissero basiliche i luoghi destinati a risolvere litigi, come si fa manifesto per le opere di Quintiliano e di Plinio. Il nome ha origine greca, e fu adoperato dai latini o come sostantivo per indicare la casa del Re, ossia reggia, o come aggettivo a dinotare alcuna cosa regale. Vetruvio descrisse minutamente la forma delle basiliche, cosicchè non è lecito dubitare che le prime chiese cristiane ritrassero delle antiche basiliche etniche. Le vestigia di un’antica Basilica vedeansi, non volge ancora molto tempo, presso i ruderi del nostro antico teatro, e da ciò si trae argomento per sostenere che lossero appartenute alla Basilica eretta da Vatinio: ed altre due basiliche son mentovate da un’iscrizione che si riferisce a Narsete, e che a suo luogo sarà riportata.

Oltre le basiliche ebbero in uso gli antichi di edificare i portici, luoghi a volte, abbelliti da colonne, atti a porgere un ricovero ai cittadini allorchè erano colti da subita pioggia, e per trascorrervi con diletto qualche ora.

I bagni pubblici furono presso gli antichi edifizii [p. 108 modifica]gnifici per gli ornamenti esteriori, e per la loro ampiezza. Essi si componeano di varie stanze. La prima si disse Sferisteo dalla forma sferica, ed era destinata al giuoco della palla. L’altra era detta Apoditerio, cioè spogliatoio, perchè tutti coloro che intendeano bagnarsi poneano in essa le loro vesti, le quali erano custodite da un ministro denominato Capsario. Attigua alla stessa era la terza stanza detta Untoria, ove aspergeansi di preziosi liquori coloro che facean ritorno dalla lotta. Eravi infine una quarta stanza chiamata Vascola, o secondo altri lavatoio, perchè conteneva la vasca o pila detta labrum, ed ivi facean dimora coloro che attendeano gli amici e i compagni prima di bagnarsi. E appunto il gran vaso che ai nostri giorni tien luogo di sacro fonte nella nostra cattedrale è il labrum antico dei bagni beneventani, poichè è del tutto conforme a quello della Rotonda di Roma, di cui il chiarissimo Guglielmo Choul riportò il disegno nel suo trattato dei bagni ed usi antichi. E che in Benevento ai tempi della Colonia Romana fossero state le terme e i bagni caldi, cioè stufe e sudatori, si rileva da varie iscrizioni, e specialmente da una in cui si fa parola di Sattio Crescente ristoratore di talune terme, e da quelle che ci tramandarono la memoria delle splendidissime terme fatte erigere dall’imperadore Commodo, e perciò dette Commodiane, le quali in processo di tempo furono di assai migliorate da Narsete. E infine, per ciò che concerne il sito occupato dal vetusto edifizio delle terme beneventane, le più antiche scritture consuonano mirabilmente con la immutata tradizione che esso fosse stato eretto in quel punto della città, ove ora s’apre il vicolo che si domanda vico dei bagni, e in cui in tempi non remoti se ne scerneva qualche avanzo.

Dell’antichissimo acquedotto romano fu in questi ultimi tempi distrutto ogni vestigio, ma in antiche scritture beneventane mi fu dato di rinvenirne la esatta descrizione. Conoscendo gli antichi che la città situata fra due fiumi in asciutto, era astretta a mendicare fuori dei muri con disagio l’acqua, o dentro di quelli con istento da profondissimi [p. 109 modifica]pozzi, ed abbisognando essi più che noi di acqua copiosa per l’uso dei bagni caldi e freddi, aprirono una gora o condotto sotterraneo, pel quale fu trasportata in città parte del fiume Sabato, arricchendola di acqua bastante non solo alle svariate necessità della vita, ma anche ai lussi edilizii degli abitanti. L’opera riuscì corrispondente alla romana magnificenza, e per essere Benevento situata in rupe, e il fiume basso rispetto alla città, si giudicò indispensabile, traforando parecchi colli, principiare la gora presso la terra del Tufo, otto o più miglia discosta da Benevento, cioè innanzi che il fiume accavallando si apra il passo fra i monti per entrare nella valle intorno Benevento. Cominciando adunque dalla terra del Tufo correva fino al luogo detto lo stretto di Valva per i fianchi dei colli e i monti di Altavilla e Ceppaioni, che cingono la sinistra sponda del Sabato. E, benchè Benevento giaccia alla sua destra, fu mestieri dar principio alla gora dalla sponda sinistra, perchè alla destra si distendono delle pianure, onde a levar su l’acqua a livello della città sarebbe stato necessario innalzare per più miglia con intollerabili dispendii altissimi pilastri ed archi. Nello stretto di Valva, mediante un ponte sostenuto da due pilastroni, trascorreva la gora del fiume, e si metteva alla destra riva, ove per i colli delle terre di Chianche e Pagliara estendevasi nelle terre di Montorsi e delle Guardie sul beneventano; sicchè trovavasi in piano ove più si alza la citta, cioè lungo la strada detta del Castello, onde agevolmente introdotta l’acqua in piccoli canali si diffondeva pei dintorni di Benevento; e in più luoghi se ne scorgono anche ai nostri giorni i vestigi. E anzi lo stesso serbatoio in cui si versava l’acqua vedeasi non è molto presso il monastero dei Cappuccini, ed ivi gli acquedotti si elevavano in guisa che senza chinarsi qualsiasi uomo anche di altissima statura poteva entrarvi. Ma dopo alquanti passi miravasi ingombrato dal terreno il suddetto serbatoio, e la parte di esso più prossima agli acquedotti fu colmata di terra. Poi, nel riedificare varii edifizii ruinati dai tremuoto, si scoprì in più luoghi il cammino che dentro la città formava il ramo principale [p. 110 modifica]dell’acquedotto, e quando ebbe luogo la ricostruzione di varie parti della città vennero veduti altri piccoli acquedotti che, diramati dalla gora maestra, menavano le acque in diversi luoghi.

