Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo VIII

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Capitolo VIII

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CAPITOLO VIII.


Succeduto a Carlo V – che rinunziando alla corona si chiudeva in un eremo — il suo figlio Filippo II, il duca di Alba, quello stesso che si acquistò tanta fama di fanatico e di crudele per le stragi commesse col pretesto della religione, passato il Garigliano, fu sopra Pontecorvo, che gli si arrese, e in poco tempo occupò anche Cepparano, Ferentino e Frosinone con altre castella. E allora le milizie spagnuole, che [p. 180 modifica]erano in Napoli, tentarono di espugnare anche Benevento, ma i cittadini deliberati di mettersi ad ogni rischio per vincere lo straniero, ributtarono con tanta bravura l’assalto, che gli spagnuoli non vollero ritentarne la prova, e si sparsero nei dintorni ponendo a ruba ogni cosa. Però le artiglierie guastarono diversi monumenti della città, e specialmente la facciata dell’antichissima chiesa dell’Annunziata, mandando in pezzi il suo campanile di pietra, che fu rifatto dai comune nell’anno 1570. Gli Spagnuoli, esacerbati per la sconfitta, avrebbero probabilmente adunate maggiori forze per occupare Benevento, la quale sarebbe stata messa a dure prove, se indi a poco non fosse seguita la pace tra il papa e la Spagna, la quale accettò di buon grado tutte le condizioni proposte, le quali non furon lievi, e il pontefice Paolo IV dichiarò che avrebbe perdonato a tutti i comuni e ad ogni privata persona che in quella campagna avessero combattuto contro di lui, escludendo solo da quel perdono i ribelli di Roma.

Dalla metà del secolo XVI in poi i papi nel concedere la investitura del regno di Napoli esclusero sempre la città di Benevento. Laonde questa seguì a reggersi a comune, e per molto tempo, non ebbero luogo in essa fatti storici di qualche importanza, di maniera che, limitata a poco più di un mezzo secolo, potrebbe ritenersi vera la esagerata opinione del Gregorovius, il quale, alludendo all’epoca intera del governo pontificio in Benevento, tanto seconda di avvenimenti politici, scrivea: «Per secoli e secoli unici avvenimenti di pubblico interesse per Benevento furono il succedersi de’ cardinali legati nel castello e degli arcivescovi nella cattedrale».

Ma intanto s’incorse in un altro danno, forse maggiore, poichè per il corso di due secoli prevalse in Italia il funesto sistema del così detto nepotismo, che nocque tanto alla dignità della chiesa e alla prosperità dei popoli degli stati pontificii. La vanagloria di rendere doviziose ed illustri le proprie famiglie invase molti pontefici di quell’epoca, e li rese dimentichi dell’altissimo loro ufficio al quale niun altro può [p. 181 modifica]uguagliarsi nel mondo1 e tra quei pontefici si - segnalarono per tale abuso Paolo V e Urbano VIII, i quali non pure assegnarono ai loro nepoti i più pingui benefizii ecclesiastici, ma altresì il dominio di castella, borgate, e de e stesse città dello Stato; cosicché le famiglie Borghesi e Barberini vinsero per fasto e ampi possedimenti tutte le altre più antiche famiglie romane.2

E perciò neanche Benevento, lontano dominio della Santa sede, potè sottrarsi a un tale abuso dei tempi. Paolo V concesse, come un titolo di grande onore, il dominio di Benevento al suo nepote Caico, e il suo esempio fu seguito da molti dei suoi successori. Il popolo beneventano dava in quei tempi al nepote del papa il titolo di principe di Benevento, e al prelato che ne assumeva il governo quello di vice governadore, ma caduto in disuso il nepotismo dopo la celebre bolla di Innocenzo XII riprese Benevento ad essere retta dalla sede pontificia.

