L'acquedotto pugliese e i terremoti

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Mario Baratta

1905 L Indice:L'acqvedotto pvgliese e i terremoti.djvu Geologia L'acquedotto pugliese e i terremoti Intestazione 2 gennaio 2012 100% Da definire

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[p. 1 modifica]Baratta Dott. Mario

L’ACQVEDOTTO

PVGLIESE

E I TERREMOTI




Voghera

Tipografia Riva e Zolla



[p. 2 modifica] [p. 3 modifica]Sul progettato grande acquedotto che deve fornire all’Apuglia siticulosa le acque del Sele che, tributario del Tirreno verrà divertito dal suo naturale bacino idrografico a vantaggio delle popolazioni che si addensano sul lembo estremo del versante adriatico, il Prof. T. Taramelli à richiamato testè l’attenzione degli scienziati esponendo alcune gravi considerazioni di indole geologica, le quali, aggiunte a quelle di altro ordine messe avanti qualche tempo fa dall’On. Cadolini, non possono a meno di impressionare sinistramente, tanto più trattandosi di un’opera senza paragone negli annali delle costruzioni, del costo preventivato di 163 milioni: somma che per altro sarà sorpassata, e che ad ogni modo è destinata a gravare sul bilancio nazionale e di non poco su quello già esausto delle provincie e dei comuni pugliesi.

Il giusto allarme dato dal Prof. Taramelli sulle condizioni della sismicità della regione mi à indotto a studiare più particolareggiatamente tale argomento, tanto più che una simile questione è la prima volta che viene ad affacciarsi nella discussione intorno ad una grande opera pubblica: della sismicità infatti, coefficiente nel nostro caso di importanza non alcerto trascurabile, non si fa cenno alcuno nella Relazione di massima sul progetto che, caso abbastanza raro in Italia, è corredata di uno studio geologico eseguito con grande competenza dal Baldacci, il quale, attenendosi alla più serena obiettività, non à voluto dissimulare le difficoltà che presenta la progettata opera in rapporto con la natura dai terreni da attraversare.

[p. 4 modifica]Non è mio compito discutere sulla stabilità del terreno nel luogo ove sorgeranno le opere di presa: ne sulle numerose difficoltà che presenterà la perforazione della grande galleria destinata al valico dell’Appennino: galleria lunga m. 12.730 in gran parte scavata entro le argille scagliose, formazione infausta che insieme a quella degli argilloscisti, è stata la causa precipua di spese immani per assicurarne la stabilità e la solidità ai manufatti di parecchie nostre ferrovie, per le quali il costo di esecuzione, a conti fatti, à superato del doppio ed anche del triplo il preventivato.

Come si rileva dalla relazione a stampa, il tratto di acquedotto fra Caposele ed il Vulture à presentato al Genio Civile progettante la colossale opera le maggiori difficoltà: ed è pure tale tratto, che condizioni topografiche e litologiche ànno reso già si difficoltoso, che conviene studiare anche dal punto di vista sismologico.

Un rapido esame alle mie carte sismiche, a quella cioè che rappresenta la frequenza e la intensità dei terremoti, ed all’altra che porta tracciate le aree di scuotimento, ci fa conoscere come la zona entro cui decorre la parte più importante e più costosa del progettato acquedotto, interessa appunto una regione tristamente celebre per la sua attività sismica, vantando essa catastrofi immani causate da terribili e frequenti convulsioni sismiche che ànno distrutto completamente interi abitati, causando la morte a migliaia e migliaia di persone; che ànno sconquassato e sconvolto il suolo, determinando spaccature profonde, franamenti innumerevoli attestanti la estrema violenza ivi spiegata dal parossismo delle forze endogene.

Ma per meglio concretare i concetti che andrò era esponendo, traendoli in gran parte dal mio volume I terremoti d’Italia — al quale rimando per le fonti e per la discussione dei documenti — e dalla pratica che mi à dato un quindicennio di studì in modo speciale dedicati alle ricerche di topografia sismica, ò pensato di presentare al lettore l’unita carta della regione che interessa il nostro argomento, costrutta in base alle più accurate ricerche ed a documenti di valore inoppugnabile.

