Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo XV

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Capitolo XV

Dell’Arco Traiano

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CAPITOLO XV.


L’arco Traiano fu eretto dal senato e popolo romano, non sul suolo della colonia, ma invece su quello della repubblica romana, qual era il suolo delle vie consolari, e in ispecial guisa dell’Appia.

Tutti coloro che si conoscono di architettura convengono che il detto Arco avanza di gran lunga per la eccellenza del lavoro tutti gli archi di trionfo dell’antichità, e [p. 119 modifica]che per tale ragione prese il nome di Porta Aurea, che tutt’ora conserva; e non già per i pretesi fregi d’oro che l’adornavano, secondo la popolare tradizione. L’architetto che ideò e condusse a termine un tanto lavoro si crede che fosse stato l’illustre Apollodoro, autore del sontuosissimo e rinomato Foro di Traiano in Roma, e uno de’ maggiori artisti che fiorirono nell’antichità. I romani soleano erigere due specie di archi, gli uni onorarii, e gli altri trionfali, a seconda che aveano in mira di celebrare le virtù civili o militari del personaggio cui venivan dedicati. Il nostro arco, eretto lungo le mura della città, nel lato di settentrione, e sul versante del fiume Calore, è certamente trionfale, come quello di Tito, perchè esso ritrae le virtù guerriere del sommo imperadore. Ma siccome Traiano seppe associare al valor militare con mirabile armonia le più preclari virtù civili, così l’arco riepiloga nei suoi quadri e basso rilievi tutta la vita del glorioso imperadore, militare e civile, sacra, pubblica e privata. (Meomartini).

Levasi la superba mole su otto colonne marmoree e scannellate a 68 palmi di altezza, larga 65, grossa 28. L’architettura è di ordine romano ossia composito, del più bello potutosi fin qui per mente umana immaginare. Fatta per eternare le glorie del migliore dei Cesari, la vedi massiccia tutta quanta da cima a fondo, composta di soli marmi di pario, e piantata sopra immensi massi di riquadrati macigni. I marmi non per glutine o malta, ma per la sola proporzione del peso e degli spazii s’immarginano e combaciano per modo che non appaiono giunture, non intoppi, non vano, di che ammiriamo l’ingegno del grande artefice che eseguì un lavoro invincibile al contrasto dei secoli. Gli intercolunni sono adorni di stupendi bassi rilievi così bene congiunti che, nonostante il corso di 17 secoli e tanti tremuoti, sembrano scolpiti su di un solo masso di marmo, e ritraggono le gloriose geste di Traiano. La volta è altresì di marmo a cassettoni con foglie, e con una rosa nel mezzo di ogni cassettone; il che è spesso imitato nelle moderne volte messe a stucco. Sopra dell’arco nell’una e nell’altra [p. 120 modifica]parte leggesi in grandi caratteri, i quali furono sculti in bronzo dorato, la seguente iscrizione:

imp . caesari . divi . nervae . filio
nervae . traiano . optimo . aug .
germanico . dacico . pontif . max . trib .
potest . xviii . imp . vii . con . vi . p . p .
fortissimo . principi . senatus . p . q . r .


