Italiani illustri/Appendice A. L’Istituto di scienze, lettere e arti in Milano

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Appendice A. L’Istituto di scienze, lettere e arti in Milano

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Appendice A. L’Istituto di scienze, lettere e arti in Milano
Vincenzo Monti Appendice B. Ugo Foscolo a Vincenzo Monti

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L’Istituto di scienze, lettere e arti in Milano.

È uno de’ luoghi più comuni il declamare contro le accademie italiane: ritrovi di oziosi, occupantisi di sonetti e di dissertazioni, composte per recitarle a gente, raccoltasi per sentirle recitare. Ma tutte le cose che furono, ebbero una ragione di essere; tanto più quelle che durarono; e a noi che usiamo i telegrafi elettrici, è facile deridere i telegrafi aerei, che pure sembrarono il non plus ultra della velocità ai padri nostri; or che voliamo sulle strade ferrate, sappiamo appena ricordarci che nella nostra giovinezza, parvero portenti di rapidità i velociferi; e forse i nostri figli troveranno fanciullesco il nostro vapore e l’illuminazione a idrogene, impossessatisi della scatola Lenoir e del gas Sandor.

Facilmente potremmo mostrare, come, nel secolo passato, le accademie favorissero l’impulso dato alla civiltà, ed estendessero le idee filantropiche allora pullulanti; ma tenendoci a Milano, non possiam tacere la Società Patriotica, istituita nel 1776, nella quale, prima che l’eguaglianza fosse gridata dai palchi, gran signori, letterati, preti, artigiani, trovavansi riuniti per istudiare e attuare i miglioramenti del popolo, applicando la filantropia senza assumerne il linguaggio provocante e minaccioso, né invelenire il povero contro dei ricco. Il segretario di quella avendola in un dispaccio intitolata Reale, il ministro Kaunitz scrisse da Vienna non doversi far ciò, desiderando la Sovrana che l’istituzione conservasse, come il nome, così la realità di nazionale, senza che v’apparisse ingerenza di Governo. Eppure era stato il Governo che aveva scritto sul Monte di Santa Teresa i fondi per istituirla e mantenerla. Bella lezione ai centralizzatori e ai cesaristi odierni!

Quando dei lenti ma indigeni progressi della civiltà nazionale venne ad alterare il corso la rivoluzione francese, che ridusse rapido ma esotico lo sviluppo delle istituzioni, oltre le tante e non desiderabili, quel turbine portò via pure la Società Patriotica, lasciata morire col non più assegnarle i fondi. Ma quando i Giacobini liberarono, cioè conquistarono la Lombardia, vigeva la costituzione dell’anno III, secondo la quale doveva esservi un Istituto Nazionale. Ricalcata su quella, la costituzione della Repubblica Cisalpina all’articolo 297 portava: — Vi è per tutta la Repubblica un Istituto Nazionale, incaricato di raccogliere le scoperte e di perfezionare le arti e le scienze». In conseguenza il generale in capo Buonaparte, nella [p. 138 modifica]tornata 19 brumale anno VI (1797), faceva deporre una legge, per la quale era fondato l’Istituto Nazionale, fissandolo a Bologna, certamente per omaggio al titolo suo antico di Dotta.

Cadde quella repubblica, poi rivisse col titolo d’Italiana, ed ebbe una una nuova costituzione a’ 25 gennajo 1802, ove l’articolo 121 portava «un Istituto Nazionale, incaricato di raccogliere le scoperte e di perfezionare le scienze e le arti». Con decreto del Corpo Legislativo 17 agosto 1802, proclamato legge dal Governo ai 21 agosto, veniva messo in attività esso Istituto, con queste notevoli condizioni: Sarà diviso in tre sezioni, di scienze fisiche e matematiche, scienze monili e politiche, lettere ed arti belle: un terzo almeno dei membri sarà pensionato, e risederà nel Comune destinato all’Istituto: si raduneranno almeno una volta all’anno; ogni due mesi ciascun membro somministrerà una Memoria; v’è un secretario e un vicesecretario con retribuzione1 e con alloggio nella residenza dell’Istituto. Il primo console, con decreto 6 novembre 1802, nominava i primi 30 membri, su proposizione dei quali nominaronsi altri 30. La prima convocazione generale ebbe luogo il 24 maggio 1803; e il 15 gennajo 1804 si pubblicava il regolamento organico. La prima adunanza solenne si fece nell’archiginnasio di Bologna il 10 giugno 1804, con orazione inaugurale dello Stratico.

