L'amore delle tre melarance/Atto secondo

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Atto secondo

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ATTO SECONDO


IN una stanza del Principe, Pantalone disperato e fuori di sè narrava lo stato furioso del Principe per l’imprecazione avuta. Non era possibile il placarlo. Voleva dal padre un paio di scarpe di ferro per poter tanto camminare per il mondo che ritrovasse le fatali Melarance, cagione del suo amore. Pantalone aveva ordine di chiedere al Re codeste scarpe, sotto pena della disgrazia del Principe. Il caso era gravissimo. L’argomento era opportuno per un Teatro. Satireggiava scherzando sugli argomenti, che correvano allora. Entrava per correre al Re. Uscivano.

Il Principe invasato, e Truffaldino. ll Principe era impaziente per la tardanza delle scarpe di ferro. Truffaldino faceva delle ridicole richieste. Tartaglia dichiarava di voler andare all’acquisto delle tre Melarance, òe quali, per quanto gli narrava sua Nonna, erano lunge duemila miglia, in potere di [p. 18 modifica]Creonta, gigantessa Maga. Chiedeva le sue armature, ordinava a Truffaldino di armarsi, che lo volea per suo scudiere. Seguiva una scena buffonesca tra questi due personaggi sempre facetissimi. Si armavano con le corazze, e gli elmi, e gran spade lunghe con somma caricatura.

Uscivano il Re, Pantalone, le guardie. Una guardia aveva sopra un bacile un paio di scarpe di ferro.

Questa scena si faceva tra i quattro personaggi con una gravità sul caso, che la faceva doppiamente ridicola. Con una tragica, e drammatica maestà il Padre cercava di dissuadere il figliuolo dalla perigliosa impresa. Pregava, minacciava, cadeva nel patetico. Il Principe invasato insisteva. Sarebbe precipitato di nuovo nell’ipocondria, se non era lasciato andare. Si riduceva a brutali minacele contro al Padre. Il Re stupiva addolorato. Rifletteva, che il poco rispetto del figliuolo nasceva dall’esempio delle nuove commedie. S’era veduto in una Commedia dei Sig. Chiari un figliuolo sguainar la spada per ammazzar il proprio Padre. Di esempi consimili abbondavano le Commedie d’allora, censurate da questa inetta favola.

Il Principe non si chetava. Truffaldino gli calzava le scarpe di ferro. Terminava la scena con un quartetto in versi drammatici di piagnistei, di addii, di sospiri. Il Principe, e Truffaldino partivano. Il Re cadeva sopra una sedia in deliquio. Pantalone chiamava aceto in soccorso.

[p. 19 modifica]Accorrevano Clarice, Leandro, e Brighella; rimproveravano Pantalone del romore, che faceva. Pantalone, che si trattava d’un Re in deliquio, d’un Principe andato a perire all’acquisto scabroso delle Melarance. Brighella rispondeva, che que’ casi erano freddure, come Commedie nuove, che mettevano rivoluzione senza proposito. Il Re rinvenuto faceva una tragica esagerazione. Piangeva, come morto, il figliuolo. Dava ordini, che tutta la Corte si vestisse a lutto, partiva per chiudersi nel suo gabinetto, e per terminare i suoi giorni sotto il peso dell’afflizione. Pantalone, protestando di unire i suoi co’ pianti del Re, di mescolare in un solo fazzoletto le reciproche lagrime di dare a’ nuovi Poeti un argomento d’interminabili episodi in versi martelliani, seguiva il Monarca.