Alla perfezione architettonica risponde la invenzione e composizione delle scolture, di che vedi istoriato l’arco al di dentro, e nelle due opposte parti: l’una di faccia all’antica via di Brindisi a cui attese Traiano domatore de’ Daci, e l’altra rivolta a Roma, donde gli traevano incontro per festeggiarlo i Senatori e i grandi dell’impero. Tu non hai dove l’occhio senza maraviglia si posi. Sono grandiosi concetti incorporati con poetica e singolar maestria, sono intagli finissimi delicatamente condotti in ogni lor parte, sono ornati di tutte maniere sparsi a dovizia e distribuiti a grazioso e magnifico disegno, sono grandi quadri a colossali e sempre vive e morbide figure; sono piani, mezzi e bassi rilievi leggiadramente svelti e spiccati dal fondo, tutti formati a rigido tenore di prospettiva, sono attitudini ingegnose, vivaci, bellissime, sono tante fisonomie e sì varie e sì proprie che di leggieri discerni la romana e la barbara, la guerriera e l’atletica, la senatoria e la pontificia. Che dire della sontuosità e bellezza del prospetto che l’arco presentava a chi fosse venuto da Roma. Sei spaziose tavole mettevano sotto occhio le provvide e lodate cure che l’imperadore, vero padre dei popoli, si pigliava per render contenti e felici i sudditi a cui imperava dal Campidoglio. E qui ti viene spontaneo sulle labbra un lamento, perchè le quattro inferiori dalla edacità del tempo, nonchè dal furore e dagli incendii dei barbari, furono guaste e consumate per modo, che in più figure non le fattezze de’ volti, non l’atteggiamento de’ corpi, ma neppure si distinguono i panneggiamenti e le forme delle vesti, e si dura fatica a indovinar le persone. Ravvisi ciò [p. 121 modifica]lnondimeno l’augusta e salutar cerimonia in cui l’imperador Nerva, nel cospetto degli Dei e dei Romani, adotta a figlio e successore al trono l’invitto Traiano. Così il vecchio Nerva adempiva con sano ed opportuno consiglio i voti e le speranze del pubblico, toglieva ai danni della ribellione pretoriana l’impero, e sedava i cittadineschi tumulti. Molto si è disputato dagli antiquarii intorno all’epoca in cui fu eretto in Benevento il celebre arco Traiano, ed io mi attengo all’opinione di Domenico Bartolini, il quale stima che l’arco ebbe termine nell’anno 114, o tutto al più nel principio dell’anno 115 di G. G., epoca che consuona con quella della iscrizione, cioè quando Traiano era stato sei volte console, sette volte salutato imperadore dai soldati, e compiva il diciottesimo anno del suo tribunato. E ciò viene anche ribadito dal fatto che nell’anno precedente gli era stata dedicata la celebre colonna Traiana in Roma, dove leggesi l’anno diciassette di detta potestà, e nel susseguente all’inaugurazione dell’arco di Benevento ebbe luogo la dedicazione dell’altro arco in suo onore nel porto di Ancona, in cui trovasi espresso l’anno 19, cominciando la tribunizia potestà di Traiano in ogni mese di ottobre. Nè siffatta mia opinione può dirsi contraddetta dall’omissione del titolo di Portico nella iscrizione, poiché, secondo gli storici più accurati, Traiano sul principio del 116 di G. C. invase gli stati di Cosroe, e si rese signore di Babilonia e di Ctesifonte, metropoli dei Parti: per cui un tal titolo è anche omesso nell’iscrizione dell’Arco Traiano in Ancona, dedicato sotto la 19a tribunizia potestà del detto imperadore, cioè sul finire del 115, o nel principio dell’anno 116 del Signore. E si ritiene anche che essendo Benevento l’ultimo confine ove soleansi ricevere i duci romani che facean ritorno vittoriosi dalle imprese di Oriente, fu per questo trascelto un tal luogo che parve il più acconcio all’erezione del monumento destinato a perpetuare la ricordanza delle vittorie di Traiano sui Daci, e del secondo ramo dell’Appia da lui prolungata sino a Brindisi per le sponde dell’Adriatico, e che, appellato via Egnazia, avea cominciamento da Benevento. E poiché erano già trascorsi [p. 122 modifica]varii anni, dalla guerra dei Daci, così Apollodoro potette fornire il lavoro commessogli da Roma, nel modo stesso che nell’anno 112 di G. C. diede l’ultima mano ai lavori del famoso Foro di Roma, e nel 113 alla tanto decantata colonna Traiana.

Delle gloriose geste e delle magnanime azioni di Traiano l’insigne artista elesse le più memorande, le quali sono state dichiarate da tutti gli scrittori che intesero ad illustrare l’arco eretto a celebrare le glorie di Traiano. Ma di tutti i più diligenti e minuziosi furono Mons. Giov. Camillo Rossi di Avellino, a cui fu conferita la cittadinanza di Benevento, il canonico Domenico Parziale, il dottor Gaetano la Valle, e ultimamente l’ingegnere Almerico Meomartini, i primi due nativi di Benevento e l’altro di Reino, uno dei comuni di questa provincia. Il Rossi fu in prima vescovo di S. Severo, e poi nel 1826 arcivescovo di Damasco e Consultore di Stato, e tra gli altri scritti compose, nella sua lunga dimora in Benevento come Vicario Generale dell’Archidiocesi, un’opera in tre volumi che intitolava: L’arco Traiano di Benevento, opera adorna di bellissimi rami eseguiti dal sig. Carlo Nolli sui disegni del celebre architetto Vanvitelli, e dedicata a Ferdinando IV di Borbone. Il canonico Parziale, quasi coetaneo del Rossi, compose in pregevole latino un bel volume sull’arco Traiano di Benevento; e il dottor Gaetano la Valle lasciò un opuscolo inedito, in cui con molta chiarezza compendiava le cose dette dai più autorevoli scrittori su tale argomento. E infine l’ingegnere Meomartini, mio coetaneo, nella lodata sua opera, testé data in luce, sui monumenti antichi di Benevento, tratta largamente la materia dell’arco Traiano, che non ancora potea dirsi esaurita dai precedenti scrittori. Laonde, attenendomi alle opinioni di tanti autori, indicherò brevemente i fatti esposti nei varii quadri dell’arco trionfale di Benevento, i quali contengono per dir così la più splendida apoteosi di Traiano.

