La fine di un Regno/Parte II/Capitolo IX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo IX

../Capitolo VIII ../Capitolo X IncludiIntestazione 3 marzo 2021 75% Da definire

Parte II - Capitolo VIII Parte II - Capitolo X
[p. 191 modifica]

CAPITOLO IX


Sommario: La rivoluzione nelle provincie — A Trapani e a Marsala — I torbidi a Messina — Il proclama di uno studente e l’indirizzo del Senato al Re — Catania e il generale Clary — Provvedimenti per Messina e Catania — Rapporti fra il Re e Castelcicala — I capi militari in Sicilia — Un proclama del Luogotenente — Il lavoro delle squadre — Si attende Garibaldi — Disordini nell’Isola — L’azione dell’Inghilterra — Il generale Landi si avvia verso Calatafimi — Arriva ad Alcamo — Le istruzioni che ebbe — Rapporti del Landi — La condotta di lui — La flotta di crociera e le istruzioni del Governo — Come avvenne lo sbarco a Marsala — Le cannonate dello Stromboli e della Partenope — Incidenti della spedizione garibaldina sino a Marsala — La condotta dei legni inglesi Argus e Intrepid — La verità storica — False voci di tradimento — Si scende a Marsala — I Mille, le loro divise, le loro armi e la loro cassa — Crispi, Castiglia, Andrea Rossi e Pentasuglia — La presa di possesso del telegrafo — Particolari interessanti — I primi atti di Garibaldi — La giornata di Calatafimi — La ritirata dì Landi apre a Garibaldi la via di Palermo.


La rivoluzione, soffocata a Palermo, non trovò eco nelle provincie. A Trapani si costituì un Comitato insurrezionale, che ottenne dal debole intendente la liberazione di alcuni prigionieri politici, e la formazione di una guardia civica con bandiera tricolore. Il colonnello Iauch, che vi comandava il tredicesimo di linea, si sbarrò in quartiere, dichiarandosi impotente a frenare il tumulto.

Nella vicina Marsala l’insurrezione scoppiò il 6 aprile, promossa e compiuta da Abele Damiani, coadiuvato dai suoi amici Giuseppe Garaffa e Giacomo Curatolo Taddei e da quegli stesai popolani, che aiutarono più tardi Garibaldi. Quel console sardo, Sebastiano Lipari, a differenza del suo collega di Trapani dette, non spontaneamente, come fu affermato, la bandiera tricolore; si [p. 192 modifica]gridò: Viva l’Italia e Viva Vittorio Emanuele, e si formò una squadra, la quale doveva marciare sopra Palermo. Ma la squadra non partì, il Damiani trovò scampo sopra una cannoniera inglese e non ci fu altro in quella provincia. Il governo depose l’intendente, deferì a un consiglio di guerra il comandante, aprì un processo penale, e a rimettere l’ordine in Trapani e a Marsala inviò il generale Letizia con una colonna mobile, formata da quattro compagnie di linea, due di cacciatori e due cannoni. Letizia, o il marchese Letizia, come preferiva esser chiamato, era un altro bollente Achille dell’esercito napoletano; non privo affatto di coraggio e in gioventù era stato forte tiratore di pistola. Da poco promosso brigadiere, si offri spontaneamente di andare in Sicilia. Sbarcò a Trapani, procedette al disarmo e mandò due compagnie a Marsala, dove l’agitazione ancora durava. Ristabilito l’ordine superficialmente e fatti decretare dal governo alcuni lavori nel porto di Trapani, e premii d’incoraggiamento fra i numerosi proprietarii di quelle saline, Letizia fu richiamato a Palermo con la sua colonna, e vi giunse la sera del 10 maggio. Avanti di partire, ordinò che i due cannoni fossero restituiti allo Stromboli, che ve li aveva sbarcati, i quali cannoni, imbarcati la mattina del giorno 11 dal Capri e riconsegnati nello stesso giorno allo Stromboli, furono la causa, come si vedrà, per la quale Garibaldi potè sbarcare a Marsala senza molestia, da parte dei legni di crociera. Trapani fu quasi sempre agitata in quegli anni, per opera principalmente di Vito Lombardo, viceconsole sardo ed oggi impiegato presso quella Camera di commercio. Le aspirazioni liberali, come le burle alla polizia, ebbero sempre per capo il Lombardo, che, valendosi della sua qualità, ne proteggeva e favoriva gli autori. Nel 1856, tal Gaspare Orlando, avuto un litigio col genero del comandante del presidio, promise di schiaffeggiarlo pubblicamente. E lo fece, di pieno giorno, nella via principale, mentre quello passeggiava insieme a un militare e ad un funzionario borbonico. Lo schiaffeggiato si volse, con la caratteristica espressione ““Neh! ch’er è?...„ e l’Orlando pacificamente andò via, si nascose nella casa del Lombardo e di là emigrò liberamente. Poco dopo, tal Gaspare Fontana, arrestato con altri per cospirazione politica, attuò con singolare forza d’animo il disegno di fingersi pazzo, e vi riuscì. Al tempo della guerra di Crimea, passò per Trapani, carico di [p. 193 modifica]truppa, il Varo della marina militare sarda, comandato da Ulisse Isola. Per mezzo del Lombardo, furono strette relazioni politiclie, ma il Varo, circondato sempre dalle imbarcazioni della polizia, fu costretto a partire al più presto. Curioso il fatto, che i marinai sardi, cui si offersero dei fichi d’India, pensarono di mangiarli colla buccia e le spine lacerarono loro la bocca.

La polizia faceva anche la guerra alle barbe, com’è noto. Il Lombardo ne portava allora una assai lunga, e non voleva tagliarla. Invitato al commissariato di polizia, vi trovò il barbiere pronto per raderlo, ma egli invocò la sua qualità di console estero. Il commissario restò perplesso, e lo mandò via, ma scrisse a Palermo, invocando istruzioni, e ci volle una nota del luogotenente per affermare l’intangibilità di quella barba consolare!

Tranne a Trapani e a Messina, non vi furono in tutta l’Isola che disordini lievi, repressi dappertutto con poca fatica. A Messina ci fu pure un vero tentativo di rivolta, sebbene sin dal 1° aprile ne fossero stati cacciati gli studenti, i quali, prima di partire, distribuirono a migliaia di copie questo proclama, redatto dal loro compagno Francesco Todaro, studente di terzo anno di medicina:


Gli Studenti ai Messinesi.

Messinesi! — Giacohè l’amor di patria va registrato come a delitto capitale, e la parola libertà mette alla Genia Borbonica spavento come lo spettro d’Agesilao, noi perchè apostoli siamo espulsi da questa bella figlia dell’italico suolo.

Addio, fratelli, addio! Qualunque separazione i nostri cuori non si partiranno giammai dai vostri.

Fratelli, l’ora è sonata, il tricolorato vessillo, inalberato nell’alta Italia, non tarderà a sventolare sulle nostre mura. Al vostro appello le nostre braccia, i nostri petti son vostri.

