Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo IX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo IX

../Capitolo VIII ../Capitolo X IncludiIntestazione 21 giugno 2016 75% Da definire

Parte III - Capitolo VIII Parte III - Capitolo X

[p. 191 modifica]


CAPITOLO IX


Fra lo scorcio del secolo XVI e il principio del seguente, non ostante i brevi limiti del territorio beneventano, ebbero luogo frequenti usurpazioni di suolo, derivate dalla prepotenza dei potenti baroni delle prossime terre, i quali, non paghi di ciò, si davano a predare anche gli armenti dei possidenti beneventani col pretesto di averli colti nell’atto che pascolavano sui loro terreni. Laonde la Corte Romana, per dar fine a tali abusi, se la intese con i viceré di Napoli, e quindi, mediante un reciproco accordo, furono segnati stabilmente i confini del territorio beneventano, e si emanarono tanto dal papa che dalla corona di Spagna severe leggi per punire i violatori dei confini che dividevano lo stato beneventano dal reame di Napoli.

Ma se furono sedate le dissenzioni nate in Benevento per le violazioni dei confini, la città incorse indi a poco in gravissimi pericoli per l’usanza, seguita sempre dai beneventani, di dare ospitalità non solo, ma di accogliere come amici i fuorusciti napoletani, quantunque Clemente VIII con un suo breve avesse ingiunto che i napoletani rei di lesa maestà non fossero accolti in Benevento e neanche nel contado.

Nel novembre del 1700 alcuni semi di discordia, sparsi ad arte nell’animo dei napoletani, produssero quel rivolgimento di Napoli volgarmente noto col nome di rivoluzione del principe di Macchia. I congiurati, dopo essersi abboccati in Roma con i capi della fazione imperiale, decisero che D. Giuseppe Capece, D. Carlo di Sangro, e il barone D. Sciscignet; segretario imperiale; movessero per Benevento a [p. 192 modifica]prendere i finali accordi col principe della Riccia, col duca di Telese e con Tiberio Carafa che dimoravano in questa città.

Dopo un lungo contendere tra i congiurati, essi presero la risoluzione di suscitare la rivoluzione nella sera del 21 settembre 1701, ma per lor mala fortuna fu nel medesimo giorno svelata la congiura, e tutti, avendone avuta notizia in tempo, presero per luoghi diversi la fuga. Il principe della Riccia e D. Milizia Carafa, che con le loro squadre erano già entrati in Napoli, a mala pena riuscirono a porsi in salvo, e anzi D. Milizia Carafa era già caduto in mano dei nemici, da cui potè sottrarsi per un atto generoso della principessa della Riccia, e ricoverarsi in Benevento. Il Vicerè chiese tosto con minacce la consegna del Carafa ai beneventani, ai quali era stato inibito, con un concordato conchiuso tra la santa sede e la Spagna, di dar ricetto nella loro città ai napoletani, se rei di stato. Ma il comune, ritenendo che sarebbe parso un atto ingeneroso siffatta consegna, si appigliò al facile spediente di favorire celatamente la fuga del Carafa, il quale potè trapassare inosservato il confine del napoletano, e dopo fece dichiarare con un atto pubblico notarile, che ora si direbbe notorio, che il ribelle D. Milizia Carafa non era in Benevento.

