L'economia politica/III

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III

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II IV

[p. 14 modifica]E vengo senza più al Metodo: - questione capitale in tutte le discipline, siccome quella donde dipende la possibilità della costruzione scientifica, e con essa anche il suo valor pratico; tanto anzi da essersi potuto asserire che di tutte le prodigiose scoperte delle scienze fisiche nei tempi moderni, da Galileo in poi, la maggiore ad ogni modo rimane sempre quella del loro metodo.

Nè intendo con ciò di attrarre la vostra attenzione a quella Logica generale dei metodi che è una delle glorie dei pensatori principalmente inglesi, o disputar innanzi a Voi di metodo induttivo o deduttivo: — due forme inverse, e spesso accoppiate di procedimento, od anco talvolta fra loro permutabili, come osservava il Wundt (4), nella possibile applicazione ad uno stesso soggetto; e ancor meno distinte nell’ordinario linguaggio.

Mi contento di qualche appunto sull’importanza che in generale va fatta all’osservazione positiva; dappoichè negli studj nostri non potrebb’esser parola di un vero e proprio esperimento. - L’osservazione, quale fondamento, materia e cimento del raziocinio, informata sempre essa pure a un qualche concetto razionale, direttivo; ausiliata financo o precorsa, come argutamente avvertiva il Tyndall, dall’immaginazione, questo fattore poetico dei maggiori uomini di scienza; e preordinata non soltanto a rilevare e descrivere i fenomeni, ma (al pari che in altri campi) anche ad accertarne i rapporti generali e le leggi.

Io non mi persuado, cioè, che la parte dell’osservazione abbia da riuscire così ristretta, come potrebbesi per avventura arguire dal modo con cui solitamente ne parlano i più autorevoli fra gli economisti inglesi (e sia puranco nella sfera più generale dell’Economia teoretica), e quasi non avesse ad incontrarsi se non per pochi e più o men semplici dati (e alle origini anzi quasi assiomatici), al primo limitare del procedimento deduttivo, e poi al termine di esso a titolo di mera verificazione.

Io stimo senz’altro che l’osservazione abbia da intervenire, a vario grado, e in forma più o meno complessa secondo la natura del caso, a tutti gli stadj della costruzione scientifica, per fornire dapprima quel da ubi consistam che ne autorizza il cominciamento; e poi quale sindacato continuo, con un ufficio, che non è di verificazione soltanto, nel senso proprio e ristretto della parola, ma può diventare di ulterior correzione e ricostruzione altresì. [p. 15 modifica]Le ipotesi stesse, alle quali è d’uopo frequentemente appoggiarsi, e che adempiono nel raziocinio deduttivo ad una funzione analoga a quella delle definizioni in Geometria, non sono per sè stesse legittime se già in qualche misura non corrispondono fin dal principio alla realità o possibilità pratica, e a patto di poter sostenere all’ultimo, nelle conclusioni e nei risultati che ne dipendono, la riprova sperimentale dei fatti osservati. Ed è sul merito di siffatte ipotesi, come in generale su quello dei dati o dei postulati donde si prendon le mosse, che più generalmente discutesi: nel caso, ad esempio, dei teoremi di Ricardo, che passa per rappresentare il tipo ideale, se così può dirsi, degli economisti deduttivi.

Ond’è pure che mentre lo Stuart Mill, esagerando per avventura la parte della deduzione anche in altri campi, assegnava alla scienza sociale in genere il metodo che egli chiamava della deduzione concreta, a base induttiva, del quale (soggiungeva egli) il più perfetto modello sarebbe fornito dall’Astronomia, che altri (come lo Whewell) colloca invece fra le scienze induttive di osservazione; lo Schäffle poteva dal canto suo avvisare che tutto nel fondo si risolva in un processo induttivo, integrato ed esteso ne’ suoi intervalli per mezzo della deduzione (5).

Nè io m’indugierò più oltre in siffatta disputa; la quale a cotesto punto potrebbe anche correr rischio di riuscire poco più che verbale.