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I.

Dalla parte che guarda l’esterno della città
ossia parte Settentrionale dell’Arco

Voti Pubblici


In questo primo quadro si descrive l’adunanza delle principali deità di cui fu invocato l’ausilio nell’ardue strette in cui versava l’impero, per colpa di Cosperio Prefetto del Pretorio, il quale intese di vendicare la morte dell’ultimo dei XII Cesari Domiziano, coll’ordinare l’uccisione dei Pretoriani Petronio e Norbano Generali dell’impero, Partenio Primo Camerlingo, e Stefano maestro di casa, autori di detta morte. Per tali sciagure l’imperatore regnante Nerva, nativo di Narni, a preservare dai danni della ribellione Pretoriana l’impero, e a sedare i cittadineschi tumulti, fu astretto di adottare e associare all’impero M. Ulpio Traiano nativo d’Italica, città della Spagna presso Siviglia, che per la sua virtù era asceso ai primi gradi della milizia.

I simulacri sono: Ercole, ritto in piedi, armato della possente clava, ispido il mento, ossuto e muscoloso le membra ignude — se non quanto gli omeri e il petto ricuopre una pelle di leone— rende immagine di quella più che umana fortezza, la quale metteva in brani i leoni, e uccise l’idra Lirnea: Giunone pronuba invocata per la successione all’impero della linea di Traiano: Apollo in abito succinto di cacciatore con faretra, ed un Bacco inghirlandato d’ellera, di pampini e di pendenti grappoli che rallegra il misterioso tenore della celestiale cerimonia.


II.

Dalla stessa facciata

Incoronazione ed avviso della solenne adozione
di Traiano in Colonia.


In questo secondo quadro si allude alla fausta nuova trasmessa a Traiano della sua solenne adozione ed assunzione al [p. 124 modifica]trono. Le statue sono: Traiano da guerriero laureato in regale paludamento nel mezzo del marmo, in atto di ricevere Tavviso. A sinistra il messo di Nerva che in una mano ha il decreto della sua adozione, e nell’altra che g’ii manca è probabile che aver dovea il famoso diamante che Nerva gli fece donare, richiamandolo dalla colonia Agrippina col verso latino che significa: «Vieni e soccorrimi» — A destra Casperio che ivi tu fatto morire. Sopra a mezzo rilievo si scorge la testa di Plotina moglie del nuovo imperadore che seguito avealo nella Germania inferiore. Nell’angolo la testa di Adriano dalla nascente barba accosto alla statua di Plotina, di cui era perduto amante. Avvi pure il segno di un cesto colmo di varii doni che furono in quella occasione presentati al nuovo socio all’impero. E nel sondo del quadro appariscono le insegne e i simboli dell’impero colà spediti.

III.

Dalla parte che guarda l’interno della città
ossia parte meridionale dell’Arco

Solenne cerimonia dell’assunzione al trono di Traiano


Nella parte superiore è pur meravigliosa tra terribile e amica la figura di Giove, che porge un fascio di accesi e sfavillanti fulmini al novello deificato.

Regno della consacrazione — La statua di Adriano alquanto china. A destra Nerva Augusto, il quale, come attesta Plinio, fu il ministro dell’adozione: Nerva minister fuit solemnis adoplionis ante pulvinar Jovis. Dopo Nerva i due Camilli che assistono. Tre statue di persone consolari e senatorie, che fan mostra tra le mani del titolo del Senato-Consulto per l’assunzione di Traiano alla dignità imperiale, oppure del rotolo delle suppliche che in tal guisa era costume di presentare. Il solito littore con verghe e scure.