Clarice, Leandro, e Brighella allegri lodavano Morgana. La bizzarra Clarice voleva patti di comando nel Regno, prima d’elevar al trono Leandro. In tempo di guerra voleva esser alla testa delle armate. Anche vinta, co’ suoi vezzi avrebbe fatto innamorare il Capitano nimico. Innamorato, e fidato da lei con lusinghe; al suo avvicinarsi gli avrebbe piantato un coltello nella pancia. Questa era una censura scherzevole all’Attila del signor Chiari. Clarice voleva la facoltà di dispensar le cariche della Corte al caso. Brighella chiedeva per i suoi meriti di aver la carica di sopraintendente ai Regi spettacoli. Seguiva un contrasto in terzo sulla scelta dei divertimenti Teatrali. Clarice [p. 20 modifica]voleva Rappresentazioni tragiche, con dei personaggi, che si gettassero dalle finestre, dalle torri, senza rompersi il collo, e simili accidenti mirabili; Idest Opere del sig. Chiari. Leandro voleva Commedie di caratteri: Idest Opere del sig. Goldoni. Brighella proponeva la Commedia improvvisa colle maschere, opportuna a divertire un popolo con innocenza. Clarice e Leandro collerici, che non volevano goffe buffonate, fracidumi indecenti in un secolo illuminato; e partivano. Brighella faceva un patetico discorso, commiserando la Truppa Comica del Sacchi senza nominarla, ma facile da intendersi. Compiangeva una Truppa onorata, e benemerita, oppressa, e ridotta a perder l’amore di quel Pubblico da lei adorato e di cui era stata il divertimento per tanto tempo. Entrava con applauso di quel Pubblico, che aveva ottimamente inteso il vero senso del suo discorso.

Si apriva la scena a un diserto. Si vedeva Celio mago, protettore del Principe Tartaglia, fare dei circoli. Obbligava il Diavolo Farfarello a comparire. Usciva Farfarello, e parlava in versi martelliani con voce terribile per questo modo:

Olà, chi qua mi chiama dal centro orrido, ed atro?
   Sei tu Mago da vero, o Mago da Teatro?
Se da Teatro sei, non è mestieri il dirti,
   Che sono un’anticaglia Diavoli, Maghi, e Spirti.


I due Poeti s’erano espressi, che volevano sopprimere nelle Commedie le Maschere, i Maghi, e i [p. 21 modifica]Diavoli. Celio rispondeva in prosa, ch’era Mago da vero. Farfarello soggiungeva:

Or ben sia chi tu voglia; se da Teatro sei,
In versi martelliani almen parlar mi dei.


Celio minacciava il Diavolo, voleva parlare in prosa a suo senno. Chiedeva se quel Truffaldino, da lui spedito con arte alla Corte del Re di Coppe, avesse fatto alcun’effetto; se Tartaglia fosse stato obbligato a ridere, e fosse guarito dagli effetti ipocondriaci. Il Diavolo rispondeva:

Rise, guarì; ma dopo Morgana, tua nimica,
Con un’imprecazione rovesciò la fatica.
Furioso, anelante, infiammato le guance
Va in cerca per amore delle tre Melarance;
Con Truffaldin sen viene. Morgana un Diavol tetro
Ha mandato con quelli, perchè soffii lor dietro.
Già mille miglia han fatto, e presto qui saranno
Nel Castel di Creonta, a morir con affanno.


Il Diavolo spariva. Celio esclamava contro la nimica Morgana. Spiegava il gran periglio di Tartaglia, e di Truffaldino inviati al castello di Creonta, poco lunge da quel luogo, e in cui si custodivano le tre fatali Melarance. Si ritirava per apparecchiar le cose necessarie a salvar due persone meritevoli, e utilissime alla società.

Celio Mago, che rappresentava in questa inezia il Sig. Goldoni, non doveva proteggere Tartaglia, e Truffaldino. Ecco un errore ben degno di censura, se meritasse censura una diavoleria, come fu questo scenico abbozzo. I Sigg. Chiari e Goldoni [p. 22 modifica]erano nimici in quel tempo nell’arte loro poetica. Volli, che Morgana, e Celio mi servissero a por in vista in modo caricato il genio avverso di quei due, talenti, nè mi curai di raddoppiare personaggi, per salvarmi da una critica in uno smoderato capriccio.

Uscivano Tartaglia, e Truffaldino armati, come s’è detto, e uscivano con un corso velocissimo. Avevano un Diavolo con un mantice, che, soffiando lor dietro, li faceva precipitosamente correre. Il Diavolo cessava di soffiare, e spariva. I due viaggiatori cadevano a terra per l’impeto, con cui correvano, alla sospensione del vento.

Ho infinito obbligo al Sig. Chiari dell’effetto efficacissimo, che faceva questa diabolica parodìa.

Nelle sue Rappresentazioni, tratte dall’Eneide, egli faceva fare a’ suoi Trojani nel giro d’una scenica azione de’ viaggi grandissimi, senza il mio Diavolo col mantice.

