L'Entusiasmo

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Gian Pietro Riva

XVIII secolo Indice:Poemetti italiani, vol. X.djvu L'Entusiasmo Intestazione 3 febbraio 2022 75% Da definire

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L’ENTUSIASMO


POEMETTO LIRICO


DI


GIAMPIETRO RIVA


LUGANESE



Qualora a far soggiorno
Meco discendon l’immortali suore,
Piover mi sento un’aurea luce intorno,
Che il cor m’empie d’ignoto alto valore.
Tutto cangiato son da quel, ch’io era,
E nella mente altera
Fervide accolgo immagini superne.
Veder mi sembra a me dinnanzi starsi
In su la foglia del Parrasio albergo
Di chiare penne eterne
Cento vaghi destrieri armati il tergo.
Quinci amici spirti di valor cosparsi
Ardono a vol levarsi:
Onde a due eletti corridori il morso
Pongo, e li spingo gloriosi al corso.
     Parmi d’aver possanza
Di regger tutto a mio talento il mondo;
Onde tanta nel cor viemmi baldanza,

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Ch’imperioso or volo alto, or profondo.
Passo di Teti sul gran regno immenso,
Ove più l’acre è denso,
E metto i nembi, e le tempeste in bando.
Talora a Borea procelloso affreno
L’ali, ed afferro all’umid’austro il crine.
E li traggo mugghiando
Su le tumide, altere, onde marine:
E le procelle al mar de’ Sciti in seno,
E all’Etiopo meno.
Nettun spesso guatommi, e n’ebbe sdegno,
Che a lui turbassi rigoglioso il regno.
     Ma chi può freno porre
Alla forza, che’l sen m’agita, e muove?
Talor la calda mente avida scorre
Tra le battaglie sanguinose, dove
Cingo di folgoranti ire gli alteri
Magnanimi guerrieri;
Lor pongo il tuono, e i fulmini da lato,
E meno al lampo dell’irate spade
Morte insieme, e Vittoria intorno ai lidi.
Lor dono l’onorato
Lauro, di cui fra i trionfali gridi
Cinti, son tratti per l’adorne strade
Delle patrie contrade
Così spesso il sonoro eccelso carme
Arbitro sembra del destin dell’arme.

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Volgo il corso talora
De’ luminosi, indomiti cavalli
Giuso ne’ campi Elisi, e traggo fuora
De le caliginose, e cupe valli
L’alte memorie dell’età vetuste,
E le prische alme auguste,
Ch’ivi tra l’ombre inferne ascose stanno,
Qua meno a respirar vite più belle;
E ’l canuto Signor di Stige fiero
Mi guarda, e n’ave affanno,
Che sue ragioni a lui tolga, e l’impero.
Di là torno a poggiar sotto le stelle
Con le prede novelle:
L’eternitade il bel tesoro attende,
E sol da’ cenni miei la fama pende.
     D’indi passa mia mente
Su lo splendor de’ Cavalieri, e Regi,
E qualch’alma mirar degna sovente,
Che del vero valor si cinga, e fregi.
E ben più d’un eroe gentile, e prode
Per la concessa lode
Chiaro, e altero n’andò su le famose
Glorie delle passate anime illustri,
Le quali spesso rimirai, che stersi
Su i fasti altrui pensose.
Bello intorno venirmi era a vedersi
Più d’un, vago de’ carmi, onde s’illustri

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Dopo il corso de’ lustri;
E star virtude in dolce gaudio accolta
In mirarsi per me famosa, e colta.
     In tal guisa mi vede
Il vulgo rio, cui mia possanza è ascosa,
E ben sovente vaneggiar mi crede;
Ma nulla io bado a lui, come a vil cosa;
Di più starmi quaggiù mi reco a vile,
E al buon Perseo simile
Vo per l’aere, d’onor fervido, e grave.
Termine angusto alla gran mente altera
Parmi la mole dell’impero umano.
Degno spazio non ave
Il vasto interminabil oceano.
Onde sormonto la più bassa sfera,
Ove non giunge sera;
E della Luna nell’argenteo giro
Starsi di mille Orlandi il senno io miro.
     Ma forza è, che i gran voli
Stenda più alto su le vie del sole,
Seco trascorro luminoso i Poli,
Ed in vedermi su per l’alta mole
Or nell’occaso, ora nel cerchio Eoo
Turbansi Eto, e Piroo.
S’affrontan spesso i miei destrier con loro,
E vinti in fuga per lo ciel li volgo.
Questi indi accolgo al freno, e meno i giorni