L’esercito armato. In ogni intorno dei soldati. (Vedi Plinio), [p. 125 modifica]

IV.

Dalla stessa facciata interna

Ingresso solenne dì Traiano alla Reggia


Qui miri il disegno dell’imperial palagio, e quello del tempio della Dea Vesta; nonché il primo ingresso di Traiano reduce dal Campidoglio alla casa dei Cesari. Nel bel mezzo Traiano in mirabile paludamento e toga dinanzi il limitare. Plotina verso la scalinata ove par che ripeta al popolo ivi adunato «Quale entro ora nel Campidoglio, tale intendo d’uscirne». Indi Marciana sorella di Cesare, la quale visse con Plotina sotto un medesimo tetto, e con Adriano che sortì anche i natali in Italia, e che era congiunto di Traiano. A sinistra di Traiano, Nerva in abito consolare. Sul davanti del quadro due persone consolari o senatorie con rotoli di carta nelle mani. Dietro Nerva il solito littore con fasci e scure, e la consueta bacchetta. Ma però non è a tacere che alcuni autori stimano essere di Traiano il simulacro che i più interpetrano per Nerva, e che l’altro sia di Adriano; e tale opinione fu anche accolta dal Rossi.

V.

Dalla facciata esterna

Legazione della Dacia al campo di Traiano:
la stessa due volte debellata


Questo quadro ritrae il re Decebalo che, posta giù ogni burbanza, prostrato ai piedi di Traiano, gli si umilia, e indossa manto reale, fascia, cingolo ecc.— Traiano è in piedi, e impone al vinto le condizioni della pace: appresso al re gli ambasciadori e i duci di quella nazione, la quale fu da Traiano ridotta in provincia romana, e che abbracciava quell’ampia distesa di terre che ora compongono l’Ungheria e la Transilvania. Negli angoli a destra e a sinistra veggonsi le statue di due donne giacenti, nelle quali Apollodoro [p. 126 modifica]intese significare la Dacia due volte debellata in guerra da quel Cesare. In sondo il solito albero di alloro o palma; il che rivela che in tale quadro il sommo artefice si propose descrivere l’ambasceria dacica accolta da Traiano nel campo, e non già quella ricevuta in Roma innanzi al senato, e con tutta la pompa imperiale.

Il simulacro poi che segue quello di Traiano, e che gli pone la mano sul petto, per renderlo pietoso a Decebalo, è certamente Claudio Liviano, Prefetto allora del Pretorio in luogo di Suburrano, a cui era stato consentito di ridursi a vita privata.

VI.

Dalla stessa facciata esterna

Partamasiride al campo di Traiano, e l’Armenia
ridotta a Provincia


Questo basso rilievo rappresenta Traiano che a sè dinanzi mira supplichevole Partamasiride re dell’Armenia, da lui soggiogata e ridotta a provincia romana. Partamasiride in lunga guerra difese da eroe i proprii stati, comechè in tale impresa si giovasse Traiano del più prode de’ suoi duci, che fu Lucio Quinto nativo della Mauritania, asceso indi a poco al consolato. Partamisiride dopo varie disfatte, caduto d’ogni speranza, trasse al campo dell’eroe, dal quale ebbe salva la vita, ma non potè conseguire il possesso dell’Armenia.

La statua di Partamasiride dalla irsuta barba fu scolpita nel mezzo: a destra si vede quella di Traiano semplicemente togato, in atto di accogliere favorevolmente il vinto re, e con in mano il solito rotolo; forse quello del decreto che riduceva l’Armenia a provincia Romana. A sinistra del re barbaro si scerne la statua del figlio di Giunio Bruto che allora era al governo della Cappadocia, e che scorta a Cesare il vinto re dell’Armenia. Si scorge infine nell’angolo la solita testa di Adriano che agevolmente si discerne alla [p. 127 modifica]poca barba che appena gli ombra il mento giovanile. Seguono infine le statue dei primarii duci dell’esercito, gli stipatori del Cesare1 i Pretoriani, e tutto l’esercito chiamato in armi, e non vi mancano gli alberi di alloro che i Romani costumavano di avere sul campo.


VII.