Nei pressi di Caposele, paese in gran parte minato da rovinosi franamenti, si trova l’epicentro del disastroso terremoto del 9 aprile 1853. Tale località, come comprovano le notizie pervenute al governo d’allora, è stata quella che più violentemente à provato gli effetti del parossismo tellurico che fece rovinare molte case e molte altre rese crollanti: Teora pure in tale triste congiuntura rimase molto conquassata, essendo ivi diroccati oltre un centinaio di fabbricati. In Calabritto invece le rovine furono minori, quantunque gravi siano stati i danni inferti agli edifici, [p. 5 modifica]per molti dei quali fa poscia, per ragioni di sicurezza, necessario procedere alla demolizione.

Sappiamo che il brusco movimento del suolo — rimasto poi agitato per tutto il restante dell’anno da repliche più o meno numerose ed intense — fece aprire nei monti circostanti all’abitato di Caposele diverse spaccature e procurò il distacco ed il movimento di varie frane.

Gli effetti rovinosi di questo terremoto si mostrarono assai circoscritti: però danni lievi soffersero pur anco Chiusano, Atripalda e Salerno, mentre d’altra parte la scossa fu sensibilmente avvertita dalle persone entro una zona di circa 90 Km. di raggio. Ciò prova che l’impulso non è stato sì superficiale come a prima vista farebbe ritenere la piccola estensione dell’area epicentrale.

Però riguardo a questo terremoto è necessario riconoscere che i violenti effetti dinamici riscontrati a Caposele in parte sono derivati dalla vicinanza della località al centro superficiale di scuotimento, ed in parte dalla natura del terreno sopra cui posa l’abitato: suolo come ò detto eminentemente predisposto a franamenti.

Lo studio topografico dei terremoti à messo in chiaro un fatto fondamentale intravvisto dal Serpieri, che cioè i terremoti corocentrici di una data regione si identificano fra loro e dipendono da fissi e determinati centri di attività sismica.

La storia di quelli che ànno scossa la nostra penisola — storia che se attraente per il sismologo, il quale trova un vasto campo di studio, una messe copiosa di fatti, ò dolorosa invece per gli immani eccidi che ànno causato le rovine e per i danni immensi che ànno recato le concussioni telluriche — ci comprova la veridicità dell’aforisma sismologico che, cioè, una regione la quale è stata in passato scossa, si scuoterà pur anco nell’avvenire.

Ora siccome il luogo di presa del nostro acquedotto viene a trovarsi appunto entro un’area mesosismica ben individuata, possiamo già fin d’ora dire che un violento risveglio di tale centro potrà riuscire anche fatale, causando danni agli edifici idraulici, ed alterando magari il regime delle sorgenti.

Le variazioni che queste subiscono in causa dei terremoti costituiscono uno dei fenomeni noti fin dalla remota antichità: ma se fino ad un certo punto di lieve momento possono pel nostro caso specifico riuscire quelle temporanee — alle quali gli antichi osservatori ànno data importanza soverchia — le mutazioni permanenti nella circolazione sotterranea delle acque dipendenti da variazioni, e da chiusure verificantisi nella rete [p. 6 modifica]degli interni meati, possono al certo frustrare in tutto od in parte l’ufficio della presa stessa. Tanto più che le numerosissime sorgenti del Sele escono, come risulta dagli accurati studi del Baldacci, da una grande massa franosa addossata al gruppo calcare sovrastante al paese. Il numero di tali polle dimostra la grande suddivisione della sorgente attraverso il terreno incoerente e cementato solo alla superficie dalla azione incrostante dell’acqua: anzi, secondo lo stesso Baldacci, l’origine della grande scarpata detritica da cui sgorgano le dette polle sarebbe attribuibile al crollamento di qualche caverna che doveva rappresentare l’ultimo sbocco di quel grande corso sotterraneo d’acqua.

Ma si potrà obbiettare che stando ai dati raccolti nella mia citata opera, l’attività della zona sismica di Caposele è piccola, non essendo identificabile il terremoto del 1853 che con quello disastroso che à colpito tale regione nel 1733; terremoto di cui per altro non possediamo che notizie incomplete.

