La Città dell'Oro/23. Il tempio del Sole

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23. Il tempio del Sole

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XXIII.

Il tempio del sole

La notte era discesa sulla immensa savana tremante.

Don Raffaele ed i suoi compagni, seduti sulla sponda dell'isolotto, coi fucili a portata delle mani, vegliavano assiduamente temendo, da un istante all'altro, un vigoroso assalto. Tutti e tre erano pensierosi ed invano si torturavano il cervello per uscire da quella situazione che ormai consideravano disperata.

Sulle rive della savana accampavano gl'indiani seduti attorno a grandi fuochi. Non facevano dimostrazioni ostili, ma sorvegliavano rigorosamente gli uomini bianchi per impedire a loro la fuga.

Parecchi canotti erano venuti dalle sponde opposte di quella palude, ma rimanevano immobili dinanzi agli alberi della fitta foresta. Eppure sarebbe stato così [p. 336 modifica]facile a quei quattro o cinquecento uomini, prendere d’assalto quell’isolotto che non offriva agli assediati alcuna ritirata.

La notte trascorse in un continuo allarme, ma senza offese. Pareva che gli indiani non avessero alcuna premura d’impadronirsi di quei nemici che avevano cercato di violare il segreto secolare della Città dell’Oro.

All’alba la situazione degli assediati non era cambiata, anzi era peggiorata, poichè non avendo mangiato dal giorno innanzi, cominciavano già a provare gli stimoli della fame.

— Orsù — disse, Alonzo. — Bisogna prendere una risoluzione.

— E quale? — chiese don Raffaele.

— Cerchiamo di scendere a trattative.

— Cogl’indiani?

— Non vedo altra via migliore.

— Non ce n’è bisogno — disse il dottore.

— Perchè?

— S’avvicina un parlamentario.

Infatti un canotto si era staccato dalla sponda ed un indiano, privo d’armi, quello istesso che il giorno precedente li aveva invitati a partire, remava verso l’isolotto.

— Che venga ad offrirci la pace? — chiese Alonzo. [p. 337 modifica]I caimani, vedendo quella preda, si erano precipitati innanzi (pag. 361). [p. 338 modifica] [p. 339 modifica]

— Lo sapremo presto — rispose don Raffaele. — Tuttavia non lasciate le armi e preparatevi a servirvene.

L’indiano, attraversato rapidamente quel tratto di savana, sbarcò sull’isolotto, dicendo:

— Gli uomini bianchi non abbiano timore.

— Cosa vuoi? — chiese don Raffaele, facendosi innanzi col fucile in mano.

— Che mi ascolti.

— Parla.

— Gli uomini bianchi non hanno più scampo; la savana tremante li circonda, non posseggono più il canotto che noi prima avevamo guastato e sulla sponda vi sono cinquecento uomini risoluti a difendere il sentiero che conduce alla Città dell’Oro.

— Lo sappiamo, — rispose il piantatore, — ma gli uomini bianchi hanno ancora le loro armi potenti e possono uccidere molti uomini prima di morire.

— Ne uccideranno cento, duecento, ma poi soccomberanno. Vi offro dei patti.

— Quali sono?

— Di arrendervi e vi prometto salva la vita.

— Allora lasciaci ritornare al nostro paese.

— Deciderà Yopi.

— Dov’è questo Yopi? [p. 340 modifica]

— A Manoa.

— Noi lo aspetteremo.

L’indiano aggrottò la fronte.

— I discendenti degli Inchi, i figli del Sole, non sono i servi degli uomini bianchi — rispose con fierezza. — Tu parli come un padrone, mentre sei nostro prigioniero.

— Non ancora.

— La fame ti costringerà ad arrenderti.

— Mille tuoni!... Ma cosa pretendi tu?

— Le vostre armi, innanzi a tutto.

— E poi?...

— Che vi lasciate trasportare in un luogo isolato.

— Per ucciderci con maggior comodità?

— Giuro su Pachacamac,1 nostro dio supremo, che voi avrete salva la vita.

— Anche Yaruri?

— Il traditore?... Mai!... Chi tradisce il segreto della Città dell’Oro deve morire, e Yaruri morrà.

— È caduto nelle vostre mani? — chiese il piantatore con commozione.

— Lo saprai più tardi. Orsù, gli uomini bianchi si decidano o li estermineremo. [p. 341 modifica]

— Accordami cinque minuti.

Poi volgendosi verso i suoi compagni, disse:

— Cosa mi consigliate di fare?

— Arrendiamoci — rispose il dottore. — Forse non oseranno ucciderci.

— E non si potrebbe fucilare quest’indiano ed impadronirsi del suo canotto? — disse Alonzo.

— E poi avremo addosso quei trenta o quaranta canotti che vedi presso la sponda e due o trecento uomini. Resistere a simile assalto sarebbe una pazzia.

— Arrendiamoci, don Raffaele — ripetè Velasco. — Forse potremo vedere la Città dell’Oro.

— Sia — disse il piantatore.

— E Yaruri? — chiese Alonzo.