Buonaparte possedeva eminentemente la dote che più scarseggia a’ rivoluzionarj, quella di saper organizzare; e non avrebbe mai fatto. un’istituzione senza forza, nè lasciata figurare una forza senza attività. A questo concetto fu improntato anche l’Istituto Nazionale, il regolamento del quale affidò egli all’Oriani. L’articolo su riferito della legge che l’istituiva, prescriveva uffizj meno letterari che civili, meno teorici che pratici all’Istituto, destinandolo a «raccogliere le scoperte e perfezionare le arti e le scienze». Il regolamento ne specificava le incombenze, fra le quali era il dare premj, istituire esperimenti, pronunziare sul merito delle utili scoperte d’agricoltura e meccanica; preparar libri d’istruzione; elaborare le terne perula nomina dei professori delle Università, delle Accademie di Belle Arti e delle scuole speciali: proporre al Governo ciò che credesse utile al progresso degli studj, e al fine d’ogni anno un quadro dello stato generale dell’istruzione nella Repubblica (articolo 1). E fra i doveri del secretario metteva (articolo 32) il render conto dei libri, dei manoscritti, degli oggetti di storia naturale o di manifatture, macchine, invenzioni trasmesse all’Istituto, agevolando così la scelta dei membri, ai quali commetterne l’esame.

Gli accademici dovevano raccogliersi due volte il mese, oltre un’adunanza generale al chiudersi del corso scolastico delle Università: eleggevasi un direttore annuo delle adunanze: premj assegnavansi a chi risolvesse [p. 139 modifica]quesiti o programmi proposti, a qualche utile produzione, a qualche nuova ed importante scoperta nazionale.

Da questi cenni siete chiari come l’Istituto Nazionale dovesse esser la chiave della volta dell’insegnamento alto ed universitario; e tutt’insieme corpo dotto, corpo insegnante, corpo amministrante gli stabilimenti scientifici. Non vi sfugga l’importanza che così competentemente gli era attribuita nel nominare i professori delle scuole alte; l’uffizio poi di informare annualmente sulla cultura del paese, importava e ispezione e vigilanza continua, e il diritto di dare i suggerimenti opportuni. Non era dunque soltanto letterario, benchè comprendesse i maggiori letterati d’allora2, e la storia non potrà tacere l’azione che esercitò su quel tempo, che pure, per le violente commozioni e i rapidi cangiamenti e lo stato permanente di guerra, riusciva tutt’altro che fausto agli studj nè alle arti belle o alle industriali.

V’era accentrata anche l’Accademia delle Belle Arti, considerate come un elemento della generale cultura, un istromento a educar quel senso estetico, ch’è pur tanta parte nella civiltà d’una nazione. Ragionevolmente dunque la cura ne veniva affidata specialmente all’Istituto; del quale in fatto erano membri il pittore Giuseppe Bossi, l’artista allora di moda; l’incisore Giuseppe Lunghi, l’architetto Cagnola, lo scultore Canova; più tardi il pittore Comedo; e nella raccolta delle Memorie si leggono una dissertazione sui principj dai quali dipende il giudizio delle opere d’architettura; osservazioni sull’architettura delle scale; sull’architettura gotica; del Bossi la descrizione del monumento di Gastone di Foix; del Lunghi la storia della calcografia; di Giulio Ferrari quella dell’architettura milanese.

Buonaparte, che si compiaceva d’esser membro dell’Istituto di Francia, era anche membro dell’Istituto nostro, e quando, non sapendo tenersi all’altezza di primo cittadino d’una Repubblica, volle farsi imperatore, non lo dimenticò, e incaricava il vicerè di farne una riforma consona ai nuovi tempi, e fissandolo a Milano, capitale del regno. Fra i gravi pensieri che dovea cagionargli la più sciagurata delle sue imprese, la conquista della Spagna, non gli parve troppo piccola quella dell’Istituto, e da Bajona scriveva al Beauharnais il 18 marzo 1808:

«Mon fils, je vous renvoie votre décret sur l’Institut. Vous ne trouverez pas à Milan le nombre de savants que vous demandez; il résulterait de tout cela plus de mal que de bien, et on serait obligè de nommer des hommes sans talens; ou on nommerait ce qu’il y a de mieux dans le [p. 140 modifica]royaume, et alors ils ne resteraien plus à Milan. Voici comment je concois l’organisation de l’Institut. Il faut déclarer: 1° que l’Institut du royaume se constitue des Académies de Pavie, Bologne, Venise et Padoue; 2° que chaque Académie sera organisée de la manière suivante (à peu près comme vous organisez l’Istituto); 3° que les membres des Académies ne prendront pas le titre de membres de l’Institut d’Italie, mais celui de memore de l’Académie de.... en répartissant le nombre total entre ces cinq villes, en proportion de leur importance; qu’ils toucheront la somme de.... du Trésòr; qu’une réunion des classes aura lieu à Milan, où on décidera ce qui sera digne d’ètre imprimé dans les Mémoires de l’Institut; qu’une place venant à vaquer dans l’Institut d’Italie, l’Académie dans le sein de laquelle doit résider le membre nominerà, à pluralité absolue, six candidats: cette liste sera envoyée aux quatre autres Académies, et il faudra réunir les suffrages de trois Académies pour se trouver nommé; si, sur ces six membres présentés, aucun ne réunissait le suffrage des trois Académies, l’Académie présenterait d’autres sujets, et dans les cas que cette troisième présentation n’eùt pas plus de succès, la place resterait vacante pendant un an. Peuvent ètre nommés des individus de tout le royaume, pourvu qu’ils prennent l’engagement de résider dans les Académies où ils seraient nommés. Appellez quatre membres de l’Institut, et discutez avec eux ces idées. C’est le seul moyen de créer un Institut en Italie. En France, tout est à Paris; en Italie, tout n’est pas à Milan: Bologne, Pavie, Padoue, peutètre Venise, ont leurs lumières à eux».

