Italiani illustri/Vincenzo Monti

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Vincenzo Monti

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I Plinj Barnaba Oriani

[p. img modifica]VINCENZO MONTI [p. 63 modifica]


I. Primordj — II. Roma e le Tragedie — III. L’abate Monti e la Bassvilliana — IV. Milano. Il cittadino Monti — V. Parigi. La Mascheroniana. Marengo — VI. Regno d’Italia. Il cavalier Monti — VII. Sua famiglia — VIII. L’Iliade — IX. I critici — X. Attacchi e ripicchi — XI. Le variazioni — XII. La restaurazione — XIII. La proposta — XIV. Versi minori. I Romantici — XV. Gli amici e la fine.

I.

In un casale del Ferrarese tra Fusignano e le Alfonsine nacque Vincenzo, al 19 febbrajo 1754, da Fedele Monti e Domenica Mazari; essa pia di cuore, sicchè quando morì i contadini disputavansi per devozione i brandelli del suo vestire, egli onestamente inteso ai proprj campi. Di sette figliuoli che ebbero, quattro mandarono monache, uno cappuccino: Vincenzo destinavan alle cure campestri: ma poichè mostrava precoce ingegno scrivendo e improvvisando versi, il padre lo pose sull’Università di Ferrara, e ve l’accompagnò egli stesso. Più che del diritto, Vincenzo piacevasi de’ poeti, coi classici gustando i moderni, e principalmente i suoi compaesani, Alfonso Varano, alle cui portentose Visioni avea provato un sacro entusiasmo, ed Onofrio Minzoni, che da lui chiesto donde avesse tratta quell’evidenza, rispose: — Dante, i Profeti, l’Ariosto». Sul tipo del Varano foggiò in lode d’un predicatore la Visione d’Ezecchiello, primo lavoro che stampasse a ventidue anni (1776); e piacque tanto, che il cardinale legato Borghesi il menò seco a Roma (1778).

La poesia fu sempre il lacchezzo dei Romani; e mentre i ciocciari improvvisano lavorando, e Montigiani e Transteverini passano ore a bocca aperta ad ascoltare d’Orlando Furioso o di Meo Patacca, le persone a modo vogliono versi per tutte le occasioni; ogni abate [p. 64 modifica]verseggia; ogni prelato si fa mecenate di qualche poeta. Li raccoglie e affratella l’Arcadia, società che tutti sbeffano, ma a cui tutti vogliono appartenere.

E in Arcadia, ed a prelati, e ai tanti abati, come s’intitolano gli addetti alle Corti cardinalizie, l’abate Monti recitava spesso versi, e un primo saggio ne stampò nel 1779, a soggetti sacri accostando elegie d’amore gemebondo.

Il ritorno dalle eleganzuccie leziose e dall’ampollosità sguajata già era non solo cominciato, ma ben progredito; il Parini aveva richiamato la poesia al ministero di civile educatrice; esso, e il Gozzi, il Cesarotti, il Mascheroni, avevano guarito il verso sciolto dall’idropica boria del Bettinelli e del Frugoni, per dargli agevolezza, potenza, varietà: Cosimo Betti, il Leonarducci, il Varano avevano ridesto il culto di Dante; Alfieri scolpiva con stilo di ferro il nome d’Italia e l’odio all’autorità; ma occorreva ancora senno e gusto per discernere non solo tra essi e i cattivi, ma anche tra i migliori, e voler sempre il bello semplice e universale. Inoltre, se le costoro innovazioni letterarie avevano guadagnato, non così le morali, che n’erano l’anima; e ancora si -riponeva l’essenza della poesia nella finzione, manifestata colle forme più squisite, giustificate dall’esempio; non connettevasi l’espressione colla ispirazione, colla realtà; anzi raccomandavasi ai giovani d’esercitarsi in ogni tema, per trovarsi poi atti a quello che occorresse. Tale fu educato il Monti, il quale, non creatore ma non ligio a veruna scuola, da tutte scelse il meglio, tutte imitò, tutte imbelli. Allorchè, dietro al suo Minzoni e al pittoresco Cassiani, fece i sonetti di Giuda, il vulgo letterario gli applause, savj amici gli mostrarono come scivolasse tra Ossian e il Marini, e principalmente l’abate Ennio Quirino Visconti lo dirizzò verso i Greci, e gli suggerì, poi gli lodò grandemente la Prosopopea di Pericle.

Per le nozze di Luigi e Costanza Braschi lesse nel Bosco Parrasio la Bellezza dell’Universo, e Roma ne folleggiò, e per più giorni (beati tempi!) altro non s’udiva che esaltar quelle frasi d’irreprensibile imitazione, quelle immagini evidenti, quelle perifrasi artificiose, quella varietà di rime, quella opportunità di poggiature, quel felice assortimento di parole lunghe e brevi, quella larga onda armonica, ove accoppiava la maestà de’ Latini, la limpidezza dei Cinquecentisti, la pompa dei Secentisti, le figure de’ coloristi, la fluidità de’ [p. 65 modifica]Frugoniani. Il duca Braschi gli offerse il posto di suo segretario, artifizio con cui nobilitavasi un sussidio: Pio VI volle vederlo, e — Non è possibile (scrive il Monti) ch’io possa esprimere la bontà con cui m’accolse. Fui introdotto dal mio padrone1, e il primo abboccamento durò due buone ore. Mi presentai pieno di timore, e ne uscii pieno di tenerezza: e quando gli baciai i piedi, mi vennero agli occhi le lagrime».

Carezzato, applaudito, pagato, il Monti carezzava, applaudiva, ed or celebrava la contessa Trotti Bevilacqua, or con mirabili sciolti il principe Chigi, ora a nome del Bodoni dedicava l’Aminta per le nozze della marchesa Malaspina; or lodando monsignore Spinelli governator di Roma, dava come gloria maggiore dei Cesari e de’ Camini il frenare «la popolar licenza tiberina»; ora al neonato Delfino di Francia preconizzava sarebbe «de’ regi e degli eroi l’esempio, amor del mondo intero, speme del franco impero: la futura sua gloria vedrassi un giorno affaticar l’istoria»; or vantava l’età dell’oro, ripristinata da Pio VI2. Insomma, come i poetonzoli, simili a uccelli in muda che ogni strepito eccita al canto, verseggiava per soggetti del momento, e sublimando gli eroi del giorno, abituavasi a vedere le cose da un lato solo, e ispirarsi ai casi e .alla opinione giornaliera, dal che dovevano derivare tanta leggiadria alle sue produzioni, tante ombre al suo carattere. [p. 66 modifica]

Con maggior nobiltà celebrava Il Pellegrino Apostolico allorchè Pio recavasi a Vienna per mitigare la burocratica clerofobia di Giuseppe II, tiranno da sagrestia.

Nell’ode all’areostata Montgolfier sfoggiò la sua maestria in dir le cose nuove con modi antichi, e addobbare di poesia la scienza; eppure, fra tanto bello, quante inesattezze e fin puerilità!3 e chi la paragoni all’ode a Silvia del Parini, s’accorge che viveva un poeta di ben superiore levatura.

II.

Là in Arcadia improvvisavano il Rezzonico, il marchese Casati, Gherardo de Rossi, il Bondi, il Lamberti, il Godard, il Bernardi: e stupivano tutti quando Faustino Gagliuffi improvvisamente traduceva in distici latini i loro improvvisi: e Roma tutta li ripeteva, e il cardinale Borgia gli domandava come avesse potuto superare tanta difficoltà: ed egli rispondeva: Possunt quia posse videntur.

Come in altre città della non ancora sovvertita Italia, in Roma molte case adunavano il fiore della gente civile in quelle conversazioni, allegre senza disordine, burlevoli senza vulgarità, frivole se volete, ma dove la prontezza di simpatie, il ricambio di cortesie e d’offícj, una curiosità piuttosto arguta che maligna, rendono dolci e feconde le relazioni sociali. Sono abitudini oggi smarrite, come [p. 67 modifica]l’onorare l’intelligenza. Ne’ circoli del cardinal Ruffo (che i liberali consacrarono all’infamia, e che il Monti dichiara affabile signore, ministro integerrimo, savio politico), con Saverio Mattei, traduttore dei Salmi, disputò il nostro poeta sul potersi o no volgarizzare Omero fedelmente, e ne fece sin d’allora qualche tentativo. La casa di Maria Coccovillo, maritata in Giovanni Pizzelli, ornata di lettere e di scienze, sperta di molte lingue, e abilissima al suono e al canto, frequentavano i migliori d’allora, Canova, Visconti, l’Andres, il Cunich, il Serassi, il Puccini, la Dionigi, il Renazzi, il Requens, la Kaufmann, e vi leggeano loro composizioni Alessandro Verri, l’improvvisatore Berardi, il Battistini, Gherardo de Rossi: e quand’essa morì nel 1807 dopo disastri di fortuna, fu composta una raccolta di poesie in sette lingue su questa «donna contornata ogni giorno d’ammiratori anche dopo di aver oltrepassati gli anni settanta di sua età, circondata d’amici anche dopo di essere stata costretta dalle indigenze domestiche a trattar la calza e la conocchia; celebrata concordemente da nazionali e da stranieri, più forse ancora nella vecchiaja che nella gioventù, e più dopo morta che in vita».

Colà il Monti udì l’Alfieri leggere la sua Virginia, e s’infervorò ad emularla.

La tragedia doveva essere l’atteggiamento di qualche fatto sanguinoso, colle unità precettorie, ignote ai Greci, consacrate da’ Francesi per amor dell’ordine, dall’Alfieri per amor del difficile: dove le passioni degli spettatori fossero concitate, non importa se in bene o in male; meno importa ancora se colla verità storica. L’Alfieri avea scelto di qua di là alcuni nomi, e datovi un carattere secondo gli accomodava, sformando gli avvenimenti sino a fare di Lorenzo de’ Medici un mostro, di don Carlos un eroe, di Cosimo un parricida; avea ricalcato la tragedia francese, non solo sfrondandola di confidenti, di a parte, ma anche di tutto ciò che fosse lirico, stipandola in brevissimo tempo, pochissimi personaggi, azione semplicissima, e procedendo men tosto con azioni che con parole secche, epigrammatiche, tali che facessero pensare e lasciassero dall’attore supplire col gesto e colla voce e dall’uditore colla fantasia; nel che forse consiste la magia della riuscita di esse.

Sullo stile d’Alfieri il Monti pronunzia, sebben copertamente, nel discorso sulla difficoltà di ben tradurre la protasi dell’Iliade: e lo definisce «unicamente sollecito dell’energia del pensiero, e nulla [p. 68 modifica]curante l’armonia delle parole» . Quando quel tragico esclama «Pensar li fo», egli risponde: — Il filosofo fa pensare, il poeta fa sentire» . Contro un sonettaccio dell’Alfieri scrisse dappoi un sonettaccio ove lo chiama

Un cinico, un superbo, un d’ogni Stato
Furente turbator, fabbro d’incolti
Ispidi carmi, che gli onesti volti
Han d’Apollo e d’Amore insanguinato:

nella Prolusione lo definisce «ingegno supremo, che bastava per sè solo a dar nome al suo secolo e a creare la gloria d’una nazione»: ma in fine a Giovanni Rosini scriveva, nel 1807: — È forza che l’Italia, o presto o tardi, si persuada che Alfieri è un grande ingegno, ma mancante di gusto nel verseggiare, e il rovescio della natura nel dipingere le passioni, che in lui sono tutte affare di testa, senza licenza del cuore».

Uditolo dunque, volle emularlo; ma lirico, fluido, bello, non poteva stringarsi entro la corazza di quello, e predilesse le forme per cui erano già piaciuti il Maffei, il Varano, il Conti. l’Aristodemo (1787) presenta una feroce ambizione, punita da un delirio suicida, press’a poco come il Saul; ma tutto vi è lirico, il personaggio di Cesira, il trattato di pace, i racconti, i colloquj; gli spettatori rimangono scossi da quel frenetico, sempre coi capelli irti e il pugno teso; il letterato si bea della splendida verseggiatura; il pedante loda l’osservanza delle tre unità, quand’anche per mantenerle abbia a collocarsi una tomba nella sala d’udienza. Allora non faceva ancor paura ai regnanti il declamare contro i tiranni; ed altra imitazione d’Alfieri n’è l’intimare «che mal si compra coi delitti il soglio».

Quando fu recitato, egli racconta, «da trenta giorni era entrato nei cervelli romani il fanatismo; poi, finita la rappresentazione, la sua casa fu inondata di gente che parevano forsennate dal piacere»4. [p. 69 modifica]

Anche in ciò conformandosi all’Alfieri, volle dettare il parer suo sull’Aristodemo, notandone i difetti gravissimi, e la perpetua inverosimiglianza, mal palliata, a uso dell’Astigiano, con qualche frase, e scusata solo dalla necessità di far cinque atti e di giungere ad una catastrofe, troppo preveduta; nè sapeva spiegarsi egli stesso come, «i Romani, che presto s’annojano, che niente ammirano, che mai non adulano... ma d’un gusto sicuro, dinanzi al quale sono impotenti gli sforzi della cabala, della maldicenza e del fanatismo», avesser tanto gustato l’Aristodemo, «che finalmente è tragedia più da tavolino che da teatro». Qui stava il suo inganno.