In quel tempo si ponea in uso con troppa frequenza la pena del confine, e però accadde che i banditi, accozzati in gran numero, formarono delle bande che furono poi ingrossate dai disertori napoletani e dai facinorosi. Queste masnade, fidenti nei molti amici sparsi in tutte le parti del regno, e allettate dalla speranza dell’impunità, si diedero a scorrazzare nei dintorni di Benevento, predando per ogni dove, e commettendo ogni maniera di rapine, di stragi e di vituperi. E più volte anche tentarono di entrare nella città per saccheggiarla; e qui di leggieri si può congetturare quale sarebbe stata la confusione e lo scempio di sì nobile città, se anche per un giorno fosse venuta alle mani di sì pericolosi ribaldi. Il Comune non disconobbe la necessità di adottare le maggiori possibili precauzioni per reprimere le scorrerie dei fuorusciti nella campagna; e in ogni peggior caso mantenere [p. 193 modifica]almeno la città illesa dai loro furori. E perciò i consiglieri ordinarono che cinquanta soldati fossero pronti sempre a percorrere il contado in tutti i punti, insieme a tre squadre di milizie urbane di venti uomini per ciascuna. E in virtù di questi provvedimenti i banditi infierirono meno nel territorio beneventano che in altre parti del regno, e desistettero dal proposito di occupare per qualche tempo la città. E certamente a conseguire un tale successo contribuì la prodezza delle milizie urbane, e la concordia dei quattro suindicati ordini in che era divisa la cittadinanza; imperocchè se i fuorusciti scontratisi coi cittadini avessero trovato più lieve resistenza, e un valore men forte della loro audacia, niun altra ragione li avrebbe stornati, che non rivolgessero continuamente il loro impeto contro la città di Benevento. Però il commercio ne risentì per molto tempo notevole danno, stante le interruzioni di tutte le comunicazioni per la poca sicurezza delle strade, da cui derivò naturalmente la conseguenza che quasi tutti i cittadini si astenevano d’imprendere senza necessità neanche brevi viaggi per non dare nei banditi, come incolse, secondo narra il Giannone, a Mons. Toppa arcivescovo della città, il quale non solo fu derubato presso Napoli, ma corse pure grave pericolo di vita.

La paura dei banditi fu efficace per molti anni a sopire le dissenzioni tra il patriziato e il popolo beneventano, ma con lo scemare di quella crebbe man mano la disunione nella cittadinanza tra i nobili e la plebe, onde il Consiglio si vide astretto a divisare i mezzi più acconci a impedire che le avversioni passassero il segno, e ne nascesse la guerra civile. E siccome il mal seme che fomentava tante discordie consisteva nei molti privilegi a cui aspirava la nobiltà, così si tentò di stabilire su solide basi una specie di uguaglianza tra i due ordini più importanti della cittadinanza; ma i popolani non paghi di diversi decreti, prudentemente emanati a tal fine, proposero, per mezzo dei loro deputati, che non pochi del loro ordine fossero ascritti a quello del patriziato.

I nobili protestarono con energia contro tali pretensioni, [p. 194 modifica]con questo però che non sarebbero stati alieni di aggregare al loro ordine persone del popolo, che fossero fornite di dottrina e delle altre qualità che le rendessero degne di un tale onore. E poichè non fu possibile di conciliare le diverse opinioni, il popolo propose nel Consiglio una domanda per l’aggregazione di molte famiglie popolane alla nobiltà} ma 1 ordine dei patrizii insistette perchè la domanda non fosse accolta. La plebe cominciava a dar fuori voci sediziose, per cui i cardinali Mattei e Aldobrandini diressero varie lettere ai governadori, con le quali si ordinava che fossero astretti i nobili ad annuire alle brame del popolo, per mantenere la quiete nella città. I nobili non vi si piegarono, e solo dopo lunga contesa aggiunsero al loro Ordine Antonio Sorice e Vincenzo Camonte, due dei più distinti popolari senza concedere altro. E non ostante le insinuazioni della Corte Romana e dei governadori non fu emesso alcun decreto che definisse la controversia, la quale rimase sempre irresoluta. E sin quasi ai nostri giorni varii uffici d’importanza soleansi concedei e sovente per privilegio a qualche patrizio, come quelli di Gonfaloniere, arcidiacono e via dicendo. E dippiù, sinchè non ebbe luogo la recente soppressione degli ordini religiosi, il patriziato tentò di conservare un ultimo privilegio col formare una congregazione di soli nobili, i quali serbaronsi il dritto di attendere ai così detti esercizii spirituali nella cappella della loro congregazione, in cui non erano ammessi che i soli patrizii. Ma anche un tal privilegio fu ai nostri giorni abolito, non essendo giusto conservare una distinzione in materia religiosa, e nella pratica dei divini ufficii, ove non han luogo le mondane distinzioni, poichè gli uomini debbono almeno ne’ sacri templi riconoscersi per uguali.