Invece, e pur mantenendo da parte mia che l’Economia sia da considerarsi e trattarsi, fondamentalmente, quale una scienza di osservazione, parmi non poter sorpassare senza una qualche più speciale considerazione (come gia Vi prenunziava) a qual nuovo indirizzo metodico che si tenta oggi d’imprimerle per opera di valenti cultori, facendovi applicazione del calcolo matematico.

Nessuna difficoltà per mia parte, in via generale, circa la competenza di questo metodo, di già più o men largamente applicato in singoli casi fino dai primi esordj della scienza nostra; e intendo pure con tutti i procedimenti elementari o superiori che il calcolo può sopperire; e altresì, per quanto occorra, a tutti gli stadj dell’investigazione scientifica.

Si tratta in fondo d’invocare (rebus sic stantibus) una logica armata di calcolo in sussidio di una logica altrimenti inerme; e può esservene ragione e profitto.

Per l’una parte, gli enti economici contengono generalmente, per sè o nei loro risultati, un qualche elemento quantitativo: — questione, in massima, di più o di meno, di massimi e minimi, di proporzioni o di limiti, in [p. 16 modifica]grandezza e misura; quantitativi il valore, l’ente universale economico, e la sua legge: e sia poi che questa si enunci per la formola della Ricerca e dell’Offerta, per quella del Costo di produzione, o per l’altra che oggi da molti si preferisce, del Grado finale di utilità. - Questione, dico, di quantità in genere, da non confondersi ancora colla quantità concreta numerica, come per un tal quale malinteso accadeva allo Stuart Mill e al Cairnes, che contestavano perciò negli enti e nelle leggi economiche un tale carattere (6).

E per l’altra, la Matematica è ben essa la dottrina della quantità in tutta la sua estensione, e non soltanto della quantità concreta aritmetica; ed ha metodi, come quelli dell’Algebra, affatto generali, e nozioni di una generalità anche maggiore delle algebriche stesse, siccome quella di funzione, che concreta il concetto cartesiano di un’applicazione dell’Algebra alla Geometria, e reciprocamente di questa a quella; ma che può anche estendersi a qualsivoglia relazione in grandezza fra più elementi; e sia che tale relazione possa esprimersi in forma analitica, o anche soltanto per via empirica, sperimentale. - E vi si connette quel metodo ben noto e diffuso, che fornisce in tale riguardo, colle rappresentazioni o costruzioni grafiche, una specie di linguaggio geometrico universale.

Più ancora, la Matematica non è unicamente la scienza della quantità o della misura, ma quella insieme della combinazione e dell’ordine, giusta un concetto già in antico adombrato da Aristotile, espressamente significato dal Descartes, e poi magistralmente illustrato dal Poinsot (7), e dietro a lui dal Cournot. E ne’ suoi procedimenti formali, la Matematica presenta coll’Algebra un perfetto esemplare di Logica; tanto che per opera del De Morgan, e più sistematicamente del Boole, e poi dello Stanley Jevons ed altri, veniva non ha guari a fondarsi un Calcolo logico, che il Jevons stesso indicava come una logica delle quantità messa al posto della logica pura o delle qualità, pur riguardando sempre quest’ultima, a differenza del Boole, come la fondamentale.

Nulla pertanto di più naturale a primo aspetto che applicare il medesimo procedimento, e non già per singoli casi, bensì in forma sistematica, in un campo che riesce già per sè stesso quantitativo; ed è forse proseguendo in tale indirizzo, o per la medesima propensione di mente, che il Jevons si trovava condotto a quello che di corrispondenza può chiamarsi, in ampia significazione, il Calcolo economico, fondandolo sopra una nuova formolazione analitica dell’utilità, in relazione ai differenti elementi dimensivi del bisogno, alle sue affezioni e circostanze, giusta le idee del Bentham; e per essa del [p. 17 modifica]valore e della sua legge, quella che or ora accennava del grado finale di utilità.— Un calcolo quest’ultimo, che si denomina oggi edonico o edonistico (hedonical Calculus), ossia letteralmente del piacere (of pleasure and pain); e nel quale il Jevons ravvisava il punto più originale della sua concezione, il cardine e l’essenza di quella che avrebbe ormai dovuto essere, la forma definitiva dell’Economia teoretica: — ridotta essa medesima, puramente e semplicemente, come altri avvertiva, alla Scienza del valore (8).