Ecco in che modo Napoleone concepisse l’accentramento, del quale era pure tanto geloso, e che il suo senso pratico riconoscesse che le tradizioni e le abitudini, le quali altra volta egli equiparò alla giustizia, rendono diverse le condizioni dell’Italia da quelle della Francia. In fatto, secondo il decreto 25 ottobre 1810, fu determinato prendesse il nome di Istituto Italiano di scienze, lettere, arti; risedesse in Milano, avendo quattro sezioni a Venezia, Bologna, Padova, Verona; ogni dicembre tutti i membri pensionati intervenissero ad un’adunanza generale in Milano; oltre due congressi periodici per anno de’ membri di ciascuna sezione, e le tornate mensili. L’assegno per le pensioni e le spese fu portato a lire 120,000 milanesi (franchi 80,000).

Ma, almeno nella nuova forma, tardò ad operare, giacché soltanto all’8 febbrajo 1812 compariva la nomina de’ secretarj delle sezioni; poi nel marzo il regolamento organico. Questo riduceva l’Istituto a due classi; una di scienze e di arti meccaniche; una di arti e lettere liberali: i membri di questa seconda doveano stare a quei della prima come 3 a 2: oltre un presidente generale, ciascuna classe aveva un direttore. Le due classi si unirebbero per esaminare i prodotti dell’industria e delle arti, da premiarsi nella solennità di san Napoleone.

Fu in questo tempo che l’Istituto ebbe o assunse l’incarico di formare il vocabolario della lingua italiana, come a lungo diviseremo. Caduto il regno d’Italia, l’Istituto continuò col titolo di Cesareo, poi di Imperiale [p. 141 modifica]Regio, perdute le sezioni di Bologna, Padova, Verona, Venezia, pur conservandosi primo corpo dotto del regno Lombardo-Veneto. Come tale, era spesso consultato dal Governo, ma non più per la nomina dei professori o la scelta dei testi; perocchè, essendosi accentrato ogni cosa a Vienna, dava ombra una rappresentanza officiale della scienza italiana. E sebbene in quel tempo siasi rimpastata tutta la pubblica istruzione, siansi stampati, compilati, tradotti, sperimentati tanti libri di testo, mai non fu sentito su tal proposito l’Istituto3.

Può benissimo non aversi in un paese una data istituzione: ma quando esiste, il Governo che. non sa o non vuole valersene, che la lascia languir d’inedia, che così la scredita nell’opinione degli altri e nella coscienza di sè stessa, non mostra intendere i doveri suoi, che consistono appunto nel giovarsi di tutte le forze, e nel favorire la libera attività di tutte le capacità.

Delle antiche attribuzioni gli fu conservata quella di distribuire annualmente i premj su temi scientifici proposti, e sui miglioramenti dell’industria e dell’agricoltura. Fu questa sempre la più bella solennità dell’Istituto, e la miglior occasione di attestare pubblicamente la sua vitalità, e se a scientiæ delaclione ad efficiendi utilitatem referre4: poichè metteva a contatto lo scienziato coll’operajo, le teoriche colle applicazioni, siccome dee chi voglia che la scienza non sia medaglia di gabinetto, bensì moneta di corso effettivo.

Onde proferire i giudizj era necessario conservare l’Istituto, e in fatti continuarono le pensioni ai membri superstiti, ma più non se ne nominarono di nuovi; nè tornate ordinarie, nè pubblicazione di Memorie, tutto adempiendosi da un secretario, che prima era Luigi Bossi, poi l’astronomo Carlini.

Da un pezzo rinfacciatasi a Vienna, che, unica fra le capitali d’Europa oltre Costantinopoli, non avesse un’Accademia di scienze: e ciò sopratutto ripetevasi dal noto orientalista barone De Hammer. Salito al trono Ferdinando I, e cessata quella falsa economia con cui Francesco I manteneva il silenzio intitolato pace, dove a tutto doveano supplire le dolcezze della vita materiale, e soffogarsi nella pinguedine le generose aspirazioni, fu eretta un’Accademia a Vienna; poi quando quell’imperatore dabbene venne per la corona lombarda nel 1838, fu ridonata vita all’Istituto.

Ma se prima era il corpo dotto supremo del regno d’Italia, poi erasi ristretto al Lombardo-Veneto, allora fu limitato alla Lombardia, un altro istituendosene a Venezia, col quale il Lombardo non aveva nessun appiglio.