Ivi porge alcuni canoni di critica, fra’ quali, almeno pei tempi dove pensavasi a quel che si scriveva, mi par eccellente questo: — Il primo ad accorgersi dei difetti d’un’opera è l’autore medesimo, se non è pazzo del tutto. Anche nelle produzioni d’ingegno, tutti abbiamo una certa coscienza, un certo rimorso, che c’importuna e ci rinfaccia le nostre mancanze. Uomini che scrivete, fate che l’amor proprio non soffochi nel vostro spirito questa sinderesi letteraria. Interrogatela spesso, e ve ne troverete contenti».

E conchiudeva: — La censura di un’opera fa lo stesso che la bile nel nostro corpo. Dicono i fisici che senza di questa non si può vivere; e dicono i savj che, senza di quella, un libro è subito morto».

Il Cajo Gracco, meno piaciuto perchè più pacato e di virtù civili, di lunga pezza sovrasta all’Aristodemo. Non cerchiamovi la realtà; neppure gli eruditi di professione allora coglievano il vero senso delle rogazioni gracchiane; ma quel giovane magistrato, che torna per compiere l’impresa nella quale avea perduto la vita il fratello; così pieno d’amore pel popolo e di compassione pei vinti; così affettuoso alla veneranda madre, alla tenera sposa; così geloso dell’onor suo, eppure rinvolto nei delitti de’ suoi partigiani, e spinto dai precedenti domestici ad atti che non approva, rappresenta interessi d’ogni tempo.

Il Monti osò anche introdurre il popolo e la vita del fòro, a imitazione del maggior tragico del mondo5. Del quale viepiù si ricordò nel Galeotto Manfredi (1788), dove con modi famigliari e semplici ritrae un fatto domestico, che invano cercò rialzare con allusioni politiche, e ch’egli stesso qualifica mediocre. [p. 70 modifica]

Fra tanti forestieri, ascoltava l’Aristodemo un certo Wolfango Göthe, e ne lo lodava: e il Monti in riconoscenza lo faceva noverare fra gli Arcadi col titolo di Megalio, «per causa della grandiosità delle sue opere».

III.

Da Roma, la fama del Monti ampliavasi a tutt’Italia; ma ben presto la violenza degli avvenimenti toglieva a tali costumi la quieta dominazione; e alla vita facile ed officiosa di quell’Arcadia surrogava le passioni arcigne, l’aspro linguaggio, le abitudini ineleganti di una società che non sa nè amare, nè bramare, nè credere, nè tampoco ingannarsi nobilmente.

Il nembo addensato in Francia minacciava scaricarsi di qua dell’Alpi; e poichè d’ogni rivoluzione radicale il primo intento è scassinare l’autorità, e questa in terra è rappresentata supremamente dal pontefice, contro del pontefice scaglia vansi da Francia le irose canzoni della piazza e le minacciose declamazioni della tribuna, e il proposito di volere strizzar l’ultimo prete colle budella dell’ultimo re. V’era chi, applaudendo agli immortali principii annunziati dalla rivoluzione, voleva si compatisse agli eccessi con cui applicavansi: vi erano gli scaltri che gittavano reti nello stagno, a bella posta intorbidato; più erano quelli che esecravano i furori «della sovrana plebe» allorchè

                              mareggiò di cittadino
     Sangue la Gallia, ed in quel sangue il dito
     Tinse il ladro, il pezzente, l’assassino,
E in trono si locò, vile marito
     Di più vil libertà, che, di delitti
     Sitibonda, ruggìa di lito in lito.
Quindi proscritte le città, proscritti
     Popoli interi, e di taglienti scuri
     Tutte ingombre le piazze e di trafitti.

Il vulgo riceve le impressioni da chi sovrasta; tant’è dissennato il volerlo far giudice e arbitro de’ pubblici destini. E il vulgo di Roma, che poco poi doveva [p. 71 modifica]

Alla pastura intemerata e fresca
Dell’ovile roman volger le spalle
Per gir coi ciacchi di Parigi in tresca
A pascersi di ghiande,

allora esecrava i Giacobini e la libertà. Abbondavano però le seduzioni; le logge massoniche rinterzavano intelligenze; spargeansi scritture incendiarie. Ugo Bassville, segretario della legazione francese a Napoli, venne «sul Tebro a suscitar l’empie scintille», ed essendo comparso al Corso con una bandiera tricolore, il popolo se ne indignò, e trucidollo6.

Il Monti, devoto all’opinion pubblica e abituatosi a ricevere le impressioni del momento e tutto esagerare per comodo dell’arte febea, tessè su quel fatto una cantica, che rimase il titolo maggiore ali a sua gloria. Finge che l’assassinato, nel morire, volgesse il cuore a Colui che manda quaggiù, veloce al par dei nostri sospiri, il suo perdono; e che l’accolse a misericordia, ma nel suo decreto adamantino scrisse che non salirebbe all’amplesso di Dio finchè non vedesse gl’infiniti guai della Francia, e sfrenate su lei le saette dell’arco di Dio. Concetto sublime, che porge al poeta il destro di dipingere i mali della Francia, il dominante terrore, la morte di Luigi, la sua assunzione al paradiso.

La Bassvilliana è un’epopea nel vero senso, cioè un sunto poetico della civiltà d’un popolo o d’un tempo. In fatto il Monti vi ritrae i pensamenti di una grossa parte de’ suoi contemporanei; delinea l’atmosfera fra cui si trovava, e insieme la personalità sua propria, che per diritto del genio, se ne faceva l’organo, mentre passando attraverso al suo individuale, il pensiero generale prendeva una [p. 72 modifica]forma artistica, insignemente bella. Ben vi caratterizza le opere degli Enciclopedisti, ai quali attribuisce la compiacenza infernale d’aver preparato tanti disastri, e di contemplare il maggior delitto di cui si fosse mai contaminata la razza celtica. Re Luigi ispira compassione nell’addio al figliuolo e nel saluto che manda alle regali congiunte. Sempre v’è parlato con riverenza di Roma; Roma fatale, dinanzi a cui la temuta libertà di Francia è nebbia che vien domata dal sole, e le minacce una sonora ciancia: Roma, dove il leon di Giuda vive e rugge, e grida «Son la forza di Dio, nessun mi tocchi»; dove un pontefice, circondato e sostenuto da Aronni e Calebidi, colla preghiera assicura il trionfo della Chiesa.

Ma già poteva indovinarsi di là quel che il Monti sarebbe; aspettando sempre che gli eventi operino su lui, nulla farà per ispirazione, per l’ideale, sempre determinato dalle circostanze.

Nel IV canto, il poeta «batte a voi più sublime aura sicura» per narrare come congiurato il mondo intero uscì a danno di Francia, e n’andò sanguigno il flutto de’ fiumi e di due mari. Ma gli eventi, per allora, corsero ben diversi da quel che la Musa prediceva7; Francia dissipò la coalizione europea; dacchè la rivoluzione, come Saturno, ebbe ingojato i proprj figliuoli, qualche ordine sottentrò, nel quale la repubblica estese le conquiste, e bentosto, superando le sempre inutili Alpi, mandava un giovane generale a portar la rivoluzione a genti che non la desideravano.

Che le glorie siano inevitabilmente bersaglio all’invidia, lo attestano le vicende d’ogni illustre. Costretta al silenzio fra tanti ammiratori del Monti, ella aspettava luogo e tempo. E non la ragione ma il pretesto fu offerto da un sonetto, in cui egli invocava san Nicolò da Tolentino a favore della bellissima e vivace Costanza Braschi, moglie del nipote del papa, allora gravida, conchiudendo:

Ch’ella in te spera, e sai che generosa
Prole ha nel grembo, e qual in ciel tu sei,
Ella è grande sul Tebro; e al par pietosa.

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Cominciossi piamente a sentenziare di profanità questo allivellare la duchessa a un santo; appena uno scagli la prima pietra, gli corre dietro la ciurma, sempre esultante di deprimere chi vale; come per moda e piacenteria lodavanlo prima, per moda e piacenteria svillaneggiaronlo allora; si ristampò il componimento, travolgendone il titolo in Sonetto ad onore di Costanza Braschi, dedicato a san Nicolò; poi parodie, epigrammi, pasquinate; «non si sono mai scritte tante satire per un conclave; quante sopra i miei quattordici versi: son già due mesi che la città è tutta a rumore, e le vespe m’hanno tanto stuzzicato, che finalmente m’è scappata la pazienza; e in grazia d’alcuni ingrati che hanno voluto mordermi, ho riveduto il pelo al resto de’ miei censori».

Gittato dall’altare nella cisterna, impazientito di que’ dabbene che insegnano doversi tacere e soffrire perchè l’olio vien pure di sopra all’acqua e il merito alla fine trionfa, buttò fuori un sonetto, ch’è dei più turpi della nostra letteratura; dove ai poltroni che gli dan rovello, agli improvvisatori Berardi e Malio, al Martini, al Moirani, al Fogli, non rinfaccia solo ignoranza, o d’esser fra’ giumenti d’Arcadia il più balordo e del trombettier di Pindo universale adulatore, ma gl’imputa d’immondezze e delitti, che dovrebbero abbandonarsi al lezzo de’ postriboli e ai fiuti della Polizia8.

Preparava anche una commedia, che poi non compì, e di cui non sappiamo se non che doveva essere «la pittura di dieci o dodici, parte galantuomini e parte bricconi, vissuti al tempo di Augusto, e trasmigrati in altrettanti corpi moderni per virtù d’una poetica metempsicosi». Contro loro tirò anche nel Manfredi, dipingendo sè stesso nel buon cortigiano Ubaldo; tirò peggio nella Mascheroniana, volendo che le sue parole fossero [p. 74 modifica]

                                        spiedi
A infame ciurma ch’alle forche aspira,
Nè vale il fango che mi lorda i piedi.

Il Monti ebbe torto di rispondere; ma sarebbegli stato apposto a torto anche il tacere: ma troppo ci duole che quegli attacchi e ripicchi durarono tutta la sua vita; e fattosi il più gran maestro d’invettiva, lascionne sciagurato esempio a chi poi dovea far della critica il più codardo degli spionaggi, la più assassina delle inquisizioni.

Noi trovo scritto, ma dalla esperienza argomento che gli antichi lodatori si saranno ricreduti, per la consueta condiscendenza a chi più mostra sfacciataggine e malevolenza, o avranno taciuto prudentemente; nè a’ suoi prischi protettori sarà bastato il coraggio di sostenerlo, e la loro benevolenza avranno ristretta a compatirlo, e dire che provocò egli stesso quei mali, e che non conveniva abbaruffarsi colla pubblica opinione. Eroi! Pensatori!

Da ciò incoraggiati i detrattori, ogni scritto del Monti diveniva mira d’avvelenate censure; esaltavansi al confronto di lui poeti dozzinali; più egli ingrandiva di meriti, più s’arrovellavano contro di lui gli emuli non solo, ma quel bulicame timidamente arrogante, che aspira alla gloria coll’osteggiare un glorioso; magnis clarescere inimicitiis; e quella folla materiale e prosastica, che i lazzi d’un monello bastano a inizzare contro ogni lampo di spirito e di poesia.

E poichè, cominciata un’iniquità, è forza seguirla in tutti i suoi svolgimenti, gran destro ne ebbero dalla Bassvilliana.

I canti di questa comparvero un dopo l’altro in breve tempo, dal gennajo all’agosto del 93: mirabile celerità in lavoro tanto forbito! Così Dryden in tre mesi compose le censessantuna quartine dell’Annus mirabilis, il miglior suo lavoro. Ne stupiva chiunque avea senso del bello; se n’accannivano gl’invidiosi; e, a tacere i parziali appunti, fu asserito che autore non ne fosse lui, ma non so qual frate; invano li smentisce la perfetta somiglianza di stile; della calunnia resta sempre qualcosa, ed anche ben tardi io ho inteso molti asserire che il Monti non v’avea se non prestato il nome. [p. 75 modifica]

IV.

Quei che aspiravano a nuocergli affinarono di ribalderia collo straziarlo dal lato politico; e copertamente dove non si poteva, apertamente nella Repubblica Cisalpina, veniva esposto all’indignazione come autor servile, come ligio ai re e ai papi, come prezzolato. Devoto all’opinion pubblica, il Monti non resse all’incessante bersagliare di questa, e le diede soddisfazione ritirandosi, quasi direi fuggendo da Roma (marzo 1797), dove venti anni avea goduto piacevole soggiorno. Nella carrozza del Marmont, allora ajutante del Buonaparte e dappoi maresciallo sciaguratamente famoso, venne a Firenze; poi essendosi ribellate al papa le Romagne, passò a Bologna, donde a Milano. Prima della rivoluzione l’avea quivi invitato l’austriaco governatore Wilzeck a professore d’eloquenza, e ve lo traeva la venerazione verso il vecchio Parini, che leggendo la Bassvilliana aveva esclamato: — Costui minaccia sempre di cadere coi voli repentini e sublimi, e sempre sale, più alto». Ora il Monti vi arrivava tra i sibili de’ giornali, e inseguito da un velenosissimo sonetto del Berardi, ove si mordea perfino la sua condizione maritale9.