Giova però ricordare che per quanto uno sia armato della maggiore buona volontà, e per quanto spieghi la più grande accuratezza possibile, chi compila una storia dei fenomeni sismici non può pretendere di aver fatto un lavoro completo: molte notizie, anche moderne, sfuggono eziandio alle ricerche più oculate; e dei terremoti più antichi in genere non possediamo che dati assai incompleti e quasi sempre riguardanti solo i centri abitati di maggiore importanza. Pur tuttavia, anche prescindendo da ciò, le notizie raccolte, e gli studì fatti ci possono servire a tratteggiare un abbozzo della vera storia sismica dei dintorni di Caposele.

Troviamo infatti che le località che ci interessano sono incluse nella zona delle grandi rovine dell’immane parossismo del 1456, forse la maggiore fra le catastrofi causate dai terremoti in Italia, avendo cosparso di immense rovine gli Abruzzi, il Molise, la Campania, la Basilicata e le Puglie, e causata la morte ad oltre 25 mila persone.

Ora tale terremoto mi parve prodotto dal risveglio più o meno sincrono di parecchi centri di scuotimento, fra i quali anche quello di Caposele deve aver cooperato con la sua attività a rendere più estese e dolorose quelle memorande rovine.

Con probabilità ciò pure deve esser successo nel disastroso parossismo del 1694 per il quale sappiamo che Caposele fu distrutto, e così pure Teora, sotto le cui rovine trovarono la morte 300 persone. La relazione ufficiale d’allora ricorda che «la sua vicina montagna con stupenda maraviglia si è aperta in lunghezza per lo spatio di 10 miglia sul dorso, essendo ampia l’apertura di più braccia, quale andavasi serrando [p. 7 modifica]a poco a poco....» Noto invece che il vicino Calabritto ebbe in tale congiuntura a risentire poche lesioni e pianse una sola vittima.

Riferendoci invece a terremoti indubbiamente esocentrici, vediamo che il parossimo beneventano del 1688, trovandosi la sua area epicentrale a breve distanza dalle citate località, deve avervi causato al certo danni rilevanti; e così pure dicasi dell’altro successo nel marzo 1702, quantunque in proporzioni di gran lunga meno gravi, risultando minore assai la violenza avuta dalla scossa all’epicentro.

Nel grande terremoto del 1732 le località che interessano il presente studio risultano al lembo estremo della zona disastrosa: è noto infatti come Teora sia rimasta in tale congiuntura del tutto distrutta con 62 morti e moltissimi feriti; che Caposele sia stato interamente disfatto, però con un numero esiguo di vittime; come Conza abbia avute molte case affatto abbattute, e le altre quasi tutte lese e pericolanti: le relazioni d’allora ricordano che sotto le macerie della sola chiesa maggiore di questa località rimasero schiacciate 50 persone e 25 altre più o meno gravemente ferite: Calabritto infine anche in questa occasione ebbe a soffrire incomparabilmente danni minori.

Come adunque si vede le maggiori e più conosciute manifestazioni irraggiate dalla zona sismica beneventano-avellinese ànno colpito i pressi di Teora e di Caposele in modo rovinoso o disastroso. Dato ciò è pur probabile che anche i grandi terremoti beneventani del 369, 1095, 1139, 1158 e 1782, abbiano pur essi, proporzionatamente alla violenza della scossa all’epicentro, causate rovine a tali località. Così pure dicasi delle manifestazioni che si possono identificare con il parossismo del 1732, quali ad esempio il terremoto del 1550, che sappiamo aver subbissato Ariano e danneggiato il Vallo di Diano, quello del 12 giugno 1794 che causò danni ad Ariano, a Dentecane ed a Monte Calvo Irpino......

Nemmeno Caposele e Teora devono essere rimasti immuni del 990, allorquando furono dalle forze endogene messi e soqquadro Benevento, Ariano, Frigento, Conza ecc. e nel 1180, anno in cui Ariano fu di bel nuovo distrutto da un altro parossismo che sappiamo essersi propagato rovinosamente pur anco a Napoli.