Allora pure fu staccato dall’Accademia di Belle Arti. Componeasi di quaranta membri, fra cui venti pensionati, coll’incarico di provvedere alla cultura del regno, di rispondere alle interpellanze del Governo, di curare la distribuzione de’ premj ad anni alternati con Venezia, e di comparire a [p. 142 modifica]certe pubbliche solennità. Internamente l’Istituto divideasi in otto commissioni; cioè di storia, letteratura, archeologia; di scienze filosofiche politiche, legali; di matematica pura e applicata; di geografia e topografia; di fisica e chimica; di storia naturale e agronomia; di scienze mediche e chirurgiche; di tecnologia.

Oltre aver commissioni permanenti sui bachi da seta, sui boschi, sulle fonti, sui vini, sull’archeologia, dal Governo era consultato frequentemente sopra punti scientifici, per esame di privilegi domandati, per dispensare dai diritti doganali nuove macchine introdotte, per quistioni topografiche o legislative- o sanitarie, e sulla beneficenza, su libri; e dovette, sin fare talvolta cento rapporti in un mese, i quali importavano studj coscienziosi e lunghi, analisi, spese. Quando l’oidio invase le viti, l’Istituto fissò una commissione che annualmente riferisse sui progressi del male e i tentati rimedj; un’altra quando vi s’aggiunse la malattia de’ filugelli, e suggerì che a tale studio fosse applicato un premio speciale che l’imperatore voleva assegnare, come domandò dal Governo d’avere, per mezzo de’ consoli, notizie precise sull’andamento di tale coltura in paesi lontani, e sulla possibilità d’ottenere miglior seme. Dell’Associazione agricola di Corte Palasio potè dirsi assicurata l’esistenza dacché l’Istituto propose al Governo d’iscrivervi un grosso capitale, conflato colle multe ai violatori delle leggi doganali, e destinato per legge a benefizio de’ figliuoli delle guardie. A imitazione del Governo, anche le regie delegazioni e le comunità ricorreano al senno dell’Istituto; lo faceano i particolari; e anche municipj e governi estranei a questo dominio chiedeano consigli all’Istituto, e gli affidavano l’esame di concorsi o d’invenzioni5.

Una società di dotti, la quale recita e stampa cose che si fanno anche da soli e meglio, e nella quale si ha cura di protestare che ciascuno esprime opinioni individuali e ne è unico responsale; una società, i cui membri stessi non s’incontrano che una volta ogni quindici giorni per leggere, ud re e separarsi, è tutt’altro da que’ consorzj, necessari allorché mancavano libri ed erano difficili le comunicazioni, o da quelle fraternite dove con disinteresse collaboravano tutti a fatiche importanti ed eccedenti la potenza di un solo, come sarebbero state quella di Deventer in Germania, del Cimento a Firenze, dei Padri Maurini in Francia, o la Società Palatina a Milano, ove dai ricchi somministravansi i capitali, dai dotti l’ingegno onde pubblicare opere di utilità o decoro comune.

Pure le Accademie tolgono a quell’isolamento morale e intellettuale, a cui spesso i compatrioti esiliano chi gli opprime coll’incontestabile superiorità. Possono anche recar qualche conforto in tempi, in cui la gloria non é consacrata se non dalla cura che s’ha a diminuirla. Quella parola che ispira ad alcuni sgomento, ad altri arcane speranze, che alcuni aggravano di tutte le colpe, altri salutano rimedio a tutti i mali, e che molti [p. 143 modifica]conservano nel sacrario del cuore traverso ai terrori della tirannia o alla pressura dell’opinione e alla legge dell’opportunità, la si potea ripetere legalmente nel titolo di Repubblica Letteraria. E n’avea le forme l’Istituto Lombardo, colla libertà dell’eleggere fin il presidente, coll’eguaglianza dei membri, la quale non consiste nel rimpiccinire ogni superiorità alla misura delle mediocrità gelose, e fiaccare i caratteri sotto l’opinione d’un giorno, ma nel rispettare qualunque siasi manifestazione del genio, aprire il campo a tutte le attività, livellare, non abbassando chi tiensi in piedi, ma sollevando chi sta in ginocchio.

E l’Istituto, che pel titolo d’imperiale e regio era vituperato da molti come servile e codardo, seppe tenersi fermo dinanzi al potere geloso, il che è più facile che dinanzi al potere carezzante; e prove di decoro e d’indipendenza molte potrei recare, date da questa società, forte sulla propria costituzione e sulla franchigia del sapere. La piazza le ignorò; non per questo son meno vere o meno meritorie.

Anche ne’ tempi più desolati di speranze non cessò dall’incoraggiare le arti utili e le applicazioni della scienza. A ciò diresse i temi su cui apriva concorso, proponendo di esaminare come l’agricoltura, quest’arte antica e scienza nuova, possa sussidiarsi delle scoperte della moderna chimica; come vantaggiarsi del coltivare le radici tuberose ed altre, sì per pascolo dell’uomo e delle bestie, sì per preparazioni, e come introdurle nella ruota agraria; e in relazione coll’igiene, quanto l’estendersi delle risaje e de’ prati marzajuoli torni insalubre; e le guise d’erigere, per associazione, case di ricovero ai contadini affetti da mali cronici. Ben prima che i disastri avvertissero quanto sia capitale pel nostro paese l’educazione del filugello, l’Istituto chiedeva i metodi di conoscerne e ottenerne il buon seme, di pavidamente allevarli; di meglio utilizzare il gelso; e di perfezionar la trattura della seta, riducendo a più favorevole condizione l’acqua che vi si adopera; infine otteneva una compiuta monografia del baco da seta, e ne domandava una del gelso.