Consolatevi, o critici; otteneste il momento più doloroso nella vita del Monti; la pagina più desolante per chi scrive di lui.

Da tutta Italia erano affluiti a Milano gli uomini più attuosi e fanatici, chi per amor di libertà, chi di denaro, chi di peggio. Tra questi il napoletano Francesco Salfi, ingegno non vulgare, che avea compianto la morte di Ugo Bassville in versi di idee diametralmente opposte a quelle del Monti, facendo di quell’eccidio non una vendetta popolare, ma un’orditura de’ cardinali Zelada e Albani, del procurator fiscale Barberi e simili10; accompagnata da brutali [p. 76 modifica]insulti alla moglie, al figlio, al cittadino La Flotte, all’ospite Moutte, al moribondo; il quale esclamava di cader vittima d’un’infame cabala pretina. Tutto è impepato d’amor di patria e d’ira contro la religione.

Ora il Salfi redigeva a Milano il Termometro Politico, non il peggiore di quella fungaja di giornali che allora pullulava e moriva dopo sfogato un rancore, compita una vendetta, infamato un emulo, [p. 77 modifica]incusso terrore; senza criterio come senza scrupolo sottilmente adulando le passioni vulgari, e usando l’arte solita di denigrare i loro nemici per aizzare i loro strumenti.

Emulo anche di abilità, il Salfi potea la nimicizia mascherare di patriotismo; e l’addentato poeta, neppur difeso dalla protezione de’ grandi, credette ripararsene con una lettera d’inescusabile bassezza11, diretta da Bologna, il 18 giugno anno primo repubblicano, al cittadino Salfi. Eccola:

— Se vi ricorda ch’io sono stato più volte maltrattato nei vostri fogli a cagione della cantica Bassvilliana, dovete ancor figurarvi ch’io sia pieno di maltalento contro di voi. Disingannatevi: non conoscendomi voi di persona, nè potendomi giudicare che in ragione delle cose da me pubblicate, giustissimo ed onesto è stato il vostro giudizio, nè io debbo lagnarmi che delle crudeli mie circostanze, le quali mi posero nella dura alternativa o di perire o di scrivere ciò che scrissi.

«Io era l’intimo amico dell’infelice Bassville; esistevano in sue mani, quando fu assassinato, delle carte che decidevano della mia vita; mi spaventavano le incessanti ricerche che facevansi dal Governo per iscoprirne l’autore; m’impediva di fuggire il doloroso riflesso che la mia fuga avrebbe portato seco la rovina totale di mia famiglia. Non più sonno, nè riposo, nè sicurezza; il terrore mi aveva sconvolta la fantasia, mi agghiacciava il pensare che i preti sono crudeli, e mai non perdonano, non mi rimaneva insomma altro espediente che il coprirmi d’un velo, e non sapendo imitare l’accortezza di quel Romano che si finse pazzo per campare la vita, imitai la prudenza della Sibilla, che gittò in bocca a Cerbero l’offa di miele per non essere divorata.

«Potrei qui rivelare altre più cose gravissime, la cognizione delle quali compirebbe la mia discolpa, ma vi sono alle volte dei segreti terribili, che non si possono violare senza il consenso di chi n’è partecipe, ed è pur meglio il lasciar debole talvolta la propria difesa, che il mancar d’onestà, di prudenza, di gratitudine.

«Forse direte (ed altri me l’hanno già ripetuto) che la fierezza [p. 78 modifica]di alcuni tratti di quella cantica inducono facilmente il sospetto, che l’animo del poeta non fosse discorde poi tanto da ciò che sonavano le sue parole, e che parecchie di quelle cose fa duopo averle profondamente sentite per ben dipingerle. Alla quale imputazione risponderò schiettamente, che, costretto a sacrificare la mia opinione, mi sono adoprato di salvare, se non altro, la fama di non cattivo scrittore. L’amore adunque di qualche gloria poetica prevalse al rossore di mal ragionare, in un tempo massimamente in cui tant’altri mal ragionavano; e quattordici edizioni, che nello spazio di soli sei mesi furono fatte di quella miserabile rapsodia, mi avrebbero indotto a credere d’aver conseguito il mio fine, se il papa, dinanzi al quale fui trascinato per umiliare ai santi suoi piedi le mie sacre coglionerie, non avesse trovato detestabile quel dantesco mio stile. E mi ricordo ancora che, per insegnare di qual maniera dovessi da me trattare quell’argomento, in presenza di suo nipote e di monsignor Della Genga, mi recitò con grazia un’aria di Metastasio.

«Dalla premura che ho posta nell’istruirvi delle mie passate vicende rapporto alla Bassvilliana, ora che ho messa in salvo la mia famiglia, ora che il carnefice monsignor Barberi non mi fa più tremare, ora finalmente che le mie parole son libere, come libera è l’anima che le muove; da questa premura, io dico, argomenterete il prezzo che pongo all’acquisto della vostra stima, e quanto mi dolga che una fatale combinazione di circostanze mi abbia fatto giudicare partigiano del despotismo. Prestate fede ad un uomo d’onore; prestatela alla testimonianza dei pochi, ma veri Romani, che ben mi conoscono; prestatela alle mie disgrazie; prestatela finalmente alle persecuzioni di cui il papa medesimo mi ha costantemente onorato; quel papa che ha detestato e punito sempre i talenti fino al sospetto, e che due anni fa volevami furiosamente esiliare da tutto lo Stato, perchè una compagnia di dilettanti recitava in Roma con qualche strepito l’Aristodemo. Ho malamente impiegati in quella santa Babilonia molti anni della mia vita; ma quale vi sono entrato, tale ne sono uscito; e se in quel pelago di religiose ribalderie ha naufragato la mia pace, il mio ingegno, la mia fortuna, non vi ha naufragato sicuramente la mia ragione. Quale poi sia il fondo delle mie tenerezze verso il paese a cui ho dato le spalle, potrete conoscerlo dalle stampe che vi spedisco, e che sono la prima espiazione e de’ miei errori politici. Abbiatele per un sincero contrassegno della [p. 79 modifica]stima che vi professo, e siate abbastanza generoso per sostituire all’odio passato il sentimento dell’amicizia, giacchè io posso bensì corrispondervi nel secondo, ma nel primo giammai. Salute e fratellanza».

Poichè è natura d’ogni rivoluzione il chiamar libertà ogni demolizione, esultarono satanicamente i suoi nemici di vederlo far l’opera atl essi più gradita, rinnegare la propria gloria, scalzare il proprio piedistallo; e allora a tacciarlo di banderuola, e mettere a rimpetto le lodi d’un tempo e le presenti: e trovavano bel destro d’esercitare quel che si fa sempre, ma che allora professavasi aperto nella canzone più popolare, «Chiunque s’eleva noi l’abbasseremo»12. Di mezzo a quelle feste che allettano l’imbecillità d’un popolo fanciullo, fu con solennità arsa in piazza del Duomo la Bassvilliana: e invidiandogli il titolo di secretario al ministero degli esteri, il 25 piovoso anno IV decretavasi non poter restare in impiego od ottenerne chi «avesse pubblicato libri, diretti ad ispirare odio verso la democrazia, o predilezione al Governo dei re, dei teocratici, degli aristocratici».

Il Monti credeva (come molti) cancellare i passati coll’esagerare i nuovi sentimenti, collo sfrondare il proprio alloro vituperando i lodati d’un tempo, ed esaltando gl’idoli dell’opinione del giorno. Nella Musogonia, poemetto di grazie attiche, finiva invocando Giove a protegger l’armi dell’imperatore germanico contro l’idra francese. Or ristampatolo, faceva le Muse conchiudere il loro viaggio in Italia col cantare i trionfi della ragione, il risorgimento della libertà. Nell’edizione di Roma diceva:

Cesare salva, che le auguste gote
     All’egra Europa rasciugando viene,
     E la Franca sul Reno idra percuote
     E i vacillanti troni erge e sostiene,
     Salvalo, e tante fumeran devote
     L’are al tuo nume sulle vinte arene, ecc.
Contro il Gallo fellon che varca il monte
     Destatevi, e levate alto la fronte.

[p. 80 modifica]

Tu, germanico eroe, che in biondo pelo
     Mostri, invitto Francesco, alto consiglio,
     Tu ricomponi alla piangente il velo,
     Ch’ella t’è madre, e madre prega il figlio,
     Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,
     Chè ben per Dio si corre ogni periglio.
     i Vieni, e al furor del seme empio di Brenno
     Il petto opponi di Camillo e il senno.

Nell’edizione di Venezia, poi di Milano, sostituì:

Soccorri Ausonia, che l’oneste gote
     Di nuova vita colorando viene,
     E il crin nell’elmo a chiuder torna, e scuote
     L’asta, i ceppi gettando e le catene.
     Aitala, gran padre, e a te devote
     Tante l’are arderan su queste arene,
     Deh! le bell’alme elette, in cui s’affida
     L’itala libertà, soccorri e guida.
Tu, magnanimo eroe, che alla dolente
     Dell’antico servaggio hai rotto i ferri,
     Che in frale umana spoglia alternamente
     li coraggio d’un dio palesi e serri,
     Tu che, forte del brando e della mente,
     L’umil sollevi ed il superbo atterri,
     La ben comincia impresa alfin consuma,
     E sii d’Ausonia l’Alessandro e il Numa.

Nel Fanatismo invoca

Dolce dell’alme universal sospiro
Libertà, santa dea, che de’ mortali
Alfin l’antico adempì alto desiro13,
Vieni ed impenna a questo canto l’ali,
Libertà bella e cara, e all’arco mio
Del vero adatta e di ragion gli strali.

E qui schiera i delitti dei papi, di buona radice iniqua pianta, e infamie d’ogni sorta, [p. 81 modifica]

E vile in tutti immenso amor di Stato,
E d’offesa ognor lega e di difesa
Co’ tiranni e col ricco scellerato,

e le indispensabili bestemmie al rapace audacissimo Ildebrando. Poi

Oh crudeli di Spagna e di Lisbona
     Orrendi roghi! e voi di stragi rosse
     Contrade di Bezierre e Carcassona,
E tu, molle di sangue, onde allagosse
     Già Francia tutta, allor che ferro infido
     Il sen del giusto Colignì percosse;
Ululate, ruggite, in ogni lido
     Agitate le tombe, sollevate
     Per l’universo di vendetta il grido.

Con pari iracondia maledice all’Inghilterra, e vuol che l’onde spumanti di sangue le s’avventino, e tremuoti e tenebre14, e ne predice imminente la ruina.

Nella Superstizione, dipinta questa colla scolastica enumerazione di parti, vien a narrare come sgomentato egli ne vivesse

                                        al Tebro in riva
Quando per gli occhi di Maria s’udiva
     Roma di sacri gemiti feroci
     Sonar gridando orribilmente evviva,
E brune per le strade orrende croci
     Procedean fra il pallore e ’l fragor mesto
     Di meste faci e di tartaree voci,
Tal ch’Argo e Tebe non mirâr di questo
     Più rio portento quando la vendetta
     Del parricidio accadde e dell’incesto.

[p. 82 modifica]Tremebondo dei gemiti feroci, delle orrende croci e delle tartaree litanie, egli spingeva l’acume del pensiero e del desio sull’Alpi,

Te invocando, famoso alto guerriero,
     Che, superate alfin le Cozie porte,
     Tremar le chiavi in man facevi a Piero...
Deh t’affretta (io dicea), volgi lo sdegno
     Contro costei che, nata in servitude,
     Tutto del mondo avea sognato il regno....
Togli allo scalzo pescator di Giuda
     Dei re lo scettro, e lui, qual pria, consiglia
     A trattar l’amo sull’arena ignuda....
Ascoltalo, o di guerra inclito Dio,
     Che un Dio se’ certo, o franco eroe lodato:
     L’ascolta, e il giusto non tradir desio.
Frangi il pugnale in Vatican temprato
     Alla fucina del superbo Lama
     Che cader fe Bassville insanguinato.
Ma la cetra risparmia onde la fama
     Del misfatto sonò; che del cantore
     La lingua e il cor contraria avean la brama,
Peccò la lingua, ma fu casto il core,
     E fu ’l peccar necessità, chè chiusa
     Ogni via di salute avea’l terrore.
O cara dell’amico ombra delusa,
     O cener sacro di Bassvill trafitto,
     Fate voi, fate all’error mio la scusa.

E segue a cantare come lo pianse di nascosto perchè il piangere era delitto, e ricorrendo al solito spediente de’ fantasmi, fa comparirsi l’ombra di Bassville, che lo esorta a non dormire.

Fuggi, fuggi, chè barbare e infedeli
     Son queste terre, e d’uman sangue intrise
     L’are di Cristo, e chiusi gli evangeli.