Ritorneremo dalla campagna, come leoni dalla foresta: combatteremo, la patria sarà libera e noi prodi soldati.

Addio, fratelli, addio! Gridate con noi: Viva l’Italia.


1 disordini di Messina furono provocati in parte dall’insipienza dell’intendente Artale, il quale, accaduti i primi moti, propose per domarli la formazione di una guardia civica e lo stato d’assedio insieme! Egli non andava punto di accordo col maresciallo Russo, comandante della cittadella. Nei giorni 8, 9 e 10 aprile, i torbidi ebbero dolorose conseguenze di morti e feriti, onde bisognò richiamare l’intendente e proclamarvi davvero lo [p. 194 modifica]stato d’assedio. Nel maresciallo Russo si concentrarono tutt’i poteri, ma egli, alla sua volta, non andava di accordo col generale Gaetano Afan de Rivera, comandante la terza divisione del corpo d’esercito. Non esitò a minacciare il bombardamento della città; e poiché era rozzo e spavaldo, si temette che volesse veramente eseguire la minaccia. I consoli di Francia e d’Inghilterra avrebbero fatte delle proteste, non solo a difesa dei proprii connazionali, ma anche della popolazione di Messina, ed è verosimile anche questo, perchè, dopo le sanguinose repressioni del giorno 10, non si temeva che i tumulti potessero rinnovarsi.

A Catania i disordini furono lievissimi e vennero facilmente sedati. Intendente e comandante militare andavano in pieno ac- cordo. Intendente era il principe di Fitalia, nipote di Ruggiero Settimo, succeduto ad Angelo Panebianco; e comandante, il generale Tommaso Clary, nipote dell’arcivescovo di Bari e figliuolo del vecchio generale. Il Clary mori a Roma nel marzo del 1878, quasi ottantenne. Quando io lo conobbi, era un amabile vecchio, pieno di vivacità e non privo d’ingegno: borbonico sincero e convinto, non a torto, che senza l’opera del Piemonte, occulta da principio, palese, fin troppo, dopo Marsala, e senza l’aiuto morale dell’Inghilterra e della Francia, la rivoluzione in Sicilia non avrebbe avuta fortuna. Nel 1860 il Clary contava fra i migliori generali dell’esercito e da un anno comandava la brigata di Catania. In data 16 aprile egli riferiva al luogotenente che il suo vero flagello a Catania, era quel vice console inglese Ieans, come suo flagello a Messina, dove venne destinato più tardi al comando della cittadella, era quell’altro console inglese, Riccards, messo su, diceva egli, dai fratelli Lella, console l’uno e viceconsole l’altro di Sardegna. E già prima del Clary, il maresciallo Russo, con suo rapporto del 19 aprile, li aveva denunziati, ma inutilmente.


Il governo dette prova di energia dappertutto; e Rosolino Pilo, sbarcato la sera del 9 aprile a Messina, con pochi compagni, aveva dovuto, per sottrarsi alla caccia della polizia, trovare scampo nelle montagne di Palermo, con la convinzione, come si è detto innanzi, che si trattava oramai di partita rimessa a miglior tempo, salvo che Garibaldi, del quale affermava la prossima venuta, non fosse riuscito a riaccendere il [p. 195 modifica]fuoco. Ristabilito l’ordine, il Senato di Messina votò il 17 aprile un indirizzo di fedeltà al Re, pregandolo di non voler chiamare responsabile tutta la città del fatto di pochissimi cattivi, ai quali stava a cuore l’appropriazione dell’altrui fortuna, e supplicandolo perchè facesse tornar tutto nell’ordinario stato, onde animare il commercio, e così nella circolazione dei valori, trovare maggior utile. Questo indirizzo, che portava le firme del sindaco Felice Silipigni e dei decurioni, principino di Mola, baronello La Corte, Luigi Benoit e Giuseppe Castelli, non fu giudicato abbastanza ortodosso, facendosi in esso qualche allusione poco benevola all’autorità militare, onde il sindaco venne destituito. E poiché il Senato messinese chiedeva lavori per aiutare la povera gente, il Re concesse un prestito di quattromila ducati, al quale atto di regia munificenza il Senato rispose il giorno 22 con un altro indirizzo più enfatico, di fedeltà e riconoscenza. Una modesta largizione di benefizii immediati, e la promessa di prossimi lavori pubblici furono abilmente sfruttate dal governo in quei giorni. A Messina venne infatti soppresso il doppio dazio di stallaggio sui depositi del porto franco, e condonate multe ai contribuenti di fondiaria. A Catania fu promessa una strada ferrata, di cui l’Isola non aveva neppure l’idea, un nuovo porto con scala franca, il tribunale di commercio, una cassa di sconto, e la promozione della sede vescovile a metropolitana, E poiché nell’anno innanzi era stata piuttosto scarsa la raccolta del grano, e piuttosto alti ne erano i prezzi, accresciuti, naturalmente, dalle continue agitazioni politiche, il Re concesse un prestito di dodicimila ducati alla città di Palermo, e alcune franchigie doganali. Tutti i comuni dell’Isola furono poi assoluti dal pagamento di un residuo della tassa sulle aperture, già abolita.