Sull’industria de’ formaggi si aprì un concorso, estendendolo all’esame delle, giovenche e delle loro malattie; al che sono consentanei gli altri sul caglio vitellino; e sulla polmonea epizootica. L’essiccazione dei grani fu il tema pel 1858, e la fabbricazione dei vini per l’anno seguente. Dopo proposta nel 1844 la maniera di ripristinare e conservare i boschi e profittarne, nel 52 domandava un manuale popolare di selvicoltura.

All’industria giovava l’Istituto col volere descritta e ragionata la quantità d’azione delle acque cadenti, che può ancora usufruttarsi in Lombardia; l’esame delle terre nostre figuline, e del miglior modo d’ottenere stoviglie; i metodi preferibili di fare e conservare i tetti e le strade ordinane; come supplire alle traversine di larice per le strade ferrate; un prospetto della nostra industria manufatturiera; e quanto le associazioni d’industria e di commercio influiscano sulla prosperità pubblica, e come più congruamente tutelarle, e quali cambiamenti converranno al commercio, all’industria, all’agricoltura quando sia compiuto la rete delle strade ferrate. [p. 144 modifica]

Le morti improvvise, la pellagra, le cause dell’asma; la natura de’ miasmi e de’ contagi; gli usi medici dell’elettricità, la malattia scrofolare; e la migliore organizzazione degli studj medico-chirurgici e delle scienze affini, gli porsero altri temi di concorso. Toccava ad un problema essenziale chiedendo quanta efficienza sociale abbiano i giuochi e gli spettacoli; come richiese e ottenne un manuale de’ diritti dell’uomo e del cittadino, a uso del popolo italiano.

Furono posti a concorso varj temi; far conoscere gli schisti bituminosi dell’alta Italia; una monografia delle arti esercitate in Italia, reputate insalubri, coi ripari igienici e il miglioramento delle abitazioni del popolo; — l’essenzialità del morbo migliare; — i metodi di vinificazione usitati e i miglioramenti possibili; — la storia delle malattie dei gelsi in Lombardia; — quale tra le varie forme di associazione di credito fondiario sarebbe più confacente alle presenti condizioni d’Italia per disgravare il debito ipotecario, promuovere i grandi miglioramenti agricoli, e sovvenir alla classe de’ semplici coloni; — studj e osservazioni di meteorologia in una data circoscrizione territoriale.

Alla pratica mirò fino in quistioni di carattere più scientifico, siccome l’adattare i principj della meccanica analitica del Lagrangia ai problemi meccanici e idraulici; e se le radici de’ vegetabili scelgano fra le sostanze le più confacenti al loro alimento.

Il che io esponendo in occasione appunto di distribuzione di premj nel 1858, volli attestare che “nella cara patria nostra non era abbassato il grado della cultura intellettuale; nè vi si smarrivano la potenza delle feconde sintesi, il sentimento delle proporzioni che rivela armonia nelle facoltà, la serena e concisa proprietà di esposizione, derivante la chiarezza e precisione d’idee; che non era cessata la perseveranza a raggiungere la verità, e il coraggio di proclamarla, malgrado la violenza de’ forti, le ingiurie de’ fiacchi, e la non curanza dei gaudenti”.

Quando nel 1847 rinverdirono le speranze italiche, e la società e la Chiesa ebbero uno stesso voto, applausero alla stessa persona, anche l’Istituto volle contribuire al rigeneramento della patria, e richiamandosi agli uffizj attribuitigli nella sua fondazione, fe un progetto di riforma degli studj, al quale i singoli membri apposero considerazioni e note, ciascuno secondo la propria specialità.

Le riforme si risolsero, come al solito, in rivoluzione, dopo la quale fu inflitto alla Lombardia il governo peggiore che si possa, il militare. Cessato questo, si era sperato, o temuto, che l’imperatore, venuto a Milano, riconciliasse gli animi cui restituire tutta quella parte d’autonomia che, compatibilmente colle esigenze politiche, potesse rispettare la dignità nazionale, e meglio provvedere all’interesse de’ singoli paesi, lasciandoli amministrare da chi vi ha e conoscenza e interesse. Parve simbolo di questo concetto la nomina d’un governatore generale nella persona dell’arciduca Massimiliano. Non è ancora scorso bastante tempo per vagliare dalla sistematica menzogna la verità; e troppo è insito nelle abitudini indigene il [p. 145 modifica]seguitare a dire una cosa perchè una volta fu detta. Noi accenneremo solo come allora una voce molto competente e abbastanza efficace fossesi elevata a Venezia contro le Accademie di Belle Arti, quasi istituzione preghidicevole non meno all’arte che alla società, e favorevole soltanto alle mediocrità. Le scuole di disegno, opportune anche agli industriali (dicevasi) si uniscano alle tecniche: chi senta sì prepotentemente chiamato all’arte si cerchi un maestro, mentre la folla de’ mediocri si ritirerà da un campo, dove non riuscirebbe che d’ingombro; così l’esercizio dell’arte perderà in estensione, ma guadagnando in intensità: e gli artisti non si troveranno nè legati all’imitazione di un professore, nè servili a un modello prestabilito da questo. I concorsi non fanno premiare che mediocri, i quali inoltre non sempre sono autori dell’opera presentata; mentre quel denaro potrebbe utilizzarsi in dar commissioni ai migliori; i soli che convenga incoraggiare nelle arti del bello. Insomma, vuolsi fecondare i genj, sottraendoli all’imitazione irrazionale di maestri e di modelli, e sbrattare l’arringo dalla turba mediocre, artigiana non artista.

