Istoria delle guerre persiane/Libro secondo/Capo V

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Capo V

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CAPO V.
Cosroe, rotta la pace, entra con forte esercito in quel dell’imperio. — Omette l'assedio del castello Circesio e della città di Zenobia. — Circondata Sura, città, e presala d’inganno, l'abbandona al furor delle truppe. — Restituisce per danaro a Candido, vescovo di Sergiopoli, i fattivi prigionieri.

I. Nell’anno decimoterzo dell'Imperio di Giustiniano1, terminato il verno, Cosroe figlio di Cavado assalendo con poderoso esercito i romani confini ruppe la così detta pace aparanta2, cioè senza limiti, e si diresse, lasciata la Mesopotamia, laddove scorrevagli l’Eufrate a destra.

II. Sull'opposta ripa del fiume havvi un munito castello nomato Circesio3, ultimo di pertinenza romana, [p. 163 modifica]fabbricato sopra angolare terreno, a motivo della congiunzione dell’Abora, fiume grandissimo, coll’Eufrate, e renduto forte da lunga triangolare muraglia estendentesi dall’uno all'altro fiume. Il real capitano volgendo i suoi pensieri alla Siria ed alla Cilicia omise di valicare l’Eufrate e di assediare il castello, e speditamente movendo colle truppe lungo il fiume in tre giorni fu alle porte di Zenobia4, città cui diede il nome la sua fondatrice, moglie di Odenato re dei Saraceni abitatori della regione, e da gran tempo confederati de’ Romani i quali pel valore appuoto del mentovato re, sterminio dei Medi, conseguito avevano la signoria orientale, cose tutte avvenute in epoche ben remote. Cosroe vedendo la citta immeritevole delle sue cure, sterile e deserto il territorio, non si volle indugiare per tema non ne riportassero danno più rilevanti imprese. Fe pruova tuttavia di entrarvi per capitolazione, ma fallitogli il colpo marciò in avanti coll’esercito.

III. Compiti tre altri giorni di cammino venne alla città di Sura5 posta sopra l’Eufrate, ed appressatovisi il cavallo cominciò a nitrire ed a scalpitare il terreno, presagio certo, secondo la interpetrazione dei maghi, ch’egli giugnerebbe ad espugnarla6. Ordinatone [p. 164 modifica]pertanto l’assalto, il comandante armeno di lei, Arsace, raccolto sulle mura il presidio combattè valorosissimamente uccidendo gran numero di nemici, ma quindi colpito pur egli da una freccia caddevi estinto; venuto però il dì al suo estremo i Persiani ripararono nel campo loro, fermi di rinnovare colla nuova aurora l'attacco. Il romano presidio al contrario, uscito d’ogni speranza colla morte del capo, bramò di pattovire inviando al campo reale di buonissim’ora il proprio vescovo a dimandare perdono e con esso pace. Questi, avendo seco parecchi ministri apportatori di uccelli, di pane e vino, giunto alla presenza di Cosroe gittatoglisi ai piedi tutto lagrimante supplicavalo di avere per iscusato il popolo e di risparmiare una città in poca stima tenuta dai Romani, e sino allora in nessun conto dal re, e forse destinata all'egual sorte nell'avvenire; promettegli inoltre che i Sureni avrebbongli volentiermente sborsato il riscatto loro e quello della patria. Cosroe adiratissimo con tal gente perché di tutte le imperiali da lui gia trascorse era la prima a non accoglierlo, ad armarsi, ed a fare grande strage de' prodi suoi, frenò pel momento lo sdegno risolvendo prenderne aspra vendetta con miglior agio, nella fiducia che ovunque si fosse divulgata la fama di sua rigidezza, il terrore derivatone avrebbegli sommesso i popoli senza versamento di sangue. Ricevute adunque con benignità mendace le [p. 165 modifica]offerte, levò in isperanza l’oratore che, stabilito co' principali cittadini il danaro a condonagione del saccheggio, confermerebbe tutte le pregate cose, e quindi accomiatatolo diedegli a compagni della via, in pegno di maggiore onoranza, parecchi onorevoli Persiani, ai quali avea dapprima ingiunto di mostrarsi urbanissimi seco lui, di rassicurarlo nelle concepite lusinghe, affinchè gli assediati in aspettativa del suo ritorno mirasserne gioioso il volto. Di più fatto avea loro comando che all'aprirsi della porticciuola da cui entrerebbe il prelato nella città, lasciassero cadere tra essa ed il limitare un qualche sasso o legno all’uopo d’impedirne il chiudimento, e distornassero poscia con artifiziosi discorsi le cure della guardia per serrarla di nuovo, e temporeggiassero di tal modo sino a che sorverrebbero le truppe; quindi schierato immantinente l'esercito imposegli tenere lor dietro avutone appena il segno. Arrivato il vescovo presso delle mura lo straniero corteo gli s’inchinò di ottimo garbo, facendo sembianza di volerlo abbandonare ed i cittadini vedendo gli onori dal nemico renduti al prelato ed il costui volto brillante di gioia, deposto ogni pensiero di guerra, spalancano la porta per riceverlo, e ve l'introducono unitamente ai ministri suoi con molto onore, applauso e lode. Entrata l'ambasceria, i custodi cercan richiudere la porta, ma va senza effetto ogni loro sforzo a motivo dell'impedimento postovi dai Persiani giusta l'ordine avuto; nè osarono aprirla una seconda volta per toglierlo, mirando già il nemico al di fuori7. E fu invero pe’Sureni più che trista [p. 166 modifica]sorpresa il presentarsi di Cosroe con tutta la truppa, il quale impossessatosi della città mandolla a fuoco e fiamma, distruggendola da imo a sommo. Questi poscia rispedì a Giustiniano l'ambasciadore Anastasio coll'incarico di narrargli ove si fosse accomiatato dal condottiero persiano.