— Cercheremo di ottenere la sua grazia.

Poi volgendosi verso l’indiano che era rimasto impassibile come una statua di porfido, disse:

— Ecco le nostre armi: ci mettiamo nelle mani di Yopi, ma contiamo sul tuo giuramento.

— Gli Eperomerii non giurano invano.

Un istante dopo don Raffaele ed i suoi compagni salivano nel canotto e sbarcavano fra gl’indiani affollati sulla sponda della savana.

Nessun grido di trionfo accolse la loro resa. Furono presi, coricati entro tre amache sospese a tre [p. 342 modifica]lunghe pertiche sostenute da dodici robusti indiani e trasportati attraverso la foresta con grande rapidità. Avevan loro lasciate libere le braccia e le gambe, ma quei quattro o cinquecento indiani li seguivano da vicino, portando con loro le lance e le cerbottane.

Tre ore dopo quella turba si arrestava dinanzi ad un grandioso fabbricato di pietra, perfettamente rettangolare, sostenuto all’ingiro da ventiquattro colonne adorne di lamine d’oro e col tetto coperto da lastre d’egual metallo, le quali scintillavano sotto i raggi del sole.

Don Raffaele ed i suoi compagni furono fatti scendere e rinchiusi in una grande sala colle pareti pure di pietra e che riceveva la luce da due spaziose finestre, ma aperte a venti piedi dal suolo.

L’unico ornamento che si vedesse, era l’immagine del sole formato da un grande disco d’oro con i raggi d’argento, collocato all’estremità della sala, di fronte alla porta d’ingresso.

— Voi rimarrete qui fino a che Yopi avrà deciso sulla vostra sorte — disse l’indiano a cui si erano arresi. — Non temete nulla e riposate tranquilli.

Poi tutti gl’indiani uscirono chiudendo e sprangando la porta.

— Dove ci hanno condotti? — chiese Alonzo, che non si era ancora rimesso dal suo sbalordimento. [p. 343 modifica]

— In un tempio dedicato al Sole, credo — rispose il dottore, che contemplava tranquillamente l’immagine dell’astro diurno. — A quanto pare, questi indiani hanno conservato l’antica religione dei peruviani.

— Ma intanto ci lasciano morire di fame, dottore.

— Spero che si ricorderanno di noi.

— E tarderà molto quel signor Yopi, a decidersi sulla nostra sorte? Io comincio a non vederci più chiaro in tutte queste avventure.

— Ditemi, Velasco — disse don Raffaele, che da qualche istante pareva tormentato da un pensiero. — Gli Inchi offrivano sacrifici umani al Sole?

— No, don Raffaele. Nelle grandi solennità uccidevano delle pecore o delle vigogne, dei lama, e mai uomini.

— Nemmeno i nemici fatti prigioni in guerra?

— No.

— Mi levate un grande peso che mi opprimeva, Velasco. Cominciavo a temere che avessero intenzione di offrire la nostra vita al Sole.

— Non abbiate questo timore: gli antichi peruviani non erano cattivi, tutt’altro.

— Ma cosa vorrà fare di noi Yopi?

— Non saprei dirvelo.

— Che situazione poco allegra, Velasco! [p. 344 modifica]

— Non disperiamo, don Raffaele.

— Zitti! — disse Alonzo.

Aveva udito delle voci presso la porta. Poco dopo le sbarre vennero levate ed entrarono due indiani, portando due grandi ceste di foglie intrecciate, contenenti gran numero di quelle mezze zucche seccate chiamate cui, ricolme di varie specie di radici, di frutta e di liquidi.

Deposero i canestri a terra, fecero un inchino dinanzi agli uomini bianchi piegando un ginocchio, poi, se ne andarono senza aver pronunciata una sola parola.

— La colazione viene in buon punto — disse Alonzo. — Il mio ventre è perfettamente vuoto.

— Vediamo cosa hanno recato — disse il dottore, gettando uno sguardo sui canestri. — Diamine!... Un vero pasto d’antichi peruviani!... Questi indiani, a quanto sembra, non solo hanno conservata la religione primitiva degli Inchi, ma anche le abitudini di quei figli del Sole. Ecco qui una minestra di quinea, molto in uso nel Perù tre secoli or sono.

— Cos’è questa quinea? — chiese don Raffaele.

— Una specie di miglio che produce il chenopodio, una pianta le cui foglie si mangiavano avidamente da quei popoli e che si dice fossero tenere e di buon sapore. [p. 345 modifica]

— E questo cui cosa contiene, mio erudito amico? — chiese il piantatore.

— Sono larvi, specie di piselli, ma come ben vedete, più grossi dei nostri ed anche migliori. Quelle pallottoline polpose, grosse come un pollice ed arrostite, sono papa e servivano di pane agli Inchi; quelle piccole radici, che sono seccate al sole e che sono più dolci dello zucchero, si chiamano toca e quelle patate rosse, gialle, nere e bianche, che hanno ognuna un sapore differente, si chiamano upicu.