Fra gli avanzi dei nostri antichi monumenti debbono essere ricordati i varii pezzi dei due obelischi che ci furono conservati. Gli antichi abitatori di Benevento, come tutti i popoli d’Italia, tra le loro moltiforme idolatrie, idoleggiavano anche il sole, e pochi anni or sono vedeasi in Benevento una tavola di marmo sacrata al sole, di cui fece menzione Giordano de Nicastro, e che poi andò dispersa. E anche gli obelischi erano consacrati al sole. Numa Pompilio ne fece erigere un primo in Roma, e anche in Benevento (Giordano Nicastro) tuttora veggonsi le reliquie di tali obelischi, di cui l’altezza e quando si spezzassero ci è ignoto. La punta di uno di essi, essendosi casualmente rinvenuta, fu soprapposta ad una base e piedistallo di marmo, e rizzata nell’atrio della Chiesa Metropolitana, aggiungendovi sulla cima una palla di bronzo con una croce. Un tale obelisco fu tolto dalla sua base nei restauri successivi e tutt’altro che felici del detto Atrio; e fino a poco tempo fa ne giaceano i pezzi nel cortile dell’Arcivescovado, non avendo voluto giammai la Curia farne dono al Municipio, cui spettavano di dritto. Un altro pezzo di obelisco fu scoperto allorchè crollò gran parte della chiesa di S. Bartolomeo. Infine un terzo pezzo lavorato ad uso di architrave di finestra stava infisso in uno dei grandi finestroni della cupola della stessa chiesa, e si argomentò da qualcheduna delle lettere geroglifiche in esso superstiti, che doveva far parte dell’obelisco; e tuttavia venne nella nuova chiesa murato.

Fu opinione del Nicastro che tutti i pezzi rinvenuti appartengano a un solo obelisco, ma non debbo tacere che le indagini susseguenti dissiparono un tale errore, e nell’obelisco eretto da pochi anni sulla piazzetta di S. Anna si accertò trovarsi un pezzo affatto simile a quelli dell’altro obelisco, rimasto sino a poco tempo or fa in abbandono nei cortile del palazzo Arcivescovile, L’origine degli obelischi beneventani, e [p. 111 modifica]il tempo in cui furono spediti in Benevento, rimasero un arcano fino al passato secolo; ma il linguaggio misterioso dei geroglifici non poteva rimanere incompreso all’età nostra, in cui, secondo la bella espressione del Ranieri, lo sforzo, onnipotente della scienza ha lacerato il mistico velo che ci occultava il mondo orientale. E non è molto tempo che l’Ungarelli, prima d’ogni altro scrittore, nella sua opera sugli obelischi Romani, dichiarò minutamente il significato de’ due obelischi di Benevento, e dalla sua opera apprendemmo che l’imperadore Domiziano mandò in dono a Lucilio Rufo, che in quel tempo era al governo di Benevento, i due obelischi, affinchè ne ornasse il tempio e la statua d’Iside, deità Egiziana, ritenuta prole del sole: e però credo che non tornerà discaro ai miei lettori se riporterò in volgare il compendio dell’Ungarelli sulle cose contenute in amendue i nostri obelischi.