Composte in pace per qualche tempo le discordie interne tra i patrizii e la plebe, nuovi timori sopravvennero per le rivolture di Napoli, eccitate da un giovane Amalfitano, Tomaso Aniello, Masaniello chiamato dal volgo; iì quale, data forma al popolare scontento, sollevò la città contro il governo di Spagna che aveva immiseritolo stato coi balzelli, e mediante il terrore del popolo insorto conseguì per [p. 195 modifica]brevissimo tempo dal Vicario che le tasse arbitrarie venisser tolte, e che la città di Napoli non fosse priva di quei dritti che Carlo V le avea conceduti. (Riccardi). Si temeva che tali innovazioni avessero potuto ridestare un sentimento di simpatia anche nel popolo beneventano; ma essendo da secoli la forma di governo della città di Benevento del tutto dissimile dalla mala signoria che accorava la plebe napoletana, non riuscì malagevole al Consiglio Comunale e alle altre autorità del paese di dissuadere il popolo dal tentare qualche novità. E oltre a ciò, antivedendo la possibilità di una sommossa popolare, il consiglio rifece le porte e le mura della città, che era in ogni parte assai bene fortificata.

Ma, ucciso Masaniello, la durezza del governo spagnuolo si estese in certo modo anche alla città di Benevento, poiché essendosi quivi rifugiati varii disertori dell’esercito napoletano, i quali parteggiavano per la causa del popolo, il viceré ne chiese la consegna. E poiché il consiglio non sembrava propenso a voler aderire a siffatta domanda, egli mandò numerosa milizia a circondare d’ogni intorno la città, per modo che ai cittadini era affatto vietato di uscire da Benevento, e niuno vi si poteva introdurre dalla campagna. Il Consiglio non riuscendo a risolvere il viceré a levare il blocco dalla città, dopo lunghe e non mai intermesse pratiche, uniformandosi ai consigli della Corte Romana, si limitò a dare lo sfratto ai soli rei di lesa maestà, dei quali chi potè mettersi in salvo, e chi meno avventurato cadde in potere del nemico. E per tal guisa si potè indurre con assai difficoltà il viceré a ordinare che le sue truppe rientrassero nel regno, e non apportassero ulteriori molestie al contado e alla città di Benevento.