Però il nepotismo in Benevento non produsse novità alcuna e fu di solo nome, poiché le entrate che riscuotea lo stato dalla città e contado di Benevento eran tenuissime e da non pareggiare a gran pezza le spese, e d’altronde i beneventani, assuefatti alle forme di un libero governo, non si sarebbero di leggieri piegati al giogo d’inusate gravezze. Nè d’altra parte sarebbe stato possibile usare la forza, in quanto [p. 182 modifica]che i pontefici di Roma si proposero sempre di far paghi i beneventani, e d’impedire che nascessero sedizioni nella città; affine di non dare occasione ai sovrani di Napoli, che a ciò furono sempre intenti, di occupare con qualche pretesto la città e aggiungerla ai loro stati. Inoltre i detti principi non fecero che momentanea dimora in Benevento, abituati com’erano al fasto e allo splendore della corte romana, e limitavansi talora ad essere rappresentati da un loro dipendente col titolo di luogotenente, di cui il comune e il governadore non si davano alcun pensiero, e per mezzo di essi soleano prendere il possesso della città. Di più questi principi non esercitarono che assai di rado atti di sovranità, come si scorge dalle pubbliche scritture di quei tempi, che si conservano diligentemente nel nostro archivio notarile, in fronte alle quali si legge il nome dei pontefici, e non mai quello dei loro nepoti; il che fa chiara prova che per essi era un fastoso titolo e non altro quello di principe di Benevento. Ma non si rimasero a questo gli abusi di quei miseri tempi, ma si trascese talora sino al ridicolo, dandosi anche a donne il governo d’una sì illustre e celebrata città. E infatti, incredibilia sed vera nel 1549 una tal Marchesa del Vasto, vedova di un governadore di Benevento, scrivea da Pavia al nostro Comune, che essendole stato conferito dal papa il governo della città, vi deputava per suo luogotenente Giovanni Andrea Crociano, giureconsulto romano 3.

[p. 183 modifica]Da quel tempo in poi i governatori limitaronsi a vigilare sul mantenimento dell’ordine pubblico, a comunicare di tanto in tanto i loro ordini al capitano di una piccola guarnigione di soldati d’infanteria, e anzitutto a rivedere le più importanti decisioni del Consiglio comunale, il cui potere era in quel tempo senza comparazione maggiore di quello di qualsiasi altra autorità del paese, e da ciò nasceva in gran parte il benessere, l’operosità, e anche l’opulenza dei cittadini. La cittadinanza era allora divisa in quattro ordini; il primo prendeva il nome di Piazza di Nobili Patrizi e si componea degli ottimali della città; il secondo ordine si nominava Piazza de’ nobili viventi, perchè si pregiavano di chiari natali e possedevano largo censo tutti coloro vi erano ascritti; il terzo ordine si dicea Piazza dei civili letterati, poiché appartenevano ad esso tutti i cittadini della classe media, che ora diciamo civile, purché si fossero distinti per un certo grado di coltura; e infine il quarto ordine era composto di popolani probi e possidenti, e tutti i quattro ordini della cittadinanza erano egualmente rappresentati nel nostro Municipio. I consiglieri dei quattro ordini, che allora appellavansi consiliari, si eleggevano separatamente mediante il suffragio dei cittadini iscritti in ciascun ordine. Le dignità poi del Consiglio di Benevento che ora noi diciamo assessori, e che in quel tempo in Napoll tolsero il nome di eletti, si appellarono consoli, ed era tanta la loro dignità che Paolo III con suo breve ordinava che i consoli, durante il tempo che adempivano al loro ufficio, non poteano esser tratti in giudizio se non per reato punibile con la morte, e per accusa di ribellione allo stato, o tentativo per

[p. 184 modifica]mutare la forma del governo. E nel giorno 11 marzo 1695 fu conceduto ai consoli di Benevento il cosidetto manto senatorio, mentre per lo innanzi non furono adorni di veruna divisa.

La nomina del Sindaco era elettiva, e da ciò derivava principalmente la totale indipendenza del Comune. Contro tutti i decreti e provvedimenti presi sia dal governadore, che dall’arcivescovo della città, sia da altre autorità, i quali fossero sembrati nocivi al Comune, competeva al Consiglio il dritto di opposizione alla sacra consulta di Roma, la quale quasi sempre, nella contrarietà dei pareri delle diverse autorità del paese, si conformava al giudizio del Municipio. E a questo poi non faceano difetto i mezzi per volgere in meglio le condizioni del paese, poiché potea dirsi libero d’imporre a suo talento i tributi, che ridondavano interamente a beneficio della città. Nè essi eran lievi, e anzi taluni balzelli parrebbero assai gravi anche ai nostri giorni, in cui sembra che niuna industria si sia sottratta alla durezza delle imposte. E infatti nei tempi che descriviamo i dazii del Comune erano i seguenti: 1. Dazio sull’acquavite; 2. Dazio sulle frutta; 3. Dazio sulla carta da scrivere; 4. Dazio sulla farina; 5. Dazio sulle carni; 6. Dazio sulle nevi; 7. Dazio sul pane; 8. Dazio sui forni; 9. Dazio sulle quattro fiere annuali; 10. Dazio sugli animali; 11. Dazio sui pizzicagnoli; 12. Dazio sulle paste di Napoli; 13. Dazio sul Quartuccio; 14. Dazio sul sale; 15. Dazio sul sapone; 16. Dazio sul tabacco; 17. Dazio sul vino. E oltre a ciò Bonifacio IX concedette alla città il governo e l’amministrazione dei casali e dei beni mobili ed immobili della Camera apostolica, il qual beneficio non fu mai più revocato dai suoi successori.