Questo Scrittore che pedantescamente insultava tutti gli altri nelle irregolarità, donava a sè stesso de’ privilegi particolari. Io vidi nel suo Ezelino, tiranno di Padova, in una scena soggiogato Ezelino e spedito un Capitano all’impresa di Trevigi, soggetta all’armi del tiranno. Nell’Atto medesimo della stessa Rappresentazione, nella scena susseguente, ritornava il Capitano trionfante. Aveva fatte più di trenta miglia, aveva preso Trevigi, fatti morire gli oppressori; e in una fiorita narrazion, che faceva, giustificava l’azione impossibile colla gagliardia d’un suo bravissimo cavallo.

[p. 23 modifica]Tartaglia, e Truffaldino dovevano fare duemila miglia per giungere al castello di Creonta. Il mio Diavolo col mantice giustifica il viaggio meglio del cavallo del Sig. Abate Chiari.

Questi due personaggi sempre facetissimi si levavano da terra sbalorditi del caso, e meravigliali del vento avuto dietro. Facevano una descrizione spropositata geografica di paesi, monti, fiumi, e mari passati. Tartaglia sul vento cessato traeva la conseguenza, che le tre Melarance erano vicine. Truffaldino era affannato, avea fame, chiedeva al Principe, se avesse portato seco provvigione di danaro, o cambiali. Tartaglia sprezzava tutte queste basse, e inutili richieste; vedeva un castello sopra un monte e poco lontano. Lo credeva il castello di Creonta, custode delle Melarance; si avviava; Truffaldino lo seguiva sperando di trovar cibo.

Celio Mago usciva, spaventava i due personaggi, procurava invano di dissuader il Principe dall’impresa pericolosa. Descriveva i perigli insuperabili; erano quei, che si narrano a’ bambini con questa fola; ma Celio li descriveva con gli occhi spalancati, con voce terribile, e come se fossero stati gran cose. I perigli consistevano in un portone di ferro, coperto di ruggine per il tempo, in un cane affamato, in una corda d’un pozzo, mezza fracida per l’umido, in una fornaia, che per non avere scopa, spazzava il forno colle proprie poppe. Il Principe nulla intimorito di quei terribili oggetti voleva andar nel castello. Celio vedendolo risoluto [p. 24 modifica]consegnava sugna magica da ugnere il catenaccio al portone; del pane da gettare al cane affamato; un mazzo di spazzole da consegnare alla Fornaia, che spazzava il forno colle poppe. Ricordava, che stendessero la corda al sole, e la traessero dall’umido. Soggiungeva, che, se per una sorte felice arrivassero a rapire le tre custodite Melarance, fuggissero tosto dal castello, e si ricordassero di non aprir nessuna di quelle Melarance, se non fossero vicini a qualche fonte. Prometteva, che, se fuggissero illesi dal pericolo col ratto eseguito, avrebbe spedito il solito diavolo col mantice, che, soffiando loro dietro, gli spingesse in pochi momenti al loro paese. Li raccomandava al Cielo, e partiva. Tartaglia, e Truffaldino colle cose consegnate s’avviavano al castello.

Qui si calava una tenda, che rappresentava la Reggia del Re di Coppe. Qual irregolarità! Qual censura mal impiegata! Seguivano due picciole scene. Una tra Smeraldina Mora, e Brighella, allegri per la perdita di Tartaglia; l’altra con la Fata Morgana, che arrabbiata ordinava a Brighella di avvertir Clarice, e Leandro, che Celio aiutava Tartaglia all’impresa. Ciò le aveva detto Draghinazzo, Demonio. Comandava a Smeraldina di seguirla sino al suo lago, dove sarebbero capitati Tartaglia, e Truffaldino, se uscivano salvi dalle mani di Creonta, e dove avrebbe ordita un’altra insidia. Si separavano confusi.

Aprivasi la scena al cortile del castello di Creonta. [p. 25 modifica]Ebbi occasione di conoscere, all’apritura di questa scena con degli oggetti affatto ridicoli, la gran forza, che ha il mirabile sull’umanità.

Un portone fatto a cancello di ferro nel fondo, un cane affamato, che ululava, e passeggiava, un pozzo con un viluppo di corda appresso, una fornaia, che spazzava il forno con due lunghissime poppe, tenevano tutto il Teatro in un silenzio, e in un’attenzione nulla minor di quella, ch’ebbero le migliori scene dell’Opere de’ nostri due Poeti.