Dalla stessa facciata esterna


Arcando figlio del Re di Edessa al campo di Traiano
e legazione orientale


In questo quadro si descrive il seguito dell’ambasceria Armena, composta di tutti i sovrani degli stati confinanti, dei governadori delle provincie e dei comandanti delle fortezze; i quali, ai primo ingresso di Traiano in Armenia, si dichiararono sudditi e vassalli dell’impero, ne ricevettero la legge, e, secondo l’usanza dell’Oriente, tutti i sovrani mandarono presenti d’ogni specie al trionfatore. Sotto il consueto albero di alloro si scorge assai bene rilevata la testa d’un destriere che fu nominato danzatore, dall’essere stato sì bene istrutto che, pervenuto al campo innanzi a Traiano, piega assai acconciamente le ginocchia a terra, e china profondamente il capo in umile atteggiamento. Nella parte inferiore del quadro era sculto un leone. A destra della statua di Traiano primeggiava tra le altre quella di Arbando figlio del re di Edessa, il più vago e prestante giovane di quell’età, che si recò al campo de’ Romani nella fiducia di acquistare in pro dello sventurato suo genitore la grazia del sovrano. Un abito di pelle gli cinge le graziose e aitanti forme; e ha solo il petto ignudo alla foggia dei barbari. A fianco, ma più indietro alquanto, si ammira la statua d’una bellissima giovane, vestita parimenti alla barbaresca; e che per certo appartiene alla famiglia reale di qualche sovrano di quelle nazioni. Appresso ad Arbando si mira uno [p. 128 modifica]de’ primi suoi seguaci. A sinistra, come si è detto, la statua di Traiano, in atto di ascoltare i supplicanti, e con un’aria di volto assai cortese e paziente, come di chi si risolve a concedere grazie. Dopo di Traiano si scorge la nota figura di Adriano dalla minuta barba. Indi i soliti stipatori del Cesare, il Prefetto del Pretorio e Pretoriani, nonché il restante dell’esercito inerme coi primarii suoi duci.


VIII.

Dalla stessa facciata esterna


Varie geste di Traiano in Roma e suo trionfo
a piedi per la Dacia debellata


In questo marmo è sculto il solenne trionfo celebrato da Traiano con Plotina dopo le luminose vittorie riportate su Decebalo. Traiano infatti è figurato da guerriero con elmo, corazza, scudo e spada nuda in mano, e con lunga ed irsuta barba, quasi a imitare l’esempio dei primi padri, i quali trasandavano in guerra la cura della propria persona, massime quando era in forse la salute della patria. La statua di Plotina, anche principale in questo quadro, ha qualche indistinto segno militare nella testa. Appresso la statua di Traiano si vede quella di Marciana sua sorella, e più indietro quella di Matedi, figlia a quest’ultima. A sinistra di Traiano sono due statue le quali indicano due età della vita umana, la media e l’età più tenera, ed amendue lo salutano padre della patria, il più bel titolo che possa convenire ad un sovrano. Con ciò si allude alle ingenti somme spese da Traiano per la istituzione dei così detti giovani alimentarii, tanto in Roma, che nelle provincie e in molte città d’Italia. Sotto i piedi di Traiano si ha un piccolo segno di rotta barchetta da indicare le spie che di suo ordine furono affondate nel Tevere. In fondo del quadro dopo Plotina Adriano con altri principali duci dell’esercito. Nell’angolo opposto il consueto littore con fasci e scure.

Se poi, come ritengono taluni, questo marmo deve [p. 129 modifica]essere interpetrato per le nozze di Adriano con Sabina, il simulacro alla guerriera sarebbe Adriano,

«. . . . . . . a cui l’età novella
«Il bel mento spargea dei primi fiori».

Le tre donne che seguono si ritiene che siano Sabina, Plotina e Marciana. Un po’ più avanti veggonsi i due giovani alimentarii, nonché Traiano col suo stipatore o pretoriano: nel sondo del quadro molti militari con aste, e infine dopo Sabina l’aruspice e un accompagnatore alle nozze.


IX.

