L'avvenire!?/Capitolo decimo

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Capitolo decimo

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Edward Bellamy - L'avvenire!? (1888)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1891)
Capitolo decimo
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CAPITOLO DECIMO




«Se devo spiegarvi in che modo facciamo le nostre compere,» disse la mia compagna strada facendo, «bisogna che mi diciate come le facevate voi. Da quanto ho letto a quel proposito, non ho mai potuto farmene un’idea giusta. Se voi avevate tanti negozi sì bene assortiti, come poteva una signora fissare la sua scelta prima di averli visitati tutti? Poichè, prima di ciò, essa non poteva sapere ciò che v’era in essi.»

«Era così; ed era d’altronde il solo modo di saperlo,» risposi.

«Mio padre dice che sono un’instancabile compratrice; ma se dovessi far così, sarei presto stanca,» rispose sorridendo Editta.

«Le persone che avevano da fare, si lamentavano infatti della perdita di tempo che arrecava con sè quel correre di negozio in negozio,» dissi, «ma per le signore oziose era quella un’istituzione divina per consumare il tempo.»

«Ma supponendo che vi fossero mille negozi nella città, cento forse dello stesso genere; come mai poteva, anche la più oziosa, visitarli tutti?»

«Naturalmente esse non potevano visitarli tutti;» replicai. «Quelle che comperavano molto, finivano col sapere ove trovar subito quanto cercavano.

Questa classe di signore aveva studiato le specialità dei negozi e faceva acquisti vantaggiosi, ottenendo a prezzi minimi la migliore qualità e la maggiore quantità. Questa conoscenza però [p. 54 modifica]richiedeva una lunga esperienza. Quelle che erano occupate o che comperavano raramente, facevano generalmente cattivi acquisti, pagando spesso assai caro ciò che era della peggiore qualità. Era un caso che queste persone senza esperienza riescissero a spendere bene il loro danaro».

«Ma perchè conservare un sistema sì poco pratico del quale voi stessi riconoscevate i difetti?».

«Era di questa come di tutte le nostre istituzioni sociali» risposi. «Ne scorgevamo chiaramente tutti gli errori, ma non vedevamo mezzo atto a rimediarvi».

«Eccoci giunti al deposito del nostro circondario» disse Editta, mentre entravamo nel portone di uno splendido edifizio che avevo osservato durante la mia passeggiata mattiniera.

Il rappresentante del secolo XIX non avrebbe indovinato dall’esterno dell’edifizio che quello era un magazzino. Non v’erano mercanzie nelle vetrine nè altra cosa che potesse attrarre i compratori. Nessun contrassegno, nessuna insegna indicava il carattere del commercio che ivi si faceva; invece di ciò, si vedeva al disopra del portone un gruppo maestoso di grandezza naturale, scolpito nella pietra, di cui la figura principale rappresentava la dea della fortuna col suo corno dell’abbondanza. Mentre entravamo, Editta mi spiegò che in ogni circondario v’era un magazzino simile, distante non più di cinque o dieci minuti da ogni abitazione. Era la prima volta che vedevo l’interno di un edifizio pubblico del secolo XX ed un tale spettacolo mi fece una profonda impressione. Mi trovavo in una sala vastissima ben rischiarata da varie finestre e da una cupola alta cento piedi. Nel mezzo della sala sorgeva una fontana le cui acque rinfrescavano deliziosamente l’aria. Le pareti ed il soffitto erano ornati di affreschi a colori delicati che mitigavano la luce senza diminuirla. Intorno alla fontana erano disposti sofà e sedie ove erano sedute molte persone che discorrevano. Delle iscrizioni tutto intorno alla sala, indicavano il genere delle mercanzie disposte sui varii banchi. Editta si diresse ad una tavola sulla quale trovavasi un’infinità di campioni di mussola e cominciò ad esaminarli attentamente.

[p. 55 modifica]«Ov’è il commesso del negozio? chiesi, poichè nessuno si presentava per servire la signorina.

«Non ho per ora bisogno del commesso» disse Editta «non ho ancora fatto la mia scelta.

«Ai miei tempi, era ufficio del commesso di aiutare i compratori nella loro scelta» replicai.

«Che! indicavano alle persone ciò che ad esse occorreva?»

«Sì, e, più spesso ancora le eccitavano a comperare ciò che ad esse non occorreva».