Vedevansi fuor del cancello il Principe Tartaglia, e Truffaldino affaticarsi a ungere il catenaccio del cancello medesimo colla sugna magica, e vedevasi il cancello spalancarsi. Gran maraviglia! Entravano. Il cane, latrando, gli assaliva. Gli gettavano il pane; si chetava. Gran portento! Mentre Truffaldino, pieno di spaventi, stendeva le corde al sole, e donava le spazzole alla Fornaia, il Principe entrava nel castello, indi usciva allegro con tre grandissime Melarance rapite.

I gravi accidenti non terminavano così. Si oscurava il sole, si sentiva il tremuoto, s’udivano gran tuoni. Il Principe consegnava le Melarance a Truffaldino, che tremava forte; s’apparecchiavano alla fuga. Usciva dal castello una voce orrenda; che puntualissima col testo della Favola fanciullesca gridava per questo modo ed era della stessa Creonta:

O Fornaia, Fornaia, non patire il mio scorno.
  Piglia color pe’ piedi, e gettali nel forno.

[p. 26 modifica]La Fornaia, esatta custode del testo della Favola rispondeva:

Io no; che son tanti anni, e tanti mesi, e tanti,
Che le mie bianche poppe logoro in doglia, e pianti.
Tu, crudele, una scopa giammai non mi donasti,
Questi un mazzo ne diedero: vadano in pace; e basti.


Creonta gridava col testo:

O corda, o corda, impiccali.


E la corda col testo rispondeva:

                          Barbara, ti ricorda
   Tanti anni, e tanti mesi; che abbandonata, e lorda
Mi lasciasti nell’umido in un crudele oblio.
   Questi al sol mi distesero: vadano in pace: addio.


Creonta sempre costante al testo urlava:

Cane, guardia fedele, sbrana que’ sciagurati.


Il cane diligente custode del testo rispondeva:

   Come poss’io, Creonta, sbranar gli sventurati?
Tanti anni e tanti mesi ti servii senza pane.
   Questi mi satollarono: le tue grida son vane.


Creonta col testo gridava:

Ferreo Porton, ti chiudi; stritola i ladri infami.


Il Portone col testo rispondeva:

   Crudel Creonta, indarno il mio soccorso chiami
Tanti anni, e tanti mesi ruggine, ed in cordoglio
   Tu mi lasciasti: m’unsero; ingrato esser non voglio.

[p. 27 modifica]Era un bel vedere Tartaglia, e Truffaldino, maravigliati dell’abbondanza dei Poeti. Stupivano di udir ragionare in versi martelliani sino le Fornaie, le Corde, i Cani, i Portoni. Ringraziavano quegli oggetti della loro pietà.

L’uditorio era contentissimo di quella mirabile novità puerile, ed io confesso, che rideva di me medesimo, sentendo l’animo a forza umiliato a godere di quelle immagini fanciullesche, che mi rimettevano nel tempo della mia infanzia.

Usciva la Gigantessa Creonta altissima, e in andrianè. Tartaglia, e Truffaldino all’orribile comparsa fuggivano.

Creonta con un disperato gestire diceva questi disperati versi martelliani, non lasciando d’invocar Pindaro, di cui il Sig. Chiari si vantava confratello:

Ahi ministri infedeli, Corda, Cane, Portone,
   Scellerata Fornaia, traditrici persone!
O Melarance dolci! Ahi chi mi v’ha rapite?
   Melarance mie care, anime mie, mie vite.
Oimè crepo di rabbia. Tutto mi sento in seno
   Il Caos, gli Elementi, il Sol, l’Arcobaleno.
Più non deggio sussistere. O Giove fulminante,
   Tuona dal Ciel, m’infrangi dalla zucca alle piante.
Chi mi dà aiuto, Diavoli, chi dal mondo m’invola?
   Ecco un amico fulmine, che m’arde e mi consola.

Nessuna parodìa caricata potrà spiegar i sentimenti, e lo stile del Sig. Chiari meglio di quest’ultimo verso.

[p. 28 modifica]Cadeva un fulmine, che inceneriva la gigantessa.

A questo passo terminava l’Atto secondo, favorito di maggior applauso del primo dal Pubblico.

La mia audacia cominciava a non esser più colpevole.