Dalla facciata interna


Consacrazione della Basilica Ulpia-Traiana
nel foro Traiano


É qui significata la Basilica Ulpia-Traiana costrutta e consacrata da questo Cesare nel foro Traiano. Si scerne come Principal figura la statua dell’abbondanza col corno delle dovizie. Traiano nel mezzo, con la solita chioma e toga, ha ai suoi lati due personaggi consolari e senatori. Uno di essi si stima che fosse Sesto Africano, collega dell’imperatore nello stesso anno della dedica della Basilica. Intorno si mirano alcuni auguri o flamini, insieme ai giudici, che erano assuefatti a conoscere e decidere le cause dei negozianti, i quali convenivano ivi al mercato. In cima del marmo si scorge una corona d’alloro, simbolo del privilegio e della immunità imperiale: essa è sostenuta da un bastone, che sembra uno scettro, o il segno delle aste decemvirati. Nel sondo del quadro archi, colonne e trofei.

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X.

Dalla stessa facciata interna

Villeggiatura della imperiale famiglia a Centocelle,
e giudizio di Eurittimo


Questo quadro esprime la villeggiatura di Traiano a Centocelle.

Qui, fra le altre cause, attese l’imperadore a risolvere quella tanto celebre di Eurittimo suo liberto e procuratore, accusato di falsificato codicillo. Intorno a questo argomento dettò Plinio la più eloquente delle sue lettere, allorché gli fu commesso di recarsi in Civitavecchia a rendere giustizia. Traiano è in piedi, con targa e rotolo di carte in mano, Eurittimo con gli avvocati a sinistra. A destra di Traiano appare Plinio con tre altri personaggi con aste, indicanti i soliti stipatori e guardie speciali del Cesare. Nel fondo del marmo sono sculte due donne cacciatrici, l’una è Plotina, e l’altra è Marciana; e una di esse stende una mano sul reo, e con l’altra sostiene una gabbia. Nell’angolo più remoto dietro le due cacciatrici si mira Adriano, che d’una mano fa un cenno allusivo al giudizio, e coll’altra sostiene un’asta. A’ suoi piedi è un veltro a denotare che, durante la villeggiatura, mentre l’Imperadore attendeva a rendere giustizia, la famiglia sovente prendevasi sollazzo nella caccia.

XI.

Dalla stessa facciata interna

Ingresso solenne di Traiano al Campidoglio


Questo marmo, che ritrae il Campidoglio e Traiano che vi ascende in trionfo per la porta Fanitori, ci rammemora il giorno in cui l’Imperadore trasse a dare il suo giuramento, nel terzo consolato, in mano del collega Frontone che gli fa scorta. Sulla scala i fanitori di Cesare, e fra gli altri un personaggio consolare che precede scortando Cesare. Un altro più appresso, ben distinto in mezzo al seguito, forse è Frontone collega. Un ufficiale nell’angolo col segno dei fasci appena visibili; intorno intorno soldati. (Vedi Plinio.)

[p. 131 modifica] In questo solenne ingresso di Traiano nel Campidoglio si crede che Plinio avesse recitato il suo panegirico.


XII.

Dalla stessa facciata interna

Apoteosi di Nerva e di Marciana


In questo quadro si descrivono due apoteosi molto care a Traiano, quella cioè di Nerva sue padre adottivo, il quale ancor vivendo fu deificato, e di Marciana sua sorella. Le statue sono: quella di Giunone, alla destra di lei Giove folgorante e seminudo, alla destra di Giove Pallade con elmo ed asta, più dietro nell’angolo Ercole con pelle di leone e clava; fra Pallade ed Ercole una testa di Bacco coronata di pampini, fra Ercole e Giunone un’altra statua con la testa laureata, senza segni speciali di Deità e che per fermo denota Marciana, e nell’angolo di fronte ad Ercole un Mercurio. Nel fondo del marmo si vede una fiaccola, simbolo dell’apoteosi.


XIII.