«Ma, e le signore non trovavano forse che ciò fosse molto impertinente?» disse Editta attonita. «Quale interesse poteva avere il commesso che la gente comperasse o no?»

«Era quello appunto il loro interesse!» risposi. «Proprio per ciò venivano impiegati e si chiedeva loro di fare tutto il possibile onde spacciare la merce».

«Ah sì! quanto fui stordita a dimenticarlo» disse Editta. «Il benessere del mercante e de’ suoi commessi dipendeva ai tempi vostri dallo spaccio più o meno grande della mercanzia».

«Naturalmente ora tutto è cambiato. La merce appartiene alla nazione. Essa è qui per coloro che ne hanno bisogno ed il compito del commesso sta nel servire le persone e nel ricevere le loro commissioni. Non converrebbe nè al commesso nè alla nazione il dare ad alcuno un metro od una libbra di più o di meno di ciò che esso domanda». E sorrise aggiungendo: «Come dev’essere stato assurdo l’avere dei commessi, che cercavano di persuadervi a prendere ciò che non volevate».

«Ma mi pare che anche nel secolo ventesimo, un commesso potrebbe essere utile senza eccitarvi a fare acquisti; potrebbe sempre darvi alcuni schiarimenti circa la merce» osservai.

«No» disse Editta «ciò non spetta al commesso. Questi cartoncini stampati, dei quali le autorità governative si fanno mallevadrici, ci danno tutti quei schiarimenti che ci possono occorrere».

Vidi allora che, ad ogni campione era unito un cartoncino, su cui erano indicati: il materiale, la qualità ed il prezzo dell’oggetto, sicchè ogni ulteriore domanda diveniva superflua.

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«Così al commesso non resta nulla da dire?» chiesi.

«Nulla affatto. Non ha assolutamente bisogno di darsi un tal fastidio. Tutto ciò che a lui si chiede è di essere cortese e preciso nel ricevere le commissioni».

«Quante bugie di meno si dicono in grazia di questa semplice istituzione!» replicai.

«Credete dunque che tutti i commessi dell’epoca vostra vantassero falsamente la loro merce?» domandò Editta.

«Dio ne liberi, non intendo dir ciò!» dissi di rimando «ve n’erano molti che non facevano una cosa simile e che meritavano una considerazione speciale, poichè siccome la loro vita e quella della loro famiglia dipendeva dalla quantità di merce venduta, si poteva perdonar loro il tentativo d’ingannare il compratore o di lasciare che egli sbagliasse. Ma, signorina Leete, ciarlando io v’impedisco di badare ai vostri affari».

«Niente affatto, ho già scelto» ed in così dire premette un bottone ed un istante dopo comparve un commesso. Egli notò la commissione sopra una tavoletta e ne fece due copie, dandone una alla signorina e mettendo l’altra in un piccolo vaso che pose in una specie di condotto pneumatico. «Il duplicato dell’ordinazione» mi disse Editta, mentre ci allontanavamo, non prima però che il commesso avesse cancellato dal biglietto di credito il valore della merce scelta, «sarà consegnato al mercante, affinchè ogni sbaglio possa essere facilmente verificato.»

«Faceste assai presto a scegliere,» dissi. «Oserei chiedervi come potevate sapere se non avreste trovato meglio in un altro magazzino? Ma, probabilmente, siete costretta a far acquisti nel vostro circondario?»

«Oh no» rispose ella «comperiamo ove ci pare e piace, sebbene preferiamo andare al negozio più vicino. Ma il recarmi altrove non mi avrebbe giovato a nulla. L’assortimento è dovunque lo stesso, che ogni negoziante tiene i campioni di tutto ciò che viene fatto od importato negli Stati Uniti. Cosicchè ci si può risolvere subito e non occorre visitare altri negozi».

«E questo è soltanto un deposito di campioni? Non vedo nessuno che tagli la stoffa o che faccia pacchi». [p. 57 modifica]

«Tutti i nostri negozi sono depositi di campioni, fatta eccezione di certi articoli. Le merci si trovano nella gran casa centrale della città e vi sono spedite direttamente dalle fabbriche. Noi ordiniamo dopo aver visto il campione. Le commissioni sono inviate alla detta casa che ci manda poi la stoffa».