OBELISCHI BENEVENTANI

Compendio delle cose contenute nelle quattro iscrizioni
ripetute nell’uno e nell’altro obelisco.


Lato I. — Dio vindice, Oro sfolgorante, che degli anni i periodi conserva, per vittorie chiarissimo, Re ed Imperatore Cesare figliuolo del sole Domiziano, eternamente vivente a pro di Benevento nelle terre d’Italia all’impero di Roma sottoposte.

Lato II. — Signore del superiore e dell’inferiore Egitto che è salutato figlio di Dio, Oro, di tutti gli Dei amico. Del Sole figlio, dominatore dei dominatori. Domiziano Dio sempiterno ornò, il tempio e la statua d’Iside grande patrona di Benevento e degli altri Dei. L’obelisco di pietra sienite da lui mandato, il Re Massimo, comandò che erigesse Lucilio Rufo.

Lato III. — Alla Patrona Iside e agli Dei patrii di Benevento l’obelisco di pietra sienite per essere eretto mandò il Signore dell’uno e dell’altro Egitto e del romano impero Domiziano immortale. V. C. Lucilio Rufo pose a perenne memoria dell’avvenimento.

Lato IV. — A Iside moderatrice degli Dei, figlia del sole, patrona di questo edifizio, e agli Dei patrii di Benevento, il figlio del sole, il Signore del Diadema che regna nell’uno e nell’altro Egitto, Domiziano perennemente vivente in dono diede. V. C. Lucilio Rufo dedicò, eresse.

[p. 112 modifica]Nella colonia beneventana, massime allorchè estendevasi alla provincia di Puglia, invalse il costume di erigere statue con onorevoli iscrizioni non solo ai Cesari, ma altresì ai più chiari cittadini di cui ebbero a lodarsi. E si ha memoria che prima dei tremuoti, i quali produssero la ruina di tanti edifìzii, vedeansi assai di esse statue, però dopo il tremuoto del 1688, ne avanzarono pochissime; ma di mezzo busti, nonchè di bassi rilievi rappresentanti donne ed uomini sì vivi che defunti ne è assai copioso il numero, e se ne mirano gli avanzi in ogni canto di Benevento.

Il gran leone di marmo che, rinvenuto tra le macerie dell’antica rocca beneventana, fu eretto su una colonna di marmo pario intagliata a rabeschi a capo della piazzuola che si dimanda del Castello, ci porge occasione in questo luogo di accennare alla bella questione dello stemma beneventano.

Fu ritenuto finora, mercè una volgare tradizione, a cui fecero buon viso i nostri maggiori, che esso consistette nel cinghiale allusivo al celebre cinghiale caledonio, ucciso da Meleagro zio di Diomede ne’boschi dell’Etolia. Una tale opinione però non fu mai avvalorata da altra prova che da un basso rilievo di marmo pario infisso nel campanile dell’arcivescovado, il quale ritrae una scrofa precinta da una stola. Ma è a considerare in prima che un tal basso rilievo si riporta a un’epoca assai meno remota della fondazione della città, e in secondo luogo non può neanche essere ritenuto come un ricordo della caccia di Meleagro, poichè è noto che la scrofa pregna era l’animale, come innanzi è detto, che ad Ercole e a Cerere s’immolava in olocausto il 21 decembre. (Macr. Satur. l. 12): ad d. XII. K. Ian.Herculi et Cereri faciunt, sue praegnante, panibus, mulso. Ci avanza ancora un’epigrafe che si riferisce a un tale sacrifizio ed è la seguente: [p. 113 modifica]

l. tarquinius
s c r o f a
ianuarius in suo fundo
herculi v. s.


E di questa epigrafe fu dato al Garrucci di trovare un disegno nel codice del Ruffi, locchè ci fa intendere come maiala un basso rilievo ci fu tramandata la memoria di un tal sacrificio.