Inoltre nei casi più gravi il Consiglio astringeva i cittadini al pagamento di una tassa straordinaria, come ebbe luogo allorché per avere i viceré di Napoli impedita l’introduzione dei grani in Benevento occorse di mantenere a spese del Comune un deputato in Roma, per mandare a termine con celerità la divisata convenzione col regno di Napoli, e quando bisognò provvedere di vitto e d’alloggio le truppe alemanne al loro passaggio per Benevento nell’anno 1719.

[p. 185 modifica]In quel tempo fu anche mandato a fine l’attuale palagio comunale, posto nel bel mezzo del corso Garibaldi, e che si dice tuttora della città. E quivi ebbero luogo i consigli o adunanze municipali, mentre prima al suono di una campana si convocavano in diverse chiese; cioè nella cattedrale, nella chiesa di S. Caterina, in quella dell’Annunciata, e talora nel sacro palazzo apostolico.

Da tutto ciò si desume che liberissima era la forma di governo adottata in Benevento a quei tempi, e in parte simile a quella delle antiche repubbliche. E una tale opinione è anche ribadita dal Gregorovius, il quale nella sua monografia sulla città di Benevento scrivea: «la città si considerava come repubblica sotto l’alto patrocinio dei papi, ed essa tollerava codesta forma di supremazia papale, perchè vi trovava modo di usare una libertà maggiore di quella che un altro reggimento le avrebbe acconsentito.»

Era severamente vietato ai governadori di frammettersi in menoma guisa nelle cose del Comune, e perchè talvolta qualche governadore più mestierante volle mettervi il dito, Adriano VI con un suo breve ingiunse ai governadori che non s’intromettessero per modo alcuno negli affari comunali, salvo nei casi che le discussioni cadessero su materie di non lieve momento per la Santa Sede, e per la tranquillità dei cittadini.

In quanto poi concerne l’amministrazione della giustizia, essa fu per più di due secoli la prima gloria di Benevento, e certamente pochissime delle città secondarie d’Italia le avrebbero in ciò potuto contendere il primato. E infatti, oltre i magistrati che da soli giudicavano le cause civili e penali di minor rilievo, fiorivano in Benevento un tribunale di prima e un altro di seconda istanza, oltre un tribunale speciale per le cause canoniche. Di più il pontefice Pio II, volendo largheggiare di privilegi e liberalità coi beneventani, prescrisse che le cause in prima e seconda istanza si fossero trattate in Benevento e non altrove, e i pontefici Giulio II, Pio V e Urbano VIII rifermarono coi loro brevi un sì importante privilegio conceduto da Pio II ai [p. 186 modifica]beneventani. E dopo di essi il Pontefice Sisto V con un suo breve diede facoltà ai cittadini, e in generale a tutti gli abitanti della città e del contado, di produrre appello dalla sentenza definitiva nelle più gravi cause criminali alla sede apostolica, ossia Consulta o Segnatura, e da qualsivoglia altro gravame che non fosse stato suscettibile di altro grado di giurisdizione, e un tal supremo rimedio di appellazione avea virtù di sospendere l’esecuzione della sentenza appellata. Ciò posto, ognun vede come in veruna altra città di limitata popolazione l’amministrazione della giustizia civile e penale raggiunse mai un sì alto grado di splendore e fu circondata da tante e tali guarentigie. Nè ciò è tutto. La libertà dei cittadini era a quei tempi in Benevento un dritto sacro ed inviolabile, e furono emessi in molte occasioni decreti severissimi che sancivano pene non lievi sia contro i magistrati, sia anche contro i governadori, e gli stessi arcivescovi per tutti i casi di prigionia non consentiti chiaramente dalle leggi. E ciò riesce certamente cosa singolare ai nostri giorni, in cui tanti splendidi ingegni non seppero escogitare un mezzo per conciliare il massimo rispetto alla libertà dei cittadini col periglioso sistema del carcere di prevenzione, pel quale in tempi non liberi e civili si conculca, e tante volte senza necessità, il principio professato da tutti i popoli che l’innocenza e non mai la colpa si presume.