Portando ora il nostro esame ad un’altra zona di attività sismica, ricorderò come il grande terremoto del Matese, accaduto il 26 luglio 1805, abbia inferto danni sebbene non gravi a Caposele ed a Teora, trovandosi questi paesi appena esteriormente alla isosisma delimitante l’area delle rovine: in tale occasione giova tener presente che Bojano venne completamente distrutto.

[p. 8 modifica]Con questo ò identificato i parossismi dell’853, 1294, 1305, 1307 o 1309 intorno ai quali sappiamo solo essere stata tale città affatto o quasi del tutto spianata. Le onde sismiche, se notizie per ora ignote non indurranno ad ammettere altra provenienza delle manifestazioni testè ricordate, devono essere giunte a Caposele ed a Teora con intensità non dissimile (se pure non maggiore) di quella avuta dal terremoto del 1805, vale a dire con forza sufficiente per produrre per lo meno lesioni abbastanza gravi.

Ò voluto appositamente insistere su questo gruppo di terremoti perchè uno dei progetti De Vincentiis per l’acquedotto pugliese farebbe capo alle sorgenti di Boiano, località che trovasi pur essa in una zona sismica di grande attività. Infatti sappiamo che Boiano oltre aver sofferta l’estrema rovina per i varì parossismi testè ricordati, venne per il cataclisma sismico del 1456 interamente spianato con l’eccidio di quasi tutti i suoi abitanti: aggiungerò di più che per quello successo nell’anno 853 troviamo ricordato come in posto della città stata subbissata siasi formato un vasto lago. A parte la evidente esagerazione del cronista, i fenomeni adombrati in tale racconto non possono a meno che impressionare, tanto più che nel terremoto del 1805 ebbero luogo nei pressi della desolata città sconvolgimenti, squarciature, sprofondamenti del suolo ed alterazioni profonde nel regime idrico: fenomeni attestanti insieme alla quasi totale rovina degli edificî, la violenza ivi avuta dalla commozione tellurica.

Nel progettato acquedotto del Biferno il tratto fra Sassinoro e Monte Calvo Irpino risulta in parte appena appena esteriore ed in parte compreso nella zona epicentrale del terremoto del 1688, e quindi pur esso riuscirebbe esposto all’azione nefasta dell’attività sismica dell’area beneventana.

Passando ad un gruppo di terremoti che ebbero loro origine a mezzodì del progettato acquedotto del Sele, troviamo che l’area delle rovine del disastroso parossismo del 1561 include le località che ci interessano, le quali pur anco ebbero a soffrire danni abbastanza sensibili nel 1857, trovandosi appena allo infuori della zona rovinosa del memorando terremoto del Vallo di Diano. Così dicasi di quello che nel 1461 danneggiò assai Buccino, e dell’altro accaduto nel 1466 per il quale risentì parecchio specie tale città insieme a Pescopagano, a Conza ecc. ecc.

L’andamento dell’isosisme dei maggiori e più noti terremoti, quale ci è rappresentato dalla nostra cartina, ci dimostra eziandio che oltre alle opere di presa pure buona parte della conduttura dell’acquedotto [p. 9 modifica]pugliese è esposta alla azione distruttrice delle onde sismiche. Inoltre bisogna tener presente che nel tratto circostante al Vulture essa interessa un’altra zona sismica, la cui tipica manifestazione successa nel 1851, sappiamo aver distrutto quasi interamente Melfi, Rapolla e Barile e cosparso di rovine più o meno gravi il territorio circostante. La violenza dell’interna concussione fu tale che determinò innumerevoli squarciature nel suolo: fra i varì esempì che potrei citare ne ricorderò uno solo tratto dalla memoria di Palmieri e Scacchi, i quali annotarono che «per fermo a Porta Calcinara [di Melfi] il suolo si aprì con fenditura larga oltre un metro e mezzo, e poco appresso le mura di quella porta sparvero inabbissate...».

Oltrepassato il Vulture il grado di sismicità scema notevolissimamente. Nessuna notizia è a mia cognizione riguardo gli effetti causati agli edificì nella Terra di Bari dalla convulsione del 1456 più volte ricordata, ma è quasi certo che pur essi abbiano risentito danni gravi: riguardo alla penisola Salentina sappiano che in tale occasione ebbe a piangere molte rovine. L’attività sismica corocentrica è ad ogni modo ben lieve, eccettuata in una ristretta zona fra Barletta, Canosa, Acquaviva e Bari che à dato qualche rara manifestazione abbastanza risentita.