— E questi tuberi?

— Sono cuchuchu, specie di tartufi e quelli altri sono inchi e hanno il sapore delle mandorle, ma crudi producono un forte mal di capo e cotti sono invece sanissimi.

— E questi liquidi?

— Birra di maiz.

— E quei due uomini, chi sono? — chiese Alonzo.

Il dottore e don Raffaele alzarono il capo. Due indiani erano silenziosamente entrati da una porta laterale e si erano fermati dinanzi ai prigionieri colle braccia incrociate sul petto ed il sorriso sulle labbra.

Don Raffaele balzò in piedi emettendo un grido di stupore, poi lanciandosi verso di loro colle pugna chiuse, esclamò: [p. 346 modifica]

— Tu Manco!... Tu Huayna!...

— Noi, padrone — risposero i due indiani, senza muoversi.

— E venite a vendicarvi della vostra schiavitù?

— No, padrone; veniamo per dirti che noi abbiamo ottenuto da Yopi la tua grazia.

— Ah!

— Ma chi sono quei due indiani? — chiesero Alonzo ed il dottore, stupiti.

— Volete saperlo? — disse don Raffaele. — Sono i due indiani che ci precedevano e che ci affondarono la scialuppa.

— Ma come li conosci, cugino?

— Sono i due schiavi fuggiti dalla piantagione.

— È vero, padrone — risposero i due indiani.

— Il mio sospetto era vero! — esclamò il dottore. — Quel grido udito sulla terrazza, l’avevo sempre negli orecchi.

— Siete voi adunque che ci avete suscitati tutti quegli ostacoli, per impedirci di giungere alla Città dell’Oro? — chiese Alonzo.

— Sì — rispose Manco. — Agli uomini bianchi è proibito inoltrarsi nelle terre abitate dai discendenti dei figli del Sole e noi volevamo arrestarvi, ma senza farvi male. Avremmo potuto uccidervi a colpi di fucile [p. 347 modifica]più di venti volte, e come vedete, vi abbiamo sempre risparmiati.

— Ma conoscevi Yaruri? — chiese don Raffaele.

— Sì, padrone.

— Spiegati.

— Noi siamo due Eperomerii come Yopi. Il vostro amico viaggiatore, che ci fece schiavi, ci aveva sorpresi alla foce del Tipapu mentre noi cacciavamo i manati (lamantini). La sera che vi vedemmo tornare alla piantagione in compagnia di Yaruri, ci nacque il sospetto che quell’uomo volesse tradire il secolare segreto della Città dell’Oro e ci inerpicammo fino alla terrazza, nascondendoci fra le piante rampicanti. Nessuna delle vostre parole ci sfuggì e fu in quel momento che Huayna, sdegnato per l’infame tradimento, non potè trattenere quel grido di rabbia che tanto vi sorprese. Prendemmo subito la nostra decisione. Nei vostri magazzini c’impadronimmo di due fucili, salimmo in uno dei vostri più rapidi canotti, munito di una piccola vela e non veduti prendemmo il largo per fermarvi e per avvertire la nostra tribù del pericolo che correva. Due volte tentammo di abbattere il traditore, ma un genio malefico lo proteggeva. Quando vi arrestammo alla seconda cateratta, fuggimmo per avvertire Yopi e la nostra tribù e quelle alleate si prepararono alla difesa. [p. 348 modifica]

— Ma perchè ci avete risparmiati? — chiese don Raffaele.

— Perchè durante la nostra schiavitù mai abbiamo avuto a dolerci di te, padrone, — disse Manco con nobiltà.

— Grazie — rispose il piantatore con voce commossa. — Ma Yaruri che persona è?

— Un ambizioso che odiava Yopi mortalmente, perchè questi era stato eletto capo supremo della tribù dei figli del Sole.

— E dov’è ora Yaruri?

— Nelle nostre mani.

— Dove l’avete preso?

— Nella foresta, mentre strisciava fra le piante per guadagnare Manoa e pugnalare a tradimento Yopi.

— E cosa ne farete di quell’uomo?

— I traditori meritano la morte: i caimani dello stagno nero lo attendono.

— E se io vi promettessi di condurlo con me e non lasciarlo più mai rivedere questi luoghi?

— È impossibile concedertelo. Yopi lo ha condannato e Yaruri morrà.

— E noi? Verremo uccisi?

— No; domani i piaye interrogheranno le viscere dell’agnello nero durante la festa di Raynù, ma Yopi [p. 349 modifica]ha detto a loro che voi non dovete morire e lo obbediranno.

— Ma dove si farà questa festa?

— In questo tempio che è dedicato al Sole.

— E ci lascerà ritornare al nostro paese liberi?

— Sì, poichè noi così abbiamo voluto, in compenso della nostra fedeltà.

— Grazie, miei buoni amici — disse don Raffaele, tendendo a loro le mani. — Ma la Città dell’Oro non potremo vederla noi?

— Forse, dall’alto della montagna. Addio padrone: a domani.

  1. Era il dio adorato dagli antichi peruviani.