Sotto la volta dell’arco a destra di chi esce dalla città

Il Cangiario dato da Traiano


Questo marmo ricorda, secondo Plinio, il cangiario2 dato al popolo romano da Traiano, dopo il primo trionfo germanico. Nel mezzo si vede Berecinzia turrita significante Roma: ha dinanzi la mensa delle dovizie per le usate distribuzioni di pane, danaro ed altro. Evvi pure chi in questa statua raffigura Plotina. Accosto le viene un ministro dispensiere col petto volto al popolo, e colla faccia verso Roma. A destra si scerne Traiano che si mostra al pubblico con [p. 132 modifica]due personaggi consolari, e si crede che rappresentino i due consoli di quell’anno, Aulo Cornelio Palma ed il collega. Uno di questi ha in mano il rotolo dell’editto di Traiano pel cangiario, col quale fece invito a tutti i cittadini romani di ogni età, sesso e condizione. Avvi chi stima essere Adriano uno di questi due personaggi, e propriamente quello che ha in mano il rotolo, perchè la statua ritrae le forme d’un uomo atletico, e robusto, come appunto ci è descritto Adriano. Intorno tre altre donne con reticoli per accogliere la distribuzione, e con pargoli tra le braccia. In una di queste donne è raffigurato l’Egitto che, imperando quel Cesare, ebbe difetto di viveri per la non seguita inondazione del Nilo, e fu da lui copiosamente provveduto di cereali. Le altre donne raffigurano altre città dell’impero sovvenute del pari con regia magnificenza da quelr imperadore. Seguono molti padri di famiglia traendo coi loro pargoletti sugli omeri il cangiario. Dopo di Traiano vedi i soliti stipatori del Cesare, e Guardie Pretoriane. Nel sondo del quadro l’esercito attelato in armi, e il noto albero di palma o di alloro.

XIV.

Sotto la volta dell’Arco, di contro al precedente

Sacrificio Augustale


Nel quadro vedesi Traiano che per la quarta volta rende grazie e sacrifica a Giove Capitolino in occasione delle daciche guerre. Evvi il toro bianco lavato nelle acque del fiume Clitunno, il quale toro chiamavasi dai romani vittima massima. Questo sacrificio era affatto conforme all’altro detto anche massimo, che avea luogo nel campo di Marte dopo il censo sul principio d’ogni lustro, sacrificandosi un maiale, una pecora ed un bue. Infatti a destra si scorge il tripode o mensa dell’altare con un sacerdote che ministra di prospetto: a sinistra un gigantesco aruspice o Flamine Diale con maestoso [p. 133 modifica]velo, deputato a esplorare la vittima. Traiano in vestimento di pompa, il re dei sacrifizii, i sette Epuloni, ed i tre Tizii cogli augustali: poi il loro da immolarsi con le corna laureate, i ministri del sacrifizio, uno superiore che percuote la vittima col maglio e colla scure, e l’altro con un sol ginocchio chino in atto di sgozzarla col coltello. Altro ministro più innanzi coll’olla sugli omeri per accogliere il sangue della vittima, e intorno ad esso l’esercito in ordinanza che insieme ai sacerdoti appare ghirlandato di alloro. Il tutto come si pratica nei trionfi.


XV.

Marcia trionfale


Intorno intorno al gran cornicione dell’Arco è ritratta la marcia trionfale di Traiano al tempio di Giove, ed in sessanta ligure di squisita finezza sono descritti il primo trionfo germanico (detto Partico da Plinio), nonché il primo e il secondo trionfo dacico. L’imperadore laureato nella quadriga trionfale incede per la principale delle vie di Roma e pei due circhi Flaminio e Massimo, precedendo il Senato, la turba dei cittadini ed i cocchi militari colle opime spoglie ostili, con vasi, statue ed altre ricchezze predate nelle debellate provincie. Seguono i re, le regine, i principi e i tetrarchi d’Oriente catenati e prigionieri, la moltitudine dei soldati ignobili che si vendevano sub corona, le vittime da immolarsi insieme al toro, vittima massima, i profumi e le profumiere che seguivano il carro trionfale, 1 trombettieri, i sonatori di pifferi e d’altri strumenti musicali con intorno e dietro l’esercito festante.

Le quattro scolture inferiori sono state rose e consumate dalla edacità del tempo e dagli incendii de’ barbari, per modo che in più figure non si distinguono le fattezze dei volti l’atteggiamento dei corpi, e neanche i panneggiamenti e le forme delle vesti: sicché si dura fatica a indovinarne le persone. Altre scolture rimangono nascoste dalle fabbriche costrutte ai lati dell’Arco.

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XVI.

Piccoli quadri

Pubbliche e solenni feste, giuochi decennali,
corse alate


Tutti i piccoli quadri delle due facciate sono uniformi, e rappresentano alcuni vasi sacri con candelabri in mezzo. Le statuette con gli scudi ed elmi alla guerriera indicano i voti decennali, le corse alate, ed altri giuochi che si celebrarono nelle feste pel trionfo germanico e dacico, ordinate in onore di Traiano. Le due statuette che a mani giunte sostengono il candelabro sono i Tribuni militari.

XVII.