Or non più si riproduce siffatta opinione; ma per lo contrario niente altro si è saputo sostituire al favoloso stemma dei nostri padri; poichè in tale importante indagine si seguì finora l’erroneo sistema di consultare archeologi di molta fama, anzichè gli avanzi di vetusti monumenti, il cui studio potrebbe unicamente colmare le lacune delle istorie municipali. Laonde, se ci facciamo intorno a ciò a interrogare le reliquie dei nostri più antichi monumenti, sarà d’uopo confessare non essere all’intutto immaginaria e priva di qualche fondamento l’opinione di Giordano Nicastro che potette essere il leone l’antica insegna dei Sanniti di Benevento. E in verità egli è noto che oltre il toro, insegna primaria delle razze sabelliche, i Sanniti usavano anche per insegna regionale il bufalo ed il leone. E che il leone fosse stato probabilmente la insegna degli antichi abitatori di Benevento può dedursi non solo dal leone eretto su due stilobati romani sovraccarichi di fregi a capo della piazza che si domanda del Castello, ma dai tanti altri frantumati pel tremuoto dell’anno 1688. Due altri leoni ergeansi avanti la chiesa Metropolitana: due esistono ancora sulla cornice della stessa: altra coppia ai due lati del portone del palagio arcivescovile, e un altro leone in marmo conservavasi non è molto tempo nell’atrio del diruto convento di S. Vittorino. Un altro assai grande, divelto dalla base, fu tratto da taluni monelli, non sono che pochi anni, al santuario della Vergine delle Grazie per servire alla [p. 114 modifica]fabbrica del nuovo tempio. E inoltre moltissimi leoni in basso rilievo ci è dato vedere anche ai nostri giorni in diverse case private; e il Nicastro, che si tolse la cura di enumerarli ci fa fede che i detti basso rilievi ascendevano ai suoi giorni a non meno di 147.

Perciò dalla copia stragrande dei leoni in marmo superstiti dopo tante ruine si trae non dirò già la certezza, ma almeno una congettura che il leone potette essere l’ignota insegna regionale dei Sanniti, che ebbero stanza in Benevento, a denotare la magnanimità e la prodezza di quel popolo glorioso.

E una tale opinione non deve essere ritenuta all’intutto nuova in Benevento, e interamente contraria alle tradizioni locali; imperocchè sul fronte del piedistallo che sostiene il leone di marmo eretto sulla piazzuola del Castello vedesi incisa la seguente iscrizione:

urbano iii pont. maximo
principi optimo beneficentissimo
s. p. q. b.
antiquae samnitum vigilantiae
magnitudinis et fortitudinis insignia
inter arcis fragmenta repertum
leonem dicavit
columnam erexit
anno domini mdcxxxx

Or da questa iscrizione s’inferisce di leggieri che se il leone di marmo, trovato tra i ruderi dell’antica rocca, fu rialzato nel medesimo luogo, ove è per lo meno probabile che fosse stato eretto dai Sanniti e conservato dai longobardi per essere il punto più elevato della città, non fu solo nel fine di preservare un avanzo di antichità, ma perchè si ritenne che potè essere l’insegna regionale dei Sanniti di Benevento.1 Ondechè, in tempi in cui si tenta dai dotti di [p. 115 modifica]rifare le parti più oscure dell’istoria patria con lo studio di antichi monumenti, io son di avviso che dalle cose innanzi dette derivi una presunzione che non il cinghiale, ma piuttosto il leone, fosse stata l’insegna dei Sanniti di Benevento. Ed è quindi a sperare che i beneventani non indugeranno a cancellare dalla volta del palagio comunale l’effigie dell’ignobile, benchè utile, animale, e sostituirvi quella del leone, emblema della fortezza e generosità dei nostri maggiori nei prosperi eventi, e della costanza con cui non mai disperarono di volgere in meglio i destini della patria.

Un notevole avanzo di vetusta fabbrica romana soige presso il santuario della Vergine delle Grazie. Una tal fabbrica non è mentovata nelle scritture edite e inedite dei patri scrittori, poichè niuno seppe intenderne la destinazione. Essa è comunemente nota col nome I Santi Quaranta; imperocchè un’incerta tradizione, la cui origine si confonde nel buio dei tempi, ci tramandò la leggenda che ivi sostennero il martirio quaranta giovani cristiani. Ma non è ora alcuno che dia fede a questa tradizione, dacchè tutti gli scrittori, che trattarono delle guerre e delle antichità sannite, concordemente negano un tal fatto. Alcuni moderni autori per lo contrario opinano che siccome appunto in quel luogo fu edificato uno dei nostri più antichi conventi di monache, così quel sotterraneo potrebbe essere l’avanzo d’un lungo ed ampio corridoio monachile; ed altri invece ritennero che togliesse un tal nome da una chiesa, ivi eretta, volgarmente detta dei Santi Quaranta, perchè dedicata ai detti martiri. E il cronista Falcone aggiunge che sotto di essa eravi uno spazioso cimitero dal titolo di Carniera. Ma essi autori errano di gran lunga, poichè tutti gli archeologi, i quali ebbero vaghezza di percorrere quel portico sotterraneo, convennero che sia un avanzo di antica fabbrica romana. Il nostro chiarissimo concittadino Dottor Saverio Sorda, membro della commissione archeologica di Benevento, avendo proposto che le lapidi assembrate precariamente nel cortile del Regio Liceo Giannone fossero state trasferite nel detto corridoio, fece pensiero che [p. 116 modifica]essa fabbrica non sia se non l’avanzo di un crittoportico romano; e venne in tale idea dal considerare che la sua forma e struttura corrisponde alla descrizione che dei crittoportici romani si legge nelle lettere di Plinio il giovane; e anche perchè la sotterranea volta che si denomina ancora I Santi Quaranta è assai conforme agli altri avanzi di tali monumenti, i quali forniscono ampia materia ai moderni archeologi di dotte ricerche sui costumi degli antichi romani.