Bassville pesta col piede il suolo, che si spalanca: il poeta svegliasi sgomentato per fuggire; ma la moglie lo abbracciala figlia strilla, ond’egli si risolve a rimanere.

Così di padre e di marito cura
     Costrinsemi a mentir volto e favella,
     E reo mi feci per udir natura:
     Ma non merta rossor colpa sì bella.

[p. 83 modifica]

Celebrandosi il 21 gennajo 1799 la commemorazione del supplizio di Luigi XVI, fece una stupenda canzone. Questi, nella Bassvilliana, non solo è il re più pio, ma il re più grande: simile a quel Giusto che pregava in croce pe’ suoi crocifissori, al suo figliuolo non lasciava altro ricordo che di perdonare a chi l’uccideva; il sole, cinto di gramaglia, ne piange la morte; la sua vista spetrerebbe le rupi, e sol non commuove le galliche tigri; il suo sangue è lambito dall’ombre de’ Druidi, esultanti nel maggior delitto di cui possa superbire la loro semenza iniqua; e la Fede e la Carità lo raccolgono, e imprecano perchè ne sorga

                                   un qualcheduno
Vendicator, che col ferro e col fuoco
Insegua chi lo sparse; nè veruno
Del delitto si goda, nè sia loco
Che lo ricovri:
Il tradimento tradimento frutti:
L’esiglio, il laccio, la prigion, la spada
Tutti li perda, e li disperda tutti.


Così nella Bassvilliana; nell’ode esulta una ferocia contraria.


Il tiranno è caduto: sorgete,
     Genti oppresse. Natura respira.
     Re superbi, tremate, scendete,
     Il più grande de’ troni crollò.
     Lo percosse del vile Capeto
     Lo spergiuro che il cielo stancò.
Tingi il dito in quel sangue spietato,
     Francia, tolta alle indegne catene15;
     Egli è sangue alle vene succhiato
     De’ tuoi figli che il crudo tradì.
Cittadini che all’armi volate,
     In quel sangue le spade bagnate,
     La vittoria nei bellici affanni
     Sta sul brando che i regi ferì.

[p. 84 modifica]

Al legger quelle sublimi strofe siamo côlti di sbigottimento, pensando che uno possa o parere tanto ispirato anche parlando contro convinzione; o aver cangiato sì profondamente di convinzioni16. No: era servilità all’opinione.

Più schifoso è il Pericolo, dove esalta la

Francese libertà, cui sola diede
La ragion di Sofia principio e vita.


Quivi gli s’affaccia un orrido spettro. [p. 85 modifica]

Più che bujo d’inferno ei fosco e fiero
     Portava il ciglio, e livido l’aspetto
     D’un cotal verde che moria nel nero.
Dalle occhiaje, dal naso, dall’infetto
     Labbro, la tabe uscìa sanguigna e pesta....
Stracciato e sparso di gran gigli indossa
     Manto regal, che il marcio corpo e guasto
     Scopre al mover dell’anca e le scarne ossa.


Il tenebroso regal fantasma, che era la fatal di Capeto ombra spietata, si presenta nel Consiglio de’ cinquecento, e collo scettro tocca l’uno e l’altro, e ne sono suscitate le fazioni, e di quei danni risente Italia.

Credeva il Monti ingrazianti i circoli e i giovani col bestemmiare tutto quanto prima aveva divinizzato, e non solo i sacerdoti e il pontefice ma Cristo e la sua Chiesa. Che se, quando in un circolo lesse alcune ottave, sui Crimini dei Papi, l’ex-prete Ranza, gran manipolatore delle dimostrazioni d’allora e grand’avversario del Monti, scese dalla sedia presidenziale per andar abbracciarlo, quando nel Compilatore Cisalpino stampò un sonetto ove alla croce vuol surrogato l’albero della libertà17, esso Ranza rinfacciò al poeta camaleonte di aver oltraggiato Cristo e la fede, mentre, a detta sua, la superstizione aveale guaste, ed ora il teofilantropismo e la religion naturale tornavanle alla primitiva purezza.

Riconfortiamoci colla canzone sul Congresso di Udine, ove canta [p. 86 modifica]come Alemagna e Francia, con diverse voglie, agitano in riva dell’Isonzo le sorti d’Italia, una volendo torla a morte, dargliela l’altra:.

     Tu muta siedi.... e nella tua paura,
     Se ceppi attendi o libertà, non sai.
          O più vil che infelice! o de’ tuoi servi
     Serva derisa! sì dimesso il volto
     Non porteresti, e i piè dal ferro attriti,
     Se del natìo vigor prostrati i nervi
     Superba ignavia non t’avesse, e il molto
     Fornicar coi tiranni e coi leviti.
                         L’Itala fortuna
     Egra è sì, ma non spenta; empio sovrasta
     Il Fato, e danni e tradimenti aduna,
     Ma contro i Fati è Buonaparte, e basta.
Canzon.... se i vili che son forti in soglio,
     T’accusano d’orgoglio,
     Rispondi: Italia sul Tesin v’aspetta
     A provarne la spada e la vendetta.


V.


Tutto ciò non bastava, dice egli stesso, «a vincere quella fatale combinazione di circostanze che lo aveva fatto giudicare cortigiano del dispotismo.... Quanto avrei amato un destino a cui l’invidia non giunga! Ma questo flagello degli uomini onesti mi si è attaccato alla carne e non spero mai di liberarmene, a meno che non prenda il partito di divenir scellerato per divenir fortunato»18.

Ah! non si tratta solo di despotismo o del vario modo d’intendere la libertà, bensì dei canoni del giusto e dell’onesto, che sopravvivono al furore degli odj e ai delirj dell’adulazione: egli sfoga contro tutti i regnanti un’ira, che si direbbe sentita; giudica figli della ragione quei filosofi che avea messi in inferno ancor vivi; e traduce la Pulcella d’Orléans, triplice sacrilegio d’onestà, di patria, di fede.

Anche impieghi ambì, forse appunto perchè n’era escluso, e fu mandato commissario organizzatore sul Rubicone coll’avvocato Oliva di Cremona. Impieghi a cui era disadatto, ma in rivoluzione ognun si crede buono a tutto; e v’ebbe cozzi principalmente col conte [p. 87 modifica]Guiccioli (quel sottile ravignan patrizio, ecc.), che l’accusò al Corpo Legislativo: Monti il ricambiò accusando lui di mali acquisti; ma il poeta rimase colla sua gloria, l’altro co’ suoi milioni. Il Monti, convinto della propria incapacità, tornò a Milano a centellare i disinganni. — Sognai d’esser venuto allo nozze di bella vergine, e mi sveglio in braccio a una meretrice.... Più contemplo la libertà cisalpina, più resto in dubbio se la nostra prosperità vi abbia guadagnato. Questa libertà è per molti di noi un liquore troppo potente, che imbriaca il cervello. Non v’ha repubblica sicura senza costumi e virtù, e noi ne siam poveri, poverissimi. Ti dirò con candore che io desidero una redenzione qualunque»19.

Pur troppo queste redenzioni non son lasciate desiderare lungamente in Italia dall’imprevidenza de’ trionfanti e dal trabocco delle passioni plateali; e Austriaci, Russi, Croati, Cosacchi, scesero a ripristinar qui la religione e la pace! I più conosciuti democratici ricoverarono in Francia, e con essi il Monti, solo, come sono spesso gl’ingegni privilegiati, e povero sì, che tra via sfamavasi con frutti cascati dagli alberi.

I rifuggiti a Parigi ricevettero fredde accoglienze, stentati soccorsi e larghissime promesse, e il celebre naturalista Fortis scriveva: — È spettacolo doloroso per chi ama al tempo stesso l’infelice sua patria e la Francia il vedere i più immorali e i più ignoranti fra gl’Italiani migrati ottenere soccorsi e attestazioni di stima, mentre il piccolo, piccolissimo numero delle persone di vero merito, Tordi, Signorelli, Lamberti, Monti, languisce nella miseria e nella dimenticanza, od anche bersaglio alla persecuzione di alcuni miserabili ciarlatani».

Era tra i migliori Lorenzo Mascheroni, valente matematico e poeta gentilissimo. Morì in esiglio, e il Monti ne trasse argomento ad una nuova Bassvilliana, ispirata dall’ira, che troppo spesso è il companatico de’ profughi, rodentisi un l’altro come can forti, a guisa dei dannati in Caina. — Molti ne rimarranno scottati (diceva il Monti), ma è giunto il tempo di un’onorata vendetta: e perdio, me la voglio prendere, per istruzione della mia patria, lacerata da tanti birbanti».

La Mascheroniana è men forbita della Bassvilliana, e di soggetto più casalingo: ma ha sentimento di patria vivissimo, e le terzine [p. 88 modifica]ove stigmatizza il dilapidamento della Cisalpina e la tracotanza de’ falsi patrioti resteranno eterne, quanto le occasioni di ripeterle.

Vidi prima il dolor della meschina (Rep. Cisalpina)
     Di cotal nuova libertà vestita,
     Che libertà nomossi, e fu rapina....
Altri stolti, altri vili, altri perversi,
     Tiranni molti, cittadini pochi,
     E i pochi o muti, o insidiati, o spersi....
Tal s’allaccia in senato la zimarra
     Che d’elleboro ha duopo e d’esorcismo....
Tal vi trama che tutto è parosismo
     Di delfica mania, vate più destro
     La calunnia a filar che il sillogismo....
Oh iniqui! e tutti in arroganti inchiostri
     Parlar virtude, e sè dir Bruto e Gracco,
     Genuzj essendo, Saturnini e mostri....
Libertà? di che guisa?... a cotal patto
     Chi vuol franca la patria è un traditore.
Dal calzato allo scalzo le fortune
     Migrar fu viste; e libertà divenne
     Merce di ladri e furia di tribune....
Squallido, macro il buon soldato, e brutto
     Di polve, di sudor, di cicatrici,
     Chiedea plorando del suo sangue il frutto.
Ma l’inghiottono l’arche voratrici
     Di onnipossenti duci, e gl’ingordi alvi
     Di questori, prefetti e meretrici....
Sai come s’arrabbatta està genia,
     Che ambizïosa, obliqua, entra e penetra,
     E fora e s’apre ai primi onor la via20.

Solenne procedimento davano al suo canto le imprese di Buonaparte, che, tornato dall’Egitto, ricomposto il freno alla Francia e creatosene primo console, scendeva a sbrattare da Tedeschi la Cisalpina, sua creazione, sua scala a più superba altezza. [p. 89 modifica]

Apriti, o Alpe, ei disse, e l’Alpe aprissi,
     E tremò dell’eroe sotto le piante....
Liete da lungi le lombarde valli
     Risposero a quel mugghio, e fiumi intanto
     Scendean d’aste, di bronzi e di cavalli.
Levò la fronte Italia, e in mezzo al pianto,
     Che amaro e largo le scorrea dal ciglio,
     Carca di ferri e lacerato il manto,
Pur venisti, diceva, amato figlio....
     L’eroe.... alla vendetta del materno affanno,
     In Marengo discese fulminando.
Mancò alle stragi il campo, e l’alemanno
     Sangue ondeggiava, e d’un sol dì la sorte
     Valse di sette e sette lune il danno.
Dodici rôcche aprir le ferree porte
     In un sol punto tutte, e ghirlandorno
     Dodici lauri in un sol lauro il forte.


Il Monti indugiossi a Parigi nella lusinga d’una cattedra al Collegio di Francia, ma denunziato come nemico al nome francese e lodatore del Suwarow21, non ottenne se non 500 franchi, quasi di limosina.

Tornò dunque all’Italia, e la salutò con quei versi, che tutti ricantammo quanti abbiam mangiato il pane dell’esigilo:

Bella Italia, amate sponde,
     Pur vi torno a riveder!
     Trema in petto e si confonde
     L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
     Fonte amara ognor ti fu,
     Di stranieri e crudi amanti
     T’avea posta in servitù.

[p. 90 modifica]

Ma bugiarda e mal sicura
     La speranza fia dei re.
     No: il giardino di natura,
     No, pei barbari non è.

Questa nobiltà di principio finisce nel troppo consueto macchinamento di fantasmi parlanti, qual è la torva ombra d’Annibale, che per la Cozia valle vien a discorrere con quella di Dessaix; e nell’adulazione all’eroe, al quale inneggiò pure per la pace che seguì, pregando questa dea:

D’Hoenlinda e Marengo ai vincitori
     La bevanda prepara alma de’ numi;
     Ma dell’Olimpo ai meritati onori
                                   Tardi gli assumi.

Alla festa nazionale della Repubblica il 16 giugno 1803 consacrò la canzone Fior di mia gioventute; e l’anno appresso, alla ricorrenza medesima, il Teseo, azione drammatica, rappresentata alla Scala; poi una povera ode al Congresso cisalpino a Lione. Eppur l’eroe ch’e’ divinizzava in versi e in prosa, già parevagli diverso da quel ch’egli se l’era figurato. — Nullameno (scriveva all’abate Fortis) l’abitudine di lodar un uomo che finora mi è parso il più grande di tutti, m’ha fatto novamente cader nelle sue lodi, dimenticando i mali orribili che i suoi generali ci hanno cagionato.... Te beato che nulla vedi in distanza, e non senti che per consenso! Vi son momenti ne’ quali vorrei esser bruto, o ruminare come bruto. Finirei coll’andare al macello, ma almeno non avrei meco un altro carnefice, la ragione».