Prima mensola sull’archivolto della facciata esterna


Questa mensola rappresenta il fiume Reno a denotare la Germania e la Dacia debellate da Traiano. E si può anche interpetrare pel fiume Eufrate ivi sculto ad eternare la memoria del mirabile passaggio che in faccia al nemico eseguirono le truppe di quell’illustre guerriero, il quale avea dato opra a costruire di soppiatto, dietro i monti, delle barche piatte pel detto passaggio, per cui potette dall’altra sponda battere il nemico, e riportare una compiuta vittoria.

Ma qualche erudito ritiene che, essendo quel fiume espresso in figura muliebre, rappresenti la fiumana Sargezia, sotto di cui Decebalo ascose i tesori della Dacia.

XVIII.

Seconda mensola dalla stessa facciata esterna

Il fiume Danubio


È scolpito in questa mensola il Danubio, sul quale Traiano fece costruire quel memorabile ponte che fu poscia distrutto dal suo successore Adriano. Le onde sottoposte e le piante [p. 135 modifica]acquatiche fan chiaro che ivi intese l’artista di raffigurare i detti fiumi.

XIX.

Terza e quarta mensola della facciata interna

Vittorie alate


In queste mensole sono scolpite due vittorie alate, all’intutto conformi, a dimostrare i tanti trionfi dell’eroe, e la gratitudine dei popoli, i quali credettero rimeritare con pompe e monumenti trionfali le sue virtù.

Sotto ciascuna delle quattro mensole, nell’angolo dell’archirotto, avvi un puttino, per indicare le quattro stagioni, come rilevasi dai segni che quelli hanno tra mani o sul capo, e che consistono in fiori, spighe, uve e in un mantello.

XX.

Modiglione dell’arco


Le due statuette pensili che sono nel modiglione o chiave dell’arco, l’una nella facciata interna e l’altra nell’esterna, indicano Roma, la città eterna che rinasce sotto l’impero di Traiano, e l’Eternità, a cui quel tempio era consacrato. E secondo altri la fedeltà coniugale dell’augusta Plotina, e la reduce fortuna.

XXI.

In mezzo la volta dell’Arco

Coronazione di Traiano


Infine sotto l’arco evvi un piccolo quadro, in mezzo a molti trofei d’armi e fiorami che gli fanno cornice, superbamente intagliato, il quale a tutti gli altri marmi sovrasta per la finezza e perfezione della scoltura. Colà si mira Traiano ritratto da guerriero e principe, tutto chiuso nelle armi, e in reale paludamento, che del gomito destro fa puntello ad [p. 136 modifica]un’asta, mentre dalla sua sinistra una vezzosa vittoria alata gli adatta sul capo una corona di alloro.

Prospettiva esterna dell’Arco Traiano


A questi si riducono sottosopra i fatti della vita di Traiano raffigurati dall’insigne artista nei varii quadri dell’Arco trionfale di Benevento, che è uno de’ meglio conservati in Italia, e, che, secondo la bella espressione di un moderno scrittore, è un’epopea concepita da un quasi divino scarpello.

[p. 137 modifica] Ai suoi lati, pochi lustri or sono, attergavansi due mediocri casette, che furono, per consiglio di un distinto architetto dell’ordine dei Gesuiti, acquistate dal Municipio e demolite, isolandosi l’Arco, come nella sua prima origine, affinchè si fosse potuto osservare da ogni lato. Il Ministero della Istruzione nominò, non è molto tempo, una Commissione, e promise dei sussidii per la conservazione dei nostri antichi monumenti, e specialmente dell’Arco Traiano, che ha testé dichiarato monumento nazionale. E il nostro Municipio, in seguito a ciò, disegnava diroccare due case collaterali all’Arco, e due muretti di cinta dei giardini attigui ai palagi dei marchesi Andreotti e Carife, per dar luogo ad una specie di piazzetta davanti allo stesso; e fece anche pensiero di rimettere quei pezzi che mancano della cornice dell’attico, e di far eseguire dei restauri alla cornice dell’ordine sottostante che si conserva molto meglio che quella dell’Arco Tito in Roma.


Note

  1. Gli antichi davano un tal nome ai soldati di guardia del sovrano
  2. Eran dette cangiane le auguste largizioni che, a festeggiare certi giorni ricordevoli, faceano gli imperadori al popolo, c nelle quali tonto si distinse Traiano. (Plinio.)