Una specie di Algebra pertanto, o meglio di Meccanica razionale; e al pari di questa, un problema generale di massimi e minimi (un massimo di effetto utile, o un minimo di sacrificio, il principio del minimo mezzo fra gli Economisti); tale insieme per la qualità dello strumento metodico, e a processo essenzialmente deduttivo; ed è poi da notarsi come il Jevons reputasse che l’Economia, così formalmente ridotta a disciplina matematica, potesse col tempo aspirare financo al grado di scienza esatta: quella volta, cioè, che la Statistica riuscisse a determinare in via numerica i dati delle sue formole.

Viceversa, non disconosceva che altri si fosse condotto o potesse comunque condursi ai medesimi suoi risultati anche senza l’ajuto del calcolo, comunque in forma meno precisa, e con assai maggiori difficoltà, al modo d’altronde che avviene anche per il Calcolo logico; e senza che ciò nulla sottragga, per suo avviso, al carattere sostanzialmente matematico della scienza, quale veniva da lui concepita.

Nè d’altra parte sarebbe da arrestarsi alla difficoltà, punto scientifica, che di tal modo l’Economia (alla pari del resto di qualche altra scienza, anche fra le più utili e pratiche) venga a trasferirsi nelle più remote e meno accessibili regioni dell’analitica; dappoichè, come suggeriva il Marshall, vi sarebbe modo anche qui di corrispondere alle esigenze dell’uso comune, abbattendo a edificio compiuto l’impalcatura che ha servito alla sua costruzione, e contentandosi di tradurre in linguaggio ordinario e senza apparecchio di simboli tutto ciò che concerne il fondo delle idee e del processo logico, e i risultati. Ed è cosi, per esempio, che aveva usato il Cournot nella seconda delle sue opere economiche; come già in altra sfera, e in forma assai meno accessibile alla comune, il grande autore della Meccanica celeste nel successivo suo libro del Sistema del mondo; e come d’altronde si pratica generalmente nelle opere di divulgazione.

La difficoltà vera ed il dubbio sarebbe per conto mio d’altra specie; e concerne, non punto (come già diceva) la competenza in genere del [p. 18 modifica]calcolo, ch’io di buon grado ammetto; sibbene le condizioni, la misura ed i limiti, e dirò tutto insieme l’espedienza pratica, od anco la possibilità tecnica talvolta del suo intervento, e senza entrare su ciò in una formale discussione; senza disgradare il merito dei risultati già conseguiti in tale indirizzo, o disconoscere il vantaggio che può esservi non di rado a sostituire il linguaggio simbolico a quello in tutte lettere; mettendo ad ogni modo fuor di questione l’utilità ed evidenza di quel linguaggio universale delle figurazioni geometriche, a cui or ora accennava; valutando del resto ancor più quello che direi il criterio generale matematico, che non la tecnica materiale del procedimento; e scusandomi insieme se non mi è sembrato di fare pel momento altri nomi tranne quello del principale rappresentante del nuovo indirizzo; — io mi contento di riferirmene al giudizio che ne portava il Jevons medesimo nella insigne sua opera sui Principj della scienza (1874), pubblicata nell’intervallo fra la prima edizione (1871) e la seconda (1879) del suo libro sull’Economia: - giudizio ben altrimenti peritoso e rimesso, e al quale non so come l’eminente autore non abbia stimato nemmeno di alludere in quest’ultima sua pubblicazione.

Eccovi senz’altro le sue testuali parole, a proposito di ciò che può attendersi dalla Matematica per le sue applicazioni nell’Economia politica, e in quella Morale utilitaria che dovrebbe starle a fondamento:

«Se ha pur da essere una scienza, (l’Economia politica) non potrebbe essere che una scienza matematica, perciò che essa tratta di quantità di beni.

