L'Asino e il Caronte/L'Asino/Scena VIII

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Scena VIII.

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VIII.


Faselio villicus, Pontanus.


Fas. — Quod sine ulla fiat fraude meoque permagno cum commodo, meum mihi nomen mutari, here, cupio... deque Faselione fieri Caselio volo.

Pont. — Delectat me utique nominis commutatio; teque, ut de marra rastrisque benemeritum, donatum quoque Parmensi illo caseo pervetere et grandi, salvere Caselionem iubeo. Vale, Caselio iam! salve, Caselio! multumque ac diu salve.


Fas. — Nec me dono ipso indignum, here, duco, [p. 71 modifica] [p. 72 modifica]et libens volensque illud manucapio, namque et vetustulus est caseus, et sarcinam prorsus asinariam exaequat. Alia tamen est novi nominis et ratio et causa. Ducere uxorem volo, neque ubi cum illa inhabitem, mihi «casa» est ulla... Hac ego a te donatus, dono ex ipso agnominari Caselio volo...

Pont. — Anne magis «Uxorio»? quando uxoris gratia denari a me et ipse cupis... et ego te donatum opto uxoriae rei gratia? Eccas tibi unciolas tres, Robertinis e liliatis... Cape libellam, siquidem et probi et justi sunt pensi: his tute tibi casam commercator bis in suburbanis locis. Visn’ab hero tuo aliud?

Fas. — Et unciolas accipio, et aliud est etiamnunc, here, impetrare a te quod cupio. Tu me de rastris deque marra benemeritum donas... et recte quidem donas: verum... neque te dieculae illius tam voluptuariae immemorem esse decet, gratiamque mihi ut referas profecto par est. Lectulus ille in quo delicias tam illecebrosas meridiator fecisti, novam sibi suppellectilem cupit, novas munditias... Ipseque... novus sum maritus, novaque et illa nupta.


Pont. — Do, volo, spondeo; hac tamen conditione, ut mihi quoque...

Fas. — Quid est hoc verbi? Caselio ego sum, non coquus...

Pont. — Hoc verbi illud quidem ipsum est, mi Caselio, ut mihi perveteri liberali atque indulgenti hero tuo illud liceat etiam in luce.

Cas. — Tute tibi hoc videto — dum foveo, dum aro — ut luceat; numquam enim agrum ipse nocturnis aravi in tenebris...

Pont. — Hoc ipsum est, mi Caselio; arare ego tecum in luce una cum uxorcula agellum velim.

Cas. — Orare profecto ad genua quoque [p. 73 modifica] [p. 74 modifica]provolutus potes! ne tu trimodio quidem cicerculae ab illa, non si quotquot horti Caietani siliquulas ferunt, vel unam solam oculorum poetulam inflexionem impetrabis... senex, edentulus, exsuctis medullis, senioque ipso confectus, atque incanis malis...

Pont. — Quid si ad tres illas unciolas atque ad lectulum accesserit... a me senio,1 etiam Alphonsinorum? quibus et ollas pulmentarias, et patinas, et pelves, quaeque vasa nuper peregrina e materia allata sunt Valentia Balearibusque abusque insulis, ipsa sibi uxor comparet? Teque cum viderim hilarem atque uxori deditum, illam mihi et illecebrosam videre iam videor, et rei familiari etiam plus nimio deditam. Cumque tenella ipsa sit atque in suburbiis nata, urbanitatem prae se ferre scitulas in ter puellas festisque ut queat diebus, a te ipso summopere videndum duco. Ego, mi Caselio, non deero. Vult puella crispellas aureolas capiti? vult collo redimicula? pedibusque bracteatulas soleas? Ego haec illi omnia... Tibi quoque natalitiis in solemnibus calceas diversicolores, tresque quotannis pernulas suillas dabo.

Cas. — Num et penulas?2

Pont. — Et penulas tibi, et subuculam illi rosaceam... Verum age, quaeso, amico Casello,... quibus est papillulis nostra animula?

Cas. — Tumidiusculis, quasque manu vix interstringas.

Pont.— Innata’ne, obsecro, adhuc illi est illic... lanugo? [p. 75 modifica] [p. 76 modifica]

Cas. — Nulla.

Pont. — Novaculam fortasse adhibuit...

Cas. — Nullum adhuc illa fecit tonsum: putula tota est, nedum glabris femurculis.

Pont. — Illud quoque non est quod erubescas... Fateare, amabo; salitne, dum ipse salis, nostrum delicium?

Cas. — Et salit et subsilit, et auram inspirat, et scit quibus verbis paxillum surrigat... Fermentillam dicas!

Pont. — Quid hoc verbi, mi Caselio?

Cas. — An ignoras fermento contumescere panificiam materiam? Habet illa in manibus, in verbis, in ocellis fermentum.

Pont. — Venus bona! Ut blande, ut deliciose futurum est mihi cum fermentilla illa nostra!... Sed heus tu, mi Caselio, nihil ultra: continendus est sermo. Eccos philosophos! Exhibe vultum gravem advenientibus, ut si de ipsorum adventu collocuti simus hic diutius. [p. 77 modifica]

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Scena VIII.


Il contadino Fagioli, e il Pontano.


Fag. — Che ne dite, padrone!... M’è venuto voglia di mutare cognome, e di Fagioli ch’ero prendere un nome che mi porti più fortuna... p. es. Caserio...

Pont. — Se piace a te questo mutamento, a me non dispiace... E come prima chiamandoti Fagioli fosti benemerito dei miei legumi e della marra e del rastrello, così ora, per buon augurio del tuo nuovo nome, ti regalerò una bella forma di vecchio cacio parmigiano... Salve dunque, Caserio!... salve, Caserio...