Come in tutte le questioni umane, v’era una parte di vero, una di falso, che spesso non è se non l’esagerazione del vero. Ma la conseguenza immediata fu un decreto imperiale del 16 luglio 1858, con cui le Accademie di Belle Arti di Milano e Venezia venivano convertite in sezioni degli Istituti di scienze, lettere ed arti, con un regolamento diretto a “porgere all’esercizio delle arti belle e ai giudizj relativi, un indirizzo che valga a far rivivere le antiche glorie d’Italia nelle arti”.

Di questo, come di altri innovamenti portati da quel decreto, era affidata l’esecuzione al governatore generale, il quale per compirlo si dirigeva al secretano dell’Istituto Lombardo (quell’anno era io scrivente) perchè rolesse elaborare uno statuto da ciò.

L’incarico era consentaneo alla qualità e agli studj di esso secretano; nonchè l’avesse chiesto, era un servigio laborioso domandatogli, ma che offriagli il destro di migliorare istituzioni a lui predilette, senza legarlo ai dominatori: conscio del resto, anche per propria esperienza, che per far il bene, si deve affrontare il pericolo, fosse pure quello ch’è più temuto, d’un’impopolarità che separa ciò che stima da ciò che disama.

Lasciamo là l’idea di far prosperare il genio e rivivere le glorie artistiche mediante regolamenti. Sono consuete inesperienze di burocratici, ripetute e derise anche in odierni ministri. Ma l’avversione alle Accademie di Belle Arti era in quei giorni venuta di moda mediante il solito ciarlatanesimo de’ giornali; era stata soppressa quella di Firenze: proponeasi altrettanto per quella di Torino. Ma lo scrivente, men che il martello da distruggere amandola cazzuola per rimboccare, a chi avea suggerito l’abolizione delle Accademie del Lombardo-Veneto dichiarò che farebbe rientrar per la porta quel ch’erasi gettato per la finestra. Del resto trovava tutt’altro che sconveniente l’unire all’Istituto l’Accademia delle Belle Arti; unione che vedemmo stabilita già nella sua creazione, e che era comune ad altri corpi [p. 146 modifica]scientifici, fra cui quello del Belgio, di recente fondazione e di invidiabile rinomanza.

Se non che, giovandosi della tanto rara occasione, che ad un Italiano fosse domandata una qualunque siasi riforma del paese, coll’ambizione che ogni anima bennata sente di giovare alla patria, aspirò a darvi importanza maggiore che un semplice mutamento di paragrafi e dicitura.

Anche a coloro che pur si rassegnavano alla forestiera dominazione, facea dispetto il dover ogni cosa dedurre da Vienna,, con un accentramento affatto dissono dall’antico sistema della Lombardia Austriaca, e conforme a’ dispotici concetti della Rivoluzione e dei Governi forti, in conseguenza, tardive le decisioni, spesso ignare della situazione vera, inevitabilmente sgradite al paese, men tosto per sé stesse che per la loro provenienza6. Spiaceva pure che un muro di separazione fosse posto fra i Lombardi e i loro fratelli veneti; tutti italiani, numerosi appena di quattro milioni e mezzo, eppur divisi in due dominj. A tutti poi le occasioni di riunirsi succedeano rarissime e vigilate, tanto più da che si erano conosciute, e forse esagerate, le conseguenze de’ congressi scientifici.

In considerazione di ciò, e dandovi aspetto di revocare alla primitiva istituzione napoleonica, lo scrivente proponeva un Istituto Lombardo-Veneto di scienze, lettere ed arti, unico, diviso in due sezioni, sedenti una a Venezia, una a Milano, sotto un presidente generale e due direttori locali; le due sezioni opererebbero di concerto; i membri coopererebbero negli studj, ne’ concorsi, ne’ giudizj.

L’Istituto aveva a promuovere gli studj che principalmente contribuiscono alla prosperità e alla cultura generale del paese; e la classe delle Belle Arti avvisare all’incremento teorico e pratico di queste; vigilare sull’erezione e conservazione dei pubblici edifizj d’importanza artistica e sull’esportazione dei capidarte; proporre sussidj e stipendj che il Governo conferirebbe ai migliori allievi, e temi per quadri che questo affiderebbe a buoni artisti. Ciascuna classe farebbe o procurerebbe corsi liberi intorno alle scienze o alle arti.