La Corte Romana tenne sempre in gran pregio per le dottrine giuridiche la patria di Roffredo, di Odofredo, del Camerario e di altri rinomati giureconsulti, e perciò proponea sempre a reggere i nostri tribunali insigni magistrati, sicché le loro sentenze erano citate nelle più ardue controversie della Curia con molta stima negli altri tribunali dello Stato.

La città di Benevento, ancora che povera di territorio, era tuttavia a quei tempi fiorente di commercio da competere, a dir poco, con le più grandi città del napoletano che addivennero capoluoghi di estese provincie. E un tal vantaggio derivava in lei dall'esser posta nel mezzo di quattro popolose provincie e a poca distanza da Napoli, dalla [p. 187 modifica]rinomanza dei suoi tribunali, dall’ampiezza della sua diocesi, da la sua dogana, a cui affluivano tutti gli abitanti della Valle Caudina, e dai molini che sorgevano allora non solo lungo le acque del Sabato, ma anche sulle rive del Calore. Nè cittadini più facoltosi traevano vita inerte e disutile, ma vece consociati in sodalizi! attendeano a svariate industrie, contribuendo in tal modo con la loro operosità al maggiore incremento del commercio. Inoltre accadea non di rado. che per essere Benevento una città straniera nel napoletano molti fuorusciti, e spesso anche i più potenti cospiratori contro il governo dei Vicerè, che allora facea sì indegno strazio delle più vaghe contrade d’Italia, traevano in Benevento, come sicuro ricovero, e quivi, mescolandosi negli affari del paese, e spendendo profusamente, per quanto lo comportavano le loro entrate affine di acquistarsi la benevolenza dei cittadini, favorivano in più modi il commercio, e contribuivano al lieto vivere degli abitanti.

Vi era anche in Benevento, nel tempo degli ultimi fatti da me narrati, il così nominato ghetto degli Ebrei, i quali abitavano nel vico che oggi dicono la Madonnella. Gli Ebrei presero stanza la prima volta in Benevento verso l’anno 1198, poichè nel necrologico di S. Spirito, compilato in detto anno si notano le parrocchie di S. Nazzaro della Giudeca, le quali furono denominate in tal modo per essere contigue a ghetto di Benevento. E nelle più antiche scritture della città si fa menzione della chiesa di S. Stefano de Neofilis, per avere ivi nel 1374 Ugone Guidardi congregato il suo concilio provinciale, in cui tra le altre cose ingiunse che non fossero astretti li Ebrei per intolleranza religiosa a ricevere il battesimo. Rilevo inoltre dal nostro Archivio comunale che Pio II con sua bolla emanata nell’anno 1459 per mantenere l’ordine pubblico, che agli Ebrei, i quali dimoravano in Benevento, si facesse obbligo di recare sugli abiti un certo segno, affinchè potessero agevolmente distinguersi dai cristiani.

Gli Ebrei per molto volgere di tempo, ancora che speculassero assai sottilmente, non riuscirono dannosi alle [p. 188 modifica]industrie dei cittadini, ma nella seconda metà del secolo XVI come in altre città d’Italia, così anche in Benevento passarono tutti i termini nel dare il denaro a prestanza con pegni a frutto, e sapevano con sì fine arti cogliere al laccio gli incauti e i dissipatori che se ne vivea pessimamente. Laonde per la loro rapacità si mutò in odio la primiera benevolenza e la tolleranza in persecuzione, ditalchè la maggior parte dei beneventani eran bramosi di disfarsene, e perciò non è a dire se furon lieti allorchè Pio V li bandì da tutto lo stato ecclesiastico, tranne che da Roma e da Ancona, ove se produssero dei danni, operarono anche qualche bene, imperocchè, ove più ove meno, in tutti gli altri luoghi con i loro immoderati guadagni mandavano a male le entrate dei cristiani.