Ma a Napoli non si era tranquilli. Il Re mandava istruzioni quotidiane direttamente a Castelcicala, non solo di carattere militare, ma anche di carattere politico e amministrativo al doppio fine di combattere le bande, e di prevenire il temuto sbarco di Garibaldi. Il governo di Napoli, informato da qualche mese, ma imprecisamente dei disegni di lui, acquistò la certezza della sua venuta nel Regno, nei primi giorni di maggio, e mandava al luogotenente istruzioni e moniti anche severi, parendogli che il Castelcicala non si rendesse [p. 196 modifica]abbastanza conto della gravità della situazione, dopo il suo ritorno a Palermo. E il principe forse punto dal rimorso d’aver assicurato il Re, alla vigilia del 4 aprile, che la Sicilia era tranquilla, inclinava, anche per l’indole sua flemmatica, ad attenuare gli avvenimenti. Egli non dubitava infatti di scrivere a Napoli che le bande erano formate di ladri, e non d’insorti politici, e che non dovevano dar pensiero, perchè, incalzate ogni giorno dalle colonne mobili, si scioglievano via via, e più tardi scrisse che a Carini erano state addirittura sgominate. Ma il vero è, che benchè egli fosse il comandante generale delle armi, e in quei giorni avesse assunto il titolo di “generale in capo„ non riusciva neppure a domare le rivalità fra i generali da lui dipendenti. A Messina erano note le gelosie fra il Russo e l’Afan de Rivera, le quali degenerarono in aperta rottura, sino al punto che il Russo fu dovuto richiamare. A Palermo, il Salzano seguitava ad avere i pieni poteri, e ciò non andava a garbo dei generali Cataldo e Primerano, i quali a capo delle colonne mobili, nei circondarli di Termini e di Cefalù, non riuscivano che a stancare inutilmente le truppe. In altre provincie, i comandanti non andavano d’accordo con gl’intendenti. Il governo di Sicilia doveva poi guardarsi anche dagli impiegati proprii, i quali erano siciliani quasi tutti. Il giorno 14 aprile, il generale Clary scriveva da Catania al luogotenente queste caratteristiche parole: “Gl’impiegati Siciliani hanno insito indistintamente il sentimento siciliano, cioè voler essere indipendenti da Napoli, e questi sono i buoni. Gli altri servono pel soldo, ma al momento di un movimento spariscono, per gettarsi al partito che potrebbe restar vincitore„. E quando dopo l’attacco sanguinoso di Carini, parve al luogotenente che l’ordine fosse ristabilito, abolì di sua testa lo stato d’assedio a Palermo e nel distretto, e in un proclama alla popolazione, dopo di aver ricordato l’indulto concesso dal Re per tutti quei traviati che avessero deposte volontariamente le armi, e dopo la constatata ripristinazione dell’ordine, scriveva: “Rimane tuttavia un dovere a compiersi, quello di far cessare le scorrerie dei più tristi delle disciolte bande, i quali non credendo di tornare quieti alle case loro, deposte le speranze del bottino, han posto mano alla vita e alle robe altrui e ad abominevoli fatti„. Ma in quel giorno stesso (3 maggio) non mancò di richiamare [p. 197 modifica]in vigore le ordinanze di Filangieri per gli asportatori e detentori d’armi senza permesso, per effetto delle quali, i contravventori, sottoposti a consigli di guerra subitanei, potevano, com’è noto, essere fucilati.

In Corte erano sempre vive le inquietudini; e però non si cessava di mandar sempre istruzioni e piani al Castelcicala, il quale cominciò a comprendere che il Re e i ministri non avevano più fiducia in lui; tantoppiù che sapeva essere gli ordini e i moniti più severi suggeriti al Re dal principe di Satriano, singolarmente quelli che si riferivano ai movimenti delle truppe; e non ignorava di essere stata offerta ripetute volte al Filangieri la luogotenenza di Sicilia. I movimenti militari sembravano ordinati apposta per demoralizzare le truppe, rallentando quei vincoli di disciplina, che nell’esercito napoletano, il quale era in Sicilia esercito di occupazione, non erano forti. Per un malinteso sentimento del proprio dovere il Castelcicala non mandò le dimissioni; egli si mostrava convinto che avrebbe col suo sistema ristabilito l’ordine nell’Isola, e vi sarebbe forse riuscito se avesse avuto altri generali al suo comando. Di soldati non aveva difetto: in Sicilia se ne contavano più di trentamila negli ultimi giorni di aprile, comprese le guarnigioni delle fortezze.


Rosolino Pilo teneva accese le speranze dei liberali e le audacie degli insorti; egli affermava sempre imminente l’arrivo di Garibaldi con un esercito di volontarii bene armati; e le affermazioni sue erano improntate a tanta sicurezza, che, diffuse con grande abilità, anche fra i soldati, fecero divenire sentimento generale nell’Isola, in quella prima settimana di maggio, che Garibaldi fosse veramente alle porte. Un giorno lo si diceva sbarcato a Trapani; un altro a Sciacca; poi a Girgenti. La fantasia meridionale lavorava in tutti i modi, e nelle campagne la polizia non riusciva più a garantire la sicurezza. Si rompevano i fili del telegrafo; si sequestravano e svaligiavano le corriere postali e i procaccia; si compivano atti di rapina, credendosi di combattere così il governo. Le squadre ingrossavano, reclutando gente d’ogni risma e la mafia, che in quei giorni assumeva un’aria addirittura provocatrice, si dava un gran moto. Si stancava maledettamente la truppa con imboscate e marce faticose. I distretti di Cefalù e di Termini erano agitati più che mai, e i generali Primerano e Cataldo, [p. 198 modifica]che comandavano quelle colonne, facevano eseguire marce senza costrutto. Le notizie che pervenivano dall’interno dell’Isola, erano quasi paurose; dappertutto la convinzione che Garibaldi era alle porte; dappertutto disordini e temerarie resistenze all’autorità. Maniscalco non era più in grado di frenare la marea. Nella notte del 6 maggio un pugno di insorti attacca gli avamposti di Monreale; è respinto, ma il fatto accresce in Palermo l’allarme della polizia e le speranze dei liberali. Tutti quelli che possono fuggire lasciano la città. Il giorno 9, il Comitato ordina nuovamente, con cartellini anonimi, che nessuno debba passare per via Toledo e tutti debbano correre in via Macqueda. L’ordine, manco a dirlo, è eseguito anche questa volta: via Macqueda rigurgita di gente le signore ai balconi sventolano i fazzoletti; si grida dovunque: Viva l’Italia e Viva Vittorio Emanuele; accorrono pattuglie di soldati, ma, incalzate dalla folla, son costrette a far uso delle armi. Vi è un morto e vi sono tre feriti. Vengono prese nuove misure per rinforzare la guarnigione di Palermo, e la sera del 10 vi rientrano le colonne del generale Letizia e del maggiore d’Ambrosio. Nei porti di mare erano non meno frequenti gli allarmi, sia che vi apparisse qualche legno sardo con bandiera tricolore, sia che spuntasse qualche legno inglese. La profonda persuasione che l’Inghilterra favoriva la rivoluzione paralizzava il governo. Si vedeva la mano degl’inglesi dappertutto, anche nelle cose più insignificanti. Un po’ la tradizione dei Borboni di Napoli e di Francia, che vedevano nell’Inghilterra il costante nemico; un po’ la condotta dei consoli inglesi di Palermo, Messina e Catania, e un po’ la presenza della flotta Brittannica, che si trovava a protezione degli interessi inglesi, così numerosi nell’Isola, concorrevano ad autorizzare questi sospetti. Maniscalco restò sulla breccia fino all’ultimo, mostrando di non aver paura, ma senza però nascondersi la gravità estrema della situazione, e persuaso che se veramente Garibaldi fosse sbarcato, con molti uomini ed armi, l’Isola sarebbe insorta come un sol uomo, se non si fosse fatta tabula rasa dei generali, a cominciare dal comandante in capo.


Incalzando le informazioni sul prossimo sbarco di Garibaldi, tutta la truppa fu mobilizzata in colonne, sotto il comando di un generale, di un colonnello o di un maggiore, secondo che erano più o meno numerose. La colonna destinata ad operare [p. 199 modifica]nel circondario di Trapani, ebbe l’ordine di marciare per Calatafimi e partì all’alba del 6 maggio. Ne aveva il comando Francesco Landi, da poco promosso generale. Contava circa settant’anni, aveva preso parte ai moti del 1820, a stento montava a cavallo e preferiva andare in carrozza. Se il comando non fosse stato a lui affidato, sarebbe toccato al Von Mechel, straniero, e questa considerazione fece si, che nel Consiglio di guerra convocato dal luogotenente e al quale intervenne pure il consigliere Galletti, fosse stato deciso di dare il comando di quella colonna al Landi, il quale, nonostante l’età, era in fama di buon militare. Aveva comandato per alcuni anni il sesto reggimento fanteria, Farnese.