Passando ora alla Capitanata ricorderò che oltre all’area sismica circostante a Foggia messa a soqquadro nel 1731, il tratto estremo della diramazione dell’acquedotto, quello che da Lucera volge al lago di Lesina, cade fra l’altro nella zona disastrosa del terremoto del 1627, una delle più micidiali manifestazioni sismiche che abbiano colpito tale provincia.

L’esperienza non ci offre dati speciali relativi alla resistenza che offrono gli acquedotti alle commozioni telluriche: ma bisogna tener presente che i formidabili urti, specie sussultorì, non possono a meno che recare immenso pregiudizio ad opere che richiedono la più grande stabilità.

È ormai accertato che i fenomeni di indole meccanica, proprì in modo speciale alle aree epicentrali e mesosismiche, dove massimi risultano gli effetti dinamici della convulsione tellurica, possono pur anco alterare profondamente i rapporti fra gli strati.

Sono note le spaccature accompagnate da spostamenti verticali delle masse rocciose e da movimenti in senso orizzontale, che modificano sensibilmente le condizioni della superficie del suolo, riuscendo assai dannose alle costruzioni presso cui si determinano. In tutti i trattati di Geologia si trovano raffigurati due esempì a tal uopo assai istruttivi: il sollevamento [p. 10 modifica]con rottura e salto di strati successo in Vallachia per il terremoto del gennaio 1838, secondo i rilievi di Schueller; e quello messo in luce dalla torre di Terranova di Calabria, in occasione dei memorandi terremoti del 1783 e figurato nella nota relazione fatta dal Sarconi. Ricorderò infine come nel grande terremoto giapponese del 28 ottobre 1891 presso Midori si sia prodotta una immane fenditura con un salto di circa m. 6 e con spostamento orizontale di m. 4, messi in evidenza dalla rottura e spostamento dei capi d’un viale.

È utile pur anco tener presente che l’analisi dei maggiori terremoti ci à fatto conoscere che l’azione distruttrice di una commozione sismica, a parità di altre condizioni, riesce sempre maggiore nei terreni incoerenti, specie in quelli di tenue spessore poggianti sopra roccie compatte.

Inoltre sempre s’è verificato che gli scoscendimenti causati da terremoti sono stati più numerosi nelle località predisposte a franare, o dove lembi superficiali si addossano a formazioni solide ed inclinate. E qui al certo il moto sismico rappresenta la causa prossima che determina il movimento di masse pronte a scoscendere. Ricorderò a tal uopo la grande frana di Dobratsch che cominciò il suo fatale cammino per il parossismo del 1348: esempì numerosissimi si ebbero pure in Calabria nel 1783: e fra i più recenti ed assai istruttivi giova accennare i fenomeni franosi determinatisi nell’Alpago in occasione dei terremoti Bellunesi del 1873 descritti da Pirona e Taramelli.



Giunti a questo punto mi pare ovvio concludere dicendo che il tracciato dell’acquedotto, specie da Caposele ai pressi di Venosa, sismologicamente parlando, si presenta in condizioni assai sfavorevoli.

Sotto l’aspetto considerato nella presente nota per assicurare la maggior stabilità all’opera sarebbe necessario evitare nelle zone epicentrali i grandi manufatti allo scoperto e far decorrere il tracciato non «a mezza costa» ma bensì in galleria. I dati fino ad ora raccolti nella vasta letteratura sismologica portano a queste conclusioni. Qualunque possa essere la ragione (e qui non è il luogo adatto per discutere) sappiamo che nè nelle miniere, nè entro le gallerie generalmente si avvertono i terremoti. Anzi nel grande parossismo di Liguria del 1887 in nessuno dei molti sotterranei valichi della ferrovia Genova-Nizza, anche in quelli [p. 11 modifica]situati entro la zona stata più conquassata, si ebbe a verificare per effetto del terremoto la caduta di un solo mattone o di una pietra del rivestimento, oppure l’apertura di qualche crepaccio nelle pareti o nelle volte.

Voghera, marzo 1905.