Però da quel tempo in poi la città di Benevento, benchè ricca di commercio, e favorita dalla sua forma di governo, vide preclusa ogni via di poter mai più dilatare i suoi confini, e rimase sino all’ultima rivoluzione scema di popolazione, di ricchezza, di forza e di prestigio, e solo circondata da pochi casali e villaggi che riduceansi ai seguenti: S. Angelo a Cupolo, S. Leucio, Maccabei, Maccoli, S. Marco ai Monti, Bagnara, Montorso, Motta, Panelli, Pastene, Perrillo, Sciarra, e due fondi che furono in altri tempi abitati; cioè Villafranca e Caprara, ed io di tutti questi luoghi farò ora brevissima menzione.

La terra di S. Angelo a Cupolo prende un tal nome da una chiesa eretta anticamente in onore dell’angelo Michele, e giace a quattro miglia da Benevento con i casali di Panelli e della Motta. Questa terra acquista decoro da un ampio edificio eretto nell’anno 1755 per cura dell’arcivescovo Francesco Pacca, e che era abitato dai PP. della Congregazione del SS. Redentore, istituzione recente che fu approvata da Benedetto XIV Lambertino. Il dominio di essa terra nel secolo XV passò alla mensa arcivescovile per pena di un grave delitto commesso da chi ne tenne il possesso. Ma siccome una germana del colpevole era fuora professa nel monastero di S. Pietro in Benevento, così per un sentimento di [p. 189 modifica]equità fu assegnata ad essa una parte notevole della terrà di cui poi divenne erede il monastero.

Il casale dei Panelli era così detto dalla famiglia Panelli che costrusse in quel luogo la prima casa, e con esso confina il casale nominato la Motta cioè de terra mota, per essere stato in tempi antichi uno di quei castelli appellati Mote, ovvero Motte i quali consistevano in colmate di terra, cinte di fossa e di bastite con in cima una torre o castello.

La terricciuola di S. Marco ebbe un tal nome per essere posta in un luogo elevato, e fu venduta nell’anno 1086 da un tal Adenasio a Labinia badessa del Monastero di S. Maria di Porta Somma. Essa nell’anno 1321 fu annessa al Monastero di S. Pietro che n’ebbe il dominio sino ai nostri giorni.

La terra di Montorso dista quattro miglia da Benevento, e contiene nel suo perimetro una contrada detta il Palazzo, perchè in essa miransi ancora le vestigie di antiche fabbriche, acquegotti ed una peschiera di squisito magistero, per essere state ivi le vigne dei principi beneventani.

Il castello del Perrillo è lontano due miglia da Benenevento, ed è contiguo ai casali di Sciarra, che in altri tempi nominavansi Gaudini e Maccoli, e questi tre piccoli casali compongono ora un solo villaggio con una discreta popolazione.

La terra delle Pastene giace a tre miglia da Benevento, ed era un tempo feudo baronale della famiglia Memmoli, e nell’anno 1633 conseguì da Urbano VIII il titolo di contea che conserva tuttora.

Il comune di S. Leucio non è lontano che quattro miglia da Benevento, ed è diviso in dieci casali abbastanza popolosi.

Il casale dei Maccabei, che tolse anche il nome dai monaci, dista due miglia da Benevento, ed era posseduto, dai canonici Regolari Lateranensi succeduti ai benedettini.

Il feudo di Villafranca consisteva un tempo in un castello abitato, che sorgeva a quattro miglia da Benevento, munito di una fortissima rocca; in cui lo Sforza nell’anno [p. 190 modifica]1422 svernò con tutte le sue genti. Esso fu posseduto in appresso dalla famiglia di Gregorio di Benevento coi titolo di Baronia, e la parrocchia di questo castello tolse il nome di S. Maria di Villafranca.

Dopo la estinzione della famiglia di Gregorio, il possesso del castello e del feudo di Villafranca, decorato da Clemente VIII del titolo di contea, passò sullo scorcio del secolo XVI alla Camera apostolica, e infine n’ebbe il dominio col titolo di Marchese Bernardo Mosti Patrizio beneventano durante il pontificato di Pio VI.