Landi, partito nelle prime ore del giorno 6, ascoltò la messa a Monreale, perchè era domenica, e s’incamminò a piccole tappe per Oalatafimi. I fili e i pali telegrafici erano quasi dappertutto spezzati; le poste non funzionavano e le campagne invase da insorti e malviventi, che su per giù erano molte volte la stessa cosa. Landi procedeva con grandi cautele, non avendo ufficiali di stato maggiore, né servizio d’informazioni e d’ambulanza. Le corrispondenze doveva mandarle e riceverle con pedoni, per mezzo dei giudici regi e dei sottointendenti. Pare strano che, essendo Palermo la base di operazione della colonna di lui, ed essendo questa diretta a Calatafimi, cioè alla distanza di quarantaquattro miglia, circa ottanta chilometri, non si fosse provveduto, con tanta cavalleria, ad un servizio rapido e sicuro di informazioni tra quel corpo e il comando in capo. Landi arrivò la mattina del 12 ad Alcamo, dove fu ospite del cavalier Luigi Ferro, ricevitore generale della provincia di Trapani, persona assai facoltosa e molto amata dai suoi concittadini. Era borbonico convinto, benché avesse dato in moglie l’unica figliuola al barone di San Giuseppe, liberale ed intimo del barone Mokarta di Trapani, ch’era un Fardella. Il San Giuseppe tenne nascosto il Mokarta nei locali della ricevitoria, senza che il suocero potesse sospettarne nulla. I fratelli Santanna, nativi anch’essi di Alcamo, contavano tra i liberali della città, anzi il maggiore di essi, Stefano, che aveva titolo di barone, fu colui che condusse la prima squadra incontro a Garibaldi. Naturalmente tra il Ferro e i Santanna non vi era buon sangue, ma il Ferro non aveva paura, e volle rimanere in Alcamo, per meglio seguire le vicende di quei giorni. Sapendo che il Landi non poteva rimanere lungo tempo [p. 200 modifica]a cavallo, offrì la sua vettura, tirata da due forti sauri, e così Landi partì per Calatafami la notte del 12, e vi arrivò all’alba del 13. Appena giunto, scrisse al generale in capo una lettera ch’è una querimonia dalla prima all’ultima parola.

Le istruzioni date a lui e al colonnello Donati, che comandava il reggimento dei carabinieri, erano d’“impedire uno sbarco di emigrati, vociferato di volersi effettuare lungo il littorale tra Mazzara e Capo San Vito„. Ho il testo autografo di quelle istruzioni, firmato dal Castelcicala.1 Il governo di Sicilia era dunque informato, non solo dello sbarco, ma del luogo dove approssimativamente si sarebbe compiuto. Come potè avvenire che, sapendosi tutto questo, e disponendosi la sollecita partenza di Landi per Calatafìmi e Trapani, venisse richiamata la colonna del Letizia, proprio da Trapani e da Marsala? Riesce inesplicabile, quando non si voglia tener presente la confusione regnante nel comando generale di Palermo, diviso fra il luogotenente e il generale Salzano. Difatti, le istruzioni date da Castelcicala al Landi furono accompagnate da un altro foglio di istruzioni, minuziose e prolisse, date dal Salzano, le quali sembravano fatte apposta per imbrogliare la testa di quel generale.2 E quando lo sbarco fu compiuto, senza che riuscisse alla flotta di crociera impedirlo e assai meno alla colonna del Landi, la quale giunse, ripeto, all’alba del giorno 13 a Calatafìmi, il generale in capo mandò, la mattina del 12, altre istruzioni al Landi: ma queste non giunsero che alle nove antimeridiane del giorno 14, impiegando più di quarantott’ore!3


Il giorno prima di ricevere queste ultime istruzioni. Landi aveva scritta al generale in capo una lettera, la quale, come ho detto, era tutta una querimonia. Si doleva di non aver neppure un ufficiale di stato maggiore, ne servizio d’ambulanza, nè di comunicazione. “Per trasmettere all’E. V. questo mio rispettoso foglio, egli dicea, non ho trovato altro mezzo che quello di spiccare un pedone al sottointendente di Alcamo, interessandolo di procurare egli altro mezzo per farlo giungere all’E. V.„. Si doleva pure che il promessogli battaglione del decimo di linea non [p. 201 modifica]era ancora apparso, e dichiarava di non trovar prudente, prima che arrivasse questo battaglione, di muovere sopra Salemi, “dove evvi una squadra armata, composta non dagli sbarcati, ma di gente raccogliticcia„. Egli appariva ignaro dei movimenti della banda sbarcata. Solo da alcune vaghe relazioni il Landi congetturava che la detta banda siasi piazzata nella Casina di Fardella, nelle vicinanze di Trapani, pur protestando però di non prestarvi fede, ““poichè poca nessuna fiducia ripongo su i pedoni esploratori di questo paese (i quali sono sempre in contraddizione fra loro), dove lo spirito pubblico, specialmente della plebe, è all’eccesso esaltato, tanto, che ieri sera già partì una quota di facinorosi di questo Comune, per tmirsi alle squadre„.4

Il giorno 14 scriveva: “Le masse degl’insorti crescono sempre di più, e vanno a stazionarsi tutte a Salemi, dove sembra che abbiano fissato quartiere generale, ivi trovansi pure gli emigrati, sbarcati a Marsala„. Solo in quel giorno gli riuscì di sapere la verità. Riferiva che il dì seguente avrebbe marciato sopra Salemi, ma poi, quasi pentito, modificava la sua risoluzione. Temeva agguati attraverso le folte boscaglie di ulivi, e dichiarava perciò che più prudente consiglio sarebbe stato quello di attendere il nemico a Calatafimi, posizione tutta militare, molto vantaggiosa all’offensiva e alla difensiva, ed essenzialmente necessaria per impedire che le bande si scaricassero (sic) sopra Palermo da questo lato della consolare„.5 Chiedeva da ultimo che un’altra colonna fosse uscita da Palermo per la linea di Partinico ed Alcamo, per prendere il nemico alle spalle. “Tentare un assalto a Salemi sarebbe un’imprudenza ed un avventurare la mia colonna fra la imboscata nemica.6 È curioso che di questo rapporto, il quale segna il numero 43, ed è datato da Calatafimi, la mattina stessa della battaglia (15 maggio) siano state fatte dal generale tre bozze, tutte di sua mano, e in ciascuna delle quali si nota lo studio suo di dimostrare che l’attacco sopra Salemi sarebbe la maggiore delle imprudenze.