IV. Dato il guasto alla città e fattine schiavi gli abitatori, Cosroe deliberò alleviare il costoro infortunio, nè saprei dire se preso da compassione, da avarizia, o da amore per una donna, il cui nome era Eufemia, ridotta insiem cogli altri alla servile condizione, ed in appresso divenutagli sposa; il perchè mandò offerendo per la somma di dugento aurei dodici mila prigionieri a Candido vescovo di Sergiopoli8, città del romano imperio, fabbricata sopra ad un suolo detto il Campo barbarico9, a settentrione di Sura, correndovi tra l'una e l'altra centoventisei stadj, e così nomata da quel Sergio celebratissimo tra cristiani; ed alla risposta del vescovo che mancavagli il danaro, limitossi a chiedere l'unica promessa di lui per mettere in libertà quelli infelici. E Candido si obbligò con grandi giuramenti di pagarne il riscatto nell'intervallo d’un anno, aggiugnendo che se violasse la convenzione di buon grado riterrebbesi debitore del doppio, e perderebbe il suo vescovato; molti però dei prigionieri, in cotal modo [p. 167 modifica]redenti, non guari dopo morirono vittime delle tollerate calamità e fatiche. Quindi l'esercito persiano continuò il suo cammino.

  1. (1) Anno 540 dell’era volgare.
  2. (2) V. lib. i, cap. 22, § 1.
  3. (3) O Cercusio, o Circesso. Di tale castello scrisse Ammiano (lib. xxiii, cap. 11); Tendens imperator (Julianus) Cercusium principio mensis aprilis, ingressus est munimentum tutissimum, et fabre politum, cujus moenia Abora et Euphrates ambiunt flumina, velut spatium insulare fingentes. Diocleziano ha il merito d'una parte di esse fortificazioni, essendo stata sua mente di renderlo un baluardo dell’imperio. Ora ha nome Kerkisia.
  4. (1) Ora Zelebi. Questa città, le cui mura da levante sono bagnate dall'Eufrate, e che ti si presenta dopo un lungo tratto di deserto sotto alte montagne, riportò molti beneficii dall’imperatore Giustiniano (V. gli Edif., lib. ii).
  5. (2) Surich nell'idioma orientale, e va debitrice a Giustiniano di molte restaurazioni.
  6. (3) Che l'annitrir de’ cavalli fosse da' Persiani tenuto anche in epoche ben più remote un fausto augurio lo abbiamo da Erodoto, laddove questi narra la salita di Dario in trono (V. la Talia, cioè il terzo libro delle sue istorie).
  7. (6) Fu scritto invece negli Edifizj (lib. ii, cap. 9); «Sura avea mura sì deboli, che non potè resistere a Cosroe nemmeno mezz’ora, e in un momento venne in potere de’ Persiani».
  8. (1) Di lei non rimane più vestigio alcuno.
  9. (2) Nomato Siffin dagli Arabi.