L’Istituto sarebbe consultore del Governo in tutto quanto s’attiene alle scienze, allearti industriali e belle, e specialmente all’istruzione pubblica, alle fondazioni scientifiche, alle scuole speciali, ai musei, alle biblioteche, ai libri di testo, alla proposta di professori. Cinque persone, scelte dall’Istituto anche fuor del suo grembo, presenterebbero alla fine d’ogni anno il [p. 147 modifica]quadro morale dell’istruzione del regno; e ogni tre anni una relazione sulla coltura generale e sulle occorrenti riforme.

L’adunanza annua generale delle due sezioni si alternerebbe fra Milano e Venezia; dove si distribuirebbero premj una volta per le belle arti, una per l’industria e l’agricoltura, una per temi scientifici: nella qual evenienza si farebbe una esposizione.

Ciascuna sezione dell’Istituto avrebbe una biblioteca, una galleria, con sala di modelli, di preparati anatomici, e cogli altri mezzi d’educazione artistica; una collezione archeologica, una tecnologica; e le aprirebbe al pubblico gratuitamente.

La parte lombarda e la veneta d’una classe, o le commissioni speciali, possono unirsi in qualche città per oggetti che a questa abbiano speciale attinenza: lo che, ognun vede, facea rivivere i congressi scientifici, con maggiore serietà e con iscopo determinato e pratico7.

Tralasciamo le norme sul personale, sulla pubblicazione degli atti è delle memorie, sulle adunanze particolari e generali, sullo spaccio degli affari, sulle attribuzioni del seggio presidenziale. Vietavasi il nominar membri onorarj per acclamazione; ciurmeria colla quale si sorprende il voto, s’impedisce il dissenso, si contaminano le liste dei dotti coll’adulazione: le proposte di nuovi membri doveano farsi a schede firmate, e la scelta sopra rapporto da pubblicarsi e a squittinio segreto8.

Il presidente, eletto a partito segreto, triennale, rieleggibile, stipendiato, oltre le attribuzioni consuete, vien ad avere la suprema vigilanza sull’istruzion pubblica, attesa quella ingerenza ch’è attribuita all’Istituto, e comunica direttamente col governator generale. Sarebbe dunque un’au[p. 148 modifica]torità morale, indipendente dal Governo e dalla politica, rappresentante della società insieme e della famiglia.

La classe delle Belle Arti è in ciascuna sezione governata da un direttore perpetuo, eletto in adunanza generale fra i membri dell’Istituto, con stipendio; e sovrintende alla galleria, alle sale dei modelli, del nudo, dell’anatomia; presiede alle giunte che concernono unicamente le arti belle: ha cura di fare scegliere dalla classe il modello pel nudo; e un preparatore anatomico che somministri almeno dodici pezzi l’anno; che si faccia un corso d’osteologia e miologia applicata alle arti: indica gli allievi e artisti che l’Istituto proponga al Governo per sussidj, pensioni, allogamenti; amministra la somma che l’erario soleva assegnare per restauri artistici alle chiese povere, veglia sulle scuole, di disegno del dominio, in modo di dare buon iniziamento alle arti maggiori; veglia pure e dà opera all’esposizione artistica triennale.

La spesa totale, calcolando 66 membri pensionati, saliva a fiorini 88,400 (franchi 220,000), cioè nulla più di quel che costassero già i due Istituti e le due Accademie di Belle Arti. Con disposizioni transitorie assicuravansi i diritti acquisiti, e provedeasi alla trasformazione dei quattro corpi antichi nell’unico Istituto Lombardo-Veneto di lettere, scienze ed arti. Alla Pasqua del 1859 doveva raccogliersi la prima adunanza generale e l’esposizione di Belle Arti a Venezia; poi nel 60 a Milano quella d’industria, e così a vicenda.

Il redattore del progetto non avea dato verun passo se non d’accordo coi membri che più stimava dell’Istituto, e conserva le approvazioni e i suggerimenti che n’ottenne, da opporre ai dissensi di quei che trovano più facile e men pericoloso il non fare, o il far appena ciò ch’è inevitabile; l’accidia ammantando di patriotica generosità. Ma chiunque legge questi ricordi comprende come il proponente tendesse a mettere l’Istituto a capo dell’istruzione del regno; non per questo introdurre il monopolio dell’insegnamento, da cui sempre repugnò, nè quell’uniformità ch’è la passione dei mediocri; bensì sottrarlo dalle triche amministrative, dalle eavillazioni d’impiegati d’una favolosa ignoranza, e dalla dipendenza da Vienna, per darvi un eforato paesano, sapiente e per conseguenza liberale.

Finito e presentato ch’ebbe il programma, gli venne invito di recarsi a Monza, ove sarebbe discusso da una Commissione, formata dai presidenti dei due Istituti e dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, e dai rettori magnifici delle Università di Pavia e di Padovana ciò convocati. Egli offrì loro il progetto, coi documenti e le particolarità di soldi e di persone. Tutto quel materiale giace negli archivj; a lui rimane la compiacenza d’avere anche in ciò anticipato molti avvedimenti di quelli che gl’Italiani esposero poi quando poterono esprimere i loro desiderj e attuare la loro volontà.