Questo era il generale, incaricato di sostenere il primo urto dei Mille. Egli non possedeva nessuna di quelle qualità temerarie che decidono delle vittorie; sentiva di trovarsi in un paese [p. 202 modifica]nemico e di non potersi fidare di nessuno; non aveva stato maggiore, ne servizio d’informazioni e d’esplorazioni; nò ancora sapeva il numero degli sbarcati. Di Garibaldi gli repugna scrivere il nome, e solo in una parte della sua corrispondenza parla dei garibaldesi. Più che a vincere, egli pensava a lasciarsi libera la ritirata su Palermo, così lontana e che, giova ricordarlo, era la sua base di operazione; forse s’illuse di mettere in fuga gli “sbarcati„ come diceva lui, al primo urto; ma dopo la coraggiosa e tenace resistenza di quelli, mutò consiglio e non pensò che alla ritirata. Ad un vecchio generale, pieno d’incertezze e di cautele, che seguiva in carrozza il suo esercito, mettete di fronte un duce come Garibaldi, e la giornata di Calatafimi, nella quale combattono da una parte mille uomini, male armati e con due soli vecchi cannoni, e dall’altra poco meno di quattromila con artiglierie, è troppo spiegata, senza bisogno d’inventar tradimenti e traditori.


Fin dal 18 aprile una parte della flotta era stata destinata in crociera sulle tre coste. Il governo aveva noleggiati quattro piroscafi della società Florio e due della società Napoletana; li aveva armati di buoni cannoni, e datone il comando a giovani ufficiali della marina da guerra. Tutta la flotta di crociera era formata da quattordici bastimenti e due rimorchiatori, e la costa più guardata era quella di occidente, da Capo San Vito a Mazzara, dove si temeva lo sbarco, con vigilanza speciale sulle Egadi. Vi erano destinate la fregata Partenone con sessanta cannoni; la corvetta Valoroso con dodici, entrambe a vela; la pirocorvetta Stromboli con sei, e il vapore Capri, già mercantile, comandato da Marino Caracciolo, con due cannoni. Al sud di Mazzara sino al Capo Passaro, incrociavano altri legni, tra i quali l’Archimede e l’Ercole. Della crociera occidentale aveva il comando il capitano di vascello Francesco Cossovich a bordo della Partenone, e comandante in secondo era quello stesso Eduardo d’Amico, che, sei anni dopo, fu capo delio stato maggiore di Persano a Lissa. Lo Stromboli era comandato da Guglielmo Acton, che vi prese imbarco fin dal 18 aprile. Egli aveva come sottotenente di vascello Cesare de Liguoro; e a bordo del Valoroso, comandato da Carlo Longo, c’era, collo stesso grado di sottotenente, Enrico Accinni. De Liguoro e Accinni, saliti ai più alti gradi della marina italiana, sono fra i pochi superstiti [p. 203 modifica]di quella giornata. Non scarsa dunque la crociera, ma neppure numerosa, tenuto conto della lunghezza della costa. Se nessuno dei legni poteva dirsi adatto a un servizio, che richiede navi agili, rapide e bene armate, la divisione era nondimeno ricca di ottanta bocche da fuoco, ed aveva inoltre il sussidio dei semafori. Lo Stromboli, considerato il bastimento più forte, era una pirocorvetta a ruote piuttosto lenta, e la Partenope, una fregata a vela, che, in caso di bisogno, doveva esser rimorchiata dal primo o dal Capri. La divisione non aveva truppa da sbarco, perchè il governo non previde il caso che i legni di crociera dovessero giungere a sbarco compiuto, come avvenne. Per il governo la crociera doveva soltanto impedire “ad ogni costo, lo sbarco dei filibustieri, respingendoli colla forza, catturando loro i legni, e di tutto dando comunicazione telegrafica a Napoli e a Palermo„. Erano queste le istruzioni date ai comandanti. Ve n’era poi una riservatissima, quella che “imbattendosi in alto mare o nei porti dell’Isola con legni esteri, se da guerra, li sorvegliassero con garbo, onde non compromettere il real governo; e, occorrendo li seguissero, dovendo sempre opporsi a sbarco di gente armata; e se mercantili, seguirli dappresso, prevenendo qualunque intenzione ostile„. E v’ha di più. Il giorno 10 maggio Castelcicala aveva avvisato coi semafori i comandanti delle divisioni di crociera, che Garibaldi era partito con la spedizione da Quarto, e che però stessero bene in sull’avviso. Nella notte dal 10 agli 11, due legni della crociera occidentale uscirono dal porto di Marsala e fecero rotta per Sciacca e Girgenti. Lo Stromboli, che era a Sciacca, fece rotta la mattina degli 11 per Trapani, per ricaricare dal Capri i due cannoni lasciati dal Letizia. Il caricamento di questi cannoni portò via due ore. Lo Stromboli incontrò il Capri fra le 11 1/2 e mezzogiorno; e i due comandanti Acton e Caracciolo si scambiarono anche le notizie della crociera; dopo di che lo Stromboli lentamente proseguì la rotta per Trapani, dove andava a far carbone, e il Capri per Soiacca. Giunto all’altezza di Marsala, ch’erano circa le ore due, Acton scorse nel porto, oltre a due Gun-Wessels, qualche altra cosa, di cui non seppe dapprima rendersi conto. Avvicinandosi a tutto vapore, distinse, via via, due legni mercantili, che compivano operazioni di sbarco; e più lontano, sul porto, uomini armati, alcuni dei quali vestiti di rosso. Credette da principio che fossero marinari inglesi, sbarcati dalle cannoniere. Ma a [p. 204 modifica]misura che si avvicinava, cominciò ad avere un’idea più esatta di quanto avveniva, mentre i semafori della Favignana e della Colombaja segnalavano la discesa di gente armata a Marsala. Non vi fu più dubbio per lui: la tanto attesa e temuta spedizione di Garibaldi, di quel Garibaldi, che egli, Acton, prendendo il comando dello Stromboli, aveva promesso al Re di buttare in mare, si compiva sotto i suoi occhi! Appressandosi di più all’ancoraggio, Acton mise la nave in assetto di combattimento, facendo abbattere la portelleria dei cannoni. I due Gun-Wessels erano l’Intrepid e l’Argus. Il comandante del primo segnalò di non cominciare il fuoco prima che fossero tornati a bordo alcuni suoi marinari, e Acton per cortesia internazionale attese, ma per poco. Ordinò al sottotenente De Liguoro di andare a riconoscere meglio i vapori misteriosi, e a far noto ai comandanti delle cannoniere inglesi, che avrebbe aperto il fuoco senza attendere altro. Tornò De Liguoro e riferì che lo sbarco era quasi compiuto, e che da quei due vapori con bandiera sarda erano discesi un migliaio di uomini armati con Garibaldi, e avevano occupata la città. Acton, benché convinto di non poter far più nulla contro un fatto compiuto, fece tirare alcuni colpi sui bastimenti già vuoti e altri in direzione del porto; ma i colpi, che non furono più di una diecina, non produssero effetto, per la distanza del bersaglio. Giunta intanto la Partenone, passò a poppa dello Stromboli e tirò un’intera fiancata in direzione del porto, ma per la stessa ragione anche queste cannonate riuscirono innocue.