Anche qui esagerato, e avrebbe dovuto dire che il carnefice sua era l’opinione. Veramente Buonaparte, incapace di rimanere il primo cittadino d’una repubblica, volle esser imperatore e re; e il Monti, per la coronazione di lui, tessè una cantica, ove fa apparirsi l’ombra di Dante a consigliare all’Italia di lasciar da quel forte inforcare i suoi arcioni, e finiva col protestare che

Vate non vile.... mi reggea la penna
Il patrio amor che solo mi consiglia22.

[p. 91 modifica]Al tempo stesso al Cesarotti scriveva: — Il Governo m’ha comandato, e forza m’è obbedire23. Dio faccia che l’amor della patria non mi tiri a troppa libertà di pensieri, e che io rispetti l’eroe senza tradire il dovere di cittadino! Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinarmi; sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatemi senno e prudenza».

Prudenza!

Il Monti n’ebbe una scatola d’oro, con entro sei cedole da mille lire; e da quell’ora dovette aguzzarsi a cercare per entro la mitologia temi onde celebrare le succedentisi vittorie e le feste; ora usciva colla Supplica di Melpomene a Talia; ora colla Palingenesi Politica per Giuseppe Buonaparte, «inviato dal cielo a ritornar grande e felice la Spagna»; ora colle Vergini Gamelic pel parto della viceregina; ora colla Jerogamia di Creta per le seconde nozze di Napoleone; ora colle Api Panacridi per la nascita del re di Roma. E non bastavagli l’eterno lirismo greco. — In tanta luce di opprimente istorica verità, disperato il caso dell’epopea, nè potendo questa [p. 92 modifica]giovarsi molto della pagana mitologia, a cui è mancato presso noi il fondamento della religione che la santificava, ed essendo cessata quelle delle fate e degli incantesimi, che pure per qualche tempo potè supplire alla prima, era forza ricorrere ad un genere di poesia, il quale ponesse in salvo i diritti della favola, senza nuocere alla dignità della storia» (Dedica). Pertanto nella Spada di Federico mena Buonaparte all’avello del gran Prussiano, la cui ombra gli

Cesse il ferro contese; ed interrotte
Di furor mormorando e di cordoglio
Fiere parole, all’aura alto si spinge
E lunga lunga il ciel col capo attinge24.

Poi, nel Bardo della Selva Nera, prese l’intonazione di Ossian25, mescolando l’epica e la lirica a celebrare le imprese tutte del suo eroe. Ne fu ripagato con altra scatola d’oro, 2000 zecchini, decorazione, poi col titolo d’istoriografo del regno26; ma esprimendo [p. 93 modifica]nel brevetto che avrebbe pensione, non obbligo di scrivere la storia. Lo credo.

VI.

È funesta inclinazione degli uomini il prender calore pe’ fatti anormali, per lo spettacolo della forza, per la riuscita. Un giovane di 28 anni, con 20,000 uomini sprovveduti, scendea dall’Alpi, sperdeva gli eserciti agguerriti del Piemonte e dell’Austria, dava lo sfratto ai re centennarj. Mai la grandezza d’un uomo non erasi spiegata con più fulmineo splendore, o avea più rapito la pubblica opinione con colpi audacissimi e pur tanto calcolati. Alle genti dormiglianti nella pace gridava, Sorgete; e annunziava di non muovere guerra ai popoli, bensì ai loro capi, i quali nello stile d’allora doveansi chiamare tiranni; che farebbe l’Italia, quasi avesse cessato d’esistere l’Italia di Dante, di Michelangelo, di Machiavello, d’Alfieri; che non saremmo nè tedeschi, nè francesi, ma italiani; intanto sovvertiva la geografia, le leggi, le consuetudini nostre, ma col braccio di ferro conservava la quiete e rimetteva l’ordine, nei santi nomi di libertà e d’eguaglianza.

Sono promesse che, ridestate due o tre volte ogni secolo, riscossero sempre applausi e adorazione, finchè si risolvono in disinganni, sacrifizi, patimenti; e ogni volta si ripetè che per l’addietro erano illusioni, bugie, astuzia d’ambiziosi, ma adesso verità, realtà.

Il giovane Buonaparte cacciò gli antichi signori; non era diritto da parte sua il divenir esso signore, giustizia da parte nostra il lasciargli ogni potestà? Con questa fede, disfece, rifece le repubbliche nostre; poi l’alloro volle cambiare in corona, e cingendosi quella di ferro, esclamò: — Dio me l’ha data, guai a chi la tocca». Allora nuovo esaltamento della pubblica opinione, e l’orgoglio di veder costituito un regno d’Italia, che, fra l’incalzante succedersi di vittorie, sistemavasi con teatrale allettativa, ingenti spese, misto di serie preoccupazioni e frivoli passatempi, inebbriando di elevate speranze e cullando di molli condiscendenze, così da rimaner nelle memorie siccome l’età, non la più felice, ma la più splendida del bel paese. Mentre i buoni delle interminabili guerre e della dipendenza dalla Francia consolavansi nella fiducia della quiete e della lusingata indipendenza, in altri ingerivasi un’epidemia d’egoismo e di bassezza, [p. 94 modifica]un’avidità di oro, di onori, di materiali godimenti, di mezzo ai quali tutto doveva osannare al Grande e a’ suoi; non discorso, non poesia dovea comparire senza lodi all’uomo e ai tempi. Se non che l’uomo -6 i tempi cangiavano: quel che jeri s’era vilipeso come il più abjetto tiranno, diveniva il suocero dell’eroe: quel barbaro Scita, a cui tutti doveano imprecare, a Tilsit convertivasi nel più grand’uomo, degno di dividere coll’eroe l’imperio del mondo.

Ah! gli è pur difficile non lasciarsi trascinare dalla corrente, fra tanti cambiamenti riconoscere il paradosso, e non creder vero quel ch’è da tutti ripetuto. E parlo de’ sinceri, senza ricordare che, quanto è comune il calcolo d’applaudire ai fortunati del giorno, tanto è rara l’imbecillità di conservar fede ai caduti. E cadde anche quel colosso sotto alla coalizione de’ popoli; in tutto il «glorioso italo regno» non una mano si alzò a sostenerlo, di tante che lo aveano incensato: non una voce a difenderlo, di tante che l’aveano adulato.

Allora si mutò maniera di vedere; la capitale, piena de’ fasti napoleonici, si tappezzò di caricature in sua onta; i liberali disapprovavano quell’arroganza nella forza, il dispregio delle convenzioni, del diritto, delle credenze e abitudini popolari, i troppi sovvertimenti e la scarsa libertà: fin chi rimpiangeva le baldorie e i vantaggi di quel carnevale dispendioso, incolpava il fondator suo d’averne fatto una mera macchina per dare oro alle zecche, carne ai cannoni; il tiranno fu Napoleone, e redentori gli Alleati; repudiate le parole di gloria, di genio, ripeteansi quelle di pace, di giustizia, d’antico senno: caldeggiavansi i diritti del pensiero e dell’ingegno, il progresso morale; si dischiuse uno spettacolo, ben raro nella storia, la passione della pace.

Ma che? passano anni, lunghi e pieni come secoli, e un nipote dell’eroe, con un’altra di quelle imprese che stordiscono e impongono l’ammirazione, all’autorità corrotta sostituendo l’autorità sfrenata, s’asside sul trono di Francia, novamente arbitro dei popoli, proclamatore dei diritti, seminatore di speranze.

Quanti n’abbiam veduti rimettersi allora a venerare il vinto di Lipsia, il martire stizzoso di Sant’Elena, e sostituendo ancora l’idolatria della forza alla religione seria della libertà, cercare non solo lezioni di vigore, ma di libertà e dignità nel sistema di esso, finchè i disastri di Sedan cambiassero modo di giudicare!

Ogni tempo ha luoghi comuni, ricantati con avidità, poi di botto [p. 95 modifica]soppiantati da nuovi, altrettanto divulgati, benchè spesso opposti. L’opinione pubblica non si briga punto nè poco d’essere coerente; il vediamo tuttodì: e senza computare l’ambizione servile e la pusillanimità, quali strane illusioni coscienziose non può farsi uno spirito debole eppur ardente, non vulgare eppur comune? Gli è vero che le passioni basse esultano di trovare appunti contro chi le mortifica colla superiorità; e a tacere Talleyrand e compagni, udimmo di versalità imputare Göthe, Guvier, tant’altri; anzi Carlo X, nel 1830, diceva: — Non c’è che La Fayette e me che non abbiamo cangiato dall’89 in poi». Ma in realtà a quanto pochi basta il coraggio d’astenersi, e d’aspettar senza bestemmia come senza disperazione! quanti divennero o turbolenti sommovitori o turpi retrogradi, solo perchè non iscorgeano chiaro il fine a cui dirigersi in mezzo a tante perniciose tentazioni, fra spettacoli sì agitanti e corruttori, fra lo sregolamento del pensiero, dell’ambizione, dei fatti; vedendosi decantati per le loro aberrazioni, vilipesi per la loro perseveranza, denigrati per non aver blandito passioni, nè seguitato traviamenti! E quei che disertarono, come rendonsi intolleranti di chi non abdicò, la coscienza individuale per inchinarsi alla plateale opinione!

Beati quelli che la loro oscurità sottrasse al bisogno di manifestare questi cambiamenti, o la cui oscillanza tolse di renderli sensibili! Ma lo scrittore ha dovere di non fallire al proprio genio; ha da rendere conto di sè ai contemporanei e ai posteri. E questi hanno ragione di mostrarsi severi al Monti; così ragione, che niuno avrebbe il cinismo di scolpare col suo esempio quell’abjetta parte della folla scribacchiante, che ha acclamazioni per tutti i trionfi, sibili per tutte le cadute, facendosi complice di tutte le violenze come di tutte le bassezze.

Eppure il Monti non era un abjetto; e il suo peccato era colpa dell’educazione. In iscuola non gli avevano inculcato che l’arte deve essere sincera, ispirata dalla verità, ispiratrice di virtù; bensì a curare la forma, qualunque fosse il fondo, come la modista che prepara abiti e fronzoli per ornare sia Cornelia, sia Poppea; a guardare gli oggetti da un canto solo; prefiggersi il bello con intenzione meramente letteraria, e senza connessione dell’arte colla vita. In somma insegnavasi «Il Bello e basta»; come in altri tempi si insegnò «Audacia e basta».

Da giovane egli non ebbe quel momento critico, ove l’intelligenza [p. 96 modifica]formata dalla tradizione, ripiegasi sovra sè stessa, esamina con inquietudine, cangia, esita. Applaudito ai primi passi, egli non dubita che l’opinione dei più non sia la vera, e ch’egli deva seguirla. Mentre Dante diceva, «Quando amore spira, io noto», il Monti professa: «Ho amato per passione ed ho amato per capriccio; e in tutte due le circostanze ho composto de’ versi». Ingenuo e subitaneo nelle affezioni, queste variava come una donna di eccessiva sensibilità, che ama sincera e ardente, ma per mutare poco dopo d’oggetto.

Allevato a lodare, lodò sempre, o (altro genere di adulazione) vituperò quei che vituperava l’opinion pubblica; sempre con esagerazione, facendo Dei o Demonj quelli stessi che domani tramuterebbe dal Campidoglio alle Gemonie, o viceversa. Venerò od esecrò le persone invece delle idee, e vorrei dire che cambiava spesso di idee fisse. Le immagini che attraversavangli la fantasia, egli colorivale potentemente, non badando se vere, se nobili, ma se poetiche: al termine di ciascun componimento chiudeva la partita, contento d’aver empiuto le orecchie con torrenti d’armonia; domani verseggerà impressioni differenti o anche opposte; sublime cembalista, la sonata sia pure d’altro tono e d’altro stile.

Altamente persuaso di sè, considerandosi signore della pubblica opinione perchè n’era mancipio, non dubita che alcuno il riprovi, o si sovvenga che altrimenti ha giudicato, mentre (contraddizione comune) ha mestieri dell’approvazione altrui; per ottenerla canta ciò che è moda del giorno, ciò che gli assicuri l’encomio del giornalista, il sorriso del ministro, l’applauso della platea: come vi è chi oppugna sempre l’ultimo che riuscì27, così egli lodava sempre l’ultimo fortunato: illuso da quella grande illusa, l’opinione pubblica, nelle trasformazioni della sua politica e della sua vita però noi trovammo persecutore, come tanti divengono al momento che emergono dal fango; nè ebbe l’abile egoismo di coloro che le diserzioni sanno fare a tempo, e mutato mare, conservarsi a galla mediante l’opportuno remeggio delle relazioni sociali. [p. 97 modifica]

VII.