Conforme alle solite lungagne burocratiche, mandossi quel progetto ad altre persone che lo rivedessero: ma intanto il cielo s’imbruniva; all’inverno torbido succedeva la procellosa primavera, e la guerra compiva improvisamente quel che non sarebbesi potuto se non lentamente sperare. [p. 149 modifica]La Lombardia, redenta colle vittorie e con regolari trattati dalla dipendenza austriaca, diveniva parte del regno sardo, poi del regno d’Italia. Milano, senza perder della sua floridezza nè, speriamo, delle sue ricordanze, non restava che il capo d’una provincia, e l’Istituto, che prima era stato nazionale, cioè primario corpo scientifico di tutto il regno d’Italia, indi erasi ristretto al Lombardo-Veneto, poi al solo dominio Lombardo, trovossi per ispontanea rifusione, privato d’ogni ingerenza sull’arti e l’industria, d’ogni contatto col pubblico, mediante le esposizioni, d’ogni partecipazione col Governo che non lo interroga. Pure da queste angustie potrà uscire non col crogiolarsi nel riposo, suggerito dall’odierno scoramento, ma col tutelare il bello e glorioso nome sotto cui nacque; col mostrarsi degno di quell’eredità mediante lavori che cooperino efficacemente alla cultura intellettuale e morale non solo della Lombardia ma dell’intera nazione; e persuadersi che un uomo o un corpo non è grande se non coll’ostinarsi a qualche cosa di grande.


Note

  1. Il secretario L. 4000 di Milano; il vicesecretario L. 2500; i membri L. 1500. Il totale assegno dell’Istituto, compresivi i premj e la compra delle macchine, era di milanesi L. 70,000.
  2. Sta negli archivj di Parigi il progetto del decreto sopra l’Istituto, sottomesso al primo console; e in margine egli scrisse questi nomi, e in quest’ordine: Fantoni, Lunghi, Brugnatelli, Gagnoli, Monti, Oriani, Canterzani, Volta, Savioli, Mondini, Cassiani, Scarpa, Moscati, Saladini, Isimbardi, Dandolo.
    S’intende che la consorteria preponderava anche allora nelle elezioni, e, per esempio, non vi appartennero Romagnosi, Gioja, Ugo Foscolo, Giordani, Rasori, mentre vi ha persone che io confesso ignorar chi fossero; e corse poco più di mezzo secolo.
  3. Fece altrettanto il Governo del nuovo regno d’Italia.
  4. Cicero, de rep. V, 3.
  5. Per esempio, la città di Trieste ne chiese il giudizio per conferire il premio Rossetti a storie patrie.
  6. A Vienna erasi istituita una Commissione per la ricerca e conservazione de’ monumenti artistici e archeologici, e doveva avere corrispondenti anche ne’ dominj italiani. Si fece capire che l’importanza de’ monumenti nostri è tale, da non bastarvi pochi corrispondenti, e richiedersi una giunta espressa. Il secretario dell’Istituto (Cantù) e quello dell’Accademia di Belle Arti (Mongeri) furono incaricali di redigerne un progetto per la Lombardia, a norma di quel che il marchese Selvatico avea fatto pel Veneto, e lo compierono e spedirono, ma non ebbe tempo di venir applicato.
  7. A ciò connettevasi un progetto per l’istruzione pubblica, che costituiva una sola Università in cinque facoltà: Ja teologica a Padova, la matematica a Venezia con Istituto politecnico, la legale a Pavia, la medica nell’Ospedale di Milano; e quella di belle arti divisa, per le arti del disegno a Venezia, per la musica a Milano. In una di queste città terrebbesi ogni anno un congresso. Fra i membri di questo eleggevasi una giunta d’esaminatori per ciascuna facoltà, a somiglianza del giurì nazionale del Belgio, i quali riconoscessero l’abilità di coloro che aspiravano a professori d’università e di liceo: dalla lista dei licenziati l’autorità sceglierebbe i professori, man mano che si facesse una vacanza. Il congresso nominava il rettor magnifico dell’università, come il presidente e la sede del congresso futuro, preventivamente diramandosi il programma delle materie da traltarvisi.
  8. Nel regolamento interno si istituivano, conferenze serali una volta la settimana, a modo di circolo, per le amichevoli comunicazioni, per conoscere le persone tra cui eleggere i nuovi membri, per accogliere e gli studiosi nostrali e i forestieri, che potessero incontrarvi il fior del paese.
    La biblioteca proponevasi di aprirla la sera; comodità grande allora sconosciuta. Unendo alla biblioteca dell’Istituto, ricca di circa 21,000 volumi, quella dell’Accademia di Belle Arti, che n’ha forse 2000 di sole opere artistiche, colle statue e i modelli, preparavasi il migliore corredo anche alle scuole di disegno.