Lo sbarco a Marsala fu accidentale. Sono noti i particolari di quel viaggio fortunoso. Garibaldi seguì vie ignote per eludere la crociera, impiegando sei giorni da Quarto a Marsala. Garibaldi, Crispi e Salvatore Castiglia, che comandava in secondo il Piemonte, ed era espertissimo uomo di mare, avevano risoluto di sbarcare a Porto Palo, fra Sciacca e Mazzara, a poca distanza da Selinunte, e fu deciso di scendere a Marsala, sol quando la mattina degli 11 maggio, incontrato presso le Egadi un veliero inglese che veniva da Marsala, Castiglia domandò se vi fossero legni napoletani in quel posto, e gli fu risposto di no. Ma andando più innanzi, Garibaldi si accorse che vi erano due legni da guerra con alberatura bianca, e credette d’essere stato ingannato.

[p. 205 modifica]Interrogò allora il ras7 di una paranza da pesca, che veniva da Marsala, se vi erano legni napoletani nel porto, e dopo che gli fu risposto: “Pigghiaro ’u largo„ lo richiese se vi fosse guarnigione, al che il ras, sempre in gergo siciliano, replicò che la truppa era partita il giorno innanzi. E anche qui c’è un mezzo romanzo da sfrondare. Non è vero, come è stato detto, che Garibaldi invitasse quel ras a bordo del Piemonte e facesse da lui pilotare la spedizione nel porto di Marsala. Il ras che poi si seppe chiamarsi Antonio Strazzera “invitato, ci seguì e ci aiutò — sono parole dette a me da Crispi — nel porto allo sbarco dei volontari. Il Piemonte era comandato da Garibaldi, e in sott’ordine da Salvatore Castiglia, che faceva da pilota; per quelle funzioni non avevamo bisogno di estranei„.

Marsala era dunque sguarnita di navi e di soldati regi, e sorgeva là dirimpetto, con le sue bianche case e le sue campagne verdi: tranquillo era il mare, splendida la giornata, nè appariva sull’orizzonte fumo di battelli o vela sospetta. Andandosi più innanzi, fu dissipato l’equivoco: le due cannoniere erano inglesi, ma per l’alberatura, a una certa distanza, potevano essere credute napoletane, poichè, è da ricordare, che alcuni legni da guerra napoletani erano stati costruiti in Inghilterra e avevano le alberature simili alle inglesi; come anche altri, costruiti a Castellamare e completati a Pietrarsa, erano modellati sullo stesso disegno. Tolto di mezzo quest’altro dubbio, Garibaldi, senza altri indugi, decise di profittare di quelle condizioni, 1e quali non solo permettevano lo sbarco, ma garantivano l’occupazione, e ordinò al Lombardo che a tutto vapore seguisse la rotta del Piemonte sopra Marsala. Ricevuto l’ordine, Bixio scrisse sopra un pezzo di carta queste parole: Garibaldi è sbarcato a Marsala, oggi 11 maggio 1860, e chiuso lo scritto in una bottiglia, la lanciò in mare. Dei due Gun-Wessels, ancorati nel porto di Marsala, l’Argus era giunto la sera innanzi diretto a Malta; l’Intrepid rimaneva a protezione delle case inglesi di Marsala, Ingham e Woudhouse, e faceva parte della squadra comandata dall’ammiraglio Mundy, che imbarcava a bordo dell’Hannibal, e la quale, pochi giorni dopo, si raccolse a Palermo. A Marsala era avvenuto il piccolo movimento [p. 206 modifica]insurrezionale, del quale si è parlato. Fu detto insistentemente; ed è ancora ripetuto con forte convinzione, che lo sbarco di Garibaldi fosse stato favorito dai due legni inglesi; che le cannoniere erano andate apposta a Marsala per aiutarlo, e che questo fosse un gran segreto, il quale Garibaldi e Crispi non confessarono mai. La verità è, che i due legni si trovavano a Marsala per caso. È vero che il console inglese, residente a Marsala, signor Collins, ricorresse al comandante dell’Intrepid, pregandolo d’intervenire, perchè dal bombardamento fossero risparmiati i magazzini e gli edifici, sui quali sventolava la bandiera britannica; e fu appunto per questo, e perchè alcuni marinari scesi a terra non erano tornati a bordo, che il comandante dell’Intrepid pregò il comandante dello Stromboli d’indugiare di poco il bombardamento e di salvare quegli edifizii. Acton vi consentì, come ho detto, ma l’attesa non durò che mezz’ora; e se anche lo Stromboli avesse incominciato a bombardare un’ora prima, il risultato non sarebbe stato diverso, perchè lo sbarco era quasi compiuto. Un’interrogazione su questo argomento fu mossa, nel Parlamento inglese, da Osborne a lord Russel, il quale dichiarò che il comandante napoletano avrebbe, solo per cortesia, sospeso il fuoco per permettere il rimbarco ai marinari inglesi. Francesco Crispi, che fu il secondo personaggio della spedizione, anzi, sotto alcuni rapporti, fu il primo, afferma in modo assoluto, che lo sbarco a Marsala fu accidentale; che il Piemonte e il Lombardo, entrando in quel porto, passarono fra i due Gun-Wessels, dai quali non ebbero aiuto, nè diretto, nè indiretto; che lo Stromboli giunse quando lo sbarco era compiuto, e che il brevissimo bombardamento cessò, quando i comandanti dello Stromboli e della Partenope si persuasero che era tempo perduto. Acton e Cossovich, non avendo truppa di sbarco, si rassegnarono a tirare delle cannonate contro il Lombardo arenato e a catturare il Piemonte, non immaginando neppure un colpo di audacia: quello, per esempio, di mettere a terra le ciurme delle navi e attaccare i filibustieri, sotto la protezione dei cannoni della flotta. Rimorchiarono il Piemonte a Napoli come trofeo della vittoria, contribuendo, senza volerlo, ad accreditare, essi per i primi, la versione che i legni inglesi avessero aiutato lo sbarco di Garibaldi. Certo è però che se lo Stromboli non avesse perduto due ore di tempo, [p. 207 modifica]per ricevere i cannoni dal Capri, lo sbarco difficilmente si sarebbe compiuto in condizioni così favorevoli, o addirittura sarebbe stato impedito. Guglielmo Acton non era uomo da venir meno al suo dovere, nè in quei giorni era cominciata la demoralizzazione della flotta; ma nel suo stato di servizio vi è davvero una lacuna. Egli ottenne il comando dello Stromboli il 18 aprile, e lo lasciò il 23 giugno, e da questo giorno al 6 agosto, in cui fu nominato comandante in secondo del Monarca, non vi è traccia di servizio da parte sua. Questa circostanza confermerebbe la voce ch’egli fosse stato punito per il fatto di Marsala, e mandato in confine ad Ischia, ma consiglio di guerra non risulta che vi fosse. Il 23 giugno la Sicilia poteva considerarsi perduta e le voci contro le pretese fellonie erano più alte e insistenti, e colpivano senza distinzione tutti coloro, che avevano avuto parte principale nelle cose dell’Isola: Acton e Cossovich, Landi e Lanza principalmente, e poi tutti gli altri. È da ricordare che Garibaldi non aveva di artiglierie che i due ferrivecchi, presi a Talamone, e i quattro legni napoletani disponevano, ripeto, di ottanta bocche da fuoco. Crispi, Accinni e De Liguoro, ricordando i fatti di quel giorno e i varii fortunati incidenti, concludono che veramente quello sbarco fu voluto dalla Provvidenza. L’Inghilterra non vi entrò per nulla e la relazione del comandante Marryat dell’Intrepid, lo conferma: relazione datata da Malta il 14 maggio, tre giorni, cioè, dopo l’avvenimento;8 ma l’opinione contraria non si dà per vinta.