Mentre ancora stava a Roma e in veste d’abate, avea preso usata colla famiglia Pikler, tedeschi immortalatisi nell’intaglio delle pietre dure. Vogliono che della Teresa s’invaghisse sol perchè figlia di tali artisti: ella di lui perchè lodato poeta. Che l’unione riuscisse virtuosa lo negarono le cronache e le satire d’allora28: ch’ella lenisse i tedj al marito dobbiam indurlo dalle affettuose poesie che esso le dirigeva, e dall’amore che sempre le mostrò: e negli ultimi tempi noi vedevamo ribollire la splendida sua bile al menzionare alcun di coloro che avevano osato intaccare la sua Teresina, fior di virtù. Ma altro noi sappiamo. Al lampeggiare d’un’occasione di canto, la coscienza suggeriva al poeta il rispetto dovuto al suo genio: ma aveva accanto chi gli faceva scintillare sugli occhi la lucrabile moneta, le carezze dei ministri, i sorrisi del Dio: e il Dio, quando cessò d’esser Napoleone od Eugenio, divennero questo o quel ricco, e chi avea villeggiature, e chi dava pranzi.

Anche al tenero poeta Delille, la moglie calcolava i cento scudi che ogni verso gli sarebbe pagato, e il tenero cantor de’ Giardini repudiava i cento scudi e le insistenze della moglie, e poteva cantare:

          On ne put arracher un mot à ma candeur,
          Un mensonge à ma piume, une crainte à mon cœur.

Unico frutto del matrimonio fu la Costanza, fanciulla bellissima qual può ancora ammirarsi nel ritratto che Agricola ne lasciò sotto le sembianze di Beatrice, e dove dalla tela parea dire, «Or mira, diletto genitor, quanto son bella»29. Erudita dai padre all’amore [p. 98 modifica]de’ classici, e dalla conversazione alle grazie urbane, fu chiesta moglie dal conte Giulio Perticari di Pesaro; e per quelle nozze i poeti migliori fecero ciascuno un inno ad uno degli Dei Consenti, in nessuno de’ quali mancava un grano d’incenso a Napoleone. Gli Dei non arrisero a quelle nozze; benché sieno vili calunnie quelle che la pubblica opinione accettò da uno, che ha tempo di sentirne rimorso, se non ha coraggio di disdirle.

VIII.

Stanco dalle lotte giornaliere, sazio degli eroi e dei letterati d’un giorno, il Monti rifuggiva ai classici. Di Virgilio era appassionato; divisava un commento sulla vera bellezza di Dante; dell’Ariosto fece un attento spoglio, come il faceva di tutti i classici, spigolando le frasi che poi disseminava a piene mani ne’ suoi carmi. Silvio Pellico stupì quando il poeta gli mostrò là farragine di queste pietruzze di cui congegnava i suoi musaici; esperimento davvero pericoloso a chi non sappia fondere. Ma è un’altra specialità di questo genio l’aver non solo attinto a’ classici d’ogni paese, ma sentito il bisogno di tradurli, fossero Omero o il patriarca Pirker, Anacreonte o Kriloff, Virgilio o Klopstok, Voltaire o Ezechiele. Nel 1803 avea vulgarizzato le satire di Persio, improba fatica che nessuno ripeterà, e dove resta ancor più da indovinare che da tradurre30. Altre volte pubblicava Sovra un proprio ritratto egli fece quest’epigramma:

Chi è costui? — Monti. — Chi’l pinse? — Appiani
— Vedi quanta il pennel vita dispensa!
— Il veggo. — Or dì: perchè non parla? — Ei pensa.

[p. 99 modifica]esercitazioni filologiche, come sulla chioma di Berenice e sul cavallo alato d’Arsinoe (1804), pretendendo che l’equus ales dell’epitalamio di Catullo fosse lo struzzo.

Nominato professore d’eloquenza all’Università di Pavia, vi recitò due prolusioni, dove non ancora discerne le ragioni della prosa da quelle della poesia; e che tanto rimangono inferiori a quella di Ugo Foscolo, che pur è tutt’altro che vera eloquenza31.

Questo Foscolo, animoso e passionato giovane, scisso tra impeti generosi e istinti materiali, ostentando eccellenza morale e avvoltolandosi in passioni procellose eppure efimere, piacque al Monti, il quale gli diede consigli pei Sepolcri, credendoli «un capo d’opera che non deve lasciare alcun morso alla critica». E poichè seppe che aveva cominciato a voltare in italiano l’Iliade, gli mostrò il primo libro, ch’egli avea tradotto a’ bei tempi di Roma, e il Foscolo stampollo a Brescia nel 1807, per Esperimento a fronte del suo e [p. 100 modifica]della versione in prosa del Cesarotti. Allora il Monti vi s’incalorì, e volgarizzò l’intero poema.

I dubbj del Vico non erano conosciuti, perchè Vico è italiano. Quelli del Wolff intorno all’esistenza o alla duplicità di Omero leggeansi esposti e discussi dal Cesarotti, con erudizione d’imprestito; e librate le vicende di quella guerra, di cui il ratto d’Elena fu il pretesto, e motivo vero la libera navigazione dell’Egeo; come ai dì nostri il paletot di Menzikoff fu pretesto a un’altra, che tendeva egualmente a render libero il mar Nero. E a Troja venne costituito quel legame di federazione tra i popoletti della Grecia, che li rese potenti a respingere la Persia, e valenti a primeggiare in tutte le arti, finchè i Macedoni vollero l’unità e il regno forte, pel quale poco dopo cascavano in irreparabile servitù dei Romani.

Di tutto ciò il Monti non si brigava, ma soltanto del bello, di quella lucidità di pensiero, di quella purezza di stile, di quella leggiadria di forme, spoglia dei gingilli delle età di decadenza; di quella calma nel racconto e verità ne’ particolari; di quel dir tutto naturalmente, con facilità graziosa, con finezza senza oscurità, con leggerezza amabile anche nelle cose gravi.

O come il Monti non s’accorse che a questo appunto miravano i romantici italiani, quando voleano revocare la letteratura, non dai classici, bensì dai loro contraffattori, i quali falsavano l’antichità letteraria come l’antichità artistica falsavano i pretesi architetti greci e romani del Cinque e del Seicento?

E come essi romantici voleano richiamar al vero e al sentimento, così il poeta meonio cantava le credenze, la civiltà, i modi dell’età sua e della sua nazione, accoppiando il vero col poetico, il sublime col semplice. Non cantore sacerdotale a guisa di Orfeo e de’ mistagogi; non teogonico a guisa d’Esiodo, parla degli Dei non altrimenti che degli eroi, fissandosi al culto esteriore, alle forme, non al senso mistico; se Giunone si mesce a Giove, se ella è sospesa alla volta del cielo con incudini ai piedi, se Vulcano è lanciato dall’Olimpo, Omero li canta senza sospettarvi simboli; fa gli Dei mistura di bene e di male: la morale rabbrividisca pure ad atti e passioni indegne, la poetica n’è giovata più che dalla monotonia della perfezione: si discosti pure dal sentire, dalle costumanze, dalle leggi, dai canoni dell’onor nostro; vive però d’immortal giovinezza in grazia dei sentimenti; poichè il linguaggio della natura è il filo elettrico delle anime traverso allo spazio e al tempo. [p. 101 modifica]

Omero non dovette essere noto al nostro medioevo, se non per alcuni estratti e compendj, nè forse altrimenti lo conobbe Dante. Se il Petrarca e il Boccaccio poterono leggerlo nella versione di Leonzio Pilato, non pare fosse studiato nel Cinquecento, ancor meno nel secolo succeduto, malgrado il vulgarizzamento così poco simpatico del Salvini; varj lo tradussero nel Settecento, fra cui levò rumore il Cesarotti. Questi conosceva il greco, ma allattato dagli Enciclopedisti, non sapeva spogliarsi de’ sentimenti e dei modi del suo tempo; e v’adoprò una gonfiezza, che discorda dalla atletica nervosità del suo modello: poi rimpastò l’Iliade stessa, mutilandone le sublimi audacie e le originali vivezze per rendere dignitosi gli Dei, ragionevoli gli uomini, e sostituire il cerimoniale all’ingenuità, togliendo o cangiando quel che repugnava ai costumi, al galateo, all’arte moderna. Gli amici preconizzarono l’Iliade italiana; quei verso ribombante, quello splendore bengalico piacevano alla gioventù e alle donne, abituali dispensieri non della gloria ma della voga; i lodatori sistematici lo dichiararono superiore al suo testo, che non aveano letto; ma gli studiosi fremettero a quella profanazione; i begli spiriti dipinsero un Omero vestito alla francese, con abito listato, scarpe a punta, gran parrucca, due ciondoli d’oriuolo, e in mano l’Illiade italiana32. [p. 102 modifica]

Il Monti ravvisò l’impresa unicamente come arte; sentiva di poter tradurre con elegante purezza un poeta così semplice, così chiaro, che mai non si è arrestati da una difficoltà nel capirlo; tradurlo in modo che potesse leggersi come originale.

Il Monti sapea di greco poco più in là dell’alfabeto; ma aveva sotto mano le versioni precedenti in latino e in italiano; oltre che Ennio Visconti, il Lampredi, il Foscolo, il Mustoxidi, il Lamberti33 gli diedero pareri, coi quali prima pubblicò, più tardi corresse la sua traduzione. «Meglio una bella infedele che una brutta fedele», dissero gli arguti; in fatto egli poeta aveva inteso il poeta più che altri non vi giungesse colla cognizione della lingua; più felicemente affrontò l’enorme difficoltà di concordare la lettera collo spirito, la sostanza colla forma.

Giacchè ad Omero fa naturale riscontro Erodoto, epico questo alla guisa che quello è storico, si confronti la prova che fece il [p. 103 modifica]Mustoxidi traducendo le Nove Muse in linguaggio antico, al modo che avea fatto, con più maestria non con più felicità, Gian Paolo Courrier in Francia, scambiando per arcaico il dialetto jonico, men grave che il dorico, men contratto che l’attico. In quella fatica si sente ogni tratto che la parola non nacque col pensiero; mentre il Monti adoprò una dicitura facile, piana, d’eleganza invidiabile. Se non che, negli autori primitivi è troppo necessario non alterare alcuna parola, perchè essi medesimi la raccolsero da’ canti precedenti o dalla tradizione, storia parlata quando ancora non la si scriveva; facendosi testimonj anzichè autori; ed è facile sostituire colla parola una intera categoria di idee, repugnanti dalla civiltà d’allora. V’abbia pure immagini sconvenevoli, sentimenti grossolani, particolarità vulgari, mascherate dalla ingenua eleganza; il traduttore deve riprodurli, mettendo squisita esattezza nel tradurre un fondo così vero e una forma così semplice. In Omero, l’epico si cela sempre; laonde non ben l’intese chi alla prima parola verseggiò Cantami, o diva, dove l’originale mette solo Canta, o diva. Se le navi sarpano l’áncora, se le armi forbite son di canuto ferro, anzichè di rame, se uno «a spronar esorta verso le navi i corridori»; se Tetide, come gli eroi metastasiani si lagna che «iniqua stella, il dì ch’io ti produssi, i talami paterni illuminava», siam fuori del tempo: se a Bellerofonte affida Preto chiuse funeste cifre e crude note34; se i capitani greci firmano ognuno la propria tessera e la mettono nell’elmo35, ecco anticipato l’uso della scrittura, che forse ignoravasi ai tempi d’Omero, non che della guerra iliaca. Potrebbe anche notarsi che Minerva è dea etrusca, mentre i Greci adoravano Pallade; così Erme ed Era e Poseidon e Afrodite ed altri scambj, che trasportano l’erudito in tutt’altro ordine di concetti.

Che che ne sia di queste minuzie, l’Iliade, qual fu corretta dopo nuovi appunti del Lamberti e del Visconti, sebbene più di quella che Fénélon chiamava amabile semplicità del mondo nascente, vi si trovino [p. 104 modifica]le forbite grazie d’un secolo squisito e d’un gusto schizzinoso, restò l’opera più compita del Monti, e l’Italia l’accettò, per quanto altri siasi accinto da poi a vulgarizzarla più fedelmente36. [p. 105 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/115 [p. 106 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/116 [p. 107 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/117 [p. 108 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/118 [p. 109 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/119 [p. 110 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/120 [p. 111 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/121 [p. 112 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/122 [p. 113 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/123 [p. 114 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/124 [p. 115 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/125 [p. 116 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/126 [p. 117 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/127 [p. 118 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/128 [p. 119 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/129 [p. 120 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/130 [p. 121 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/131 [p. 122 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/132 [p. 123 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/133 [p. 124 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/134 [p. 125 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/135 [p. 126 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/136 [p. 127 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/137 [p. 128 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/138 [p. 129 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/139 [p. 130 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/140 [p. 131 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/141 [p. 132 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/142 [p. 133 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/143 [p. 134 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/144 [p. 135 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/145 [p. 136 modifica]Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/146

  1. Sic. E nella dedica dell’Aristodemo a donna Costanza Braschi: — Io non ho i pingui agnelli di Titiro, onde imitar la splendidezza de’ suoi sacrifizj al nume che ne benefica: ho bensì un animo schietto e la fedeltà del buon servo, e una vita che desidero spender tutta in servirlo», ecc.
    Dalle odierne condizioni il letterato resta sciolto da ogni dipendenza, ma anche privato d’ogni appoggio.
  2. Tardi nepoti e secoli,
         Che dopo Pio verrete,
         Quando lo sguardo attonito
         Indietro volgerete,
    Oh come fia che ignobile
         Allor vi sembri e mesta
         La bella età di Pericle
         Al paragon di questa!