«Ecco una grande economia di lavoro!» dissi. «Col nostro sistema il fabbricante rivendeva al grossista, il grossista al negoziante, ed il negoziante al consumatore, sicchè la roba doveva passare per una trafila di mani. Voi evitate tutto questo maneggio della mercanzia e risparmiate al negoziante il fastidio di mantenere tanti commessi. Sicchè questo deposito, che è il dipartimento delle ordinazioni per il negozio principale, ha bisogno di ben pochi impiegati. Col nostro sistema di maneggiar le stoffe, di eccitare la gente a comperare, di tagliare e di incartare, dieci commessi non giungevano a fare il lavoro che qui è fatto da uno solo. Il risparmio dev’essere enorme».

«Probabilmente,» disse Editta, «ma naturalmente non abbiamo mai conosciuto altro mezzo migliore. Signor West, voi dovete pregare mio padre di condurvi una volta alla casa centrale, ove si ricevono tutte le ordinazioni della città e da cui si mandano le stoffe alla loro destinazione. Egli mi vi condusse un giorno e vi si gode uno splendido spettacolo. Il sistema è davvero perfetto; per esempio, al banco, in alto, sta l’impiegato incaricato degli invii. Le commissioni fatte nelle varie divisioni gli son mandate per mezzo di condotti. I suoi aiutanti le prendono e le depongono in una cassetta portatile. L’impiegato che fa gli invii ha, dinanzi a sè, una dozzina di condotti pneumatici che corrispondono alle varie classi di merci, ed ognuno dei quali conduce al rispettivo scompartimento del deposito generale. Egli getta allora le schede d’ordinazione, di genere uguale, nei vari tubi, ed esse vanno a cadere sul banco del magazzino corrispondente. Le commissioni vengono esaminate, registrate ed immediatamente eseguite. L’esecuzione di esse è la parte più interessante. Le balle di stoffa vengono portate da tavole mosse da macchine, ed il tagliatore che ha pure una macchina, taglia una stoffa dopo l’altra finchè è stanco; allora un altro prende il [p. 58 modifica]suo posto. Nello stesso modo si eseguiscono commissioni d’altri generi. Gl’involti vengono messi in grossi tubi e così mandati nei vari circondari ove si pensa alla distribuzione. Vi farete un’idea della rapidità di questa esecuzione quando vi dirò che la merce da me ordinata sarà a casa prima di noi».

«Come si procede nei circondari di campagna poco popolati?» chiesi.

«Il sistema è lo stesso», spiegò Editta, «il deposito dei campioni di un villaggio comunica per mezzo di un condotto colla casa centrale, anche a venti miglia di distanza. Ma la commissione è fatta tanto presto che non si fa caso del tempo perduto per via. Però, per evitare le spese, una rete di tubi unisce, in molti circondari, i villaggi con la casa centrale e allora si perde un po’ di tempo, aspettando. Talvolta occorrono 2 a 3 ore prima di ricevere la merce ordinata. Succedeva così nel posto ove soggiornai l’estate scorsa ed era molto incomodo».

«I negozi di campagna devono anche essere di molto inferiori a quelli della città», dissi.

«No», rispose Editta, «sono precisamente gli stessi. Il deposito dei campioni, in un villaggio, vi offre come questo l’assortimento di tutte le merci possedute dalla nazione, poichè esso ha la stessa origine dei depositi della città». Mentre camminavamo, accennai alla differenza di grandezza delle case e quindi alla loro differenza di prezzo, «Come si comporta questa differenza col fatto che tutti i cittadini hanno le stesse entrate?».

«Ciò dipende», spiegò Editta, «dal fatto che, anche con un’entrata eguale, ognuno fa a seconda del proprio gusto. Taluni amano i bei cavalli, altri, come me, i bei vestiti; altri finalmente i piaceri della tavola. Gli affitti di queste case variano a seconda della loro grandezza, della loro eleganza e della loro situazione, sicchè ognuno può seguire il proprio gusto. Le case più grandi sono abitate da famiglie più numerose, ogni membro delle quali concorre a pagar l’affitto. Le piccole famiglie, come la nostra, trovano invece che le case piccole sono più comode e più economiche. Ho letto, che, ai vostri tempi, v’eran certuni che vivevano alla grande per esser creduti più ricchi che realmente non fossero. Era proprio così, signor West?» [p. 59 modifica]

«È vero. Bisogna confessarlo», risposi.

«Ciò sarebbe impossibile oggidì; poichè son note le entrate di ognuno, e si sa, che ciò che si spende di più in una cosa, va risparmiata in un’altra».