Ma non appena ci proviamo a costruire le equazioni che esprimono le leggi di variazione della ricerca e dell’offerta, noi ci accorgiamo che esse dovrebbero avere una tale complessità, da superare ogni nostro potere di trattazione matematica. Noi possiamo tracciare in forma generale le equazioni che esprimono la ricerca e l’offerta per due o tre derrate (commodities) fra due o tre corpi trafficanti; ma tutte le funzioni che ci si trovano involte sono di un carattere così complicato, che non vi è molto a sperare che il metodo scientifico sia per fare un rapido progresso in questa direzione. Se tale è la prospettiva di una scienza comparativamente formale, come l’Economia politica, che dire poi della Scienza morale? Qualsiasi completa teorica di Morale si trova aver a fare con quantità di piacere e di pena, come Bentham indicava, e le occorre valutare la generale tendenza di ogni specie di azioni sul bene della comunità. Se intendiamo pertanto applicare il metodo scientifico (matematico) alla Morale, noi dobbiamo possedere un calcolo degli effetti morali, una specie di Astronomia fisica, che investighi le mutue [p. 19 modifica]perturbazioni fra gli individui. Ma poichè gli astronomi non sono ancor giunti a risolvere il problema di tre corpi gravitanti, quand’è mai che potremo riprometterci la soluzione del problema di tre corpi morali?» (9)

Come poi dopo queste riflessioni così poco confortanti per le applicazioni del calcolo anche nei casi comparativamente i più semplici, siccome quello di due o tre derrate fra due o tre corpi trafficanti, il Jevons non esitasse a riproporre (senza però provarsi a risolverlo, e solo accompagnandovi qualche cenno sulla natura logica del caso) un problema di così enorme complessità quale il seguente, che figura in ambedue le edizioni della sua opera: — «Data una certa popolazione, in possesso di certe terre ed altre fonti di materiale, con varj bisogni e mezzi di produzione: determinare il modo d’impiego del suo lavoro che può rendere un maximum l’utilità del prodotto:» — gli è ciò (confesso) che io non giungo interamente a comprendere; e qualche maggiore spiegazione mi sarebbe per lo meno abbisognata da parte dell’autore.

Parmi invece abbastanza bene comprendere, in ordine alle avvertenze generali già fatte, quanto enorme alla sua volta dovrebbe qui risultare la mole dell’osservazione, e lo sforzo dell’induzione preliminare, se non anco talvolta ridotta a semplice congettura ipotetica, a fine di apprestare scientificamente allestito il materiale su cui il calcolo dovrebbe poi (se pur possibile) esercitarsi. E d’altra parte non ravviserei a quale altra disciplina potrebbe spettare un tal còmpito, se non all’Economia stessa in forma di scienza sperimentale, di osservazione.

Gli annali stessi della Matematica contengono qualche serio ricordo in tale riguardo, per quello che più specialmente accadde allorchè la mente luminosa del Condorcet e il genio trascendente del Laplace, la singolare destrezza analitica del Poisson, e l’ingegno pur altamente filosofico del Cournot, vennero a cimentarsi nel formidabile problema morale della Probabilità dei giudizj. - Date le ipotesi in cui ragionano (scriveva il Bertrand, autorità alla sua volta fra le maggiori), i loro calcoli sono inappuntabili; ma il guaio è che quelle ipotesi non rispondono in nulla alla realtà (10). — Con che non intendo asserire che il caso sia identico, o pari il pericolo da parte nostra; mi basta solo di porre sull’avviso circa le condizioni fondamentali del metodo stesso che trattasi di applicare.

E non insisto di più, anche per non aver l’aria di essere io medesimo troppo scettico in tale argomento, o scoraggiarne, contro la mia intenzione, que’ volenterosi, che, debitamente agguerriti per duplice competenza [p. 20 modifica]economica e tecnica, e perciò idonei ad apprezzare da sè quelle condizioni e riconoscere i limiti di applicazione del proprio metodo e del proprio strumento, fossero disposti ad entrare o comunque perseverare in questo non facile arringo.