    Prosopopea di Pericle.


    E nella Bellezza dell’Universo:

                             al suol romano
    D’Augusto i tempi e di Leon tornaro.

  3. Pace e silenzio, o turbini;
         Deh non vi prenda sdegno
         Se umane salme varcano
         Delle tempeste il regno.
    Rattien la neve, o Borea,
         Che giù dal crin ti cola,
         L’etra serena e libera
         Cedi a Robert che vola.
    Non egli vien d’Orizia
         A insidiar le soglie:
         Costa rimorsi e lacrime
         Tentar d’un dio la moglie?
    Mise Teseo ne’ talami
         Dell’atro Dite il piede:
         Punillo il Fato, e in Erebo
         Fra ceppi eterni or siede.

  4. Dionigi Strocchi, il 14 febbrajo 1786, scriveva da Roma: — Domenica passata Monti fece una recita generale della sua tragedia per due volte; la mattina in sua casa, la sera in quella del cardinal Boschi. Non vi so dire abbastanza la sorpresa, la compunzione, e le lagrime di tutti. Non v’è dubbio, quella tragedia è un capo d’opera. Io stimava Monti infinitamente: pure ha superato la mia aspettazione. Il giudizio che si dà comunemente di questa tragedia è che sia il miglior lavoro di teatro che abbia l’Italia. So che queste cose vi accresceranno la voglia di leggerla; ma quanta voi ne avete di leggerla, altrettanta io ne ho di mandarvela».
  5. Dalla lettera al Bettinelli appare come il Monti conoscesse Shakspeare, il che allora era di ben pochi.
  6. Nella vita premessa alla Bassvilliana si dice come questo piccardo, entrato in amicizia con Mirabeau e altri corifei della rivoluzione, dettasse certi elementi di Mitologia, sparsi «delle scellerate ed empie eleganze, di cui Marot aprì la fonte, e che Voltaire poscia dilatò tanto, che ne fu inondata tutta la Francia»; che, rottasi la rivoluzione, «il più grande e il più famoso degli avvenimenti politici», ne stese la storia in senso realista; ma poi, «sedotto o dal timore o dall’ambizione o dal bisogno o da tutti insieme questi motivi», si diede al democratico fanatismo; ebbe una misteriosa missione a Roma, a cui sarebbe riuscito «se avesse trovato, come sperava, la Roma di Giugurta»; che, spinto a eccessi da falsi patrioti, e massime da La Flotte, spirando ripetea: Je meurs victime d’un fou, e moriva cristianamente.
  7. Dissi per allora: se avesse atteso fino a Waterloo non avrebbe dovuto interrompere il suo poema perchè, come scrive a Francesco Fortis, «Il rovescio delle vicende d’Europa distrugge tutto il mio piano, e non lascia più veruna speranza di fine al purgatorio del mio eroe». Ma Dio non ha fretta, e a Sedan potè vedersi come «sia di Francia ulto il delitto».
  8. Su questo sonetto il Monti ci raccontava un lepido aneddoto. Un cardinale una sera gli disse: — Signor abate, so che avete fatto un bellissimo sonetto. Vogliate recitarmelo»? Ed egli cominciò:

    Padre Quirino, io so che a Maro e a Flacco
    Spesse volte crudel fosti e ribelle;
    Io so che Mevio suscitasti a quello,
    Pantilio a questo, e fu villan l’attacco.

    Qui, mentre ripigliava fiato, il cardinale gli domandò: — O mi dica, questo padre Quirino è il maestro del Sacro Palazzo? — Eminenza, sì», rispose indispettito il poeta. E il prelato, credendo finito il sonetto, conchiuse: — Veramente bellissimo».

  9. Col tozzo in man, colla bisaccia in collo
         Traendosi i pidocchi dalla chioma
         Questo nuovo carnefice d’Apollo
         Si strascinò da Fusignano a Roma, ecc.

  10. Francesco Salfi di Cosenza (1759-1832) in patria avea pubblicato molte scritture contro i papi e la Chiesa, per secondare i re che con questa lottavano per la chinea e che lo compensarono coll’abadia di San Nicola di Maida. Oltre varie composizioni teatrali, merita menzione il suo Saggio de’ fenomeni antropologici relativi al tremuoto (1787). A Milano mostrossi de’ più infervorati alle idee nuove/e nel Termometro Politico batteva ogni giorno gli aristocratici, denunziava i preti, dava campo franco alle diatribe contro i vecchi Governi, e principalmente contro il papa. Allorchè questi ruppe guerra alla Repubblica francese, poi la chiuse subitamente colla pace di Tolentino, il generale Dupuys, a nome di Buonaparte, ordinò al Salti di comporre un balletto pel teatro della Scala, dove comparissero il papa e il suo generali Colli, esposti alle risate del pubblico. Il Salfi vi si prestò, e mentre temeva che l’indignaziorie e il buon senso degli Italiani gettasse a terra quell’indegna parodia, la vide applaudita dalla ciurma liberalastra, sempre disposta a scompisciare ciò che hanno di più venerato le tradizioni e la sventura.
    Il Salfi si trovò mescolato a tutte le vicende interne d’allora. Era a Pavia quando questa si sollevò contro i Giacobini; e cercato a grida a morte, si campò col fingersi un Doria di Genova. Da Brescia, ov’era secretano al Comitato di Legislazione, fu mandato per tranquillare la Valtellina, non ancora unita alla Cisalpina, e a Tirano, assistito dai preti, fece una predica tutta di pace e unione e fratellanza. Quando poi quella valle chiese di unirsi al Milanese, e Murat andò occuparla, Salfi ve lo seguì, avvivando di arringhe le feste con cui si suole accompagnare ogni cambiamento di padroni: a Tirano, che erasi sollevata per la paura di veder saccheggiato il tesoro della Madonna, fece risolvere i furori in abbracciamenti. Fatto secretario al ministero dell’istruzione pubblica, compose la Virginia di Brescia, come segno di riconoscenza alla città che l’aveva aggregato fra’ suoi cittadini: poi attese a stabilire una scuola di declamazione, e fondare a Milano il teatro Patriotico. Nel Pausania tragedia fu tutto allusione a Napoleone. Quando poi Championet conquistò Napoli, Salfi accorse colà per sopreccitare l’entusiasmo patriotico contro l’ordine che il partito militare, capitanatola Macdonald, cercava stabilire. Rivalsi i reali, Salfi si campò ancora dal supplizio con nome falso. Rifuggito in Francia, tornò a Milano nel 1800; fu professore a Brescia, poi in Brera, poi nelle scuole speciali. La Reggenza provvisoria di Milano del 1814 lo destituì, come il Gioja, il Foscolo, il Rasori, e il re di Napoli lo chiamò professore di cronologia in quell’Università, ma presto andossene a Parigi dove ebbe amicizia con Tracy, Constant, Say e col Guiguenè, del quale tolse a continuare la Storia letteraria, correggendo il 7, 8, 9 volume, e aggiungendo di suo il 10. Scrisse su molti giornali e nella Biographie del Michaud; un Résumé de l’histoire de la litterature italienne, e nel 1820, L’Italie au XIX siecle, ou de la necessitè d’accorder le pouvoìr avec la liberté, suggerendo una federazione fra gli Stati dell’Italia indipendente.
  11. In una Apologia politica di Vincenzo Monti (Imola, 1870), lodevolissima pel sentimento che la dettò, grand’appoggio si fa su questa bellissima lettera, Giudichi il lettore.
  12. Celui qui s’élève on l’abaissera.

    È il ritornello del Ça ira.

  13. Compi alfine l’antico desiro
    Dell’Europa, ch’è tutta per te.

  14. Ti privi irato il Sol di sua feconda
    Luce.

    Ci ricorda il sonetto suo:

    Luce ti nieghi il Sol, erba la terra,
         Malvagia che dall’alga e dallo scoglio
         Per la via dei ladron salisti al soglio,
         E con l’arme di Giuda esci alla guerra.

    Quel canto principalmente è un centone di altre composizioni del poeta.

  15. Questa immagine è storica. Nelle Révolutions de Paris, leggiamo: — Un cittadino salì sulla ghigliottina, e tuffando tutto il braccio nel sangue di Capeto, che erasi accumulato, ne prese una manciata, e ne asperse per tre volte la folla che accalcavasi ai piedi del patibolo per ricevere ciascuno una goccia di sangue sulla fronte. — Fratelli! (esclamava il cittadino, facendo la sua aspersione) Fratelli, ci minacciarono che il sangue di Luigi Capeto ricadrebbe sulle vostre teste. Ebbene, cada. Luigi Capeto lavò tante volte le sue mani nel nostro. Repubblicani, il sangue d’un re porta fortuna». — Sangue bisogna: è una verità politica che non potrebbe negarsi se non dichiarandosi mostro d’aristocrazia e assassino del popolo. Tutte le autorità della montagna son d’accordo in ciò. Al principio della rivoluzione diceasi, «L’albero della libertà viene in tutti i paesi, ma non può coltivarsi che coi diritti dell’uomo». Bella frase per allora; ma adesso le son sciocchezze, buone per rovesciar i tiranni coronati. Oggi Tallien ci dice: — Non basta piantar alberi della libertà; perchè attecchiscano e vivano è mestieri inaffiarli di sangue». E Giulien dice: — La libertà non deve avere che origlieri di cadaveri».
    Discorsi di Agricola a un club.
  16. Poco dopo giungeano gli Austro-Russi e Francesco Beccatini «per la resa del castello di Milano alle armi gloriose di S. M. I. e R. Francesco II, nostro augustissimo sovrano» parodiava l’inno del Monti:

    Il castello è caduto. Sorgete,
         Genti oppresse; natura respira;...
         La barbarie una volta crollò...
    Un fantasma illusorio spietato
         Quanti regni ha tenuti in catene!
    Italiani, all’incontro volate,
         Alle spade nel sangue bagnate
         Di quel popol, che in mezzo agli affanni
         Tutt’Italia distrusse e ferì:
    Son fuggiti i crudeli tiranni,
         Dell’Italia il servaggio finì.
    Chi è quel duce che vinto s’invola
         Dietro l’alpe che Italia circonda?
    Ma il suo vate frenetico e crudo
         Di tal ferro non merta morir.

  17. La pianta che in Giudea mise radice
         E d’un trafitto il carco alto sostenne,
         Poi, steso il piè su la tarpea pendice,
         Ombrò di rami il mondo e servo il tenne,
    Questa d’ogni viltà pianta matrice
         Finalmente nel fango a cader venne;
         E la gallica spada, e dell’ultrice
         Ragion l’ha tronca la fatai bipenne.
    Sorge in suo loco l’arbore divina
         Di libertade: e tra le fronde liete
         Rinverde e frutta la virtù latina.
    Bruto l’elmo vi posa: e le segrete
         Mani su l’Arno e sul Sebeto inchina;
         Ne crolla i troni, e grida ai re, scendete.

  18. Lettera al Constabili, 5 settembre 1798.
  19. Lettera al Constabili.
  20. Nel Pericolo avea lodato perfin gli oratori di quelle assemblee:

    Altri Tullj ed Ortensj ha questa terra,
    D’eloquenza miglior caldi le vene.

  21. Un suo biografo nega che avesse cantato Suwarow. Certo però nel 99 passava per suo un sonetto che comincia:

    Vieni, o sarmata eroe; vieni, e le braccia
         Stendi all’Italia desolata e nuda;
         Se disarmar lasciossi, arme si faccia
         Del petto, e il prisco suo valor dischiuda.
    Vieni, e dai lidi suoi gli empi discaccia,
         Che di donna la fêr cattiva e druda, ecc.

  22. Più tardi, nel canto VI del Bardo, fa comparire a Buonaparte la Francia, e consigliarlo al colpo di Stato del 18 brumale; dicendo che «in quel suolo L’uso comanda il comandar d’un solo»; e

         Re vogl’io chi forte
         Vola al mio scampo, e non chi vuol mia morte.
    Questa di mali, o figlio, onda fremente
         Franger non puossi che d’un trono al piede:
         Al voler d’una sola arbitra mente
         Che all’utile comun ratta procede:
         Allor forte, allor grande, allor possente
         Ali sarò tra le genti; allor fia sede
         Di virtù vera la tua patria, or rio
         Mar di vizj, u’ ’l furor soffia di Dio.