Veduta interna dei Santi Quaranta


E a chiarimento di tale opinione non debbo tacere che con la parola Crittoportico — formata dall’aggettivo greco χρυπτός nascosto, e dal latino porticus portico o galleria — [p. 117 modifica]s’indicavano dai Romani le gallerie sotterranee e a volta, che fecero parte dei palazzi dei ricchi, affine di non privare costoro della comodità di prendere il fresco, e mitigare gli ardori della state. (Vedi Enciclopedia popolare). Il Garrucci credette che il corridoio sotterraneo, noto col nome di Santi Quaranta, non fosse che un avanzo di antiche Terme, ma senza assegnarne le ragioni, per cui una tale opinione non fu seguita da alcuno. E infine il Meomartini nella sua recentissima opera sui monumenti della nostra città ritiene che il luogo di cui si disputa non fosse stato altro che uno degli emporii romani, dei quali così scrisse il Canina: «Vicino ai porti dovevano essere quei fori per il commercio che si dicevano emporii, emporia, e dovevano essere questi pure circondati da grandi fabbriche, per uso di magazzeni o portici d’intertenimento per i commercianti.» Ma siccome si poteva redarguire al Meomartini che non avendo Benevento nè mare, nè porti, non si saprebbe spiegare la esistenza quivi di un emporio: così, a sostenere la sua idea, osserva che un emporio poteva bene essere edificato non solamente presso i porti, ma ben anche nei centri di maggiore commercio, e che tale potea dirsi a quei tempi Benevento, luogo di transito delle vie che da Roma conducevano nelle Puglie e in Oriente. Ma neanche una tale opinione è avvalorata da serie prove, per cui dobbiamo tuttora ammettere che ci sia ignota la destinazione d’una fabbrica non meno importante che singolare, la quale attira tuttora la curiosità non solo dei nostri concittadini, ma più ancora di quanti forestieri traggono a visitare le reliquie dei nostri antichi monumenti.

Un altro avanzo delle patrie antichità consiste nel Dio Api, di cui favoleggiarono gli antichi che, prima di convertirsi in bue, quale re d’Argo, avesse sposato Iside. Esso Dio è appunto quel bue, scolpito in granito rosso di Egitto, che fuori porta S. Lorenzo s’innalza su un moderno piedistallo, e il chiarissimo archeologo francese Emile Guimet afferma che quella scoltura è autentica egiziana, e non di fattura romana, come credesi comunemente, locchè ne accresce il merito. Fu [p. 118 modifica]tale scoltura trovata fra le ruine della città, e nel suo piedistallo fu scolpita la seguente iscrizione:

bubalum
inter plurimas urbis
devastationes asservatum
bellicae samnitum
fortunae monumentum


Il Meomartini in un suo scritto, ripetendo le cose dette su tale argomento dal Guimet, derise l’opinione di chi ammette che la scoltura ritragga una bufola, quale simbolo delle vittorie dei Sanniti. E suppone che il detto idolo facesse parte del tempio d’Iside, e che ivi gli idolatri lo adorassero insieme a quella deità.

E a questi si riducono gli avanzi dei nostri più antichi monumenti, ma a tutti sovrasta di gran lunga il sontuoso arco eretto in onore di Traiano, vero miracolo dell’arte antica, il quale per l’eccellenza del lavoro non perde al paragone di qualsivoglia più celebrato monumento dell’antichità pagana. Esso dopo il giro di tanti secoli si conserva quasi intatto, e suscita ancora un senso d’ineffabile meraviglia in chi lo si fa a considerare, e però credo necessario trattarne di proposito nel capitolo seguente.


Note

  1. Stefano Borgia ritiene che questo leone rappresenti l’arme degli Sforzeschi in memoria di Sforza Attendolo e di suo figlio Francesco, che tennero la Rettoria di Benevento, e il Meomartini inchina a credere che tutti i leoni interi o in frammenti sparsi per la città appartengano all’epoca longobarda; ma io invece non dubito punto che essi rimontino ai tempi della colonia romana.