Intanto dalle frequenti incursioni dei banditi e dal blocco era venuto assai scapito al commercio di Benevento, per cui i cittadini, traendo profitto della prossimità dei due fiumi, e della condizione della città, diedero opera a formare varie associazioni più o meno numerose, per dar moto a svariate industrie, e attirare in Benevento lo sviato commercio. Nè furono deluse le loro speranze, poiché dopo qualche anno [p. 196 modifica]tornò a rifiorire il commercio, e le novelle industrie prosperarono di molto, fruttando insperati guadagni, e specialmente venne in fiore l’arte della lana, che fu primamente esercitata da un tal Girolamo Mascambruni, il quale n’ebbe per qualche tempo dal Consiglio comunale la esclusiva concessione. Ma Tesser posta la città di Benevento nel centro del regno di Napoli, e a poca distanza dalla metropoli, nocque sempre al suo benessere, imperocchè prima i vicerè, poi i sovrani di Napoli la considerarono come una città nemica. E perciò lo sviluppo che prese il commercio dì Benevento verso la metà del secolo XVI increbbe al governo dei vicereggenti, che impedirono le comunicazioni di Benevento coi paesi del regno, e misero in opera ogni mezzo per isolare la città, suscitando ostacoli alle sue comunicazioni commerciali, e distraendo da essa il trasporto dei grani e delle altre derrate, il che non è a dire se costernasse la intera popolazione. Niente valsero, a impedire tali danni, le preghiere e le proteste dei beneventani; poichè sebbene i regi ministri non fossero avari di belle promesse, pur nondimeno a queste non corrisposero i fatti. E però, protraendosi a lungo quel duro stato di cose, fu astretto il comune a spedire e mantenere a Roma un deputato a sue spese, affinchè col ritrarre al vivo al Pontefice le necessità di Benevento, e le intollerabili angarie del governo napoletano si fosse alla fine ottenuto di rimuovere, anche con la minaccia delle censure ecclesiastiche, secondo le consuetudini dei tempi, i tanti ostacoli che il vicerè frapponeva al libero sviluppo del commercio di Benevento. Molte convenzioni a tal uopo furono tentate tra la corte romana, il consiglio comunale di Benevento e i regi ministri di Napoli, ma non si mandarono a fine, sinchè dopo non pochi anni si compilò una solenne scrittura, con la quale fu sancito che la città di Benevento avrebbe somministrato ai regi ministri una determinata copia di grani a modico prezzo, e che mercè una tale spontanea contribuzione non più sarebbero state impedite le comunicazioni di Benevento col regno di Napoli e con gli altri stati d’Italia. Il Manzoni nel suo romanzo immortale, ritraendo al vivo le [p. 197 modifica]condizioni del Milanese nel secolo XVII sotto il regime spagnuolo, scrisse cose molto singolari sulla inettezza di quel governo; ma il romanziere che avesse descritte le anomalìe e le nefandezze che nello stesso tempo si verificavano nel Napoletano non so se avrebbe fornito più argomento di riso che di sdegno ai suoi lettori.

Si sperava che dopo tante sciagure avesse dovuto arridere alla città di Benevento un migliore destino, allorchè il più ferale disastro che possa colpire un popolo la rese in poco d’ora la più desolata delle città italiane. La peste aveva apportato gravi danni a Benevento negli anni 1497 e 1527; ma il racconto di quei mali parve assai poca cosa ai superstiti del terribile contagio che infierì in Benevento nel 1656, di quel contagio cioè pel quale perirono in Napoli da oltre 20000, e che sparse il lutto ove più ove meno in tante provincie del regno. Si noveravano allora in Benevento 18000 persone, e la peste, manifestatasi col primo caso ai 15 di giugno, non prese a scemare che nel mese di settembre, e non cessò del tutto che nel successivo ottobre, togliendo la vita a ben 14000 abitanti, cosicchè la città porgeva Y idea di una vera necropoli, e per lungo tempo si vide crescere i’ erba in alcune strade e sulle piazze, quasi come negli aperti campi Era a quel tempo arcivescovo di Benevento Giovan Battista loppa il quale pose a repentaglio in ogni giorno la sua vita pel bene e per la salute dei cittadini, facendo testimonianza col proprio esempio che nelle più grandi calamita si affina la non mentita virtù dei sacerdoti.

«Ove il rischio è maggior l’opre son queste»


Il zelante arcivescovo, che fu dei pochi preti rimasti immuni dal fierissimo morbo, volò al premio dei giusti nell’anno 1673. Egli fu sepolto nella Basilica di S. Bartolomeo, e nel suo testamento scrisse un legato in favore di un’orfanella povera della città nel dì delle sue nozze, da essere pagato in ogni anno dal Monte dei Pegni.

Molte delle più antiche e segnalate famiglie di [p. 198 modifica]Benevento rimasero distratte dal contagio, e tra esse la più illustre di tutte, quella dei principi Tocco, famiglia dichiarata di sangue regio, come risulta da un privilegio concedutole con suo decreto da Carlo V sulla dogana di Napoli, ove leggonsi queste parole: Nihil solvant, quia sunt de sanguine regio. (La Vipera).