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In sul gran carro d’oro,
Giorni di viva luce eterna adorni,
Ch’ardono ai saggi, e si fan nebbia al volgo
Tale in cielo m’avvolgo,
E spesso i crini sanguinosi eccelsi
All’orribil cometa, e al folgor svelsi.
     Nè qui mi fermo: in alto
Verso il crudo aquilone, e nubiloso
Talor trascorro glorioso, ed alto.
Veggio l’una, e l’altr’orsa, e’l luminoso
Carro il pigro girar freddo Boote
Su le candide rote:
E Cefeo miro, e lo squammoso Drago;
Quinci sopra i trofei d’Alcide io seggio,
E mi fermo a mirar di Cassiopea
La bellissima imago.
E la Vergin Cretese, a cui cingea
Luminosa corona il crin, vagheggio;
Poscia il Pegaso veggio,
Ed il Delfin, che ad incontrarmi uscio,
Immaginando che Arion fuss’io.
     Passo dappoi vers’Istro
Alla parte più calda all’orse opposta.
Viemmi incontro il marino orrido mostro,
A cui fu ignuda in riva al mare esposta
Andromeda legata al duro scoglio:
A lui cade l’orgoglio,

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Che me in mirar, Perseo rammenta, e teme.
Qui latra il cane adusto, e splende d’Argo
La nave, ed Orione armato d’auro:
Là furiosa freme
La fulgid’Idra, e’l lupo, e’l buon Centauro
E fuggo lor sembianze atroci, e spargo,
E per lo ciel mi allargo;
E se alcun altro incontro aspetto orrendo,
O’l torco altronde, o mansueto il rendo.
     Non è mia mente stanca
In varcare di ciel spazio cotanto,
E passo su la via lucente, e bianca,
Cui fan mill’astri scintillando il manto;
Per questo calle, che de’ Numi mena
Alla Reggia serena,
L’alme io conduco nel corporeo velo,
E per lo stesso le rimeno dopo
Carche di merti alla sua prima stella
A far più chiaro il cielo.
Seco entro anch’io nella divina, e bella
Reggia, che sparsa è d’oro, e di piropo,
Nè d’altra scorta ho d’uopo,
E poggiando sul feggio alto, e superno
Mi pongo al lato del Senato eterno.
     Quivi il Padre de’ Dei
M’ode, e prende da me consiglio e legge
E con le leggi, e co i consigli miei

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Dà moto a’ cieli, e ’l basso mondo regge.
Lui pongo al fianco sull’augusto trono
I gran fulmini, e’l tuono,
Onde a’ superbi figli della terra
Le fronti umilia, e le percosse, ed arse
Caggion cittadi, e i regni ampi, e famosi
Van col gran busto a terra.
Quinci son tratto, ove si stanno ascosi
I fati eternì, e le venture molte
In lungo ordine accolte
Leggo de’ semidei, e d’alti auguri
Fonne tesoro a i secoli futuri.
     Di là riede a legarsi
Alle giovani sue spoglie mortali
Lo spirto mio, che lungo tempo starsi
Non può tra le venture alte, e immortali.
Allor più non ragiono in bassi accenti
Alle Italiche genti.
Chiaro suggetto de’ sonori carmi
Le magnanime sono alme famose,
E le feroci generose belve,
Vengono ad ascoltarmi
Fuori degli antri, e delle cupe selve.
Così contr’al poter di morte, cose
Canto alla plebe ascose,
E albergo le virtù meco, e con loro
Mi siedo all’ombra dell’augusto alloro.