Il feudo di Caprara dista non più di quattro miglia da Benevento. Il celebre Alberto Morra, elevato alla dignità di cardinale da Adriano IV, e poi al pontificato col nome di Gregorio VIII, edificò a sue spese in Benevento nell’anno 1174 un tempio con un monastero in onore di S. Andrea apostolo, e mancando il fondo necessario, pregò Guglielmo II re di Napoli che lo dotasse, e da questo sovrano ebbe in dono il castello della Caprara con l’intero territorio.

Soppressi i canonici regolari, che n’ebbero il possesso dal Morra, fu il feudo di Caprara nell’anno 1334 da Bonifazio IX dato in commenda a Bartolomeo de Barbatis beneventano. Quindi passò alla commenda del militar Ordine Gerosolomitano, il quale fondò in Benevento un monastero nell’anno 1566, che fu poi dal cardinale Giacomo Savelli trasformato nell’attuale seminario arcivescovile. Il papa Martino V nell’anno 1428 largì al capitolo beneventano le entrate del castello della Caprara, locchè diede luogo a lunghi litigi tra il capitolo e l’Ordine Gerosolomitano, i quali nell’anno 1443 ebbero fine per opera di Eugenio IV. Questi in seguito restituì all’ordine Gerosolomitano la sua commenda col feudo che l’era annesso, e al capitolo diede in cambio il dominio di altre chiese coll’adiacente territorio, promettendogli altri vantaggi nell’avvenire; promessa che fu poi mandata ad effetto nell’anno 1450 da Niccolò V, il quale fece dono al capitolo del monastero dei benedettini denominato di S. Lupo, il quale sorgeva nel vico dove ai nostri giorni vedonsi ancora le vestigie dell’antico cimitero della città, e che perciò si dice dei morti; [p. 191 modifica]con tutti i suoi possedimenti nella diocesi di Cerreto. Il castello e feudo della Caprara è oggi posseduto dagli eredi del conte Carlo Torre, stato già Prefetto di Milano, il quale da questo feudo prese il titolo di conte.


Note

  1. Si possono consultare in tale materia Ranke, Novaes, Leti, il Gigli nel suo diario sanese, il Cardella, e lo stesso Moroni cameriere di camera di Gregorio XVI, nel suo dizionario storico-ecclesiastico, in cui il piissimo storico si studiò bensì di attenuare, ma non negò gli enormi scandali del Nepotismo.
  2. In prova di ciò adduciamo un sol fatto. Urbano VIII elevò il suo nepote Francesco Barberini allo seguenti cariche: 1. a Diacono di S. Onofrio, 2. ad Arciprete della Basilica Lateranense, 3. a Governadore di Tivoli. 4. a Governadore di Fermo. 5. a Protettore dei regni di Spagna, Portogallo, Scozia, Inghilterra e della Svizzera, 6. a Protettore dell’Ordine dei Minori, 7. a Bibbliotecario della Vaticana, 8. ad Abate di Grotta Ferrata, 9. ad Abate di Forfa, 10. a Vice Cancelliere, 11. a Prefetto della Segnatura, 12. ad Arcivescovo della Basilica Vaticana, 13. a Legato a Madrid, 14. a Vescovo Suburbicario.
  3. Siccome un tal fatto sa di strano assai, così, a stabilirne la veridicità, allegherò la lettera stessa della Marchesa da me trascritta sull’autografo che si conserva nel nostro archivio comunale.
    Mag.ti S.mi.
    Alla San.tà di N. S.re è piaciuto di farci grazia del governo di questa sua città di Benevento, come vederanno per il breve expedito, et desiderando noi che le cose della giustizia, e tutte le altre occorrenze passino di M.* et sua Beatitudine ne resti servita, et loro abbiano occasione di chiamarsene contenti, habbiamo fatto elezion di luogotenente nostro in persona del M.to Iureconsulto Gio: Antonio Crocciano gentiluomo romano, come potranno ancora vedere per la patente, et gli ne habbiamo espedita, confidando il Comune non mancare di rendere buon conto della sua administrazione, et di farsi onore. Ci è parso però dargliene avviso con
    questa particolarmente per esortarli ad ammetterlo secondo la detta patente, et a far dal canto loro quello sarò possibile per servigi di Sua Santità quiete e beneficio loro e nostra satisfazione, et per accettarlo anchora in ogni tempo generalmente, et in spezie ne troveranno prontissima e tutti li comodi et honori loro et Nostro Signore li contenti. Pavia n. vq. di luglio 1546.

    Al comando loro
    La Marchesa del Vasto