Il De Sivo, che vide traditori, tradimenti e viltà dappertutto, non disdegnò di rimproverare il governo di non aver fatto impiccare Acton e Cossovich. Se avessero avuto truppe da sbarco e non se ne fossero serviti, avrebbero certo meritata l’accusa di tradimento o di viltà; ma di essere giunti tardi a Marsala non ebbero colpa davvero. Il Cossovich fu tra i pochi comandanti di marina, che non prese servizio col Regno d’Italia, e Guglielmo Acton passò nella marina italiana dopo la partenza di [p. 208 modifica]Francesco II da Napoli, e dopo aver difeso onoratamente e coraggiosamente nella notte del 10 agosto il Monarca, nelle acque di Castellamare di Stabia, e mandato a vuoto l’infelice disegno del Depretis, prodittatore a Palermo, di impadronirsi di quel legno, a suggerimento del Persano. Il fatto di Castellamare, che per poco non costò la vita all’Acton, segna una delle pagine più onorevoli della carriera di lui, e ne fu dal Re Francesco II rimunerato con la croce di cavaliere di San Ferdinando e del Merito.


Garibaldi aveva dato ordine a Crispi, a Castiglia, ad Andrea Rossi e a Pentasuglia di prender terra immediatamente, sia per disporre quanto occorreva allo sbarco, sia per impossessarsi del telegrafo elettrico, del municipio, delle carceri e della tesoreria. Castiglia e Andrea Rossi si recarono a bordo di tutt’i legni, ancorati nel porto, e imposero loro, a nome di Garibaldi, di mandare le rispettive imbarcazioni al Piemonte e al Lombardo, e l’ordine fu di buona voglia eseguito. Anche la paranza di Strazzera servi allo sbarco, il quale fu compiuto ordinatamente, in meno di due ore. Crispi, con pochi volontari, quasi tutti bergamaschi, corse al Municipio. In città non si vedeva nessuno, tranne qualche accattone e un frate domenicano, che, sventolando il fazzoletto, gridava: Viva l’Italia. Era di venerdì. Crispi convocò il sindaco e i decurioni; mise guardie alle carceri, perchè nessuno dei detenuti, profittando di quanto avveniva, potesse evadere; s’impadroni della cassa erariale con regolare verbale di consegna e proclamò il governo provvisorio in nome di Garibaldi.

Pentasuglia corse al telegrafo, e puntando un revolver sul petto dell’impiegato, s’impossessò della macchina. L’impiegato aveva già trasmessa a Palermo la notizia dello sbarco, con quei particolari che potè procurarsi. Il telegrafo elettrico era in diretta comunicazione col luogotenente, anzi la macchina dell’ufficio di Palermo stava proprio nel gabinetto del Galletti, il quale aveva alla sua immediazione un telegrafista di fiducia, chiamato De Palma, tuttora vivo. Furono chieste da Palermo maggiori notizie, e soprattutto se la città era tranquilla, al che il Pentasuglia rispose: Tranquillissima: i due vapori arrivati sono vapori nostri. La, contraddizione lampante con le prime notizie e l’osservazione fatta al Galletti dal De Palma, che era cambiata la mano del telegrafista, persuasero il primo che lo sbarco di Garibaldi era avvenuto e il telegrafo già passato in mano di lui.

[p. 209 modifica]Gallotti ordinò allora che fosse rotto il filo fra Palermo e Marsala. Era un’ora dopo mezzogiorno.

Garibaldi, con la sciabola sulla spalla sinistra, portata a modo di bastone, dava ordini e raccomandava a tutti la calma; e quando lo sbarco fu compiuto, e vide che i legni napoletani si accostavano, ordinò di chiudere le porte della città; ma fu inutile, perchè un temuto sbarco di truppe non si verificò e il bombardamento cessò presto. Alcuni giovani marsalesi, nascosti innanzi alla casa comunale, gettarono qualche timido grido di Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele. Garibaldi affidò al municipio il governo politico della città; dettò a Marsala il famoso primo proclama ai siciliani e si occupò del suo esercito, che vedeva tutto schierato per la prima volta sotto i suoi occhi. Che esercito! Non arrivavano a centocinquanta quelli che indossavano la camicia rossa: altri erano in borghese. Giuseppe Sirtori, capo dello stato maggiore, era vestito in nero, col cappello a cilindro: curiosa figura tra il medico e il prete; Nullo portava un mantello bianco, come capo delle guide; Tùrr vestiva all’ungherese; Bixio indossava l’uniforme di tenente colonnello piemontese: grado ch’egli aveva nel 34° di linea; Crispi anche lui in abito nero; la signora Monmasson vestiva da uomo, e Garibaldi indossava il famoso puncho, e sotto il puncho, la camicia rossa, e in testa un berretto tondo. Giuseppe Campo portava la bandiera. Nè a Salemi, nè a Vita, nè a Calatafimi crebbe il numero delle camicie rosse; anzi, dopo le disastrose marce che precedettero l’entrata a Palermo, parecchi di quei guerrieri erano così laceri, che loro cadevano a brandelli giubbe e pantaloni.