Fag. — Grazie, padrone. Accetto il dono del cacio di cui non mi credo indegno, tanto più se lo paragono alle grosse spese che fate per l’asino. Ma però un’altra è la ragione per cui voglio mutar [p. 72 modifica] [p. 73 modifica]nome... Voi sapete che sto per accasarmi; dunque... mi ci vuole una casa nuova... ed io vo’ nominarmi Caserio, perchè avrò avuto in regalo la casa dal mio padrone...

Pont. — E perchè non chiamarti allora «Donnino» se è per cagion della tua donna, che vuoi da me il regalo?... Eccoti tre once d’oro... di quelle col giglio del re Roberto... Prendi la bilancetta, e vedi se son di peso giusto; e comprati la casa in questi dintorni... Vuoi altro?

Fag. — Accetto il denaro... ma c’è ancora un’altra cosa che vorrei ottenere da voi, padrone. Le tre once me le date perchè ho ben meritato di voi... con la marra e col rastrello... Ma voi vi dimenticate che c’è alla scadenza un altro vostro debituccio voluttuario... C’è un certo letticciuolo... dove avete pur goduto, nelle ore calde del pomeriggio, qualche delizia... scherzandoci sopra lascivamente... Ebbene, quel letto vuole ora una suppellettile nuova... e vuol esser tutto bello e pulito... Sapete bene, padrone: prendo moglie... Marito nuovo, moglie nuova, letto nuovo...

Pont. — E sia! lo concedo... Ma a me cosa cedi in cambio?... A me cuoce...

Fag. — Cos’è questa parola?... Io son Caserio, non un cuoco...

Pont.— Questa parola significa, che a me — che ti son padrone così liberale e indulgente — concederai di arare il tuo campo anche di giorno...

Fag. — Ma io non ho mai arato entro le tenebre notturne; e non vi capisco!

Pont. — Ma sì, capiscimi, Caserio caro!... Voglio arare di giorno un campicello insieme con la tua mogliettina...

Fag. — Ah! voi potreste anche chiederglielo in ginocchio!... Neppure se le regalate tre moggia di [p. 74 modifica] [p. 75 modifica]ceci e quanti fagioli nascono negli orti di Gaeta... non otterrete da lei neppure un’occhiata... Non v’accorgete che siete vecchio, sdentato, smidollato e con la barba bianca?...

Pont. — E che diresti se alle tre once ed al letto aggiungesse, questo vecchio, anche un ventino di Alfonsini? Con questi si potrebbe comprare le pentole, i piatti, le catinelle... quello che vuole fra le stoviglie venute recentemente da Valenza di Spagna e fin dalle isole Baleari. E siccome io ti vedo d’umore gaio e tutto moglie... così mi par di vedere anche lei tutta piena di moine e molto portata per... le cose di famiglia... E poi essa è molto delicatina, e non è nata in campagna, ma nei sobborghi della città; e nei giorni di festa vorrà far bella figura davanti a queste zoticuzze di villane... lei ch’è quasi cittadina. E tu pure ci avresti piacere... Nè io mancherò, Caserio mio... Vuole un pettine dorato per la testa?... una collana al collo?... e i calzerotti ricamati ai piedini?... Io le do tutto... E a te pure darò per Natale delle calze di vario colore, e tre zamponi di maiale ogni anno...

Cas. — Anche la cappa?

Pont. — Anche la cappa... e a lei una sottanina color di rosa... Siamo d’accordo? E ora dimmi, amico... (Gli parla sottovoce, all’orecchio.)

Cas. — Che v’importa saperlo? Io la chiamo Fermentilla.

Pont. — Che vuoi dire con ciò?

Cas. — Non sapete che il fermento fa gonfiare la pasta del pane? Ebbene... lei ha il fermento nelle mani, nelle paroline, negli sguardi...

Pont. — Che mi dici, per la dea Venere! Come voglio godermela con la nostra Fermentilla!... Oh! ma ora basta di ciò... Mutiamo discorso... Ecco là i filosofi che arrivano... Facciamo la faccia seria, [p. 76 modifica] [p. 77 modifica]come se avessimo discorso finora del loro prossimo arrivo... Dunque, non far parola di Fermentilla; hai inteso. Anzi, vedi, per farle piacere fin d’ora, portale in dono quell’asino così liscio di pelle e lustro... Ci salirà sopra quando va a qualche festa di nozze nei dintorni, o ai bagni di Pozzuoli... le regalo anche tutti gli arnesi e la gualdrappa... farà crepar d’invidia tutte le ragazze dei dintorni...

Cas. — Oh padrone padrone! col regalo di questo bell’asino voi avrete da lei tanti bei giorni e tante notti Ermafroditiche...

Pont. — Che c’entro io con l’Ermafrodito?

Cas. — C’entra: perchè abbracciandovi stretto sul letto, vi si attorciglierà d’intorno così aderente e così intimamente, che di due diventerete uno... e sarete l’Ermafrodito...

Pont. — Guarda guarda!

Cas. — Ed io vi coronerò il letto di rose e di mirto... e vi ristorerò col liquore profumato che essa ha distillato dal fior d’arancio, il fiore delle spose...

Pont. — Bene bene!... non ti sapevo poeta...

Cas. — Eccoli vicini, i filosofi! Vado loro incontro.


Note

  1. Riprende il senio confectus ma in altro senso: «il numero sei» di monete del re Alfonso.
  2. Scherza sulla parola pernulas, (prosciutti), che gli suggerisce penula, (la cappa): ma in italiano non è possibile tale giuoco di parole. E anche per l’audacia delle espressioni, nella traduzione qualche cosa si salta.