  23. Ci sa di stranissimo questo accettare ordini dal Governo; eppure allora ciò trovavasi semplice non solo dal Monti. Vedasi la lettera ove Ugo Foscolo si scusa d’esser spiaciuto al Governo; e la lettera 5 febbrajo 1817 di Pietro Giordani (in voce di liberissimo), ove scrive: — L’articolo (nella Biblioteca Italiana) sugli improvvisatori l’ho fatto contro voglia, più che mai altra cosa al mondo. Ma fu ordine espresso, ripetuto, inculcato dalla propria persona del governatore (austriaco) di farlo, e farlo così». Nel 1809, Chàteaubriand scriveva a Guizot: — La franchise et la noblesse de votre procédé me fait oublier un moment la turpitude de ce siècle. Que penser d’un temps où l’on dit à un honnêt homme, «Vous aurez sur tei ouvrage telle opinion; vous louerez, on vous blàmerez cet ouvrage, non pas d’après votre conscience, mais d’après l’esprit du journal où vous écrivez?»
  24. Le opere del Monti venivano stampate in edizioni di gran lusso dal Bodoni a Parma. A nome di questo egli scrisse la bella dedica dell’Aminta, e gli prometteva la sua protezione, e di farlo decorare, trattare e pensionare. Il 3 dicembre 1807 gli scriveva: «Le mie ottave sulla Spada di Federico, ho presentate l’altra mattina al grazioso nostro principe, sempre dolente di non aver Bodoni al suo fianco: ed egli, da cui mi venne il consiglio di dedicarla alla grande armata, le ha spedile all’Imperatore. Non so qual giudizio e voi e l’amata nostra signora Ghita (sua moglie) ne porterete, ma quanti le hanno vedute sono d’avviso che, di tutte le mie poesie staccate, questa sia la più calda e la più grave. E tale a me pure la fa credere l’amor paterno».
    Non vi manca un insulto anche alla regina Luisa, allora ispirazione, dappoi incancellabile memoria di patriotismo alle genti tedesche;

    E cagion fugge delle ree disfide
    La regal donna. Amor la segue e ride.

    Di rimpatto a Giuseppe Napoleone, traslocato re in Spagna, dedicava la Palingenesi Politica dicendo: — Ogni amico dell’indipendenza del continente ammira, o sire, l’ispana restaurazione. Tre volte beata cotesta generosa nazione, se tutto saprà comprendere il benefizio!»
  25. Vedi l’appendice C.
  26. Il vicerè Eugenio, al 10 aprile 1806 scriveva a Napoleone. — Mi ricordai che V. M. desiderava dar un posto al poeta Monti: Ho l’onore di dirigerle un progetto di decreto che lo nomina storiografo del regno d’Italia. Forse si troverà strano che le funzioni di storiografo siano date a un poeta. Luigi XIV le avea però affidato a Racine».
  27. Brutus, je haïs toujours le dernier qui l’emporte.

    Ampère, César.

  28. Vate superbo e docil minotauro.      Gianni.
    Carco di corna più che Ammone e Pluto.      Berardi.

  29. Più la contemplo, più vaneggio in quella
         Mirabil tela: e il cor, che ne sospira,
         Sì neirobjelto del suo amor delira
         Che gli amplessi ne aspetta e la favella.
    Ond’io già corro ad abbracciarla: ed ella
         Labbro non move, ma lo sguardo gira
         Ver me, sì lieto, che mi dice: Or mira,
         Diletto genitor, quanto son bella.

    Figlia, io rispondo, d’un gentil sereno
         Ridon tue forme, e questa immago è diva
         Sì che ogni tela al paragon vien meno."
    Ma un’imago di te vegg’io più viva,
         E la veggo sol io; quella che in seno
         Al tuo tenero padre amor scolpiva.

  30. Quando la baronessa di Staël fu a Milano, il Monti le portò sua traduzione di Persio, ed essa lo ricambiò con un volume delle opere di Neker, suo padre. Era allora centro della colta società la spiritosissima moglie di Leopoldo Cicognara, quella che il Giordani chiama divina. Il Monti, uscendo dalla Staël, passò da questa, e vi depose il libro avuto, dicendo lo prenderebbe un’altra volta. Ed ecco poco dopo giungere la Staël, che venendo avea leggicchiato in carrozza il Persio, e che qui lo depose per riprenderlo un’altra volta. Dopo molto mesi, l’arguta Cicognara mostrava i due volumi, giacenti un sopra l’altro, in segno della stima che si han fra loro i letterati.
  31. Chi ha senso delle convenienze pensi quale effetto dovea fare, davanti a un migliajo di giovani quadrilustri, questa frase: — La verità del filosofo è una bella virtuosa, che non si dà tutta nuda che in braccio del più importuno».
    Il 4 marzo 1802 Giovanni Paradisi scriveva a Dionigi Strocchi: — Monti è a Pavia; ha fatto la sua prolusione con concorso grandissimo, inveendo contro i preti e i Francesi. La stamperà, ma riformata d’assai. Il Gracco è fuori, ed è un lavoro di vario genere, dove sono incastrati dei bellissimi giojelli».
    Pecchio, nella Vita di Foscolo, dice: — Quando Monti occupava quella cattedra, l’aula, dov’egli doveva leggere era, a un’ora dopo mezzogiorno, presa come d’assalto dagli studenti, che irrompevano dalle porte e dalle finestre, scavalcandosi gli uni gli altri; tale era l’entusiasmo ch’ei sapeva destare nella elettrica gioventù. Quando egli, dopo averci parlato dell’amore di Dante per la patria e per la libertà, delle sue sciagure, del suo quadrilustre esilio, si metteva a declamare con quella sua voce profonda e sonora l’apostrofe di quel fiero poeta all’Italia,

    Ahi! serva Italia, di dolore ostello,
    Nave senza nocchiero in gran tempesta,
    Non donna di provincie, ma bordello!

    tuoni d’applausi scoppiavano nella sala; a molti di noi cadevano le lagrime giù per le guance; e allo scendere dalla cattedra tutti volevamo salutare il degno interpreto di quel divino poeta, e fra le acclamazioni lo conducevamo fino a casa».

  32. Comincia:

    Del fìgliuol di Peleo, del divo Achille
    Cantami l’ira, ira fatal.

    Riprovandolo, il Monti avverte che «il nome dell’immortale traduttore di Ossian suona sì alto, che anche de’ suoi difetti, ove pure sien tali, convien parlare con riverenza». Eppure in una lettera al Cesarotti, confessa d’aver dato il pensiero di quella caricatura, naturalmente disapprovandone l’esecuzione.

    Qui il Cesarotti mi riesce migliore, il quale, ai 16 dicembre 1805, rispondevagli:

    — Vi ringrazio della pena che vi siete preso di sincerarmi sulla caricatura del ritratto d’Omero: ma non v’è bisogno di tanto. Vi parlerò anch’io con ingenuità e con franchezza, giacchè non intendo di cedere ad alcuno in queste due qualità. M’era noto che il mio lavoro omerico non incontrava gran fatto la vostra grazia; per ciò,, quando intesi attribuirsi a voi quel ritratto, non credei, a dir vero, la cosa impossibile, ma non pertanto non prestai fede a quella voce, poichè non amo di credere rei di una scortesia insolente quei che io stimo e rispetto pe’ loro talenti. Vi dirò anzi che la notizia di questo ritratto, in luogo di farmi adirare, mi fe sorridere. L’idea mi parve spiritosa e felice, nel senso di chi la concepì, benchè non credessi di meritarla. Io non sono (perchè mi conosciate meglio) uno del genus irritabile vatum, nè mi sono mai offeso, nè ho meno stimato un uome di merito perchè discordi da me in materia di lettere, o perchè non apprezzi le mie cose e grado del mio discreto amor proprio. Sensibile alla lode spontanea che mi venga da un uomo giustamente lodato, ho sempre sdegnalo di procacciarmele colle officiosità della politica letteraria. Accolgo con gratitudine gli avvisi e le censure stesse; esposte colla dovuta decenza, pronto a correggermi o a difendermi con urbanità. Degli oscuri e malnati sdegno le lodi e non curo i biasimi, e ho la vanità di vendicarmene con assoluto silanzio....».

  33. Luigi Lamberti, di Reggio, era stato presentato a Roma da E. Q. Visconti al principe Borghese, del quale cantò le piccole vicende e le magnifiche ville. Dotto senza immaginazione, scrive puro e insipido come l’acqua. Fece un’edizione d’Omero coi tipi del Bodoni, sul che fu fatto quest’epigramma:

    Che fa Lamberti
    Uom dottissimo?
    — Stampa un Omero
    Laboriosissimo.
    — Commenta? — no.
    — Traduce? — oibò.
    — Dunque che fa?
    — Le prime prove passando va,
    Ed ogni mese un foglio dà,
    Talchè in dieci anni lo finirà,
    Se pur Bodoni pria non morrà.
    — Lavoro eterno!
    — Paga il Governo.

    Quando lo presentò a Napoleone, questi apertolo, — È greco! (esclamò). Perchè occuparvi delle cose e delle persone antiche, anzichè delle attuali?» Il Lamberti restò mortificato, ma Napoleone lo ricompensò di 12,000 franchi.

  34. Il testo ha πόρεν δ’ὀγε σήματα λογρά[testo greco]: segnali funesti.
  35. Il testo ha [testo greco]: conobbe guardando il segnale. Nel famoso, e probabilmente apocrifo passo della descrizione dello scudo, ov’è esposto un giudizio, il Monti dice che «contesa era insorta fra due», e tace la circostanza che essi dichiararono le lor ragioni al popolo: [testo greco], il che indica l’intervenir del popolo come vero giudice, mentre nel Monti pare semplice spettatore. A ciò ripugna il dire che «finir davanti a un arbitro la lite chiedeano».
  36. I poemi omerici furono tradotti anche dal cavaliere Mancini di Firenze, e la Biblioteca Italiana, tornata amica e ligia al Monti, lo stramazzò schifosamente, e il Monti vi contrappose un saggio di sua traduzione dell’Iliade in ottave. Egidio Fiocchi, professore a Pavia, volgarizzò pure i poemi omerici, e il Governo mandò la sua versione da esaminare all’Istituto Lombardo-Veneto, una cui Commissione ne pronunziò questo giudizio, che per molte ragioni non si troverà fuor di proposito:
    — Gravoso veramente ed increscevole diviene l’uffizio di letterato quando, esente, com’esser debbe, da sdegno, o da parzialità, è obbligato a pronunciare, secondo il proprio giudizio, sentenza sopra opere d’autori viventi. Ma in un articolo d’un giornale, o in altre scritture, può cautamente esporre una opinione, quando sia duopo, anche poco favorevole, e temperare o velare con accorte frasi la censura od il biasimo, senza mancare nè poco nè punto alle leggi che a’ critici sono prescritte. Non così può adoperare chi, per dovere del proprio istituto o per ordine del Governo, è chiamato a esaminare e a giudicare il merito altrui con giusta bilancia: colpa è per lui ogni ambiguità ogni simulazione, ogni artificio che per poco illudesse il magistrato, che ha diritto di conoscere la verità, o almeno l’opinione sincera, qual ch’ella sia, de’ soggetti chiamati a spiegare un parere.
    «Tale appunto è la condizione nostra, essendoci commesso di riferire sul merito delle traduzioni de’ poemi omerici e del supplimento di Quinto Calabro, pubblicati dal professore Fiocchi, e noi adempiamo colla debita lealtà e franchezza alle intenzioni dall’I. R. Governo manifestate, dichiarando quello che, secondo le cognizioni nostre, sentiamo su quel proposito.
    «Se si chiamano ad esame come traduzioni le poetiche fatiche dell’editore, non è facile ravvisare in esse quel carattere e quel pregio, che in così fatti lavori precipuamente ricercansi. Gran torto ebbe il traduttore credendo che lunghi poemi, siccome son quelli, potessero mai specchiarsi in una versione schiava dell’ottava-rima. Potea, se non la ragione e l’esperienza sua stessa, ammonirlo e sgomentarlo l’esempio del Bugliazzini, del Grotto, di Bernardino Leo, del Tebaldi, del Bozzoli, il nome de’ quali (per quest’improbo sforzo di serbarsi, se fosse possibile, fedeli al testo omerico, allargandolo o stringendolo secondo che esigevano le regole imperiose d’un metro così difficile per le rime e per la struttura) non ha punto acquistato di fama, e si rimase colle lor opere dimenticato o negletto. Se tanto studio s’è posto, e molto s’è scritto, per rendere in buon verso sciolto il primo verso dell’Illiade senza aggiungere o togliere all’esatto senso de’ vocaboli greci, come sperare, e in quel verso e nelle altre migliaja, di cogliere la palma di ben volgarizzare poeticamente e rappresentare Omero? E come pretendere che in otto versi, sempre dalle rime posti alla tortura, si chiudano, senza amplificazioni inopportune, senza sostituzioni di parole o d’immagini meno adatte o felici, i pensieri e le frasi così giuste e perfette dell’inimitabil modello? E non conseguendo nel modo men riprovevole l’intento, perchè accrescere il numero delle traduzioni imperfette e infedeli, senza vantaggio di chi studia, e senza diletto di chi ha studiato? Nel giornale della