La cassa dei Mille, quando si partì da Quarto, era di cinquantamila lire; quando si giunse a Palermo, era di ventimila: tutta la marcia non costò che trentamila lire. Nè ufficiali nè militi prendevano paga. Ciascuno aveva un peculio proprio, abbondante o scarso, secondo la condizione rispettiva. I genovesi e i bergamaschi erano i meglio forniti di danaro e aiutavano i compagni, benchè di questi aiuti non si sentisse il bisogno, perchè da Marsala a Palermo non corsero che due settimane. Di armi, non se ne parla: fucili di guardia nazionale, quasi tutti arrugginiti. Solo i carabinieri genovesi, comandati da Mosto, erano benissimo armati. Luigi Cavalli, mio collega alla Camera dei deputati, mi narra che a Calatafimi dovè [p. 210 modifica]adoperare ben quindici capsule, perchè il suo fucile sparasse una volta. A Vita quasi tutti lasciarono i mantelli e soffrirono il freddo nella notte. Partirono da Marsala alle cinque della mattina, e la prima tappa fu Rampagallo. Garibaldi, Sirtori, Crispi e i comandanti delle sette compagnie si provvidero di cavalli alla meglio; e a dorso di due muli furono caricate le due famose artiglierie prese ad Orbetello e sulla culatta delle quali si leggeva la data della fusione: una data molto antica, naturalmente.


La giornata di Calatafìmi è narrata dal generale Landi con sufficiente sincerità, nei suoi rapporti e nella sua difesa. Egli non immaginava tanta resistenza da parte degli sbarcati. Si battè per otto ore, ma sempre rimanendo sulla difensiva e non avendo altra mira che di lasciarsi libera l’unica strada su Palermo, per tornarvi colla colonna intatta. Non impiegò in battaglia tutte le truppe, che ascendevano a circa quattro mila uomini, compreso il battaglione del maggiore Sforza, che si era unito a lui; e quando verso sera si avvide che il lungo combattimento non faceva indietreggiare i garibaldini, decise ritirarsi, invece di aspettare gli aiuti, considerando la ritirata, come egli dice nella sua ingenua auto-difesa, la migliore delle vittorie.9 Quando le trombe dei regi sul finire del giorno suonarono la ritirata, fu una grande sorpresa, seguita da un’esplosione di gioia, nel campo garibaldino. Non era ritenuta possibile. I Mille avevano consumate le munizioni; erano stanchi del lungo e disperato combattimento; avevano avuti parecchi morti e molti feriti e nessun aiuto dalla squadra del Santanna, che si limitò a guardare dalle creste dei monti quello che avveniva nel basso. Garibaldi stesso era ferito al fianco destro da un sasso, scaraventatogli da un soldato dell’ottavo battaglione Cacciatori, il quale gli aveva per due volte rivolto il fucile a poca distanza, ma l’arma non prese fuoco. Di squadre numerose e armate solo la fantasia del generale borbonico popolava le campagne e i colli attorno Calatafimi. Se il Landi si fosse avanzato e i battaglioni di cacciatori fossero giunti il 13 o il 14 a Marsala, l’impresa di Garibaldi poteva dirsi compromessa; ma il Landi [p. 211 modifica]non aspettò, ripeto, gl’invocati rinforzi, e nelle prime ore della sera si mise in marcia di ritirata.

Se il risultato vero di quello scontro fu, come azione militare, che i garibaldini e i regi conservarono le proprie posizioni, moralmente fu un disastro. Calatafimi apri le porte di Palermo alla rivoluzione. La ritirata del Landi fu la prima debacle, alla quale tennero dietro tutte le altre; fu l’inizio di quella profonda demoralizzazione, per cui si capitolò a Palermo con una guarnigione di ventimila uomini e si perdette la Sicilia. Sul capo del Landi si addensarono tremende accuse: si affermò che si fossa venduto a Garibaldi mercè una polizza di quattordicimila ducati; e la sua morte, che si disse improvvisa, accrebbe i sospetti infamanti e questi mutò in certezza, più tardi, il principe di Castelcicala. Il Landi apri la serie dei generali bollati traditori, prima in Sicilia e poi nel continente. Morì nel 1862, dopo alcuni giorni di malattia, e non già, come dissero gli scrittori borbonici, improvvisamente, e di dolore, dopo che, avendo mandato al Banco a riscuotere i quattordicimila ducati, sentì rispondersi che ne era stata alterata la somma! Uno dei figliuoli scrisse a Garibaldi invocando la sua testimonianza, e Garibaldi lealmente smenti l’accusa.10 Certo fu grave errore aver dato al Landi il comando di maggiore responsabilità, potendosi prevedere che la sua colonna avrebbe con maggiore probabilità affrontato il primo urto di Garibaldi; più grave errore d’averglielo dato nelle condizioni riferito; e massimo errore aver richiamato Letizia da Trapani, come fu colpa inescusabile e inesplicabile non aver fatto arrivare in tempo a Marsala i battaglioni chiesti dopo lo sbarco dei Mille. Occorreva un solo governo, e ve n’erano due: a Napoli e a Palermo; occorreva un sol uomo a comandare, ed erano in tanti, sospettosi e gelosi l’uno dell’altro; occorrevano generali pieni di fede e desiderosi di battersi, e un Re amato e temuto, mentre Francesco II non era nè quello, nè questo; e dei generali, ciascuno [p. 212 modifica]cava ripararsi dalla procella come meglio poteva, schivando ogni responsabilità, perchè nessuno era veramente convinto che quello stato di cose valesse la pena di difenderlo, col sacrificio della propria vita, o della propria reputazione!

A Palermo il combattimento di Calatafimi fu saputo nella notte del 16, in maniera curiosa. Il ricevitore generale Ferro venne informato da un suo campiere che il Landi aveva fatta suonare la ritirata. Da Alcamo si erano un po’ seguite le vicende della giornata; si era veduto il fumo dei fucili e udito il cannone. Il Ferro, temendo non per sè, ma per la sicurezza del sottoprefetto Domenico Iezzi, mal veduto dai liberali, lo condusse seco in carrozza sino al punto più prossimo della marina di Castellamare, e appena giunti, s’imbarcarono per Palermo e vi giunsero nella notte, informando di tutto il luogotenente e Maniscalco. Il Ferro era nonno materno del presente barone di San Giuseppe, senatore del Regno.





Note

  1. Archivio Landi.
  2. Id id.
  3. Id. id.
  4. Archivio Landi.
  5. Id. id.
  6. id. id.
  7. Parola araba, che vuol dire capitano di legno da pesca.
  8. H. F. Winnington-Ingram, Rear Admiral-Hearts of Oak. — (Chapter XIV. — Extract’ s prom My Private Journal Wliilt Comanding H. M. S. “Argus„ on the Coast of Sicily, in 1860, including the Landing of Garibaldi). — London, W. H. Allen and Co., 13, Waterloo Place, Pall Mail. S. W. 1869.
  9. Autodifesa del generale Landi, manoscritto esistente nell’archivio di saa famiglia.
  10. I figli del generale Landi, che servirono nell’esercito italiano, furono cinque. Antonio venne collocato a riposo nel 1895, col grado di tenente generale; Michele e Niccola pervennero al grado di tenente colonnello; Luigi a quello di capitano, e Francesco mori giovanissimo, tenente di fanteria. I primi quattro presero parte alla campagna del 1866, e due son vivi. Essi conservano la risposta di Garibaldi, fatta pubblicare in un giornale di Napoli.